Il robot selvaggio

The Wild Robot
USA 2024, Dreamwork
regia di Chris Sanders

A causa di un tifone il carico di una nave finisce su un’isola deserta. Dei sei robot Rozzum solo uno è rimasto integro e viene accidentalmente acceso da un animale.
Da subito l’automa manifesta una volontà che va oltre i suoi compiti e impara ben presto il linguaggio degli animali che vivono sull’isola che però la evitano e la considerano un mostro. Durante l’ennesimo scontro, l’androide schiaccia un’oca che sta covando la sua nidiata. Si salva solo un uovo che il robot inizia ad accudire con l’aiuto interessato della volpe Fink che vorrebbe sbafarsi l’uovo. Quando si schiude il pulcino, per la legge dell’imprinting, crede che Roz sia sua madre ma quando entra in contatto con la comunità di oche con cui dovrebbe migrare scopre che il robot ha ucciso la sua famiglia. La partenza per la migrazione è quindi un distacco freddo tra Roz e BeccoLustro e mentre l’oca conquista il rispetto dello stormo, Roz nell’inverno salva tutti gli animali della foresta da una tremenda tempesta di neve convincendoli a convivere pacificamente.
Al ritorno delle oche Roz crede che BeccoLustro sia ancora arrabbiato con lei e attiva il sistema di rientro alla casa madre.
La navicella che opera il recupero si mostra piuttosto ostile anche nei confronti dell’unità recuperata: interessa di più comprendere come la macchina sia sopravvissuta e si sia evoluta che ripristinarla.
L’intervento collettivo di tutti gli animali dell’isola salva Roz ma è solo una vittoria temporanea: per evitare che il prossimo tentativo di recupero devasti ulteriormente l’isola, Roz accetta di tornare alla casa madre ed essere ricondizionata perdendo i suoi ricordi, ma certe esperienze non possono essere cancellate…

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo illustrato di Peter Brown (2016) firmato da Chris Sanders, uno degli autori più interessanti nell’animazione americana degli ultimi due decenni, cresciuto in casa Disney e approdato alla Dreamworks con il successo di Dragon Trainer.

Il robot selvaggio ha riscosso molti consensi soprattutto per l’impianto grafico con un ritorno al disegno d’ispirazione impressionista; dal punto di vista della storia i pareri sono più discordi.

Io credo che questa cosa del woke stia un po’ sfuggendo di mano e parafrasando Andreotti direi che il woke logora chi lo teme. Anche il nostro Pinocchio ha una famiglia che definire anticonvenzionale è un eufemismo : un vecchio che si fa un figlio da un ciocco di legno che trova una figura materna in una fata (per la precisione una bella bambina dai capelli turchini) che a volte è morta e a volte no e vive con una lumaca come governante. Una situazione stramba, antispecista e quant’altro eppure da oltre cent’anni è una delle più famose fiabe del mondo quindi evitiamo di sottolineare quanto è bislacca una famiglia composta da un robot, una volpe e un’anatroccolo (tra l’altro animale che potrebbe credere sua madre pure una scarpa per la legge scientificamente riconosciuta dell’imprinting) è dai tempi di Esopo che si usano metafore tratte dal mondo animale per parlare della natura umana.

La razza umana non compare ne Il Robot Selvaggio, non credo sia un universo apocalittico altrimenti non avrebbe senso impiegare robot senzienti in una coltivazione intensiva di verdure, credo che il film voglia fare un parallelismo tra robot ed animali, specie che l’uomo guarda con disattenzione, non considerando i loro sentimenti.

Il punto interessante del film è come Roz evolva e maturi sentimenti materni verso BeccoLustro, molti sono i rimandi a Il gigante di ferro ma pur non essendo io una grande amante de Il Piccolo Principe, forse l’ho letto troppo da adulta, trovo la costruzione del legame tra il robot e l’anatroccolo l’espressione visiva più accurata del monologo della volpe sul tempo perduto per la rosa.

La lezione del film mi pare andare oltre la maternità se si fa iniziare l’inizio della civiltà quando un gruppo curò un compagno con un osso rotto invece di abbandonarlo quindi quando ci si prende cura del più debole: BeccoLustro non sarebbe sopravvissuto alla nidiata perché troppo piccolo per sopravvivere in un mondo dove vige solo la legge delpiù forte,, smontata da Roz nella cura dell’anatroccolo e nel salvataggio degli altri animali durante la tormenta.

Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York

Rosemary's baby

Rosemary’s Baby
USA 1968
con Mia Farrow, John Cassavetes, Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Maurice Evans, Ralph Bellamy, Angela Dorian, Patsy Kelly, Elisha Cook Jr., Charles Grodin
regia di Roman Polanski

Guy e Rosemary Woodhouse sono una giovane coppia in cerca di un appartamento per metter su famiglia. Trovano casa in un elegante stabile ma poco tempo dopo il trasloco l’immobile viene funestato dal suicidio di una ragazza che viveva con gli anziani coniugi Castevet. La tragedia fa conoscere le due coppie e Guy, attore di belle speranze rimane molto colpito dai racconti dell’anziano Roman, offrendo l’occasione ai due gentili ma invadenti vecchietti di introdursi nella loro vita. Quando Rosemary scopre di aspettare il figlio tanto desiderato i Cassavetes prendono in mano la situazione e scelgono il ginecologo che seguirà la gravindanza, il dottor Sapirstein, che consiglia una cura fatta di erbe, supevisionata da Minnie Castevet.
Mentre la carriera di Guy decolla, Rosemary vive male la gravidanza e si confida con l’unico amico, Hutch, uno scrittore di mezza età che improvvisamente finisce in coma. Quest’ultimo fatto aumenta i sospetti della donna, che pensa di essere vittima di una setta demoniaca, quando Hutch muore, a Rosemary vengono consegnati gli appunti che l’uomo dell’amico aveva scritto negli ultimi momenti di lucidità: Roman Castavet è in realtà il figlio di un noto satanista d’inizio secolo. Rosemary cerca d mettersi in salvo rifugiandosi dal primo ginecologo a cui si era rivolta ma sentendo le farneticazioni della donna e il nome dell’illustre collega che l’ha in cura, il dottor Hill avvisa Sapirstein e il marito. Il parto è ormai imminente e viene organizzato in casa ma quando Rosemary si risveglia le viene detto che il figlio è nato morto anche se la donna senza dei vagiti in lontananza…



Rosemary's baby


Il film più famoso di Polanski procede per accumulo, l’inizio è molto leggero, se non fosse per l’inquietante ninna nanna usata anche nei titoli di testa sembrerebbe di essere in un’allegra commedia tipo A piedi nudi nel parco (e guarda caso Jane Fonda e Robert Redford erano tra i primi attori contattati per interpretare la pellicola). L’atmosfera si fa via via sempre più pesante, prima con l’invadenza dei due anziani coniugi, poi con la distanza di Guy troppo preso dal lavoro per occuparsi della moglie che vive molto male la gravidanza, anche fisicamente assistiamo a una trasformazione notevole, il taglio di capelli alla maschietta sottolinea quanto il fisico della giovane donna si faccia sempre più emaciato, fino a quando decide di non prendere più gli intrugli che gli passa Minnie.


Rosemary'sbaby


L’abilità di Polanski è quella di giocare con l’ambiguità del tema: è davvero un racconto satanista quello di Rosemary’s Baby o è l’analisi delle paranoie di una giovane donna forse non pronta per la maternità? In fondo il suo unico amico è un uomo più grande di lei, un surrugato della figura paterna e l’unica volta in cui ha una crisi è quando festeggia con i suoi coetanei, con cui si confronta con altre giovani madri.



Rosemary'sbaby


Un horror psicologico che indaga sul ruolo della donna : l’accettazione sociale che avviene solo attraverso la maternità, Rosemary è sempre recalcitrante al ruolo costituito e tenta di ribellarsi: non finisce neppure la “mussa” che dovrebbe narcotizzarla per essere ingravidata dal diavolo e così si rende conto di quanto accade nell’inquietante sequenza onirica del rapporto sessuale, tanto da farle dire /pensare che quello non è un sogno.



Rosemarysbaby


Il palazzo, il celebre Dakota davanti al quale venne ucciso John Lennon nel 1981, riprende la struttura della società: è abitata da persone più anziane che si sentono in diritto di intromettersi nel destino della giovane donna, il marito inizia ad avere successo nel momento in cui “vende il figlio al diavolo” cioè si sottomette alla gerarchia patriarcale della collettività e nel finale Rosemary stessa, accettando il suo ruolo di madre anche se ha partorito il figlio del diavolo passa da vittima a figura di spicco della congrega.

Simbolismo Mistico

Rose+Croix

La Collezione Peggy Guggenheim indaga nella mostra Simbolismo Mistico i sei saloni dei rosacrociani che si sono tenuti a Parigi tra il 1892 e il 1897 per volontà dello scrittore e critico d’arte Joséphin Péladan, personaggio sicuramente singolare e non solamente per le sue idee mistiche che venano le istanze simboliste di cattolicesimo e occultismo in una ricerca del bello ideale che fugga la realtà.
Per perseguire questo scopo, Pédalan stila delle regole ferree riguardanti i soggetti delle opere esposte: bandite le scene naturaliste dalle nature morte ai paesaggi, a meno di non essere “paesaggi ideali”. Vietata la pittura storica in favore di soggetti riguardanti leggende, allegorie o sogni.
Sarebbero vietati anche i ritratti ma vige l’eccezione per personaggi ispiratori del movimento rosacrociano, Baudelaire e Wagner e per Pédalan stesso che si vede come un demiurgo e la prima sala della mostra ci mostra proprio i ritratti favoriti del critico, quello di Alexandre Séon che lo rappresenta come il “Sar Medorack”, la guida secondo un termine che dovrebbe ispirarsi al nome di un sovrano babilonese,
Seon-Le-Sâr-Joséphin-Péladanil ritratto di Jean Delville che esalta gli aspetti cattolici del movimento rappresentando Péladan come un Cristo Pantocrate mentre il ritratto di Marcellin Debutin ce lo mostra come un dandy ma il nero imperante richiama la grande ritrattistica nobiliare sottolineando ancora il ruolo aristocratico che il critico si ascrive.
Se l’ego è smisurato, la misoginia non difetta e tra le sue regole sono ben chiare quelle relative al genere femminile: non sono ammesse pittrici (ma pare che alcune riuscirono ad esporre ricorrendo a uno pseudonimo maschile) e anche la figura femminile rappresentata nelle opere oscilla tra la santa, la donna innocente opposta alla diabolica femme fatale di cui dà una meravigliosa rappresentazione L’idolo della perversione ancora di Delville, uno degli “artisti dell’anima” che fanno parte della cerchia più ristretta della confraternita rosacrociana sempre presente ai Salon; alle varie edizioni, però, parteciparono molti artisti meno impregnati dai dettami di Pèladan, soprattutto alla prima edizione che fu un evento di grande richiamo mentre l’interesse andò scemando negli anni seguenti.
IdolodellaperversioneAll’edizione del 1892 partecipa anche Gaetano Previati con l’opera Maternità che non è esposta in mostra, presente è invece L’abime (Salon del 1894) di Georges de Feure, più noto al grande pubblico per la sua produzione cartellonistica squisitamente art nouveau, stile che torna nella decorazione floreale della cornice.
Un artista inatteso è Felix Vallotton presente nel Salon del 1892 con otto xilografie alcune assai lontane dai dettami di Peladan come Il Cervino, paesaggio realistico o Il funerale opera di critica sociale, genere non gradito al Gran Maestro, più congeniali i ritratti di Baudelaire e Wagner.
La prima gloriosa edizione dei Salon de la Rose + Croix aveva l’appoggio del mecenate Antoine de la Rochefoucault che aprì ad artisti meno legati all’ortodossia imposta da Pédalan.
Fin da subito però alcuni grandi simbolisti a cui il critico si ispira sono contrari alla linea rosacrociana, balzano agli occhi le assenze di Gustave Moreau e Odilon Redon a cui suppliscono le opere di seguaci tra cui spicca l’opera di Marcel-Bérronneau, l’Orfeo del 1897 scelto per la locandina della mostra.

Il seme della discordia

Ilsemedelladiscordia

 

La bellissima Veronica e’ una donna in carriera, tutta presa dal progetto di aprire un concept store e ben lontana da quello di allargare la famiglia, come vorrebbe l’invadente madre aspirante nonnina, cosi’ insistente da convincere figlia e genero a sottoporsi a un controllo sulla loro capacita’ di fecondazione. Il test rivela che il marito di Veronica non puo’ procreare ma contemporaneamente la donna si scopre incinta.. 

Se del film va assolutamente salvata la fotografia iperrealista che ben sottolinea i pochissimi momenti visionari di Corsicato (la sequenza onirica dei gigli e la perdita d’acqua della lavatrice), purtroppo la trama banalotta non corona la bellezza delle immagini: Corsicato, tra una citazione cinematografica e l’altra, si perde in una sensualita’ esasperata che fa
Ilsemedelladiscordiada contraltare ad una sessualita’ inesistente: uomini che non riescono ad avere un erezione o nel migliore dei casi soffrono di eiaculazione precoce, per tacere della sessualita’ femminile che e’ ovviamente subita (infatti il figlio della colpa e’ frutto di uno stupro non certo di un desiderio sessuale della bella Vera!).
Tra le righe sembra di intravedere una volonta’ di critica ai valori esclusivamente estetici del mondo di oggi (il personaggio di Martina Stella) ma Corsicato non osa affondare il coltello nella piaga e ripiega su scelte (soprattutto il finale) che vorrebbero accontentare un po’ tutti e credo che invece abbiano finito per scontentare diversi.