Il silenzio del mare

LesilencedelamerLe silence de la mer
Francia 1947
con Howard Vernon, Nicole Stephan, Jean-Marie Robain
regia di Jean-Pierre Melville

1941 nella regione del Delfinato, la casa di un anziano che vive con la nipote viene requisita come abitazione per un ufficiale tedesco, i due francesi opporranno un severo silenzio a questa convivenza imposta ma l’ufficiale ex musicista cercherà di conquistare la fiducia dei suoi ospiti raccontando il suo amore per la Francia e spiegando romanticamente, facendo riferimento alla fiaba della Bella e la Bestia come un matrimonio apparentemente forzato darà frutti notevoli per le due nazioni. Pur mantenendo il riserbo i due francesi restano affascinati dalla presenza corretta dell’ufficiale ma dopo una visita al quartier generale tedesco a Parigi,  Von Ebrennac torna profondamente deluso dopo aver scoperto gli orrori di Treblinka e le vere intenzioni dei nazisti che vogliono cancellare la cultura francese e comunica agli ospiti l’intenzione suicida di tornare al fronte, la mattina della sua partenza il vecchio fancese fa trovare al tedesco un libro di Anatole France aperto sulla massima “viva il soldato che si oppone a un ordine criminale”.




LeSilencedelaMer


Il primo lungometraggio di Jean-Pierre Melville che diventerà il maestro indiscusso del polar francese è una riflessione sulla guerra, a due anni dalla sua conclusione.
Il regista porta sul grande schermo un libro scritto nei primi anni dell’occupazione tedesca e diventato di culto tra i dissidenti grazie al passaparola. Nonostante questa fama fu imposto un rigido controllo di una commissione di ex partigiani sulla lavorazione che complicò ulteriormente la genesi del film già faticosa per il ristretto budget della produzione; anche Vercors, l’autore dell’omonimo romanzo, non era molto fiducioso sul risultato che invece è davvero notevole: per quanto sia un’apparente trasposizione didascalica del monologo interiore del vecchio che racconta la convivenza con l’ufficiale tedesco, Melville è in grado di comunicare attraverso il mezzo filmico tutta una serie di emozioni che testimonia l’evoluzione del rapporto tra i tre personaggi; come dice il romanzo stesso le mani rivelano più del volto e ai tremori delle mani della ragazza che cuce, alle mani del vecchio che si scaldano al fuoco e a quelle noervose dell’ufficiale che ha visto cadere tutte le sue illusioni il regista affida molto del non detto.




Ilsilenziodelmare


Inizialmente Werner Von Ebrennac è ripreso dal basso verso l’alto a sottolineare l’imposizione prima di tutto militare ma anche dell’uomo che cerca di vincere l’ostilità dei suoi ospiti con l’insistenza della propria presenza, man mano che la tacita stima si instaura anche la ripresa del volto del militare si fa meno dominante e verso la fine del film lo vediamo addirittura inquadrato alla stessa altezza della giovane donna a cui molte delle sue parole sono destinate.
La pellicola è in sintesi, un lungo monologo dell’ufficiale tedesco, i pochi dialoghi riguardano episodi che lui racconta ai suoi ospiti; il vecchio è solo la voce off narrante e la ragazza pronuncia due sole parole in tutto il film quando le illusioni di Von Ebrennac sono oramai crollate e ha deciso di tornare al fronte.
Il film viene considerato un’anticipazione della Nouvelle Vague per la libertà dello stile, le riprese negli esterni originali, anche la casa non è ricostruita in studio ma è la vera abitazione di Vercos.
Molte di queste scelte nfurono dettate dalle difficoltà economiche ma certamente ne Il silenzio del mare emerge l’autorialità del linguaggio cinematografico di Melville, pur con l’evidente debito verso Quarto Potere di Orson Welles.

I peggiori

I fratelli Massimo e Fabrizio Miele e la sorellina tredicenne Chiara vivono a Napoli da sei anni, da quando la madre è fuggita all’estero lasciando decine di famiglie sul lastrico, compresi i figli che tentano di sbarcare il lunario con l’incubo che gli venga tolta la sorella.
Presi dalla disperazione decidono di rapinare l’albanese per cui lavora come manovale Fabrizio che non viene pagato da mesi. Nella loro goffaggine, i due fratelli scoprono, involontariamente, un traffico di passaporti sequestrati agli extracomunitari e diventano delle star del web: decidono quindi di diventare I Demolitori facendosi pagare per smerdare furbetti e furbastri di ogni risma..



Ipeggiori


Esilarante opera prima di Vincenzo Alfieri, anche protagonista del film assieme al divo televisivo del momento Lino Guanciale, I peggiori rientra nel filone di commedie che definirò spaghetti comics, quello che strizza l’occhio ai blockbuster americani rivisitati nella povertà di mezzi e di situazioni tipicamente italiane, le punte di diamante del genere sono ovviamente Smetto Quando Voglio e Lo chiamavano Jeeg Robot ma trovo che I Peggiori non sia esattamente (solo) un emulo dei film sopra citati, a differenziarlo c’è sicuramente la dimensione del buddy movie, la strana coppia formata da due caratteri agli antipodi: il posato Fabrizio e il superficiale Massimo che debbono prendersi cura della piccola di famiglia, la scafatissima Chiara che, a differenza dei fratelli, non ha avuto problemi ad integrarsi nella realtà napoletana e parla in dialetto, mentre i fratelli maggiori rimpiangono la precedente lussuosa vita romana a cui hanno dovuto rinunciare per lo scandalo provocato dalla fuga della madre.
IPeggioriLa similitudine maggiore con Smetto quando voglio sta nel denunciare la profonda crisi economica che spinge a dover ricorrere al malaffare per sopravvivere, ma i due fratelli sono sicuramente più sfigati della banda dei ricercatori e tutto quello che gli capita dopo il furto all’albanese è dovuto al caso. C’era il rischio che il film cavalcasse i malumori del paese invece la pellicola mette all’erta, seppur con grande leggerezza e nel suo modo tipicamente sgangherato, dalle derive di emulazione del web.
Il merito più grande del film resta la prova recitativa degli attori perfetti nell’adeguarsi ai personaggi sopra le righe e bidimensionali, tipicamente da fumetto soprattutto il personaggio di Eva Perrot forse il primo caso italiano di cattiva, anzi cattivissima, al femminile ottimamente interpretata da Antonella Attili.
Sorprendente la prova di Biagio Izzo che, messe da parte le vesti comiche, si cimenta nel ruolo del commissario con una faccia stropicciata e malinconica, degna di un polar francese.

Lo spettro di Canterville

The Canterville Ghost
USA 1944 MGM
con Charles Laughton, Robert Young, Margaret O’Brien
regia di Jules Dassin



Lospettrodeicanterville


Ospiti in un secolare castello, un plotone di soldati americani non si lascia intimidire da Simon di Canterville, lo spettro più spaventoso d’Inghilterra da trecento anni, da quando il padre lo maledisse per un gesto di codardia condannandolo a vagare fino a quando un suo consanguineo non lo riscatterà con un gesto di coraggio. Tra i soldati c’è Charlie (in originale Cuffy) Williams che si scopre essere un pronipote del fantasma: riuscirà il soldato a superare la proverbiale codardia dei Canterville?




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Ispirato all”omonimo racconto di Oscar Wilde, il film è una divertente commistione di fantasy e film di propaganda.
Come nel testo di Wilde si gioca molto sulle differenze culturali tra inglesi e americani: tanto i primi sono legati alle loro tradizioni secolari, tanto i secondi non hanno storia su cui costruire una tradizione.
Finché in Williams prevale la parte “americana” non si lascia intimidire dalle teatrali apparizioni del fantasma e insegna anche alla piccola Lady Jessica a non aver paura del tremendo antenato; nel momento in cui scopre di appartenere a una famiglia nota per la sua vigliaccheria, Williams si lascia suggestionare e rischia di mandare a monte un’azione militare ma quando le sorti dei suoi compagni dipenderanno solo da lui, Charly ritroverà tutto il suo coraggio, riscattando anche Sir Simon.




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Buona la prova attoriale soprattutto dei due protagonisti: Charles Laughton gigioneggia da par suo con un trucco che ricorda un poco quello de L’arte e gli amori di Rembrandt (Rembrandt, 1936) mentre Robert Young passa con disinvoltura dai toni leggeri a quelli drammatici. Margaret O’Brien è al limite del lezioso ma resta una figura gradevole.
Nonostante i problemi di realizzazione, con il cambio di regia a riprese già inoltrate, passando da Norman Z. McLeod, mago della commedia, a Dessin che si farà un nome con i noir e i polar, Lo spettro di Canterville riesce ad amalgamare perfettamente i toni comici e quelli drammatici, restando un classico del fantasy ancora godibile per il pubblico contemporaneo.

L’uomo del treno

L'uomodeltreno L’homme du train
Francia 2002
con Jean Rochefort, Johnny Hallyday
regia di Patrice Leconte

Milan scende dal treno in un’anonima cittadina francese per fare una rapina ed incontra per caso il signor Manesquier, vecchio professore in pensione. Tra i due uomini, che non potrebbero essere più diversi scatta una sincera amicizia..

La colonna sonora ha i toni di un western metropolitano e di certi western psicologici scabri, L’uomo del treno ha tutto il fascino, pur essendo un polar anomalo.
Milan e Manesquier non potrebbero essere più diversi e proprio sulla loro diversità si basa il legame profondamente empatico che li unisce: ognuno rappresenta per l’altro la vita non vissuta ma solo immaginata, quindi idealizzata.
Il vecchio professore riesce a sciogliere l’ostico Milan con la sua buffa prosopopea fatta di ricordi banali ed ironici, il gangster chiede il favore di provare un paio di pantofole e afferma di aver sbagliato vita.
A rendere i due uomini così sensibili alle occasioni mancate, ai treni persi per restare in tema col titolo del film, è l’imminente incontro col destino: la rapina si svolgerà nello stesso momento in cui Manesquier subirà un intervento chirurgico e i due eventi faranno finalmente incrociare le sorti, non più terrene, dei protagonisti.
Leconte gioca con la morte con toni sospesi e sempre lievi che un decennio dopo tornano ne La bottega dei suicidi ma la morale si è fatta più bigotta o il genere del cartone animato è considerato esclusivamente dedicato all’infanzia, fatto sta che (fatte salve le oggettive differenze tra i due lavori) le stesse tematiche che nel 2002 fanno de L’uomo del treno il capolavoro del regista, nel 2012 portano quasi alla censura del cartoon.

Jo

Jo Anche Jean Reno è sbarcato sul piccolo schermo con una serie televisiva che rinnova con sapienza il polar francese e che dal 17 gennaio viene trasmessa su Fox Crime in prima visione tv.
Il protagonista è un detective di mezz’età che ha dedicato tutta la sua vita all’investigazione e ben poco alla famiglia: ha avuto una figlia con una prostituta che ora è morta. Con alle spalle un passato di alcol e droghe, Jo, dopo un infarto, cerca di ripulirsi, non tanto per la propria salute, quanto per avvicinarsi alla figlia che ha bisogno di lui.
Come nella serie inglese Il commissario Wallander, interpretata da Kenneth Branagh, la vicenda personale del protagonista fa da trama orizzontale della serie e per ora ha poco spazio, lasciandone molto di più alle trame verticali dei singoli episodi. I primi due casi spiccano nel panorama vastissimo dei serial gialli per una certa originalità e sono risolti grazie all’intuizione del detective, la scientifica ha un ruolo meno che marginale.
Ad intrigare è l’uso che viene fatto dell’ambientazione parigina: i monumenti più famosi (per ora Notre Dame e la Tour Eiffel) fanno da sfondo agli omicidi, poi l’azione si sposta in ambientazioni fotografate con luce livida o in notturna a sottolineare i toni noir della serie. Vorrei esimermi dallo sparare sulla croce rossa ma vedendo un’ambientazione così cupa per la Ville Lumière è impossibile non pensare alle nostre serie televisive: anche nelle più accurate (ad es. Montalbano) non si rinuncia mai alla dimensione da cartolina del sole splendente e dei panorami mozzafiato.

Vendicami

Vendicami

Sulle sparatorie di Hong Kong
una volta volavano le colombe
oggi vola la rumenta.
Manco
Gomorra.
.
Sara’ contento Berlusconi

L’ex malavitoso Costello, ora ristoratore a Parigi, si reca a Macao, al capezzale della figlia Irene, unica sopravvissuta alla mattanza della sua famiglia voluta da un boss della triade. Irene da’ al padre qualche indicazione sommaria sugli assassini e gli chiede di vendicarla. Per mantenere la promessa, Costello ingaggia tre killer incontrati per caso che lo aiutano nella sua missione, ma il massacro del genero e dei nipoti di Costello era stato ordinato dal capo dei tre sicari che il francese ha assoldato..

Qualsiasi riflessione sulla vendetta vi venga in mente, implica sempre l’attesa e la lucida determinazione nel tenere a mente il torto subito. Ma che accade se la persona che medita vendetta soffre di una lenta ma inesorabile perdita di memoria? Costello, che deve convivere con una pallottola nel cranio che gli sta spegnendo i ricordi, si affida all’effimero appunto scritto sulle polaroid e con un po’ di fortuna riconosce dei simili per senso dell’onore a cui delegare la propria ritorsione. Quindi e’ una doppia richiesta quella sottintesa nel titolo del film, quella della figlia e quella di Costello stesso che i tre killer cinesi porteranno a termine in nome di una fratellanza appena nata; Frères e’ il nome del ristorante di Costello ceduto ai tre compagni di avventura.
Johnnie To avrebbe voluto Alain Delon per fargli vestire ancora una volta i panni di quel Frank Costello, faccia d’angelo de Le samurai di Melville, chiudendo definitivamente il cerchio che lega il noir di Hong Kong al polar francese. Delon rifiuta il ruolo e To ripiega sull’ex bello e maledetto di Francia, un Johnny Hallyday distrutto dal Botox credibilissimo nei panni del vecchio malvivente alle prese con un’ultima missione prima di scivolare serenamente nella demenza (i disastri della chirurgia plastica avvantaggiano piu’ gli uomini che le donne, tanto per cambiare!).

L’ultima missione

Lultimamissione Louis Schneider, poliziotto roso dal senso di colpa per l’incidente che ha distrutto la sua famiglia, sta indagando su un a serie di efferati omicidi che sconvolgono Marsiglia. Per colpa dell’alcol gli viene tolto il caso, a cui continuera’ a lavorare per conto suo; nel frattempo viene contattato da una ragazza, Justine, sopravvissuta all’eccidio della famiglia compiuto da un pericoloso maniaco che sta per essere scarcerato per buona condotta e che proprio Louis aveva catturato 25 anni prima..

Non c’e’ redenzione in questo ultimo film di Olivier Marchal, cupo e disperato: si muore e si nasce nel sangue e tra questi due eventi non c’e’ che dolore e disperazione; tutto e’ livido e freddo a partire dai colori, quasi sempre alterati della fotografia di una Marsiglia che non concede nulla allo spot pubblicitario (e le film commission italiane prendano esempio, per favore!)
Forse troppe trame si intrecciano in questa pellicola, sicuramente imperfetta e slabbrata ma ogni singolo episodio e’ la stazione di una via crucis nella sofferenza di chi e’ stato trucidato, di chi deve scendere a patti con la propria coscienza e convivere col senso di colpa, di chi deve sopperire a una perdita insensata e violenta e trovare una ragione sufficientemente valida per continuare a vivere. La disperazione con cui il regista squarcia il velo su un mondo corrotto e crudele riesce ad arrivare allo spettatore nonostante gli eccessi stilistici e alcuni punti (volutamente?) oscuri della trama e pesa sul cuore come un macigno.

Munich

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1972: dopo l’attentato palestinese ai danni della delegazione olimpica israeliana, avvenuto all’interno del villaggio olimpico di Monaco, il governo israeliano guidato da Golda Meir fa partire un’azione di rappresaglia contro esponenti palestinesi considerati le menti dell’attentato.
Il film racconta la storia dei cinque agenti usciti dal Mossad per compiere questa missione.


Con un raro equilibrio tra veridicita’ storica e invenzione Spielberg ci racconta quello che avvenne in seguito all’attentato di Monaco: l’andare oltre la verita’ storica permette al cineasta di Cincinnati di costruire un film che ha forti valenze anche sul momento storico che stiamo vivendo.
Le concitate fasi di ricostruzione dell’attentato si alternano alle immagini trasmesse dalle televisioni: la strage di Monaco segno’ l’inizio dell’utilizzo del mezzo mediatico da parte dei terroristi; il montaggio alternato delle reazioni degli arabi e degli ebrei davanti alla tv mette in scena l’universalita’ del dolore umano e l’assurdita’ della vendetta.
Israele sconfessa da sempre la rappresaglia sulle presunte menti di Settembre nero, l’organizzazione terrorista che compi’ l’attentato di Monaco’72, ma partendo dal romanzo Vengeange Spielberg ricostruisce le azioni e le motivazioni del commando israeliano, che si costituisce in nome di un sentimento di rivalsa verso il torto subito e nelle prime missioni e’ ben attento a colpire solo la vittima designata, a non macchiarsi di sangue innocente, la mattanza pero’ trasformera’ quelli che si considerano giustizieri in brutali assassini.
La discesa nella spirale dell’odio e’ resa magistralmente da Spielberg utilizzando i topos dei film di genere: la perfetta ricostruzione degli anni ‘70 ci immerge nell’atmosfera cinica dei polar (i polizieschi francesi) e il rovesciamento del mondo glamour dei film di spionaggio rende ancora piu’ grottesca la violenza: il costruttore i giocatoli esperto di esplosivi ha si’ l’inventiva del costruttore di marchingegni per 007, ma i suoi colpi rischiano di non andare a segno o sono tarati malamente; quando l’esercito israeliano approda sul litorale e inizia a slacciarsi la muta da sub ci si aspetta quasi che sotto sfoderi lo smoking bianco di 007 invece questa volta i soldati si travestono carnevalescamente da donne e gli agenti in missione non fanno la bella vita, ma sperano prosaicamente di tornare a casa, sognando davanti alle vetrine di un negozio che espone cucine.
Quanto Spielberg stigmatizzi l’assurdita’ degli assassinii, da una parte e dall’altra, e’ sottolineato da un elemento piuttosto raro nella filmografia del cineasta americano: l’uso del nudo, un nudo volgare di corpi scomposti nella morte che neppure nell’orrore della follia nazista rappresentata in Schindler’s List era cosi’ manifesto.
Altro punto di forza sono i dialoghi: il film segue gli spostamenti del gruppo per tutta l’Europa, da Roma a Cipro, da Londra ad Atene con puntate in Medio Oriente ed in America e nelle diverse lingue i vari personaggi si riempiono la bocca delle stesse parole: la casa, la famiglia il tempo che rendera’ giustizia.. purtroppo il doppiaggio italiano, che pure mantiene le voci originali di fondo, penalizza il film eliminando questa babele di lingue ed accenti che potrebbero sottolineare l’incomprensibilita’ e la voglia di non capirsi in cui viviamo.
Quasi sprofondato nell’abisso di follia generato dalla violenza, il capo del commando, Avner si salva rinnegando cio’ per cui ha combattuto rifugiandosi tra le braccia della moglie e della figlia, esiliandosi volontariamente in America e l’ultimo dialogo con il suo referente israeliano avviene a Brooklyn di fronte allo skyline ancora intatto di New York dove svettano le torri gemelle un po’ sbiadite, quasi un fantomatico monito a non ripetere gli errori del passato.

Auguri ad Alain Delon

Alaindelon

Sex-symbol europeo degli anni ‘60 e ‘70, il divo francese, nato nel 1935, vanta una filmografia di tutto rispetto: il suo terzo lavoro fu Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, girato nel 1960, che gli diede la fama internazionale; sempre per Visconti nel 1963 vesti’ i panni di Tancredi ne Il Gattopardo mentre l’anno precedente aveva interpretato L’eclisse di Michelangelo Antonioni.

Nel 1967 Jean-Pierre Melville lo chiama per Frank Costello, faccia d’angelo capolavoro del polar francese dove il protagonista in realta’ si chiamerebbe Jeff Costello, trasformato in italiano per “esigenze di dopiaggio”, il nome originale ristabilisce immediatamente il nesso con il capolavoro di John Woo, The Killer (1989) ispirato al film francese: il protagonista interpretato da Chow Yun-fat si chiama infatti Jeffrey.

Lesamourai Il capolavoro melvilliano apre una nuova stagione per Delon che diventa uno dei piu’ stimati interpreti del polar, il poliziesco francese accanto al suo rivale Belmondo e sotto la guida del grande divo Jean Gabin (Il clan dei siciliani, 1969) che con questo genere popolare rinvendi’ la sua carriera.

Gli anni’ 80 sono scevri di successi per il bell’Alain che nel 1985 decide di ritirarsi dalle scene, promessa non mantenuta con risultati scarsissimi se si esclude Nouvelle vague per la regia di Godard del 1990, sempre dello stesso anno e’ lo scadente Coreografia di un delitto che ricordo di aver visto in sala dove il povero Delon recita malamente la parte di un coreografo zoppo che uccide tutte le sue ballerine.

Gattopardo

Un compleanno preceduto dall’enorme polverone sollevato poco tempo fa dall’annuncio della depressione che lo ha colpito, tanto grave da fargli meditare il suicidio, anche se le ultime apparizioni in tv dalla DeFilippi e ad Alba come testimonial della Fiera del Tartufo ce l’hanno mostrato piu’ sereno, speriamo non solo apparentemente, quindi auguri, se non di una ripresa di carriera, almeno di una ritrovata serenita’.

36, Quai des Orfevres

Finalmente un poliziesco crudo, dove gli agenti non temono di
inzozzarsi con la melma dei bassifondi invece di analizzare tutto
attraverso asettici guanti di lattice; una sequela di facce inquietanti
che non farebbe piacere incontrare di sera per strada.. e a questo
punto la domanda sorge inevitabilmente spontanea: perche’ nel Bel
Paese, che pure vantava una tradizione non indifferente, il genere e’
diventato esclusiva della fiction tv, confinato in storielle insipide
che trasudano buoni sentimenti, solitamente ambientate in amene
localita’ turistiche e perennemente interpretate da attori bellocci e
signorine tutte curve?
…vabbe’ torniamo a parlare del film, che e’ meglio…

Parigi, una banda di criminali mette a segno impunemente diversi colpi a furgoni di trasporto valori; le due sezioni della polizia francese, investigativa ed anticrimine, di solito rivali, dovrebbero collaborare, ma in palio c’e’ la poltrona di direttore della gendarmeria che spettera’ al caposezione che per primo risolvera’ il caso: quali scorrettezze saranno disposti a compiere i due contendenti, amici in un passato ormai lontano, per ottenere questa carica?

Un film che risuscita un genere, il polar (il poliziesco francese) che stava languendo, riportandolo a livelli altissimi con un plot avvincente e complesso in cui si intrecciano storie di criminalita’, denuncia politica e sentimento. Non poteva essere altrimenti visto che Olivier Marchal, il regista, e’ un ex poliziotto che per quest’opera si e’ ispirato alla vita di Christian Caron (a cui il film e’ dedicato) suo superiore morto poco tempo prima di andare in pensione per un intervento non concordato di un altro dipartimento di polizia; ed uno dei momenti piu’ intensi del film e’ proprio la scena del funerale del poliziotto ucciso con gli uomini della sua sezione che voltano le spalle al feretro per contestare la presenza di colui che con la sua azione ha causato la morte del loro collega.
Ottima la prova del cast, anche Daniel Auteil e’ piuttosto credibile in un ruolo tutto azione che non parrebbe nelle sue corde, ma di certo Gerard Depardieu e’ in uno stato di grazia come non lo si vedeva da tempo: raggelato in questa maschera di sbirro disposto a tutto, recita soprattutto con gli occhi che, in alcune scene riescono veramente a bucare lo schermo.
Le contaminazioni con la scuola di Hong Kong sono evidenti: scene molto crude ed azioni rapide, pero’ il finale rispecchia una morale tipicamente occidentale: mentre in un poliziesco asiatico il protagonista avrebbe perso la vita per portare a termine la vendetta riacquistando cosi’ l’onore, qui l’uomo si ricorda di esser padre e decide di ricostruirsi un futuro con la figlia, tanto il destino riesce beffardamente a compiere il suo corso.
Un punto che andrebbe approfondito e’ quello della partecipazione di grandi aziende nella produzione filmica: nella pellicola e’ evidente una massiccia presenza della BMW che sicuramente avra’ offerto gratuitamente le automobili in cambio della visualizzazione del marchio, purtroppo nel film c’e’ un salto temporale di sette anni, quelli che il protagonista sconta in prigione prima di tornare a regolare i conti, e dato che la parte ambientata ai giorni nostri rappresenta una percentuale molto piccola della vicenda, la nuova BMW 530 e’ protagonista assoluta anche nella storia ambientata nel passato: questo non crea soltanto un “blooper” ma causa piuttosto un senso di straniamento cronologico, dato che la vettura e’ riconoscibilissima e il solo cambio del parco macchine avrebbe permesso di comprendere il salto temporale senza l’aggiunta di didascalie: questo e’ il prezzo che purtroppo il cinema europeo deve pagare per trovare i fondi per grosse produzioni.