La miniserie di Sky ispirata alle vicende di Felicetto Maniero vanta un’interpretazione superlativa di Elio Germano che dimostra un’abilità notevole nel parlare il dialetto veneto. I grandi attori Italiani, da Gassman a Manfredi sono sempre stati molto bravi nel giocare con i vari dialetti nazionali ma Germano sembra aggiungervi un quid di nonchalance per cui la leggera cadenza veneta che il suo Toso mantiene quando parla in italiano sembra del tutto naturale. E in tempi in cui buona parte degli attori non riesce a recitare in un italiano pulito, privo delle inflessioni natali, il lavoro linguistico di Germano ha del miracoloso.
Per il resto la produzione di Faccia d’angelo non si discosta troppo da una produzione media televisiva e per come è stata raccontata la violenza nella prima puntata il tvmovie avrebbe potuto tranquillamente passare anche su Rai1.
Forse quello che non si addiceva troppo all’ammiraglia della nostra televisione è il messaggio della miniserie. Checchè ne dicano le solite polemiche che ne hanno anticipato la messa in onda, Faccia d’angelo non mi pare giustificare l’opera della mala del Brenta ma nonostante lo stile piuttosto anonimo, in alcuni passaggi stigmatizza perfettamente una trasformazione socio-economica che ha aperto la strada a personaggi come Maniero; l’improvvisa trasformazione di realtà contadine in ricchi contesti industriali è ben rappresentato dalla scena in cui l’industriale fa mettere le telecamere sul villone. L’affettata indifferenza dei (nuovi) ricchi di fronte a un paese che osserva stupito tanto sfoggio di tecnologia è qualcosa che esula completamente dalla mentalità di piccoli paesi rurali dove l’ostentazione della ricchezza è vista come ubris.
L’altra scena dal contenuto molto significativo riguarda sempre il primo rapimento che da vita alla banda di Felicetto, quando i ragazzi, dopo aver ceduto la rapita ai giostrai, cantano Symbolum 77 in onore dei milioni guadagnati. Una chiara metafora della perdita della religiosità (e dei valori in genere) in nome del Dio Denaro.
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Vendicami
una volta volavano le colombe
oggi vola la rumenta.
Manco Gomorra.
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Sara’ contento Berlusconi
L’ex malavitoso Costello, ora ristoratore a Parigi, si reca a Macao, al capezzale della figlia Irene, unica sopravvissuta alla mattanza della sua famiglia voluta da un boss della triade. Irene da’ al padre qualche indicazione sommaria sugli assassini e gli chiede di vendicarla. Per mantenere la promessa, Costello ingaggia tre killer incontrati per caso che lo aiutano nella sua missione, ma il massacro del genero e dei nipoti di Costello era stato ordinato dal capo dei tre sicari che il francese ha assoldato..
Qualsiasi riflessione sulla vendetta vi venga in mente, implica sempre l’attesa e la lucida determinazione nel tenere a mente il torto subito. Ma che accade se la persona che medita vendetta soffre di una lenta ma inesorabile perdita di memoria? Costello, che deve convivere con una pallottola nel cranio che gli sta spegnendo i ricordi, si affida all’effimero appunto scritto sulle polaroid e con un po’ di fortuna riconosce dei simili per senso dell’onore a cui delegare la propria ritorsione. Quindi e’ una doppia richiesta quella sottintesa nel titolo del film, quella della figlia e quella di Costello stesso che i tre killer cinesi porteranno a termine in nome di una fratellanza appena nata; Frères e’ il nome del ristorante di Costello ceduto ai tre compagni di avventura.
Johnnie To avrebbe voluto Alain Delon per fargli vestire ancora una volta i panni di quel Frank Costello, faccia d’angelo de Le samurai di Melville, chiudendo definitivamente il cerchio che lega il noir di Hong Kong al polar francese. Delon rifiuta il ruolo e To ripiega sull’ex bello e maledetto di Francia, un Johnny Hallyday distrutto dal Botox credibilissimo nei panni del vecchio malvivente alle prese con un’ultima missione prima di scivolare serenamente nella demenza (i disastri della chirurgia plastica avvantaggiano piu’ gli uomini che le donne, tanto per cambiare!).
Auguri ad Alain Delon
Sex-symbol europeo degli anni ‘60 e ‘70, il divo francese, nato nel 1935, vanta una filmografia di tutto rispetto: il suo terzo lavoro fu Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, girato nel 1960, che gli diede la fama internazionale; sempre per Visconti nel 1963 vesti’ i panni di Tancredi ne Il Gattopardo mentre l’anno precedente aveva interpretato L’eclisse di Michelangelo Antonioni.
Nel 1967 Jean-Pierre Melville lo chiama per Frank Costello, faccia d’angelo capolavoro del polar francese dove il protagonista in realta’ si chiamerebbe Jeff Costello, trasformato in italiano per “esigenze di dopiaggio”, il nome originale ristabilisce immediatamente il nesso con il capolavoro di John Woo, The Killer (1989) ispirato al film francese: il protagonista interpretato da Chow Yun-fat si chiama infatti Jeffrey.
Il capolavoro melvilliano apre una nuova stagione per Delon che diventa uno dei piu’ stimati interpreti del polar, il poliziesco francese accanto al suo rivale Belmondo e sotto la guida del grande divo Jean Gabin (Il clan dei siciliani, 1969) che con questo genere popolare rinvendi’ la sua carriera.
Gli anni’ 80 sono scevri di successi per il bell’Alain che nel 1985 decide di ritirarsi dalle scene, promessa non mantenuta con risultati scarsissimi se si esclude Nouvelle vague per la regia di Godard del 1990, sempre dello stesso anno e’ lo scadente Coreografia di un delitto che ricordo di aver visto in sala dove il povero Delon recita malamente la parte di un coreografo zoppo che uccide tutte le sue ballerine.
Un compleanno preceduto dall’enorme polverone sollevato poco tempo fa dall’annuncio della depressione che lo ha colpito, tanto grave da fargli meditare il suicidio, anche se le ultime apparizioni in tv dalla DeFilippi e ad Alba come testimonial della Fiera del Tartufo ce l’hanno mostrato piu’ sereno, speriamo non solo apparentemente, quindi auguri, se non di una ripresa di carriera, almeno di una ritrovata serenita’.