Lunedi’ 7 novembre a Milano, al cinema Apollo, si e’ svolta la serata di presentazione della nuova collana dedicata al cinema classico americano della 20th Century Fox che con l’uscita dei Dvd Fox Studio Classics festeggia quest’ anno i 70 anni di attivita’.
L’evento era presentato da Paolo Limiti, il rosso presentatore sfoggiava una capigliatura meno sgargiante del solito, non saprei dire se il fatto fosse dovuto alle luci o ad un inopinato cambio di tintura; la loquela invece era la solita ma probabilmente il nostro eroe andava a braccio e spesso nel tentativo di magnificare la grandezza della 20th finiva per perdere il filo.
Tra i diversi ospiti del conduttore, figurava Giancarlo Giannini che si e’ vantato di essere il colpevole che ha fatto pervenire il copione di Quattro passi tra le nuvole di Alessandro Blasetti alle major che da questa chicca del cinema italiano sono riuscite a tirar fuori l’orrido Il profumo del mosto selvatico, ma fra tutti spiccava la grande Anita Ekberg che non ha risparmiato battute velenose alle innumerevoli sosia di Marilyn li’ rappresentate dalla ex moglie di Limiti, Justine Mattera.
La serata si e’ conclusa con l’esibizione delle star nascente della musica italiana, Dolcenera che ha cantato tre brani: Love me tender, Bye bye baby e Aquarius, se l’interpretazione e’ stata piu’ che soddisfacente gli errori stavano negli spezzoni di film proiettati sullo schermo mai troppo inerenti alla canzone, tanto che mentre andavano le note di Bye bye baby, Marilyn si esibiva in Diamond’s Are A Girl’s Best Friend.
Auguri ad Alain Delon
Sex-symbol europeo degli anni ‘60 e ‘70, il divo francese, nato nel 1935, vanta una filmografia di tutto rispetto: il suo terzo lavoro fu Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, girato nel 1960, che gli diede la fama internazionale; sempre per Visconti nel 1963 vesti’ i panni di Tancredi ne Il Gattopardo mentre l’anno precedente aveva interpretato L’eclisse di Michelangelo Antonioni.
Nel 1967 Jean-Pierre Melville lo chiama per Frank Costello, faccia d’angelo capolavoro del polar francese dove il protagonista in realta’ si chiamerebbe Jeff Costello, trasformato in italiano per “esigenze di dopiaggio”, il nome originale ristabilisce immediatamente il nesso con il capolavoro di John Woo, The Killer (1989) ispirato al film francese: il protagonista interpretato da Chow Yun-fat si chiama infatti Jeffrey.
Il capolavoro melvilliano apre una nuova stagione per Delon che diventa uno dei piu’ stimati interpreti del polar, il poliziesco francese accanto al suo rivale Belmondo e sotto la guida del grande divo Jean Gabin (Il clan dei siciliani, 1969) che con questo genere popolare rinvendi’ la sua carriera.
Gli anni’ 80 sono scevri di successi per il bell’Alain che nel 1985 decide di ritirarsi dalle scene, promessa non mantenuta con risultati scarsissimi se si esclude Nouvelle vague per la regia di Godard del 1990, sempre dello stesso anno e’ lo scadente Coreografia di un delitto che ricordo di aver visto in sala dove il povero Delon recita malamente la parte di un coreografo zoppo che uccide tutte le sue ballerine.
Un compleanno preceduto dall’enorme polverone sollevato poco tempo fa dall’annuncio della depressione che lo ha colpito, tanto grave da fargli meditare il suicidio, anche se le ultime apparizioni in tv dalla DeFilippi e ad Alba come testimonial della Fiera del Tartufo ce l’hanno mostrato piu’ sereno, speriamo non solo apparentemente, quindi auguri, se non di una ripresa di carriera, almeno di una ritrovata serenita’.
Vai e vivrai
Nel 1984 Israele organizza il trasferimento in patria degli ebrei d’Etopia, detti Falasha, dopo averli raccolti in un campo profughi del Sudan. Una donna cristiana, anche lei profuga, fa passare il figlio come ebreo perche’ possa avere la possibilita’ di un futuro in Israele: inizia cosi’ l’avventura di Schlomo perennemente in bilico tra la nuova patria e nuovi affetti e le indimenticate origini.
Dopo il successo di Train de vie il regista Radu Mihaileanu torna con un opera fiume, circa 2 ore e 20’ di durata, che attraverso le vicende di un ragazzo sradicato, disegna un affresco storico della storia israeliana degli ultimi vent’anni: la diffidenza mai sopita verso gli ebrei neri d’Etopia, le speranze di pace sfumate con la morte di Rabin, la presa di potere della destra che acuisce il conflitto con la Palestina sono raccontati con brevi ma significative pennellate. L’occhio del regista segue amorevolmente la crescita di Schlomo, le sue difficolta’ di integrazione, rese piu’ dure dal dover sempre vivere nella menzogna rinnegando le proprie origini per paura di essere scacciato da Israele per motivi religiosi.
Sono ben delineati i rapporti che il piccolo etiope costruisce con la sua famiglia adottiva e con il capo della comunita’ falasha che diventa un padre spirituale per il ragazzo e i momenti piu’ intensi sono quelli delle rivelazioni: molti dei protagonista nascondono a loro volta un segreto, come Schlomo, un peso terribile con il quale bisogna riuscire a convivere.
E’ un film ricco di umanita’, paradigmatico delle vicende degli sradicati di tutto il mondo con scene molto toccanti: piu’ che la prima doccia di Schlomo preoccupato nel vedere scorrere via un bene cosi’ prezioso come l’acqua, ho trovato estremamente commovente il rogo degli abiti: quelli che per gli operatori sono sono dei cenci pulciosi per gli emigranti rappresentano l’ultimo legame con la terra d’origine, il costume tipico, legame che viene ulteriormente spezzato nella scena della ricognizione anagrafica dove il nome proprio viene tradotto oppure storpiato nel nome che si portera’ nella nuova patria.
Una bella pellicola da non perdere, fosse solo per dovere civile.
La sposa cadavere
Victor e’ il rampollo di una famiglia di pescivendoli arricchiti, per interesse viene promesso in sposo a Victoria, ultima discendente di una nobile famiglia ormai spiantata, i due giovani si conoscono il giorno delle prove del matrimonio e tra loro e’ amore a prima vista, ma il ragazzo e’ troppo impacciato e rischia di mandare a monte le nozze. Per la vergogna si nasconde nel bosco e provando il suo giuramento matrimoniale infila l’anello in quel che lui crede essere un rametto ma che in realta’ e’ la mano scarnificata di una sposa cadavere cui si ritrova legato suo malgrado..
La bellissima favola narrata da Burton si rifa’ agli inizi della letteratura gotica in epoca vittoriana, c’e’ una perfetta ricostruzione dei personaggi e delle atmosfere: la rigorosa etichetta, il protagonista timido e romantico, l’eroina coraggiosa che lotta per il suo sogno d’amore, la fanciulla sventata che paga con la vita l’illusione di un amore che va contro le convenzioni.
La scenografia e’ gotica nelle forme e nei cupi colori del mondo dei vivi riprende la grande stagione horror degli anni ’30, mentre il mondo dei trapassati ha i colori acidi degli horror che Roger Corman giro’ con Vincent Price.
Quello che rende il film un capolavoro assoluto e’ il passo avanti che Burton compie nella sua poetica: se e’ tenero il momento in cui grazie al regalo di Emily, la sposa cadavere, Victor ritrova il cane con cui giocava nell’infanzia (tema molto caro a Burton ed argomento del suo primo cortometraggio Frankeweenie) e’ assolutamente geniale il momento in cui i morti, tornati sulla terra si confrontano coi vivi e quello che dovrebbe essere un’occasione di terrore si trasforma in una festa con bambini che ritrovano i nonni e vecchie signore rinsecchite che rincontrano il grande amore sulle note di Via col vento, ma del resto come e’ possibile aver paura di quelli che fino a poco tempo prima erano i nostri cari?
Qui torna la riflessione sulla letteratura del terrore che se nel nostro secolo e’ stata dominata dalle nostre ansie e paure, nell’eta’ vittoriana nasce come risposta alle repressione delle passioni: quanti sono i reventans e le donne di Poe ritornate o resuscitate per troppo amore?
Notevole anche la qualita’ della tecnica a passo uno: la bellissima sposa cadavere si muove con un passo da mannequin, la mobilita’ dei volti dei pupazzi ha davo vita a personaggi buffissimi come il saggio Gutknecht: un vecchio scheletro dalle mandibole consunte e un lungo lichene come barba.
Passabile il doppiaggio italiano, per cui sono state usate le voci che normalmente doppiano gli attori che nella versione originale danno voce ai personaggi del film, per lo meno questa volta c’e’ stato risparmiato lo scempio di qualche comico.
Niente da nascondere
George, un giornalista che cura una trasmissione di successo in tv, inizia a ricevere cassette anonime che spiano le uscite di casa sue e dei suoi familiari: si innesca una spirale di paura che riporta a galla vecchi ricordi d’infanzia…
Il film si apre sull’inquadratura di una casa in un quartiere elegante di Parigi, la classica abitazione di chi ha una vita tranquilla e, presumibilmente, nulla da nascondere.
Con grande maestria il registra ribalta il significato dell’immagine e ci ritroviamo nel salotto, a guardare insieme ai protagonisti una cassetta che riprende la facciata della casa, perche’ il film e’ girato in grandissima parte in interni per indagare quel che di nascosto, come recita il titolo originale, si trova tra le pieghe dell’esistenza di un’apparentemente serena famiglia borghese.
Le poche immagini in esterna mostrano comunque spazi prospicienti le abitazioni o i luoghi dove lavorano/studiano (sarebbe piu’ esatto dire rifugiano) i protagonisti di questa storia che rassicurati ancora dal senso di protezione dato dall’abitazione che torreggia alle loro spalle possono mostrare i muscoli davanti la marciapiede di casa, dimenticando di esser gente che vive in un acquario, abituata a vedere il mondo dietro un vetro, che sia quello della finestra o quello della tv da cui arrivano le immagini raccapriccianti di un mondo in guerra che vogliono tener fuori dalla porta per concentrarsi sui piccoli drammi familiari, drammi che a volte sfuggono al controllo e riverberano l’orrore esterno dentro questi piccoli mondi chiusi.
Haneke crea un gelido film da camera alternando l’esasperante lentezza di inquadrature fisse ai piani sequenza, per arrivare a scene di forte intensita’ emotiva: lo spettatore viene catturato dalle disavventure del protagonista, forse aspettandosi che abbia da nascondere qualcosa di ben piu’ grave di quel che ha in realta’ ma accorgendosi alla fine che il fascino del film non sta nello scoprire la colpa ma nell’appassionarsi alla vicenda come dimostra anche il racconto a cena dell’amico che potrebbe essere la reincarnazione di un cane.
Che cosa sono le nuvole
Che io possa esser dannato
se non ti amo
e se così non fosse
non capirei più niente
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così
ahh ma l’erba soavemente delicata
di un profumo che da gli spasimi
ahh tu non fossi mai nata
tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così
il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta
ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura
l’unico e tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così
testo di PierPaolo Pasolini
Data di nascita (luogo) 5 March 1922 Bologna, Emilia-Romagna, Italy
Data di morte (dettagli) 2 November 1975 Ostia, Latium, Italy. (homicide)
dati imdb
Aldo Fabrizi
Nato a Roma il 1° novembre 1905 (anche se molte biografie riportano il 1906) vicino a Campo dei Fiori, Fabrizi inizia a lavorare giovanissimo, in seguito alla morte del padre e da subito dimostra interesse per il mondo dello spettacolo lavorando in radio e diventando una stella della rivista.
L’esordio cinematografico avviene nel 1942 con Avanti c’e’ posto di Mario Bonnard, dove ripropone il ruolo del tranviere che gli ha dato successo in teatro: sempre imperniati sui suoi personaggi teatrali sono gli altri due film seguenti, Campo dei Fiori e L’ultima Carrozzella, girati entrambi accanto ad Anna Magnani nel 1943.
Sara’ il ruolo di Don Pietro in Roma città aperta, di Roberto Rossellini a dargli il grande successo cinematografico e ad aprirgli una carriera svincolata dai modelli della rivista come il protagonista de Il delitto di Giovanni Episcopo di Lattuada, girato nel 1947.
Nel 1948, Fabrizi esordisce nella regia girando Emigrantes il primo della decina di opere da lui dirette, caratterizzate da una ricerca di equilibrio tra melodramma e commedia tipica del cinema popolare italiano di quegli anni, il suo lavoro di maggior successo e’ la trilogia della famiglia Passaguai.
I primi anni ‘50 gli regalano molte soddisfazioni cinematografiche, come il film Prima Comunione (1950) di Blasetti che gli vale un nastro d’argento o il mitico Guardie e ladri accanto a Toto’ nel 1951.
A teatro la sua interpretazione piu’ celebre resta quella di Mastro Titta, il boia del Rugantino di Garinei & Giovannini, nel 1963.
Negli anni ‘70 porta in televisione moltissimi dei suoi personaggi di rivista a cui si aggiunge lo scolaro discolo Gigino che era il mio idolo.
Aldo Fabrizi si spegne nella sua Roma il 2 Aprile 1990
The descent
La sportivissima Sarah perde marito e figlia in un terribile incidente d’auto. Dopo un anno di lutto, accetta l’invito delle sue amiche per fare un’escursione speleologica: la meta scelta dovrebbe essere piuttosto semplice ma Juno, l’organizzatrice della gita, cambia meta all’insaputa delle altre conducendole in una grotta mai visitata prima: quando una frana blocchera’ la via d’accesso, gli equilibri di amicizia si spezzeranno, messi a dura prova anche da inquietanti presenze che sembrano animare le caverne…
Il film forma un dittico col precedente Dog Soldiers (2002), opera prima del regista inglese Neil Marshall: se allora erano sei uomini a confrontarsi con la materializzazione di leggendari lupi mannari, oggi il regista analizza le dinamiche di un gruppo tutto al femminile costretto alla sopravvivenza.
Sono fortissime le valenze simboliche e psicanalitiche: anche la natura ostile che circonda le ragazze rappresenta un femminile simbolico: le grotte, l’acqua, l’uscita alla luce mostra addirittura la fatica fisica di una nascita; mentre la discesa nelle viscere della terra equivale ad una discesa alla scoperta di se’, delle proprie pulsioni piu’ segrete e primordiali (i graffiti sulle rocce); emblematica poi la vicenda di Sarah il cui scontro con gli abitanti della caverna simboleggia chiaramente la lotta con i suoi demoni e le sue paure, tanto che la vediamo combattere anche con una rappresentante femminile della razza degenerata a cui e’ stato ucciso un figlio, come alla protagonista
La pellicola non manca comunque di ironia, soprattutto nella parte iniziale del film, quando l’atmosfera e’ ancora leggera e nel prologo che disegna i rapporti tra le protagoniste, il regista puo’ permettersi di giocare con gli elementi classici del genere sovrapponendo l’urlo di una ragazza per l’acqua gelata della doccia, alla bocca spalancata di un altra che si sta guardando la lingua allo specchio.
I ritmi della sceneggiatura poi si fanno via via piu’ incalzanti e dal thriller di atmosfera si arriva al gore piu’ esplicito, e benche’ si rispetti la struttura classica dell’horror, con il mostro che esce al momento previsto, il film riesce a sorprendere tre o quattro volte anche lo spettatore piu’ scafato facendogli fare dei bei balzi sulla sedia, ma i momenti piu’ “pesanti” da reggere sono i percorsi tra gli stretti cunicoli delle grotte ricostruiti negli studi londinesi di Pinewood, che riescono a rendere perfettamente il senso di claustrofobia che si prova nel restar imprigionati nelle viscere della terra.
Mapplethorpe o lo scandalo dell’arte in tv
Non sono state le demagogiche provocazioni messianiche di Celentano a dimostrare quale vuotezza culturale si nasconda dietro la televisione di oggi, cosi’ volgare e falsamente disinibita, ma due trasmissioni di nicchia che hanno dedicato quasi contemporaneamente un servizio alla mostra antologica di Robert Mapplethorpe che si tiene a Torino.
Se Galatea ha scelto una provocazione molto sottile inviando Don Mazzi a vedere la mostra e raccogliendo le sue impressioni che sono state montate alternate ad un’intervista alla curatrice dell’esposizione (per inciso il prete ha sdoganato la mostra), Chiambretti a Markette ha puntato su una provocazione piu’ diretta chiedendo al sindaco Chiamparino perche’ la citta’ di Torino abbia sovvenzionato una mostra cosi’ scandalosa: alcune sale sono interdette ai minorenni.
Il Pierino nazionale ha usato anche il termine pornografia, parola che non aveva pronunciato ieri quando l’editore Cairo aveva partecipato alla trasmissione con due delle sue calendar-girl di punta: Francesca Lodo e Magda Gomes.
Risatine vistosamente imbarazzate ed isteriche hanno accolto alcune delle foto “proibite” di Mapplethorpe dimostrando chiaramente come la televisione odierna che sembra non scandalizzarsi di fronte a nulla e voler superare qualsiasi tabu’ visivo, non abbia in realta’ gli strumenti per decodificare un nudo maschile che anche nelle sue espressioni piu’ trasgressive si ispira semplicemente all’arte classica greca.
Ma poi quei bacchettoni di AN non si sono accorti che alcune delle foto piu’ scandalose di Mapplethorpe erano gia’ state esposte a Il male, esercizi di pittura crudele, la mostra curata da Sgarbi la primavera scorsa a Stupinigi?
Dall’8 ottobre al 1 gennaio 2006,
Promotrice delle Belle Arti, Torino.