Per grazia ricevuta

Italia 1971, Cineriz
con Nino Manfredi, Lionel Stander, Delia Boccardo, Paola Borboni, Véronique Vendell, Antonella Patti, Mario Scaccia, Fausto Tozzi, Mariangela Melato, Tano Cimarosa
regia di Nino Manfredi

Benedetto Parisi viene operato d’urgenza per tentato suicidio, mentre viene sedato il paziente rievoca la propria infanzia: il vivace orfano Benedetto vede la zia nuda proprio il giorno in cui si deve confessare per la Prima Comunione, non osando confessare il peccato, il bambino riesce ad evitare il sacramento e si presenta alla cerimonia senza essersi confessato ma nel momento in cui riceve l’ostia ha una crisi di panico, fugge dalla chiesa e cade nel dirupo sottostante rimanendo illeso. Subito lo si ritiene miracolato e votato al suo santo protettore, Sant’Eusebio. Affidato al convento Benedetto cresce in attesa di una chiamata religiosa che non arriva mai, alla fine sono i frati a convincerlo a lasciarli. Benedetto diventa venditore ambulante di biancheria intima ma nonostante il settore merceologico scelto, non riesce a superare la sua sessuofobia fino a quando non incontra Oreste, farmacista anarchico di cui sposa la figlia Giovanna ma quando Benedetto vede il suocero in punto di morte ricevere l’estrema unzione resta deluso e tenta il suicidio da cui lo salva un nuovo miracolo… medico?

Prima regia di Nino Manfredi pluripremiata dalla critica (anche a Cannes) e dal botteghino.

Sull’onda della nascente libertà sessuale, Manfredi costruisce un film vagamente autobiografico dove i toni della commedia non inficiano una riflessione più profonda. Con sguardo apparentemente bonario il regista stigmatizza l’arretratezza delle classi più povere dove la religione incancrenisce i tabù sessuali; emblematica la figura della zia che non esita a ricevere gli amanti tutte le notti indifferente alle angosce del nipote che sente tutti i rumori per poi scaricargli tutto il peso della fede più beghina quando la vede (involontariamente) nuda causandogli un trauma che segnerà tutta la vita di Benedetto.

Dopo la parentesi in convento Benedetto deve trovare il coraggio di affrontare il mondo (e le donne) ma si rifugia nuovamente in una nuova figura paterna: il bastian contrario Oreste che lo riempie di chiacchiere sulle sue teorie sull’amore e sul matrimonio. La timida Giovanna, frutto della relazione di Oreste con Immacolata, ricca signora dal carattere indomito, si innamora da subito di Benedetto ritrovando nei suoi dubbi una fuga dalle realtà opposte e assertive della sua famiglia. Benedetto sembra aver trovato un suo equilibrio ma tutto crolla quando vede Oreste in punto di morte cedere ai dogmi della religione che aveva sbeffeggiato per tutta la vita con tanta enfasi, questa delusione porta Benedetto a tentare il suicidio, il guaio è che l’operazione per salvarlo è così rischiosa che nuovamente lo stigma del miracolo si ripresenta nella vita di Benedetto. 

Una riflessione su fede e religione, sul peso che i traumi infantili continuano ad avere nel corso della vita segnandola indelebilmente.

Risate e riflessione sono sostenute da una ricercatezza formale, alcuni movimenti di macchina sono il classico esempio del principiante che vuole fare colpo (la soggettiva della contadina che si china e vede da sotto i ragazzini che spiano le donne al lavoro) ma di certo è studiato lo stile con cui Manfredi caratterizza i vari aspetti della vita di Benedetto: su una scelta di fondo che è realista vediamo come le scene in cui il protagonista si deve confrontare col sesso cambino completamente mood: la scena si fa innaturalista con luci dai colori violenti, sfocature che ben rappresentano il disagio e il tormento di Benedetto.

Il segmento al convento sempre con base realista, assume tonalità ieratiche con i frati dentro le nicchie come se fossero icone, dimensione che diventa onirica in alcune scene della clinica e resta molto interessante il modo in cui le voci della sala operatoria si mescolano con le prime rievocazioni dell’infanzia quando inizia l’intervento.

..poi si domandano perche’..

Vetrate1Il 2 giugno mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa sui sessant’anni della Repubblica, magari manifestando il mio disappunto di donna che da 60 anni ha acquisito poco piu’ del diritto di metter una crocetta su una scheda, invece sono andata a una comunione, si avete letto bene: di venerdi’ e in una delle poche feste civili del Paese si celebrano le Prime Comunioni.. evvabeh!
Come se non bastasse la chiesa era brutta, una di quelle brutte chiese rifatte in malo modo dove all’interno si vedono le macchie di umidita’ che traspaiono dal cemento soprastante, e sul sagrato ci sono due assurdi leoni di fattura orientale che suscitano il mio piu’ vivo sconcerto, anche perche’ a cinquanta metri c’e’ una vecchia dignitosa chiesa che resta sempre chiusa; vorrei precisare che l’afflato mistico non mi viene solo davanti alla Cappella Sistina: ci sono certe piccole chiese di campagna senza affreschi , ad una sola navata, del piu’ comune similbarocco italiano dove l’anima ti prende il volo, basta che tu abbia un minimo di sensibilita’; invece le chiese moderne le trovo orripilanti, sempre.
Due settimane fa ho partecipato ad un Battesimo in un’altra chiesa sempre malamente rifatta: era a elle, neppure a croce latina, ma almeno li’ il prete aveva una certa umanita’, mentre il parroco della comunione era piuttosto suscettibile e ha sbattuto fuori in malomodo una signora con bimba urlante perche’ interrompeva la sua omelia, sottolineo: non la liturgia, ma il suo pistolotto, nel quale aveva inserito il medesimo aneddoto su Napoleone che trent’anni fa dissero anche la mia comunione: pare le nelle sue memorie il grande Corso sostenga che il giorno piu’ bello della sua vita sia stato quella della Prima Comunione: mi piacerebbe sapere se e’ il pezzo forte di tutte le celebrazioni delle zone dove Bonaparte ha messo piede!
Dopo pochi secondi dalla sfuriata, un cellulare ha squillato a lungo senza provocare la minima reazione nel celebrante: volevo quasi dar vita ad una rivolta facendo squillare il telefonino di tutti quelli che conoscevo, ma ho lasciato perdere. Pero’ la cacciata dell’infante urlante mi ha veramente irritata sara’ che il mio parroco diceva sempre che Dio ha uno strumento che trasforma gli urli o i canti stonati in voci angeliche, e per il fatto che son stonata e mi piace cantare quest’immagine mi ha sempre molto affascinata, poi d’estate con il portone aperto la Messa era accessibile anche ai cani, e non e’ una battuta.
Insomma all’uscita ho visto sul sagrato questa povera signora con la bimba che aveva un’aria molto affranta e mi ha fatto una gran pena: magari era la mamma di un bambino che stava ricevendo l’Eucarestia per la prima volta e non ha potuto neppure assistere.
Ma il prete piu’ nazi che abbia mai incontrato l’ho visto quest’estate al Santuario di Caravaggio. Il fatto e’ che son figlia di agricoltori e quindi d’estate non si andava in vacanza perche’ era il momento in cui mio padre aveva maggior lavoro, l’unico giorno di svago era il giorno di ferragosto che e’ la festa dell’Assunta e mia madre che era molto religiosa ci portava in pellegrinaggio per santuari. Adesso io ho un rapporto molto conflittuale con la religione, pero’ mi e’ rimasta questa tradizione di andare per santuari mariani il giorno di ferragosto; quest’ anno sono andata a Caravaggio: artisticamente non e’ che mi abbia impressionato piu’ di tanto ma dietro l’altare c’e’ una specie di conca (una v rovesciata.. il santo vaso.. il sacro femminino) dove la tradizione vuole che sia apparsa la Madonna: in quel punto si prova davvero un forte moto di spiritualita’ nonostante la messa, che io sentito solo in parte, fosse celebrata da un prete che ha scandito il credo con un tono da ultra’: credo nella chiesa..u-na! sa-nta ! romana cattoli-ka a-po-stoli-ka!
Poi di recente ho scoperto che ben due persone che conosco, frequentazioni delle scuole elementari, hanno ottenuto l’annullamento del matrimonio: basta andare in un apposito ufficio con due o tre testimoni che confermino che hai scoperto solo dopo il matrimonio che la tua ex dolce meta’ non vuole figli e visto che scopo del matrimonio e’ la creazione di una famiglia (non lo fo per piacer mio ma lo fo per piacere a dio) il matrimonio e’ sciolto..mah! io ero rimasta al gran putiferio sollevato dall’annullamento del matrimonio di Carolina di Monaco con Philippe Junot e sotto sotto ho sempre pensato che solo i regnanti potessero ottenere l’annullamento.
Ecco, tra gli scempi architettonici delle chiese moderne e questi esempi di preclara cristianita’ che trovi in giro, io non e’ che mi stupisco piu’ di tanto se poi la gente preferisce credere a Il codice da Vinci..

Aldo Fabrizi

Aldofabrizi Nato a Roma il 1° novembre 1905 (anche se molte biografie riportano il 1906) vicino a Campo dei Fiori, Fabrizi inizia a lavorare giovanissimo, in seguito alla morte del padre e da subito dimostra interesse per il mondo dello spettacolo lavorando in radio e diventando una stella della rivista.
L’esordio cinematografico avviene nel 1942 con Avanti c’e’ posto di Mario Bonnard, dove ripropone il ruolo del tranviere che gli ha dato successo in teatro: sempre imperniati sui suoi personaggi teatrali sono gli altri due film seguenti, Campo dei Fiori e L’ultima Carrozzella, girati entrambi accanto ad Anna Magnani nel 1943.

Romacittàaperta Sara’ il ruolo di Don Pietro in Roma città aperta, di Roberto Rossellini a dargli il grande successo cinematografico e ad aprirgli una carriera svincolata dai modelli della rivista come il protagonista de Il delitto di Giovanni Episcopo di Lattuada, girato nel 1947.
Nel 1948, Fabrizi esordisce nella regia girando Emigrantes il primo della decina di opere da lui dirette, caratterizzate da una ricerca di equilibrio tra melodramma e commedia tipica del cinema popolare italiano di quegli anni, il suo lavoro di maggior successo e’ la trilogia della famiglia Passaguai.

Guardieeladri I primi anni ‘50 gli regalano molte soddisfazioni cinematografiche, come il film Prima Comunione (1950) di Blasetti che gli vale un nastro d’argento o il mitico Guardie e ladri accanto a Toto’ nel 1951.
A teatro la sua interpretazione piu’ celebre resta quella di Mastro Titta, il boia del Rugantino di Garinei & Giovannini, nel 1963.
Negli anni ‘70 porta in televisione moltissimi dei suoi personaggi di rivista a cui si aggiunge lo scolaro discolo Gigino che era il mio idolo.
Aldo Fabrizi si spegne nella sua Roma il 2 Aprile 1990