Le Manoir de la peur

Francia 1927
con Gabriel de Gravone, Romuald Joube, Arlette Marchal, Lynn Arel, Cinq-Léon, Georges Térof, Louis Monfils
regia di Alfred Machin e Henry Wulschleger

Uno straniero e il suo servitore arrivano in un borgo della Provenza spaventando i paesani con i loro modi inquietanti. Lo straniero decide di acquistare un maniero abbandonato che sorge nelle vicinanze del cimitero e su cui gravano cupe leggende. L’unico a relazionarsi con lo straniero è Jean un contadino che non può sposare la donna che ama perché il padre si oppone. Quando in paese iniziano strani e mortali incidenti sulle case segnate da uno strano simbolo, sarà proprio Jean a sfidare la sorte e cercare di capire il segreto del maniero…

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L’opera è stata realizzata dai registi Alfred Machin e Henry Wulschleger, che per la prima volta si cimentano nel genere fantastico, forse per questo motivo il film ebbe difficoltà a trovare una distribuzione e benché realizzato nel 1924 uscì solo nel 1927.

È evidente la derivazione dall’espressionismo tedesco, pur smorzandone gli aspetti scenografici: manca l’irrazionalità sghemba di Robert Wiene anche se il lungo corridoio con il pavimento a scacchi ricorda Il Gabinetto del dottor Caligari e in fondo Cagno il servitore è una parodia triste di Cesare: non c’è l’ipnosi a spingere Cagno verso il male ma una più banale cupidigia di denaro spinge il servitore ad utilizzare uno scimpanzé degli esperimenti del dottore per furti che finiscono in tragedia più per la psicosi che ha colpito il villaggio che per le intenzioni dell’animale.

Benché sperimenti sulle scimmie, lo straniero non è un mad doctor ma è spinto dal desiderio di trovare una cura alla tubercolosi che gli ha portato via moglie e figlia. Che il dottore non fosse cattivo ma solo inconsapevole delle pessime abitudini di Cagno era intuibile dal suo look: tabarro e cappello a falda larga ricordano un celebre ritratto di Goethe.

Il film ha il suo punto di forza nella fotografia davvero notevole e nel sapiente uso dei viraggi creando atmosfere gotiche di tutto rispetto; l’impressionante scena del deragliamento del treno nasce da un’esperienza diretta di Machin, sopravvissuto a un incidente ferroviario

Il porto delle nebbie

Le Quai des brumes
Francia, 1938
con Jean Gabin, Michel Simon, Pierre Brasseur, Michèle Morgan, René Génin, Edouard Delmont, Kiki, Jenny Burnay, Raymond Aimos, Roger Legris, Robert Le Vigan
regia di Marcel Carné



Lequaidesbrumes


Il disertore Jean arriva a Le Havre in cerca di un imbarco. Senza soldi, finisce al Panama, un locale lungo la spiaggia. Qui incontra Nelly una bella ragazza che Jean crede una prostituta. In realtà Nelly cerca di sfuggire alle attenzioni di Zabel, il suo tutore, un losco individuo che ha ucciso il suo fidanzato. La mattina seguente Jean e Nelly vengono infastiditi dal gangster Lucien e dai suoi scagnozzi ma Jean non esita a metterli a posto. La sera Jean schiaffeggia ancora pubblicamente Lucien poi s’imbarca per le Americhe ma prima di partire torna a salutare un’ultima volta Nelly e la salva da Zabel che muore nella colluttazione. Dopo aver promesso alla ragazza che appena sistemato le dirà dove raggiungerlo, Jeansi dirige verso la nave ma Lucien gli spara alle spalle.



Lequaidesbrumes


Uno dei capolavori del cinema francese, firmato dalla coppia Carné-Prevert, tratto dal romanzo di Pierre Mac Orlan e non da quello di Simenon.
Una storia tragica che ben rispecchia i tempi, addirittura il film fu accusato di disfattismo e si essere una delle cause morali della vittoria nazista (cfr. Il Mereghetti).
Tutto rimanda alla tragedia incombente, già dal titolo la nebbia spessa della Normandia soffoca la speranza e nella fotografia di Eugen Schüfftan illividisce la città portuale.
Il Panama, locanda bizzarra come il suo omonimo gestore, sembra una essere un punto di speranza per i disperati: è lì che l’ubriacone conduce Jean quando scopre che è senza soldi, Panama non avrà nessun problema a rifocillarlo anche senza denari. Nella taverna si trovano i personaggi più disparati, sola in cucina c’è Nelly mentre al bar siede un pittore che dice di dipingere quello che c’è dietro le cose, di vedere un annegato in un nuotatore, ancora allusioni alla morte. Il pittore si suicida la notte stessa e lascia i suoi abiti e i suoi documenti a Jean che così potrà lasciare indisturbato la Francia con il primo cargo. Quella che sembra la soluzione ideale viene rovinata da Panama che, convinto di far bene, getta in mare la divisa del disertore che viene ritrovata non lontano dal cadavere di Maurice.
La fatalità, il caso la fanno da padrone e sono temi che dopo la guerra verranno mutuati dal cinema americano nel genere più famoso del periodo posto bellico, il noir.
Il guaio più grande però resta l’amore: Jean è già al sicuro sulla nave quando sente il bisogno di salutare per l’ultima volta Nelly, arriva giusto in tempo per salvarla dal viscido Zebel ma Lucien, il gangster che ha umiliato più volte in pubblico lo vede uscire dal negozio di Zebel e gli spara vigliaccamente alle spalle.
L’amore tragico di Jean e Nelly arriva al cuore del pubblico ma come in tutte le loro collaborazioni, Carné e Prevert sanno rivestire una trama popolare di sottili rimandi intellettuali e di simbolismi: basta pensare al cagnetto randagio che si appiccica al soldato appena lo incontra. Quando Jean scende dalla nave per l’ultimo incontro con Nelly, lo lascia legato in cabina ma prima che la nave parta, il cane riesce al liberasi e a fuggire e il film si chiude con questo simbolo di amore e fedeltà/lealtà che si allontana, forse in cerca di un’altra coppia di “amanti perduti” come Jean e Nelly.