Orfani

Orfani Chi ha subito un danno e’ pericoloso:
Sopporta tutto

Bluvertigo, Troppe Emozioni

Non seguivo un cartoon in televisione dai tempi di Alexander su MTV e devo dire che anche questo prodotto italiano, collaborazione tra la casa editrice Bonelli e la Rai è davvero molto avvincente. Si tratta di un motion comics, una tecnica dove ci sono pochi movimenti, quasi una trasposizione delle tavole del fumetto. La scelta nasce da una necessità di limitare i costi ma dato che Orfani ha una trama d’azione il contrasto con la staticità delle immagini crea un contrasto positivo, molto interessante.
Altrettanto attuale è la tematica degli orfani trasformati in soldati che fa pensare ai bambini soldati delle guerre africane.
La vicenda è ambientata in un futuro apocalittico, dove una civiltà aliena scatena un attacco nucleare sulla Terra, uccidendo un sesto della popolazione mondiale. L’esercito raccoglie gli orfani sopravvissuti all’Apocalisse e li recluta forzatamente per trasformarli in futuri soldati grazie a un tremendo addestramento senza scrupoli e a un potenziamento fisico fatto di sperimentazioni anche mortali.
Il racconto della formazione della futura squadra militare è inframmezzato da flashforward nel futuro in cui si vedono gli esiti dell’addestramento, se sarà il futuro effettivo o solo un sogno lo dirà (forse) solo la fine della serie di dieci episodi.
I capi del campo di addestramento di Dorsoduro la dottoressa Jsana Juric  e il comandante Nakamura sono così perfidi da far sospettare che gli alieni possano essere una creazione stessa dell’esercito, visto la trasformazione a cui è andato incontro Ray, il ragazzo che non è stato in grado di inserirsi nella squadra formata da Juno, Jonas, Ringo e la piccola inquietante Sam gruppo di spagnoli a cui si aggiunge Raul, l’unico sopravvissuto degli orfani italiani.

La serie è in onda su Rai4 dal 6 dicembre

The descent

Descent-movie La sportivissima Sarah perde marito e figlia in un terribile incidente d’auto. Dopo un anno di lutto, accetta l’invito delle sue amiche per fare un’escursione speleologica: la meta scelta dovrebbe essere piuttosto semplice ma Juno, l’organizzatrice della gita, cambia meta all’insaputa delle altre conducendole in una grotta mai visitata prima: quando una frana blocchera’ la via d’accesso, gli equilibri di amicizia si spezzeranno, messi a dura prova anche da inquietanti presenze che sembrano animare le caverne…

Il film forma un dittico col precedente Dog Soldiers (2002), opera prima del regista inglese Neil Marshall: se allora erano sei uomini a confrontarsi con la materializzazione di leggendari lupi mannari, oggi il regista analizza le dinamiche di un gruppo tutto al femminile costretto alla sopravvivenza.
Sono fortissime le valenze simboliche e psicanalitiche: anche la natura ostile che circonda le ragazze rappresenta un femminile simbolico: le grotte, l’acqua, l’uscita alla luce mostra addirittura la fatica fisica di una nascita; mentre la discesa nelle viscere della terra equivale ad una discesa alla scoperta di se’, delle proprie pulsioni piu’ segrete e primordiali (i graffiti sulle rocce); emblematica poi la vicenda di Sarah il cui scontro con gli abitanti della caverna simboleggia chiaramente la lotta con i suoi demoni e le sue paure, tanto che la vediamo combattere anche con una rappresentante femminile della razza degenerata a cui e’ stato ucciso un figlio, come alla protagonista
La pellicola non manca comunque di ironia, soprattutto nella parte iniziale del film, quando l’atmosfera e’ ancora leggera e nel prologo che disegna i rapporti tra le protagoniste, il regista puo’ permettersi di giocare con gli elementi classici del genere sovrapponendo l’urlo di una ragazza per l’acqua gelata della doccia, alla bocca spalancata di un altra che si sta guardando la lingua allo specchio.
I ritmi della sceneggiatura poi si fanno via via piu’ incalzanti e dal thriller di atmosfera si arriva al gore piu’ esplicito, e benche’ si rispetti la struttura classica dell’horror, con il mostro che esce al momento previsto, il film riesce a sorprendere tre o quattro volte anche lo spettatore piu’ scafato facendogli fare dei bei balzi sulla sedia, ma i momenti piu’ “pesanti” da reggere sono i percorsi tra gli stretti cunicoli delle grotte ricostruiti negli studi londinesi di Pinewood, che riescono a rendere perfettamente il senso di claustrofobia che si prova nel restar imprigionati nelle viscere della terra.

Sylvia Sidney

Sylviasydney

Chi, come la sottoscritta, ama il cinema hollywoodiano degli anni ‘30, ricordera’  una bellissima attrice dal  volto tondo e gli occhioni chiari e tristi, protagonista di molti capolavori melodrammatici del periodo e poi praticamente scomparsa dalle scene.
Si tratta di Sylvia Sidney, al secolo Sophia Kosow nata l’8 agosto 1910 a NewYork in  una poverissima famiglia ebrea emigrata dalla Russia. Rimasta sola, viene adottata dal dottor  Sidney che la  aiuta a coltivare il suo  innato talento per la recitazione che la porta a debuttare a Broadway giovanissima e a  esordire sul grande schermo nel 1927, quattro anni dopo la Paramount la arruola nelle sue file per farne una stella di prima grandezza: nel 1931  gira  tre film di grande spessore: Le vie della citta’ per la regia di Robert Mamoulian, dove interpreta la figlia di un gangster che coinvolge l’onesto fidanzato, un grande Gary Cooper, nei traffici di famiglia, salvo pentirsi una volta arrestata e cercare di salvarlo; in Una tragedia americana per la regia di Joseph von Stemberg  interpreta la fidanzata povera che il protagonista non esita ad eliminare quando gli capita l’occasione di un ricco matrimonio, nel remake del 1951, Un posto al sole con Montgomery Clift il  ruolo che  fu suo venne affidato  a Shelley Winters.
Sempre del 1931 e’ Scene di strada capolavoro di virtuosismo tecnico firmato da King Vidor che racconta le vite di un intero palazzo inquadrando sempre  lo stesso pezzo di strada davanti al portone.
Nel 1936 e’ Katherine Grant, la fidanzata di  Joe Wilson  (Spencer Tracy) in Furia, il drammatico e crudo esordio americano di Fritz Lang.
In Sabotaggio diretto da Alfred Hitchcock ancora nel 1936, e’ la moglie dell’attentatore, non che sorella del bambino a cui viene affidata la bomba.
Nel ‘37 e’  accanto ad Humphrey Bogart in Strada sbarrata di William Wyler  ed anche la compagna di Henry Fonda, altro piccolo delinquente in fuga per Friz Lang nel suo Sono innocente.
Stanca di interpretare ruoli drammatici, Sylvia Sidney abbandona progressivamente il cinema a favore del teatro e a partire dalla  seconda meta’ degli anni ’50 la sua carriera e’ quasi esclusivamente televisiva; sara’ Tim Burton a rivolerla sul grande schermo per Beetle Juice (1988) nel ruolo di Juno e in Mars Attacks del 1996 nella parte della nonna di Richie.
L’attrice si e’ spenta a New york il 1 giugno 1999.