Madame Julie -1931-

The Woman Between
USA 1931, RKO
con Lili Damita, Lester Vail, O.P. Heggie, Miriam Seegar, Anita Louise, Ruth Weston, Lincoln Stedman, Blanche Friderici, William Morris, Halliwell Hobbes
regia di Victor Schertzinger

Quando il ricco vedovo John Whitcomb decide di sposare una modella francese molto più giovane, i suoi figli reagiscono male: Victor, il primogenito, interrompe i rapporti col padre mentre Doris inizia una guerra con la matrigna. Il film inizia con il ritorno di Victor dopo alcuni anni, sulla nave che lo riporta dall’Europa ha un flirt con una donna sposata, solo alla cena di famiglia scoprirà di essersi invaghito della matrigna… 

Classico melodramma amoroso in stile pre-code in cui la figura femminile esce vincente: nonostante i figli credano che Julie abbia sposato il padre per interesse, la ex modella gestisce un atelier di moda francese proprio per garantirsi la propria indipendenza economica. 

Protagonista del film è la bellissima Lili Damita attrice francese più nota per esser stata la moglie di Errol Flynn, la presentazione del personaggio però non punta sul fascino dell’attrice (che ahimè vanta poche altre doti) ma Julie irrompe nell’atelier vestita da viaggio con una cloche calata sul viso, un piglio decisamente imprenditoriale e lontano dalle clienti alti borghesi fasciate nei luccicanti abiti da sera. Ci sarà poi modo di mostrare tutto il fascino dell’attrice che a un certo punto canta a una festa del bel mondo come se fosse in un night di pessima fama, vabbè… 


Julie ha sposato John per amore ma l’uomo l’ha trascurata per gli affari e la moglie si è concessa qualche distrazione finendo tra le braccia del figliastro, mentre l’attempato marito capisce il proprio errore e decide di dedicarsi di più alla moglie, il figlio non si fa molti scrupoli nel proseguire la relazione alle spalle del padre. Doris scopre la tresca e decide di sposarsi con l’eterno fidanzato bamboccione, anche Victor propone a Julie la fuga ma la donna preferisce il marito dimostrando, come in The Lady Refuses, che le presunte arrampicatrici spesso hanno più valori dei membri delle famiglie notabili. La critica sociale si riconferma quindi un tratto fondamentale dei film pre-code. 

Tra tocchi comici, battute salaci e immancabili comparse in pagliaccetto di satin, Madame Julie è una classica produzione standard del periodo,  restano notevoli gli arredi deco soprattutto nella ricostruzione dell’atelier. 

Originale la scena d’apertura in cui Helen, l’amica che Doris vorrebbe far fidanzare col fratello, legge un giornale che si rivela essere i titoli di testa: un escamotage che non ricordo di aver visto in altre pellicole

Proibito

Forbidden
USA 1932, Columbia Pictures
con Barbara Stanwyck, Adolphe Menjou, Ralph Bellamy, Dorothy Peterson, Thomas Jefferson, Myrna Fresholt, Charlotte Henry
regia di Frank Capra

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Lulu è un’anonima bibliotecaria di provincia avviata allo zitellaggio quando decide di ritirare tutti i propri risparmi e regalarsi una crociera da sogno all’Havana. Una sera trova in cabina il suo dirimpettaio, un avvocato ubriaco che ha sbagliato stanza, nasce così un grande amore. Lulu si trasferisce in città e lavora in un giornale, Robert continua la sua vita da avvocato fino a quando le confessa di essere sposato e di non poter divorziare perché la moglie è rimasta zoppa per colpa sua in un incidente d’auto e lascia Lulu perché lei si possa rifare una vita. Dopo averlo supplicato, la donna lo caccia malamente, partorisce una bambina che chiama Roberta e continua la sua vita dopo aver lasciato il giornale. Dopo due anni Robert si ripresenta e, scoperta l’esistenza della figlia, la relazione riprende. Il giornalista Al Holland che lavorava con Lulu e la corteggia da sempre ed è anche nemico giurato di Grover che ha intrapreso la carriera politica, incontra casualmente la famigliola: per giustificarsi Lulu si qualifica come la governante della bimba adottata da Grover mentre la moglie è in Europa per l’ennesimo intervento. Per non rovinare la carriera dell’uomo che ama Lulu gli affida la figlia e torna al giornale dove si occupa della rivista per cuori solitari. Gli anni passano ma Holland continua ad indagare sulla strana adozione del governatore. Nella speranza di distrarlo, Lulu accetta di sposarlo ma quando Holland scopre che è lei la madre naturale di Roberta non accetta di rinunciare allo scoop per amor suo e nella lite Lulu lo uccide. Grover, diventato governatore la grazia dopo un anno di carcere e la vuole incontrare in punto di morte, pur di non rovinare il futuro alla figlia, Lulu straccia il testamento di Robert che rivelava il loro rapporto. 

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Un Capra minore che firma un melodramma sentimentale su temi non nuovi per l’epoca. Con la sua maestria il regista riesce a non scadere in toni melensi grazie alla bravura degli interpreti, su tutti Barbara Stanwyck che qualche anno dopo sarà ancora più grandiosa in Amore sublime, una storia che ha delle similitudini con Proibito nell’ambito del sacrificio materno.

Anche Adolphe Menjou veste un ruolo meno cinico del solito seduttore: è un uomo sposato che intraprende una relazione extraconiugale senza avvisare l’amante della sua reale situazione ma la lascia quando capisce che per stare con lui Lulu sta rinunciando alla possibilità di farsi una vita. Non è un personaggio positivo, schiacciato dalle ambizioni politiche ma i suoi ripensamenti e ritorni da Lulu danno profondità al personaggio facendolo uscire dallo stereotipo.

Ralph Bellamy interpreta con molta energia il giornalista Al Holland, gli occhi cerchiati di nero ben sottolineano le sue ossessioni per Lulu e per smascherare Grover anche se non è ben chiaro il motivo dell’odio, sembra più uno scontro esasperato tra politica e giornalismo libero.

Il film ha la pretesa di raccontare una storia che si sviluppa in circa vent’anni in meno di 90 minuti e quel che è strano lo fa senza soluzione di continuità, senza una didascalia che avvisi del salto temporale vediamo solo imbiancare le chiome dei protagonisti e crescere Roberta senza che neppure i costumi cambino, la cristallizzazione in un eterno presente rende paradigmatica la storia di dedizione assoluta di Lulu che sacrifica tutto a Robert, anche la figlia.


Se manca la scansione temporale il film evolve attraverso i mutamenti di genere: la partenza (la parte migliore) ha il tono di una commedia brillante con i camerieri della nave preoccupati per la fama della loro “loveboat” perché al secondo giorno di navigazione Lulu, ora elegante signora, cena ancora da sola e non ha trovato un’accompagnatore. L’incontro con l’intruso ubriaco segue ancora gli stilemi romantici ma una volta tornati dalla vacanza il film passa a toni drammatici segnato dal bizzarro incontro tra i due amanti che giocano con maschere di cartapesta facendo coincidere il disvelamento della situazione coniugale di Robert letteralmente con la caduta delle maschere.

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C’è ancora un ultimo cambio di registro, la resa dei conti tra Lulu e Al quando il marito a cena le anticipa che ha scoperto il segreto della nascita di Roberta e non esiterà a pubblicarlo anche se riguarda la moglie, segue una rissa e Lulu ricompare con il labbro insanguinato e una pistola in pugno, perfetta epitome del genere pre-code mentre l’energia grezza ma fino ad allora simpatica di Holland sconfina improvvisamente nella figura negativa senza scrupoli degna di un gangster movie.

Finale strappalacrime con Lulu che si perde nella folla, in fondo finale circolare: abbiamo visto apparire Lulu scialba a inizio film e tale la vediamo scomparire.
Un destino predestinato di solitudine a cui non è valso ribellarsi o un sacrificio d’amore per cui è valsa la pena perdere tutto?

La tragedia di un uomo ridicolo

Italia 1981
con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée, Laura Morante, Victor Cavallo, Ricky Tognazzi, Vittorio Caprioli, Renato Salvatori, Olimpia Carlisi, Cosimo Cinieri
regia di Bernardo Bertolucci

Nel giorno del suo compleanno Primo Spaggiari, industrialotto della Bassa, assiste al rapimento del figlio.
Per pagare il riscatto Barbara, la moglie di Primo e madre del rapito, è disposta a vendere tutte le proprietà di famiglia.
Laura, fidanzata di Giovanni, lavora nel caseificio di Primo e anche Adelfo, prete operaio, è molto amico del ragazzo. I due sembrano sapere molto del rapimento e a un certo punto informano Primo che il figlio è morto in un tentativo di fuga. Primo decide di non informare la moglie e di continuare a raccogliere il denaro per investirli nel caseificio che in realtà sta fallendo ma il figlio creduto morto ricompare dopo il falso pagamento del riscatto…

Una tragedia (nel senso greco del termine) familiare dai toni volutamente noir sottolineati dalla voce off del protagonista.
Visto oggi verrebbe da chiedersi chi è il vero uomo ridicolo a cui allude il titolo: il padre ex partigiano che si è buttato nel lavoro costruendo dal nulla un’azienda o il figlio alto borghese colluso con la sinistra eversiva e che ha organizzato il finto rapimento per trasformare l’azienda in un collettivo operaio?

Il dubbio sul titolo non nasce da posizioni personali ma da una lettura delle scene iniziali: gli avanzi della festa di compleanno di Primo. Sì la festa è finita, sicuramente la sbornia del boom di cui è stato protagonista Primo ma nel 1981, anno di uscita del film, anche i rapimenti stavano perdendo il loro significato politico; ma ovviamente l’uomo ridicolo è Primo Spaggiari perché la sua vita è così prevedibile: per chi lo circonda, madre e figlio sicuramente complici, è facile intuire che Primo cederà alla tentazione di utilizzare il denaro per la fabbrica, che apparentemente ha lo stesso peso del figlio nella vita di Primo.
Apparentemente perché l’uomo è cosciente del disprezzo filiale e alla fine accetta senza ribellarsi il ritorno del figliol prodigo (del lavoro altrui).
Uno scontro generazionale acceso, una lettura puntuale della borghesia e dei sui vizi anche extra familiari, su tutti lo strozzinaggio.

Thelma

USA 2024
con June Squibb, Fred Hechinger, Richard Roundtree, Parker Posey, Clark Gregg, Malcolm McDowell
regia di Josh Margolin

Thelma ha più di 90 anni, è vedova da due e nonostante i numerosi acciacchi si gode la sua solitudine, s’interessa ad internet grazie all’aiuto del nipote ed è una fan di Tom Cruise in Mission Impossible. Quando finisce vittima di una truffa telefonica l’immarcescibile vecchietta non si perde d’animo e riesce a scoprire i truffatori con l’aiuto di Ben, un amico di famiglia che vive in una casa di riposo e da cui Thelma vorrebbe solo farsi prestare la moto a tre ruote…

Piacevole commedia che qualche anno fa si sarebbe definita “indie” e che ripropone i temi di quella stagione cinematografica: lo sguardo sulle famiglie disfunzionali. 

Ispirato alla storia della nonna del regista che compare negli ultimi fotogrammi del film che le è stato dedicato, Thelma racconta con grande tenerezza ma anche con grande realismo la terza età: la solitudine, l’abbandono, la malattia, la perdita di autosufficienza sempre dietro l’angolo. Tra amiche svanite e vecchi rinchiusi in case di riposo che attendono più o meno serenamente la morte, Thelma è l’unica che si mantiene viva grazie alla sua curiosità: lei vuole capire che cos’è Internet più che essere in grado di usarlo.

Vittima di una truffa telefonica in cui cadrebbero persone molto più giovani di lei, Thelma si ribella alla rassegnazione delle forze dell’ordine per un personale senso di giustizia ma soprattutto per dimostrare di essere ancora autonoma ai familiari che vedono nella truffa un’occasione per ricoverare l’anziana signora. 

L’unico ad essere dalla parte di Thelma è il nipote, un 24enne disagiato in una relazione complicata, con dei genitori troppi presi dal lavoro per ascoltarlo ma comunque ingombranti.

La vecchietta vorrebbe risolvere tutto da sola ma il fisico è nello specifico la protesi all’anca non la sorregge così pensa di farsi prestare la motoretta da Ben, amico di famiglia che ha sempre giudicato un mollaccione ma che invece non la lascia sola e diventa suo complice nello sventare i truffatori.

Il tono comico-melanconico del film prosegue anche nella caratterizzazione dei criminali: un negoziante sull’orlo del fallimento che sopravvive con le truffe, anche lui un vecchio (il sempre grande Malcolm McDowell) attaccato alla bombola di ossigeno con un non meglio precisato giovane assistente. 

Tra la parodia al rallenti dei film d’azione e gli altri spunti comici, il film stigmatizza un mondo morente non solo per l’anzianità dei protagonisti ma anche per il patetico tentativo di sopravvivenza di un sistema economico che ha dovuto soccombere alla rivoluzione digitale, fenomeno di cui si mostrano tutti i danni e i pochi vantaggi: l’ansia giovanile, l’eccessivo legame al lavoro degli adulti, la solitudine dei vecchi.

Il robot selvaggio

The Wild Robot
USA 2024, Dreamwork
regia di Chris Sanders

A causa di un tifone il carico di una nave finisce su un’isola deserta. Dei sei robot Rozzum solo uno è rimasto integro e viene accidentalmente acceso da un animale.
Da subito l’automa manifesta una volontà che va oltre i suoi compiti e impara ben presto il linguaggio degli animali che vivono sull’isola che però la evitano e la considerano un mostro. Durante l’ennesimo scontro, l’androide schiaccia un’oca che sta covando la sua nidiata. Si salva solo un uovo che il robot inizia ad accudire con l’aiuto interessato della volpe Fink che vorrebbe sbafarsi l’uovo. Quando si schiude il pulcino, per la legge dell’imprinting, crede che Roz sia sua madre ma quando entra in contatto con la comunità di oche con cui dovrebbe migrare scopre che il robot ha ucciso la sua famiglia. La partenza per la migrazione è quindi un distacco freddo tra Roz e BeccoLustro e mentre l’oca conquista il rispetto dello stormo, Roz nell’inverno salva tutti gli animali della foresta da una tremenda tempesta di neve convincendoli a convivere pacificamente.
Al ritorno delle oche Roz crede che BeccoLustro sia ancora arrabbiato con lei e attiva il sistema di rientro alla casa madre.
La navicella che opera il recupero si mostra piuttosto ostile anche nei confronti dell’unità recuperata: interessa di più comprendere come la macchina sia sopravvissuta e si sia evoluta che ripristinarla.
L’intervento collettivo di tutti gli animali dell’isola salva Roz ma è solo una vittoria temporanea: per evitare che il prossimo tentativo di recupero devasti ulteriormente l’isola, Roz accetta di tornare alla casa madre ed essere ricondizionata perdendo i suoi ricordi, ma certe esperienze non possono essere cancellate…

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo illustrato di Peter Brown (2016) firmato da Chris Sanders, uno degli autori più interessanti nell’animazione americana degli ultimi due decenni, cresciuto in casa Disney e approdato alla Dreamworks con il successo di Dragon Trainer.

Il robot selvaggio ha riscosso molti consensi soprattutto per l’impianto grafico con un ritorno al disegno d’ispirazione impressionista; dal punto di vista della storia i pareri sono più discordi.

Io credo che questa cosa del woke stia un po’ sfuggendo di mano e parafrasando Andreotti direi che il woke logora chi lo teme. Anche il nostro Pinocchio ha una famiglia che definire anticonvenzionale è un eufemismo : un vecchio che si fa un figlio da un ciocco di legno che trova una figura materna in una fata (per la precisione una bella bambina dai capelli turchini) che a volte è morta e a volte no e vive con una lumaca come governante. Una situazione stramba, antispecista e quant’altro eppure da oltre cent’anni è una delle più famose fiabe del mondo quindi evitiamo di sottolineare quanto è bislacca una famiglia composta da un robot, una volpe e un’anatroccolo (tra l’altro animale che potrebbe credere sua madre pure una scarpa per la legge scientificamente riconosciuta dell’imprinting) è dai tempi di Esopo che si usano metafore tratte dal mondo animale per parlare della natura umana.

La razza umana non compare ne Il Robot Selvaggio, non credo sia un universo apocalittico altrimenti non avrebbe senso impiegare robot senzienti in una coltivazione intensiva di verdure, credo che il film voglia fare un parallelismo tra robot ed animali, specie che l’uomo guarda con disattenzione, non considerando i loro sentimenti.

Il punto interessante del film è come Roz evolva e maturi sentimenti materni verso BeccoLustro, molti sono i rimandi a Il gigante di ferro ma pur non essendo io una grande amante de Il Piccolo Principe, forse l’ho letto troppo da adulta, trovo la costruzione del legame tra il robot e l’anatroccolo l’espressione visiva più accurata del monologo della volpe sul tempo perduto per la rosa.

La lezione del film mi pare andare oltre la maternità se si fa iniziare l’inizio della civiltà quando un gruppo curò un compagno con un osso rotto invece di abbandonarlo quindi quando ci si prende cura del più debole: BeccoLustro non sarebbe sopravvissuto alla nidiata perché troppo piccolo per sopravvivere in un mondo dove vige solo la legge delpiù forte,, smontata da Roz nella cura dell’anatroccolo e nel salvataggio degli altri animali durante la tormenta.

Le Manoir de la peur

Francia 1927
con Gabriel de Gravone, Romuald Joube, Arlette Marchal, Lynn Arel, Cinq-Léon, Georges Térof, Louis Monfils
regia di Alfred Machin e Henry Wulschleger

Uno straniero e il suo servitore arrivano in un borgo della Provenza spaventando i paesani con i loro modi inquietanti. Lo straniero decide di acquistare un maniero abbandonato che sorge nelle vicinanze del cimitero e su cui gravano cupe leggende. L’unico a relazionarsi con lo straniero è Jean un contadino che non può sposare la donna che ama perché il padre si oppone. Quando in paese iniziano strani e mortali incidenti sulle case segnate da uno strano simbolo, sarà proprio Jean a sfidare la sorte e cercare di capire il segreto del maniero…

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L’opera è stata realizzata dai registi Alfred Machin e Henry Wulschleger, che per la prima volta si cimentano nel genere fantastico, forse per questo motivo il film ebbe difficoltà a trovare una distribuzione e benché realizzato nel 1924 uscì solo nel 1927.

È evidente la derivazione dall’espressionismo tedesco, pur smorzandone gli aspetti scenografici: manca l’irrazionalità sghemba di Robert Wiene anche se il lungo corridoio con il pavimento a scacchi ricorda Il Gabinetto del dottor Caligari e in fondo Cagno il servitore è una parodia triste di Cesare: non c’è l’ipnosi a spingere Cagno verso il male ma una più banale cupidigia di denaro spinge il servitore ad utilizzare uno scimpanzé degli esperimenti del dottore per furti che finiscono in tragedia più per la psicosi che ha colpito il villaggio che per le intenzioni dell’animale.

Benché sperimenti sulle scimmie, lo straniero non è un mad doctor ma è spinto dal desiderio di trovare una cura alla tubercolosi che gli ha portato via moglie e figlia. Che il dottore non fosse cattivo ma solo inconsapevole delle pessime abitudini di Cagno era intuibile dal suo look: tabarro e cappello a falda larga ricordano un celebre ritratto di Goethe.

Il film ha il suo punto di forza nella fotografia davvero notevole e nel sapiente uso dei viraggi creando atmosfere gotiche di tutto rispetto; l’impressionante scena del deragliamento del treno nasce da un’esperienza diretta di Machin, sopravvissuto a un incidente ferroviario

Il coraggio delle due

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Two O’Clock Courage
USA 1945, RKO
con Tom Conway, Ann Rutherford, Richard Lane, Lester Matthews, Roland Drew, Emory Parnell, Jane Greer, Jean Brooks, Bob Alden, Bryant Washburn
regia di Anthony Mann

La tassista Patty Mitchell rischia d’investire un uomo apparentemente ubriaco ma si accorge che è ferito e lo carica sul taxi, ben presto si accorge che l’uomo è affetto da amnesia e corrisponde alla descrizione di un probabile omicida ma Patty è convinta dell’innocenza dell’uomo e lo aiuta a scoprire la sua vera identità…

Un ibrido tra noir e commedia gialla, del resto è il remake di un film del ’36 intitolato Two in the Dark dove le smart girl non si facevano problemi a investigare per le loro teorie che si rivelavano vincenti.

Dieci anni dopo la scena iniziale del film ha tutti i crismi del noir: una notte nebbiosa, un uomo solo e barcollante davanti al cartello di un bivio ma irrompe sulla scena la tassista dalla battuta facile (Ann Rutherford nota per aver interpretato la sorella gelosa di Rossella in Via Col Vento) e il tono cambia.

Per lo spettatore odierno rimane poco credibile che una tassista donna si carichi uno sconosciuto ferito e decida di dimostrare la sua innocenza ma il film è del 1945 quando le donne esercitavano attività maschili perché gli uomini erano in guerra o sulla via del ritorno.

La trama s’ingarbuglia come nei film noir con l’entrata in scena di altre sue donne, più aderenti al prototipo della dark lady (tra loro si cela l’assassina). Tra battute fulminanti da commedia brillante e qualche altra incursione nel noir, Il coraggio delle due è un film che si lascia guardare, riuscendo anche a divertire gli amanti del genere. Altri potrebbero essere incuriositi dalla presenza dietro la macchina da presa di un Anthony Mann poco più che debuttante (alla sesta regia)

Gremlins

USA 1984, Warner Bros
con Zach Galligan, Phoebe Cates, Hoyt Axton, Polly Holliday, Frances Lee McCain, Judge Reinhold, Dick Miller, Glynn Turman, Keye Luke, Scott Brady, Corey Feldman, Jonathan Banks, Edward Andrews
regia di Joe Dante

L’inventore fallito Rand Peltzer si trova a Chinatown per vendere le sue invenzioni quando in un vetusto negozietto trova un adorabile creatura, un Mogwai che decide di regalare al figlio come regalo di Natale. Le regole per gestire la bestiola sono apparentemente semplici, non esporlo alla luce, non bagnarlo e soprattutto non dargli da mangiare dopo la mezzanotte. Ovviamente Billy infrangerà involontariamente le tre regole portando il mogwai, chiamato Gizmo, a generare una schiera di piccoli molto aggressivi che ben presto mutano in orridi mostriciattoli che finiscono per seminare il terrore nella pacifica Kingston Falls…

Il regista Joe Dante e lo sceneggiatore Christian Columbus,  frenati dal produttore Spielberg, decidono di sconvolgere il genere della commedia natalizia con un’orda d’irriverenti mostriciattoli tanto simpatici quanto pericolosi in questo capolavoro della horror comedy anni ’80, che è una sarabanda di citazioni:  l’introduzione a Chinatown con la voce off del protagonista rimanda al genere noir e quindi avvisa lo spettatore che una situazione inusitata e catastrofica verrà a sconvolgere l’esistenza del protagonista.

L’evoluzione della vicenda è divisa in capitoli segnati dai film che appaiono in tv: la calda atmosfera natalizia della tipica cittadina di provincia è introdotta da La vita è meravigliosa, il film natalizio per antonomasia di Frank Capra; i fotogrammi con Clark Gable appartengono al film Indianapolis del 1950 e aprono alla sottotrama amorosa tra Billy e Kate e non a caso il titolo originale del film è To Please a Lady (letteralmente per compiacere una signora)

I riferimenti poi tornano ai gremlins che diventano aggressivi dopo un periodo di muta nel bozzolo proprio come i baccelli de L’invasione degli ultra corpi che passa alla tv.

Dopo aver devastato la città con scene demenziali che parodiano tutti i grandi successi dei primi anni ’80 compreso il rovesciamento di “telefono casa” di E.T.  (qui è Ciuffo Bianco che taglia i fili e impedisce una telefonata che potrebbe salvare la città) i gremlins vanno al cinema e guardano il classico Disney Biancaneve e i sette nani, tra le tante letture della scelta non va dimenticato l’omaggio alla casa di produzione che aveva pensato di trarre un film dal racconto Gremlins di Dahl a cui Columbus s’ispirò per scrivere la sceneggiatura di questo film. 

Billy e Kate salvano la città mandando a fuoco il cinema: che anche Gremlins sia uno dei rimandi cinefili del catartico finale di Bastardi senza gloria di Tarantino? Di certo lo schermo a brandelli con i mostricci in fuga a me ha fatto ricordare la battaglia contro lo schermo del Don Quixote di Orson Welles.

via GIFER

Referenti altissimi per una commedia che non lesina la satira dei costumi: ricordiamo che il vecchio Wing non vuole vendere il mogwai, è il nipote che per necessità di denaro rincorre il signor Peltzer e gli vende l’animaletto all’insaputa del nonno che torna nel finale come un deus ex machina a riprendersi Gizmo rimanendo scandalizzato del fatto che i Peltzer gli abbiano insegnato a guardare la televisione contaminando un essere misterioso dal potenziale angelico e diabolico con la più becera omologazione. 

Rand Peltzer è un personaggio ambiguo come sottolineato dalla sua introduzione nei bassifondi di Chinatown, un romantico inventore di prodotti inutili reso cinico dalla necessità di denaro: vede la nascita dei piccoli mogwai come un evento da sfruttare e rivendere con il suo nome.

La satira contro l’edonismo reaganiano era netta anche se giocata sui toni della commedia e del fantastico.

Cute Girl

Taiwan 1980
con Kenny Bee, Fei Fei Feng, Anthony Chan, Ping-Yu Chang, Kai-Ching Chi, Lu Chien, Chi-Sheng Hsieh, Michael Jong-Quin Huang, Chen-Peng Kao
regia di Hou Hsiao-hsien

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Wenwen è una ricca ragazza in procinto di fare un matrimonio combinato dai genitori; l’incontro con l’ingegnere spiantato Daigang manda in crisi la ragazza che va a ritirarsi qualche tempo in campagna, presso una zia. Destino vuole che anche l’ingegnere arrivi nello stesso villaggio per dei sopralluoghi, i due s’innamorano ma l’arrivo del promesso sposo di Wenwen, Qian Ma, costringe la ragazza a tornare a Taipei. Tornato in città Daigang scopre la condizione sociale dell’amata e che è fidanzata, il ragazzo non demorde e con incontri fintamente casuali stringe amicizia con Qian Ma che è ben felice di distrarsi dalla promessa sposa perché anche lui è innamorato di una ragazza conosciuta in Francia. Senza più ostacoli, Daigang va a chiedere la mano della ragazza al padre ma solo l’intervento della zia porterà al lieto fine. 

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Il primo lungometraggio del regista di culto Hou Hsiao-hsien è una commedia romantica, con intervalli musicali benché il regista in parte lo disconosca sostenendo che il suo primo film (autoriale) è I ragazzi di Feng Kuei, suo quarto lavoro.

In Cute girl troviamo in nuce molte tematiche che poi l’autore svilupperà nei suoi film più maturi, in particolare il contrasto tra mondo rurale e vita cittadina: il film si apre nella caotica capitale ma l’idillio tra i due giovani nasce in campagna tra scherzi e schermaglie non solo amorose ma anche nella lotta degli abitanti per tutelare i loro beni dallo sviluppo: una casa verrebbe letteralmente tagliata in due dal tracciato della nuova autostrada oggetto dei sopralluoghi di Daigang e dei suoi colleghi.

Anche la scoperta della vera identità della ragazza di campagna avviene durante una festa caotica riproposta in televisione.

È un film molto gradevole anche se leggero, ispirato chiaramente alle commedie sofisticate dell’era d’oro di Hollywood con personaggi buffi e momenti comici (il parallelo tra i giovani al lavoro che perdono le scarpe).

Va sottolineato anche un omaggio al surrealismo: la lunga scena del presunto abbraccio tra Wenwen appena arrivata in paese e un abitante: alla fine la ragazza svolta verso l’ingresso della casa della zia e il contadino che correva a braccia tese recupera la sua gallina.

La comicità surreale lascia il posto a un chiaro omaggio magrittiano quando i due innamorati si danno il primo bacio ed essendo all’aperto si nascondono sotto la giacca di Daigang citando Gli Amanti dipinto del 1928