La segretaria quasi privata

Desk set
USA 1957 20th Century Fox
con Katharine Hepburn, Spencer Tracy, Gig Young, Joan Blondell, Sue Randall, Dina Merrill, Neva Patterson, Diane Jergens, Merry Anders, Ida Moore
regia di Walter Lang


Deskset


L’Ufficio Quesiti di un’importante radio nazionale è gestito dalla caporetaparto Bunny Watson che con la sua memoria prodigiosa e l’aiuto di altre tre colleghe gestisce le domande più complesse. L’arrivo dell’ingegnere Richard Sumner che sta installando dei cervelli elettronici per la società, getta le impiegate nella paura di essere licenziate. Cosa che puntualmente avviene ma per un errore della macchina che manda una lettera di licenziamento anche al direttore generale. Intanto Bunny e Richard s’innamorano, liberando la donna dal lungo rapporto senza costrutto con il direttore del suo reparto.



La segretariaquasi privata


Il penultimo film della coppia Katherine Hepburn / Spencer Tracy è una graziosa commedia sentimentale che ha il merito di essere il primo film in cui un computer ha un ruolo centrale e non fantastico ma quello che sarebbe poi diventato molto realistico della sostituzione della forza lavoro umana, ma essendo nient’altro che una graziosa commediola hollywoodiana il tema viene solo sfiorato e non certo approfondito e per quanto le quattro impiegate dell’uffico quesiti siano preparatissime e in grado di sconfiggere il cervello elettronico, il loro interesse principale sembra essere quello di trovare marito e sistemarsi. Ipotesi che sta sfumando per le due veterane Bunny e Peg (Joan Blondell) che già prefigurano un futuro da zittelle gattare.



Desk set


Nonostante le sue stupefacenti capacità intellettive Bunny si perde in una relazione con il direttore dell’ufficio, Mike Culter troppo impegnato a pensare alla carriera, che si ricorda della fidanzata a ogni morte di papa e rimanda gli appuntamenti per inseguire le promozioni. L’arrivo di Sumner, sorpreso da Culter a casa della fidanzata dopo un violento acquazzone, ringalluzzisce lo storico fidanzato ma ormai è troppo tardi.



Lasegretaria quasiprivata


Il film è sorretto ovviamente dalla bravura dei due protagonisti e dei comprimari, c’è la figura surreale della vecchia modella che posò per la prima pubblicità e ancora si aggira negli uffici anche se è una vecchia signora molto âgée.
La segretaria quasi privata è anche il primo film in technicolor della coppia Hepburn/ Tracy e sono davvero notevoli i titoli di testa costruiti su geometrie che riprendono i quadri di Mondrian.

Shanghai Express

USA 1932, Paramount
con Marlene Dietrich, Clive Brook, Anna May Wong, Warner Oland, Eugene Pallette, Lawrence Grant, Louise Closser Hall, Gustav von Seyffertitz, Emile Chautard, Claude King, Neshida Minoru
regia di Josef von Sternberg



Shanghai express


Nella Cina sconvolta dalla guerra civile, la prima classe del treno che da Pechino va a Shanghai è in subbuglio per la presenza a bordo di due vistose prostitute: la cinese Hui Fei e l’occidentale Shanghai Lily. Grande sarà la sorpresa dell’uficiale britannico Harvey nello scoprire che Shanghai Lily altro non è che Madeleine, la donna che non ha mai dimenticato, Durante il viaggio il treno viene fermato per arrestare un capo dei ribelli a quel punto Henry Chang si rivela come il capo dei rivoluzionari e prende possesso del convoglio cercando un’importante personalità da scambiare con il suo braccio destro arrestato. il capitano Harvey è il prescelto. L’ufficiale però aggredisce Chang quando cerca di insidiare Shanghay Lily. Scoperto che prima di effettuare lo scambio dei prigionieri Chang ha intenzione di accecare Harvey, Shanghai Lily accetta di diventare l’amante del signore della guerra ma Hui Fei uccide Chang per vendicare un’insidia che aveva subito durante il viaggio. Il reverendo Carmichael che pure era tra i più scandalizzati dalla presenza delle due cortigiane, vorrebbe rivelare ad Harvey il sacrificio che la Shanghay Lily era disposta a compiere per lui ma la donna glielo impedisce perché vuole essere amata nonostante il suo passato, cosa che puntualmente avviene.



Shanghai express


Il più celebre dei sette film girati dalla coppia Dietrich / von Sternberg che rende perfetta e iconica l’immagine della diva tedesca con eccezionali giochi di luce (il film fu premiato per la miglior fotografia) che esaltano la bellezza dell’attrice.
La storia è un melodramma amoroso non originalissimo e che vedremo anche in seguito ad esempio in Ombre Rosse con il contrasto tra la prostituta di buon cuore e i borghesi ipocriti che si rivelano essere meno nobili d’animo di chi si prostituisce. Anche i vari compagni di viaggio di Shanghay Lily non sono poi così irreprensibili come vorrebbero apparire, per esempio l’ufficiale francese cacciato dal corpo per furto che viaggia ancora in divisa per non dare un dolore alla sorella quando la incontrerà alla fine del viaggio…



Shangha-express


Su questo sfondo corale s’innesta la storia d’amore tra Shanghay Lily e il capitano Harvey: il loro amore è finito per la gelosia irragionevole di lui, il nuovo incontro riaccende la passione in entrambi ma la donna sa che il rapporto non potrà durare se l’amato non è disposto a mettere da parte l’orgoglio e ad accettarla per quello che è.


Shanghai-express.


Nonostante sappia tenere il punto fino alla fine, l’incontro con il suo grande amore mai dimenticato ha lasciato un segno profondo in Lily che ritrova il coraggio di pregare per salvare la vita di Harvey in balia di Chang, suscitando così l’ammirazione del reverendo Carmichael, in fondo come lascia intuire il nome della donna Madeline, quella di Shanghay Lily è la storia di una Maddalena redenta dalla forza dell’amore terreno e anche la scena più iconica del primo piano di Marlene Dietrich ripresa da una luce che la illumina dall’alto rimanda a un’iconografia religiosa dei santi che Josef von Sternberg sa sdrammatizzare con l’immancabile fumo di sigaretta.

Sua Eccellenza si fermò a mangiare

Italia 1961
con Totò, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Virna Lisi, Lia Zoppelli, Lauretta Masiero, Jole Mauro, Ignazio Leone, Salvo Libassi, Nando Bruno, Anna Campori, Vittorio Congia, Pietro De Vico, Ughetto Bertucci, Ely Drago, Mario Siletti, Totò Mignone, Francesco Mulè, Tina Perna, Flora Carabella, Edy Biagetti, Nando Angelini
regia di Mario Mattoli



Sua eccellenza si fermò a mangiare


Ernesto, mentre è con l’amante, telefona alla moglie inventando di aver ritrovato un amico di vecchia data. Il giorno dopo si presenta a casa sua il dottor Tanzarella in persona a suffragare il racconto, si tratta in realtà di un ladro che era nascosto nell’appartamento durante la telefonata di Ernesto e ora lo vuole ricattare. Non sa però che il nome scelto buttando l’occhio su una rivista è il medico personale del Duce così la contessa Bernabei, suocera di Ernesto, invita il dottore a un pranzo a cui parteciperà anche un ministro. Il lestofante accetta per rubare le preziose posate d’oro che saranno usate per l’occasione. Tanzarella presenta l’amante di Ernesto come la propria moglie ma la donna ha avuto anche un fugace incontro con il ministro finita con una défaillance dello stesso…

Sua Eccellenza si fermò a mangiare è l’ultimo film girato da Mattoli con Totò: il lunghissimo sodalizio pare si interruppe per uno screzio sul set.
Il film è una pochade sullo scambio di ruoli a partire dalla “materializzazione” del personaggio fittizio inventato da Ernesto per giustificarsi con la moglie, il fatto che senza volerlo il marito fedifrago abbia scelto il nome di un personaggio molto vicino al Duce mette in moto tutta una serie di situazioni paradossali che sottolineano alcune caratteristiche italiane che esulano dal solo periodo fascista, prima di tutto l’ossequisità coi potenti nella speranza di fare carriera.
La pellicola si diverte anche a giocare con il gallismo italiano: la bella moglie di Ernesto è preoccupata perché il marito la trascura da tre mesi, indecisa se la tradisca o se sia malato ma ben più grave è la situazione del ministro che ritrova nei panni della signora Tanzarella una donna con cui aveva fatto cilecca in un incontro occasionale: il timore è che la voce si sparga e arrivi anche all’aitante capo della nazione.
Anche Ernesto, preferisce passare da ladro delle preziose posate d’oro piuttosto che fingersi cornuto per coprire il ministro; l’unico che riuscirà nell’intento di portare a termine il colpo con il placet degli ospiti è il ladro interpretato da Totò, disonesto quanto si vuole ma assai meno ipocrita dei ricchi commensali.

Diabolik

Italia 2021 01distribution
con Luca Marinelli, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Alessandro Roia, Serena Rossi, Claudia Gerini, Pier Giorgio Bellocchio, Roberto Citran, Luca Di Giovanni, Antonino Iuorio, Vanessa Scalera, Daniela Piperno
regia: Manetti Bros


Diabolik


Mentre Diabolik terrorizza la citta di Clerville, torna dal Sudafrica la ricchissima e bellissima lady Kant con un celebre diamante rosa. Diabolik organizza il furto ma la donna lo sorprende confessandogli che il diamante è un falso e l’originale è stato venduto per sventare un ricatto. Diabolik controlla la pietra e le parole di Eva Kant trovano conferma: per la prima volta il cinico ladro ha trovato una donna di cui fidarsi. A casa intanto lo aspetta Elisabeth Gay, ragazza follemente innamorata del suo alterego “normale”, Valter Dorian. Benché succube del compagno, Elisabeth scopre il nascondiglio segreto di Diabolik e avvisa la polizia: finalmente Ginko riesce a catturare il pericoloso rapinatore che viene condannato a morte, ma con l’aiuto di Eva Kant Diabolik sfugge alla ghigliottina sacrificando al suo posto il vice ministro della giustizia, Giorgio Caron, un corrotto che ricattava anche Eva Kant. Scoperto che il tesoro di Caron si trova in una cassetta segreta a Ghenf, Diabolik si fa aiutare da Eva Kant ad organizzare un ingegnoso piano che però vuole eseguire da solo ma ancora una volta sarà la ragazza a salvarlo da Ginko.



Diabolik


Premetto che non ho mai letto nessun fumetto di Diabolik per cui ho nutrito un odio latente visto che ho dovuto subire diversi indesiderati pizzicotti per controllare se non avevo la maschera come Eva Kant, data l’omonimia, vabbè.. disgrazie della preadolescenza.
Al netto della scarsa conoscenza del fumetto, ho apprezzato molto il film dei Manetti Bros. anche se i trailer cinematografici non mi avevano convinto.
Sono rimasta conquistata dalla perfetta ricostruzione filologica della Milano (pardon Clarville) anni’ 60: ineccepibile la scenografia fatta solo di palazzi razionalisti e oggetti di design, i costumi di Eva Kant erano raffinatissimi con molte citazioni alle bionde hitchcockiane, a un certo punto c’è anche la famosa acconciatura di Vertigo e in fondo Eva Kant è una donna che visse anche più di due volte come scopriamo dai ricatti che ha subito da Caron, una perfetta dark lady in un film che non teme di riscoprire le atmosfere noir, attualmente un po’ in declino.
Il discorso filolofico continua anche nel taglio registico e soprattutto nella parte iniziale ci sono dei movimenti di macchina che non fanno ben capire con quale punto di vista ci stiamo immedesimando: alcune scene sembrano riprese da un nascondiglio come se Diabolik o chi per lui stesse spiando la situazione ad esempio nel primo incontro tra il falso Ginko ed Eva Kant, altre volte i movimenti di macchina s’immedesimano con pov dello spettatore spostandosi da una parte all’altra della stanza per capire dove è fuggito il rapinatore.
Le atmosfere notturne, le scorribande in macchina sono un tratto distintivo anche di Coliandro ma i Manetti Bros hanno saputo declinarle nel tono elegante e algido che caratterizza il film. Nonostante la mancanza di vorticose scene d’azione e la lunghezza, Diabolik riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, grazie alla bravura del trio di protagonisti e alla corte di caratteristi, collaboratori di lungo corso dei registi.
Molto bella anche la canzone dei titoli di testa e di coda firmata da Manuel Agnelli.

Freaks out

Italia 2021
con Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini, Giorgio Tirabassi, Max Mazzotta, Franz Rogowski, Anna Tenta, Sebastian Hülk, Francesca Anna Bellucci, Astrid Meloni
regia di Andrea Mainetti



Freaks out


La guerra, soprattutto dopo l’Armistizio, rende la vita difficile anche ai circensi così Israel che dirige il circo Mezzapiotta propone ai suoi artisti di trasferirsi in America, con poco entusiasmo degli stessi, tanto che quando Israel scompare con i loro risparmi pensano di esser stati fregati. Solo Matilda vuole cercare Israel mentre i suoi tre compagni sono attirati dal Berlin Circus organizzato da un gerarca nazista, abilissimo pianista a sei dita, che in realtà cerca freaks dai super poteri per poter rovesciare i destini di sconfitta della Germania che conosce dalle sue visioni lisergiche. Mentre Cencio, Fulvio e Mario finiscono torturati da Franz, Matilda incontra i partigiani del Gobbo e scopre che Israel è stato caricato su un treno verso i campi di concentramento. La ragazza cerca i suoi vecchi sodali salvandoli dalle torture di Franz per cercare di liberare Israel, ma Franz si mette sulle loro tracce perché la ragazza elettrica è proprio l’elemento che gli permetterà di ribaltare le sorti della guerra…



Freaks out


Fortunati quelli che hanno visto il film in sala, prima dello scoppio di questa orrenda guerra che getta la sua ombra cupa anche sul cinema e ti fa pensare a una probabile regressione da film ironici sul tema nazista come questo o Bastardi senza gloria ma evitiamo le considerazioni sul film alla luce della guerra e cerchiamo di concentrarci sull’opera seconda di Mainetti: se l’opera seconda è sempre quella più complicata, soprattutto se si arriva da un esordio fulminante come quello di Lo chiamavano Jeeg Robot, Freaks out ha indubbiamente il merito di chiarirci l’idea autoriale del regista che è indubbiamente postmoderna e gli permette di realizzare film in cui coniuga mondi e riferimenti diversissimi tra loro riuscendo a renderli credibili: i disegni, le allucinazioni e soprattutto il tavolo di Franz dove spicca lo spremi agrumi futuribile di Alessi, lo Juicy Salif rendono perfettamente il mondo cinematografico dell’autore che tiene insieme suggestioni chapliniane, tarantiniane e neorealiste in una reinvenzione spaghetti comics degli Xman, e si ferma un attimo prima di citare La Signora di Shanghai di Welles; la conoscenza cinematografica dell’autore è davvero notevole e soprattutto non è mero esercizio stilistico ma come nell’opera precedente Mainetti rivela una profonda sensibilità nei confronti dei suoi personaggi con vilain memorabili a cui in fondo si vuole anche un po’ bene (debbo però confessare che per me Lo zingaro resta inarrivabile).



FreaksOut


C’è una grande attenzione al mondo femminile, in questo caso Matilde non è più comprimaria come l’Alessia di Jeeg Robot maè l’eroina che deve scoprire la propria forza come il protagonista del primo film. La ragazza elettrica di Freaks out che ha ucciso involontariamente la madre e ha vissuto tutta la sua vita senza contatti con gli altri per paura di ripetere il terribile incidente, mette in gioco tutta sé stessa per salvare Israel, sostituto della figura paterna e finalmente accetta la propria natura supereroica.
Morale e finale “bombarolo” riprendono le tematiche di Lo chiamavano Jeeg Robot ampliati dall’ambientazione nell’Italia post Armistizio del 1943 di cui il regista offre una buona ricostruzione storica nel rastrellamento del Ghetto di Roma e nella figura del Gobbo, figura storica della resistenza romana e offrirebbe molti spunti di riflessione sulla situazione odierna il fatto che proprio la figura storica, per quanto esasperata, sia stata la più controversa del film…



Freaksout


Un difetto però lo devo stigmatizzare, anche perché lo avevo già notato ne La fiera delle illusioni: l’uso massivo degli effetti speciali rende la fotografia molto azzurrata e mi ricorda tanto le serie Netflix: so che de La fiera delle illusioni uscirà una versione in bianco e nero, forse per i film ambientati negli anni ’30 e ’40 sarebbe il caso di tornare al B/N per uscire da una certa omologazione visiva, senza troppo timore di spaventare lo spettatore da blockbuster.

Il trapezio della vita

The Tarnished Angels
Usa 1957 Universal
con Rock Hudson, Dorothy Malone, Robert Stack, Jack Carson, Alexander Lockwood, Robert Middleton, Christopher Olsen, Alan Reed, Troy Donahue, Robert J. Wilke
regia di Douglas Sirk



Il trapezio dellavita


Il cronista Burke Devlin s’incuriosisce della vita di tre personaggi che animano le gare aeree della Grande Depressione: l’ex asso dei cieli, Roger Shumann, eroe della prima guerra mondiale, sua moglie, la bellissima Laverne e il fidato meccanico Jiggs, formano un gruppo molto chiacchierato e a pagarne le spese è il figlio decenne della coppia.
Perso l’aereo in un incidente, Roger Shumann non esita a chiedere alla moglie di sedurre un magnate del posto pur di avere un altro aeroplano con cui gareggiare il giorno dopo. Devlin, infatuato di Laverne, toglie alla donna l’ingrato compito e convince Matt Ord a prestare l’aereo a Shumann, il mezzo però è in pessime condizioni e il pilota, per non schiantarsi sulla folla, finisce per morire nell’impatto. Laverne, sconvolta anche dalle promesse d’amore che il marito le aveva fatto prima della partenza, sta per accettare la corte di Ord soprattutto per dare un futuro al figlio ma sarà il giornalista a salvarla ancora una volta dandole l’opportunità di rifarsi una vita altrove con il bambino.



Iltrapeziodellavita


Dal romanzo Oggi si vola di William Faulkner, che ne apprezzò moltissimo la trasposizione cinematografica anche se la critica del tempo non amò per nulla il film di Sirk che fu riscoperto solo in seguito, Il trapezio della vita ripropone i protagonisti dell’opera precedente del regista, Come le foglie al vento.
Re dei melò fiammeggianti in technicolor, Douglas Sirk ritorna per quest’opera al bianco e nero, per sottolineare i toni cupi e disperati della Depressione ma anche lo scavo drammatico della vita dei personaggi. Roger Shumann è un eroe di guerra segnato dall’esperienza bellica, drogato dell’adrenalina del volo, incapace di dimostrare i suoi sentimenti a Laverne che si è innamorata di lui vedendolo su un manifesto e ha lasciato tutto per seguirlo sfruttando l’interesse suscitato in Jiggs, il meccanico che si trova suo malgrado testimone del gioco al massacro dei due amanti: quando Laverne rimane incinta, Roger cinicamente gioca ai dadi con Jiggs a chi spetti il compito di sposarla.
Anche il giornalista s’innamora di Laverne, come tutti gli uomini del film e pensa di avere un’occasione con lei ma dopo la morte di Roger capisce la disperazione della donna a cui il marito aveva finalmente dichiarato i suoi sentimenti promettendole che quello sarebbe stato l’ultimo volo e poi avrebbero cambiato vita. Il coraggio di Burke di fare un passo indietro permette a Laverne e a suo figlio di andare incontro al futuro.



Thetarnished angels


Uno sguardo sull’abisso dei sentimenti provocato da una donna bellissima che tutti vorrebbero avere e che ama l’unico che (almeno apparentemente) la rifiuta per rincorrere i suoi demoni, una miscela esplosiva sottolineata dall’esasperata rappresentazione del Carnevale di New Orleans, con le sue maschere ispirate alla morte che anticipano il destino di Roger.

È stata la mano di Dio

Italia, 2021
con Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Ciro Capano, Enzo Decaro, Carmen Pommella, Biagio Manna, Lino Musella, Alfonso Perugini, Sofya Gershevich, Paolo Spezzaferri, Rossella Di Lucca, Antonio Speranza
regia di Paolo Sorrentino


è stata la mano di dio


Mentre Napoli freme per in attesa di sapere se Maradona giocherà col Napoli, Fabietto Schisa vive la sua vita da adolescente in seno ad una famiglia un po’ stramba ma molto amorevole, legato al fratello maggiore Marchino e con una sorella praticamente assente sempre chiusa in bagno. L’arrivo di Maradona al Napoli coincide però con una tragedia famigliare, la morte dei genitori, che costringe il ragazzo a crescere di colpo e decidere cosa vuole fare della propria vita…



èstatalamanodidio


Se guardassimo solo alla prima parte del film, Sorrentino sembrerebbe voler smentire il celebre incipit di Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” perché la famiglia Schisa è disfunzionale ma indubbiamente felice, nell’ambito più allargato dei parenti ci sono figure bizzarre come e ben più della zia Patrizia, sorella di mamma bellissima ma svitata, primo turbamento adolescenziale di Fabietto e anche nell’ambito famigliare più stretto Saverio e Maria pur tubando letteralmente come due piccioncini, in realtà nascondono una storia di tradimenti con figlio illegittimo di Saverio. Nonostante questo la famiglia è per Fabietto un porto sicuro da cui iniziare a guardare il mondo, la luce della prima parte del film è calda e avvolgente, lievemente sovraesposta per dare la giusta emozione dei ricordi felici dell’infanzia.



èstata la manodi dio


L’incipit di Tolstoj torna ad essere infallibile nella seconda parte del film dove quel che resta della famiglia Schisa si disgrega con la morte dei genitori: pur uniti i fratelli scoprono di avere ambizioni diverse, la sorella finalmente esce dal bagno, dopo aver rivelato al fratello minore l’esistenza del fratellastro. Fabio si trova sperduto in una realtà improvvisamente ostile: l’amicizia con il contrabbandiere di sigarette, l’iniziazione al sesso come atto generoso e iniziatico della vicina di casa, la baronessa Focale, fino all’incontro con il regista Antonio Capuano con cui Fabietto, che ora vuole esser chiamato Fabio, inizia a parlare di cinema e a decidere che cosa vuole fare della sua vita.



è stata lamanodi dio


È stata la mano di Dio è il film più intimo di Paolo Sorrentino che mescola elementi fedelmente autobiografici della sua esistenza come la morte per avvelenamento da monossido dei genitori e il fatto di esser sfuggito al loro destino per esser rimasto in città per seguire una partita del Napoli, il che da anche una sfumatura del tutto nuova al ringraziamento a Maradona durante il discorso per la vittoria dell’Oscar per La grande bellezza.
La sincerità con cui il regista guarda alla sua famiglia ha un suo corrispettivo anche stilistico, la luce e la dolcezza delle immagini, l’azzurro del mare fanno da contraltare alle parti più fantasiose: le due figure di turbamento sessuale, Patrizia e la baronessa elaborazione di diversi elementi adolescenziali, permettono al regista di giocare con toni grotteschi e fantastici che ben gli conosciamo, tanto da far arrivare un sanguigno San Gennaro in Roll Royce.



èstatalamanodidio


Continua lo stretto rapporto con Fellini realmente presente nel film: si sente la sua voce al provino cinematografico del fratello maggiore Marchino, per un parallelo cinematografico E’ stata la mano di Dio raccoglie le atmosfere di Amarcord e I Vitelloni

Indiscreet (1931)

USA 1931 UA
con Gloria Swanson, Ben Lyon, Arthur Lake, Barbara Kent, Monroe Owsley, Maude Eburne, Henry Kolker, Nella Walker
regia di Leo McCarey



Indiscreet


La notte di capodanno Geraldine “Gerry” Trent lascia l’uomo con cui ha una relazione perché inaffidabile, sicura che il nuovo anno le porterà la felicità. Conosce infatti lo scrittore Tony Blake di cui è fan e tra i due scoppia l’amore. Ormai prossimi alle nozze Gerry rivela al fidanzato la relazione precedente e Tony la perdona (!). Ma Jim ritorna nella vita di Jerry assieme a Joan, la sorella minore di Jerry che l’uomo ha conosciuto sulla nave di ritorno dalla Francia. Joan è certa dell’amore di Jim e che la sposerà anche se la sorella maggiore cerca di metterla sull’avviso. Per salvare la sorella Jerry fa credere a Jim di essere ancora disponibile, purtroppo alla scena assiste anche Tony ma dopo la rottura l’amore trionfa.



Indiscreet


Nonostante l’omonimia, il film di Leo McCarey non ha nulla a che spartire con il film del 1958 che ha per protagonisti Cary Grant e Ingrid Bergman, anzi tanto il secondo è spudorato per i perbenisti anni ’50 (“come osa fare l’amore con me senza essere sposato con un altra!” s’indigna Ingrid Bergman, tornata da pochi anni in America dopo la scandalosa relazione con Roberto Rosellini) tanto il secondo è spudorato, dicevo tanto il primo è moralista, pur essendo una commedia pre-code. Lascia abbastanza sconcertati che la smart girl Gerry, donna in carriera e di successo sui trent’anni, debba farsi tanti problemi a confessare al fidanzato di aver avuto un amante e sperare nel suo perdono.



Indiscreet .


Indiscreet appare dunque come un film di transizione non tanto tecnica quanto di tematiche. un punto di passaggio verso la disinibita commedia screwball che caratterizzerà il decennio: tipici del genere sono i personaggi svampiti della vecchia zia e Buster, il ragazzo innamorato di Joan; si parte però dai toni da melodramma del cinema muto incentrato sulla virtù femminile con Jerry che non solo si vergogna del suo passato ma si sacrifica tra mille smorfie per salvare la sorella dalle sgrinfie dello scapolone seriale anche se questo incrinerà il loro legame,



Indiscreet


Il film è l’occasione per godere del talento di Gloria Swanson: la regina del muto che si ritirerà nel 1934 salvo qualche rara apparizione compreso Viale del Tramonto aveva in realtà una bella voce, nella pellicola canta due canzoni e brilla nelle scene comiche che McCarey dirige da par suo e che trovano ampio spazio nella seconda parte del film quando Jerry si finge matta per convincere i genitori di Jim che una vena di follia scorre in famiglia quindi il matrimonio con Joan con è auspicabile e la sequenza finale in cui cerca di intrufolarsi sulla nave in cui Tony si sta imbarcando per l’Europa.

La mano del diavolo

La main du diable
Francia 1942
con Pierre Fresnay, Josseline Gaël, Noël Roquevert, Guillaume de Sax, Palau, Pierre Larquey, André Gabriello, Antoine Balpêtré, Marcelle Rexiane, André Varennes, Georges Chamarat, Jean Davy, Jean Despeaux, André Bacqué, René Blancard, Jean Coquelin, Georges Douking, Charlotte Ecard, Gabrielle Fontan, Garzoni, Henry Gerrar, Albert MalbertPaul Marcel, Roland Milès
Regia di Maurice Tourneur



La mano del diavolo


In un albergo di montagna, costruito vicino ai ruderi di un antico monastero, arriva trafelato uno strano personaggio dalla mano sinistra monca che costudisce gelosamente uno scrigno. Poco dopo arriva la polizia che cerca un piccolo uomo vestito di nero, la descrizione inquieta molto l’avventore appena arrivato che, durante un black out viene derubato dello scrigno. I fatti strani attirano l’attenzione degli altri ospiti e così l’uomo deve raccontare la sua storia. Si tratta di Roland Brissot, pittore dalle idee geniali ma dagli esiti mediocri, tanto che anche Irene la compagna e modella decide di lasciarlo. L’addio si svolge in un ristorante e il cuoco, dopo aver assistito alla lite propone al pittore di comprare per un soldo un talismano portentoso che gli porterà fama, amore e ricchezza. Benché avvisato che in gioco ci sia la sua anima, Brissot accetta lo scambio e torna a casa. Il giorno dopo torna anche Irene e trova una serie di nuovi quadri inquietanti ma di ottima fattura. Al culmine del successo si presenta dal pittore un pacioso omino che si presenta come il diavolo ed è venuto a riscuotere la sua anima, Brissot preferisce restituirgli lo scrigno ma quando vede che Irene è stufa di lui è colto dai dubbi, il diavolo gli lascia altro tempo per scegliere raddoppiando però il prezzo per ricomprare il talismano. La cifra da restituire diventa per presto molto ingente e Brissot è ormai sull’orlo della pazzia quando gli viene consigliato di recarsi a Nizza ed alloggiare in un preciso albergo. Qui incontra i precedenti possessori della mano diabolica che decidono di aiutarlo. Brissot intuisce che la mano inizialmente apparteneva a Maximus Leo, lo pseudonimo con cui ha iniziato a firmare le sue opere di successo. Maximus Leo era un monaco dotato da Dio di straordinari poteri che attirarono l’attenzione del diavolo al punto di mozzargli la mano dopo la sua morte. L’unico modo per mettere fine alla maledizione è quella di riportare la mano nella tomba del frate, per questo motivo il pittore si è recato nell’albergo di Allevard. Nell’ultimo scontro con il diavolo Il pittore cade e muore proprio accanto alla tomba del frate portando così a termine la sua missione



La main du diable


Mentre il figlio Jacques dirigeva negli USA i celebri horror della RKO di Val Lewton, il padre in patria firmava questo film ormai dimenticato nel classico stile francese caratterizzato più dal tocco fantastico che quello orrorifico. Il diavolo stesso è un omino dall’aspetto innocuo anche se non esita a usare i suoi trucchi, come mandare avanti le lancette dell’orologio per saltare al giorno dopo e raddoppiare la cifra che Brissart gli deve per riscattarsi.
Tratto da un racconto di Gérard de Nerval, La Main enchantée, il film è una variazione sul tema di Fust dove il protagonista, dopo aver goduto dei successi garantiti dal patto con il diavolo, cerca in ogni modo di salvarsi l’anima. La mano del diavolo però è forse l’unico film dove si mostra la difficoltà di rinunciare al successo guadagnati col favore del maligno: al pittore basta solo che Irene gli mostri un po’ d’insofferenza per riprendersi la mano e decidere di riflettere ancora qualche giorno sulla scelta di restituire il talismano, cosa che lo infilerà nella spirale di debito economico col diavolo che rischia di portarlo alla pazzia.



La main du diable


Viene salvato da Angelo, lo sguattero del cuoco che l’aveva messo sull’avviso di non comprare il talismano e ora gli consiglia il sud della Francia dove Brissot incontrerà i precedenti possessori della mano del diavolo e riusciranno a capire a chi appartiene. L’incontro con i suoi compagni di sventura mascherati e le rapide scene stilizzate in cui rievocano le loro storie, sono tr i momenti più intriganti del film, una scena fantastica che supera l’opulenza surreale dello studio del pittore e l’ombra dell’artiglio diabolico che incombe sul cuoco e il pittore mentre effettuano lo scambio.

Il Potere del Cane

The Power of the Dog
con Benedict Cumberbatch, Jesse Plemons, Kirsten Dunst, Kodi Smit-McPhee, Thomasin McKenzie, Keith Carradine, Frances Conroy, Adam Beach, Sean Keenan, Cohen Holloway, Stephen Lovatt, Alison Bruce
regia di Jane Campion



Ilpoteredelcane


Montana, anni ’20. I fratelli Burbank gestiscono il ranch di famiglia: tanto George è indolente e gentile, tanto Phil è burbero e rude. Quando George porta a casa la donna che ha sposato, una vedova con un figlio adolescente, Phil prende di mira i nuovi arrivati convinto che Rose abbia sposato il fratello per interesse. La continua pressione di Phil e la solitudine del ranch portano Rose all’alcolismo, quando Peter, il figlio di Rose, arriva in vacanza dal college gli equilibri cambiano: tra Phil e Peter si crea un legame che getta Rose ancora più nello sconforto e nell’alcol spingendola a regalare agli indiani le amate pelli di Phil solo per fargli un dispetto a quel punto il giovane Peter dovrà intervenire per ridare serenità alla madre come dice la sua voce off a inizio pellicola.



Il potere delcane


Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage, autore americano di romanzi western, Il potere del cane è un film molto interessante di Jane Campion dove nulla o ben poco è come appare. Il film è diviso in quattro capitoli, ognuno dedicato a uno dei quattro protagonisti. George Burbank è un uomo gentile rassegnato a sopportare l’odioso fratello, s’innamora di Rose, vedova di un suicida con un figlio troppo sensibile (?). Con l’aiuto della moglie George vorrebbe trasformare il ranch in un luogo più accogliente dove poter occuparsi anche degli affari, ma da subito l’ostilità netta di Phil mette la donna in difficoltà: Rose non è in grado di sopportare le sottili vessazioni psicologiche del cognato e fallisce la prima cena importante con il governatore, affogando noia e delusione nell’alcol.
Phil è sicuramente il personaggio più interessante del film: più colto e intelligente del fratello fa di tutto per vivere come il più rozzo dei cow boy, in memoria di Bronco Henry, il suo mentore. Dalle confidenze con il giovane Peter scopriamo il legame sessuale che lo legava a Bronco, anche se Phil ostenta la più ottusa omofobia, la venerazione per il vecchio cow boy lascia anche intendere un probabile rapporto pedofilo subito da Phil che può giustificarlo a sé stesso portando avanti il modello imposto da Bronco, ma la sua rabbia è troppa per dipendere solo da un’omosessualità rinnegata.



Powerofthefdog


Se alla psicologia contorta di Phil si può trovare una giustificazione e provare pena per lui molto più enigmatico il personaggio di Peter, il sensibile figlio di Rose che ama realizzare graziosi fiori di carta, cosa che da subito attira il feroce sarcasmo di Phil. Il gracile adolescente, imbranato ad andare a cavallo rivela però un lato oscuro: la tranquillità con cui uccide i miti coniglietti che porta a casa o cattura assieme a Phil, lasciando lo stesso stupito per il sangue freddo del ragazzo. Apparentemente il comportamento è dettato dall’amore per la scienza e la medicina ma la frase di apertura del film deve risuonare sempre nell’orecchio dello spettatore e metterlo in allerta sul colpo di scena finale.



Il potere del cane


Colpo di scena finale che non racconterò ma che è quello che salva la pellicola della Campion dando spessore psicologico alla storia su cui gravano i soliti vezzi autoriali della regista: l’indugiare sui paesaggi e le mandrie: vedere due buoi che si scornano in un film di sottili duelli psicologici non aggiunge nulla, anzi appesantisce un film dal ritmo giustamente sospeso per dare spazio all’indagine psicologica.. Detto questo il film ha un grande lavoro sulla fotografia che sottolinea il contrasto tra la vastità degli spazi aperti e l’oppressione cupa che può nascere anche nella grande residenza dei Burbank, Jane Campion si dimostra a suo agio con il genere western, non mancando di citare i classici come Sentieri Selvaggi.