Ingannevole e’ il cuore piu’ di ogni cosa

Heartisdeceitful

Ispirato ai romanzi autobiografici di J.T. Leroy, la vicenda di
Geremia, bambino dato in affido che all’improvviso si vede costretto a
tornare a vivere con la madre naturale, Sarah. Inizia cosi’ una discesa
agli inferi tra droga, vita di strada, violenza e pedofilia.

Qualche buona intuizione c’e’ in questa seconda opera di Asia
Argento, soprattutto nella prima parte del film con la macchina da
presa che rimanda lo sguardo smarrito del bambino e colpisce anche il
tenero pudore nel modo di raccontare i momenti piu’ crudi del film:
molto belle le sequenze oniriche dei corvi rossi. Sarebbe stato molto
interessante se la Argento avesse spinto di piu’ i toni grotteschi
trasformando il film in una fiaba psichedelica senza redenzione con
Sarah nei panni della strega cattiva, come pare vederla il figlio
all’inizio del loro contorto rapporto.

Invece la bad girl del cinema italiano si perde nel secondo tempo
seguendo pedissequamente gli stilemi del cinema alternativo americano:
citazioni di Gus Van Sant (in un cameo anche il biondino in maglia
gialla di Elephant) e un retrogusto di Vincent Gallo, vecchio
amico di Asia. Oltre gli attori (Winona Ryder o l’immancabile Michael
Pitt, se si vuole fare un film di tendenza) altri feticci della contro
cultura americana come il reverendo Manson che senza il suo pesante
trucco non e’ altro che un uomo insignificante con un bizzarro taglio
di capelli.
Questi i limiti peggiori di un film che ha del potenziale e purtroppo scade nel manierismo.

Saw -L’enigmista

Saw
Ero convinta di essermi ormai persa questa pellicola mediocre, quando sabato scorso a cena Mara ha detto che ci teneva ad andare a vederlo ecosi’ siamo finite al cinema in quattro donzelle.
Fortunatamente la compagnia era leggiadra e le risate hanno stemperato la sensazione di aver buttato via i soldi.
Del thriller cosa dovrei dire? Senza alcuna inventiva registica,una serie di campi e contro campi che accentuavano il senso di noia, dialoghi indegni ed il famigerato colpo di scena finale che, stringi stringi, non e’ altro che una ripresa dell’idea de Le Jene di Tarantino, accelerazioni visive e musica metallara che accentuavano in senso di dejavu ricordandomi in parte La casa dei 1000 corpi.
Nonostante nell’intervallo avessimo disquisito lungamente sul fatto che una persona non possa segarsi una caviglia senza svenire, l’odioso dottorino riesce nell’intento in una scena molto poco splatter (il regista stesso ha proceduto a molti tagli per evitare la censura).

Deludente e poco pauroso, anche se ehm.. la macchina poi l’ho lasciata davanti a casa, mica l’ho messa in garage!

The aviator

Indubbiamente il film mi e’ piaciuto, anche se mi ha lasciato un
po’ perplessa la parte dedicata ai rapporti di Hughes col mondo del
cinema, che era quella che mi interessava di piu’: Scorsese si e’ preso
troppe liberta’ rispetto alla vera storia d’amore tra Katharine Hepburn
e Howard Hughes, solo riflettendoci ho capito che il regista non aveva
altra scelta che portare sugli schermi la magia di quel cinema,
anziche’ i veri personaggi e allora ecco Kate e Howard diventare i
protagonisti di una commedia sofisticata, il che non toglie che avrei
preferito si parlasse piu’ chiaramente di Scandalo a Filadelfia anziche’ girare il pranzo a casa Hepburn come se fosse stata una scena del suddetto film, uffa!

Ho cercato comunque di essere obbiettiva nella recensione  su ImpattoSonoro ora recuperata qui

Tokyo godfathers

Tokyogodfathers

La notte di Natale tre barboni trovano una neonata tra i rifiuti, se ne
prendono cura e decidono di ritrovarne i genitori. Le peripezie che
attraverseranno metteranno a nudo le loro vere storie: Jin, ubriacone e
giocatore ha abbandonato la famiglia, Hana e’ un transessuale finito
sulla strada dopo la morte per AIDS del suo compagno e Miyuki e’ una
ragazzina fuggita di casa dopo aver ferito il padre in una
violentissima lite.

Un cartone giapponese diverso dai soliti che sbarcano in Occidente, anche nel tratto: piu’ realista e dai colori meno accesi.

Un’opera dai chiari risvolti cinefili: titolo e trama fanno immediatamente pensare a In nome di Dio di John Ford, del 1948, titolo originale 3 Godfathers,
dove tre banditi si prendono cura di un neonato a cui sono morti i
genitori, poi diverse battute richiamano grandi film del passato: la
proposta di chiamare la neonata John Doe o la cagnetta che si chiama
Dorothy.

La pellicola affronta temi toccanti con mano leggera e
affastellando situazioni sempre piu’ surreali: il capo yakuza trovato
sotto la macchina, il matrimonio di sua figlia con annessa sparatoria,
la famiglia sudamericana dell’assassino, la falsa madre incline al
suicidio..

I personaggi sono ben delineati nella loro psicologia, e fra tutti
spicca quello di Hana, forse perche’ il suo essere spudoratamente
checca esprime al meglio il miscuglio di melodramma e allegria che
caratterizza il film.

Tokyo sotto la neve, che i protagonisti attraversano in lungo e in
largo, e’ lo sfondo sfolgorante ed indifferente alle avventure di
questa umanita’ che si arrabatta e c’e’ un contrasto stridente tra i
cartelloni pubblicitari che propugnano simboli di felicita’ e ricchezza
e la vita di simpatici, folli poveracci, quasi di stampo zavattiniano.

Per la solita miopia degli esercenti, per i quali cartoon uguale
infanti, il film e’ nelle sale solamente al pomeriggio, almeno in
provincia, ma forse c’e’ da ringraziare per il solo fatto che abbia
trovato una distribuzione.

I filmoni degli Oscar 2005: Neverland

Vabbe’ il centenario di Peter Pan.. vabbe’ che Johnny Depp e’ in debito almeno di un Oscar, ma inserire Neverland tra i migliori film dell’anno mi pare una scelta decisamente azzardata.

Neverland5

Nel 1904 il commediografo James M. Barrie, reduce da un insuccesso teatrale, conosce nei giardini di Kensington la famiglia Llewelyn Davies, composta dalla giovane madre vedova e dai suoi quattro figli maschi. Lo scrittore instaurera’ uno stretto rapporto di amicizia con i ragazzi, prendendo a ben volere soprattutto Peter, il terzogenito, che non si e’ ancora ripreso dalla morte del padre. Questo legame, e l’ amore platonico per la madre, ispirera’ la celeberrima commedia Peter Pan.





Nel centenario della nascita del personaggio di Peter Pan, esce questa pellicola che romanza il periodo che porto’ alla genesi della famosa fiaba e che si aggiudica sette candidature agli Oscar 2005.
E’ sicuramente un progetto ambizioso, che pero’ non riesce ad andare al di la’ del prodotto ben confezionato, estremamente patinato, con una fedele ricostruzione storica che ha conquistato una meritatissima nomination per i costumi.
Benche’ il referente a cui il regista si ispiri sia chiaramente Tim Burton, richiamato anche dal suo attore feticcio Johnny Depp, la magia della fiaba non riesce mai a trasparire, l’unico momento un po’ piu’ sentito e’ quello della rappresentazione della commedia a casa Davies, quando Sylvia entra nella scenografia dell’isola che non c’e’ allestita nel giardino e la scena diventa la metafora della sua imminente scomparsa.
La vicenda non riesce mai a toccare in profondita’ i temi che sfiora: Sylvia madre sola di quattro figli e’ un personaggio estremamente moderno e anche nell’insofferenza ai rapporti di coppia precostituiti (la moglie di Barrie lo lascia per un altro uomo mentre lui passa sempre piu’ tempoa casa Davies, incurante delle malignita’ che gli vengono rivolte) c’e’ il sentore di una modernita’ che e’ ormai alle porte.
Il tema della finzione che diventa realta’, il teatro, la scrittura come elaborazione del lutto, avrebbero potuto portare a conclusioni molto interessanti, se tutto non fosse stato schiacciato da una messa in scena sfarzosa, ma banale, senza emozioni.
Johnny Depp e’ al solito un ottimo attore ma in questa pellicola non da certo una prova memorabile: a volte ricorda un Ed Wood meno esaltato e piu’ bamboleggiante, interessante invece l’interpretazione di Kate Winslet, misurata e dignitosa in un ruolo che facilmente poteva andare sopra le righe.
Nell’insieme un film discreto, con bambini che riescono ad accattivarsi le simpatie del pubblico e la tragedia sempre incombente: miscela perfetta per piacere all’Academy Awards.

La foresta dei pugnali volanti

Durante il declino della dinastia Tang nasce la setta dei Pugnali Volanti, un’affiliazione ribelle che vuole opporsi alla corruzione dello stato; due ufficiali della guardia imperiali si interessano a una giovane e bellissima danzatrice cieca, probabile membro dei Coltelli Volanti, per smascherare il nuovo capo dell’organizzazione: uno dei due, l’affascinate Jin si finge un cavaliere errante disposto ad aiutarla con lo scopo recondito di carpire la fiducia della ragazza, ma nulla sarà come sembra…



Houseofflyingdaggers


Zhang Yimou, dopo il successo di Hero dichiara di  esser ormai padrone di tutti i segreti della wuxia e ci propina questo melodrammone noioso ed inconsistente.

Fatta salva la perfezione cromatica delle immagini, l’unica innovazione che il regista apporta è la manierizzazione degli
spettacolari momenti d’azione caratteristici del cappa e spada cinese, dilatando i tempi e rendendo le coreografie cosi’ lunghe e ridondanti da perdere tutto il loro fascino, lo si capisce gia’ nel momento del balletto alla Casa delle Peonie, che pure resta il segmento piu’valido del film, quando il passo dell’eco danzante e’ ripetuto all’infinito in un continuo crescendo di difficolta’ e il regista, preso dal virtuosismo si dimentica di celare la presenza della controfigura (ottima, per carità!) che sostituisce la bella Zhang Ziyi.



Forestapugnalivolanti


Sulla storia d’amore, presunto cardine del film sarebbe meglio calare un velo pietoso: a parte i dialoghi che farebbero indignare anche gli sceneggiatori di Beautiful, non e’ possibile che il terzo elemento di un triangolo amoroso si scopra ben oltre la meta’ del film: quei dieci minuti di colpi di scena che anticipano il sotto finale e che illudono lo spettatore che il film si riprenda con un colpo di coda sono buttati li’ a casaccio.
LaforestadeipugnalivolantiLa parte conclusiva e’ veramente allucinante: il combattimento si vena di sfumature gore con improvvisi fiotti di sangue che schizzano sulla neve ma l’apoteosi arriva quando la ballerina ferita al cuore da qualche ora (giace al suolo ricoperta da almeno trenta centimetri di neve!) si rialza per la disperazione del pubblico in sala che non aspettava altro che la morte dei due contendenti e ora si ritrova tra i piedi un’ altra ingombrante protagonista che si sperava fosse schiattata da tempo, se non altro di ipotermia!
Un’esperienza veramente deludente, soprattutto per chi era restato ammaliato dalla purezza formale e cromatica di Hero

36, Quai des Orfevres

Finalmente un poliziesco crudo, dove gli agenti non temono di
inzozzarsi con la melma dei bassifondi invece di analizzare tutto
attraverso asettici guanti di lattice; una sequela di facce inquietanti
che non farebbe piacere incontrare di sera per strada.. e a questo
punto la domanda sorge inevitabilmente spontanea: perche’ nel Bel
Paese, che pure vantava una tradizione non indifferente, il genere e’
diventato esclusiva della fiction tv, confinato in storielle insipide
che trasudano buoni sentimenti, solitamente ambientate in amene
localita’ turistiche e perennemente interpretate da attori bellocci e
signorine tutte curve?
…vabbe’ torniamo a parlare del film, che e’ meglio…

Parigi, una banda di criminali mette a segno impunemente diversi colpi a furgoni di trasporto valori; le due sezioni della polizia francese, investigativa ed anticrimine, di solito rivali, dovrebbero collaborare, ma in palio c’e’ la poltrona di direttore della gendarmeria che spettera’ al caposezione che per primo risolvera’ il caso: quali scorrettezze saranno disposti a compiere i due contendenti, amici in un passato ormai lontano, per ottenere questa carica?

Un film che risuscita un genere, il polar (il poliziesco francese) che stava languendo, riportandolo a livelli altissimi con un plot avvincente e complesso in cui si intrecciano storie di criminalita’, denuncia politica e sentimento. Non poteva essere altrimenti visto che Olivier Marchal, il regista, e’ un ex poliziotto che per quest’opera si e’ ispirato alla vita di Christian Caron (a cui il film e’ dedicato) suo superiore morto poco tempo prima di andare in pensione per un intervento non concordato di un altro dipartimento di polizia; ed uno dei momenti piu’ intensi del film e’ proprio la scena del funerale del poliziotto ucciso con gli uomini della sua sezione che voltano le spalle al feretro per contestare la presenza di colui che con la sua azione ha causato la morte del loro collega.
Ottima la prova del cast, anche Daniel Auteil e’ piuttosto credibile in un ruolo tutto azione che non parrebbe nelle sue corde, ma di certo Gerard Depardieu e’ in uno stato di grazia come non lo si vedeva da tempo: raggelato in questa maschera di sbirro disposto a tutto, recita soprattutto con gli occhi che, in alcune scene riescono veramente a bucare lo schermo.
Le contaminazioni con la scuola di Hong Kong sono evidenti: scene molto crude ed azioni rapide, pero’ il finale rispecchia una morale tipicamente occidentale: mentre in un poliziesco asiatico il protagonista avrebbe perso la vita per portare a termine la vendetta riacquistando cosi’ l’onore, qui l’uomo si ricorda di esser padre e decide di ricostruirsi un futuro con la figlia, tanto il destino riesce beffardamente a compiere il suo corso.
Un punto che andrebbe approfondito e’ quello della partecipazione di grandi aziende nella produzione filmica: nella pellicola e’ evidente una massiccia presenza della BMW che sicuramente avra’ offerto gratuitamente le automobili in cambio della visualizzazione del marchio, purtroppo nel film c’e’ un salto temporale di sette anni, quelli che il protagonista sconta in prigione prima di tornare a regolare i conti, e dato che la parte ambientata ai giorni nostri rappresenta una percentuale molto piccola della vicenda, la nuova BMW 530 e’ protagonista assoluta anche nella storia ambientata nel passato: questo non crea soltanto un “blooper” ma causa piuttosto un senso di straniamento cronologico, dato che la vettura e’ riconoscibilissima e il solo cambio del parco macchine avrebbe permesso di comprendere il salto temporale senza l’aggiunta di didascalie: questo e’ il prezzo che purtroppo il cinema europeo deve pagare per trovare i fondi per grosse produzioni.

Un bacio appassionato

Unbacioappassionato Roisin
e’ una giovane insegnante di musica in una scuola cattolica, Kasim il
fratello maggiore di una sua allieva pakistana, tra i due nasce l’amore
ostacolato dalle due differenti culture a cui appartengono.

Loffia come la canzone da cui prende il titolo il film (nella
versione cantata dall’allieva, ovviamente!), l’ultima fatica di Ken
Loach delude soprattutto dal punto di vista della drammatizzazione.

Siamo di fronte al classico film in cui i protagonisti sono
carini, le scene d’amore sono tenere, la famiglia pakistana sembra
uscita dritta dritta da Sognando Beckham o East is East
ed infatti e’ molto piu’ simpatica della maestrina progressista (leggi
rompiscatole) anche se non capisco perche’ una famiglia cosi’ legata
alla tradizione debba mandare la figlia ad una scuola cattolica;
l’unico personaggio che ricorda il mondo di Loach e’ il rigido parroco
integralista.

Insomma la visione trascorre serenamente, il guaio peggiore
avviene all’uscita, quando ci si accorge che in realta’ non e’ successo
assolutamente nulla: qualche scaramuccia tra innamorati, un patetico
tentativo della famiglia di lui di dividerli con un trabocchetto e
l’amore trionfa senza aver in realta’ superato alcuna prova: Ken Loach
e’ sicuramente un grande regista, ma di certo non ha ben chiaro che
cosa sia una commedia.

Spartan

Una ragazza viene rapita, per lei si mettono in moto le forze speciali della polizia, ma la fanciulla viene uccisa, anche se alcune labili prove sembrano dimostrare il contrario..



Spartan


Mi pare inutile ribadire quanto il cinema di Mamet sia fedele all’impianto teatrale: anche nelle prime scene di pure azione ambientate in un campo addestramento per forze speciali la peculiarità mametiana salta all’occhio.
Siamo di fronte a una pellicola piuttosto strana: il rapimento di Laura Newton ha il potere di mettere in subbuglio i reparti speciali americani, ma chi e’ questa ragazza che crea tanto scompiglio e chi sono gli uomini chiamati a salvarla d ogni costo?
Non ci sono nomi ne’ sigle ad etichettarli e solo a metà pellicola scopriremo chi e’ veramente la ragazza, per tutta la prima parte del film si crea uno stato di tensione dovuto alla storia e alla curiosità dello spettatore (cercate di fare attenzione ai ritagli appesi alle pareti, forse riuscirete a scoprire qualche indizio!)



Spartan


Quando viene inscenata la falsa uccisione della ragazza, l’agente segreto che ha in carico le indagini preferisce seguire le tracce che smentiscono la morte e da soldato fedele si trasforma in cane sciolto che, pur di salvarla, arriva a mettersi contro la potente organizzazione statale per cui ha lavorato finora: a questo punto il film perde parte del suo fascino per trasformarsi in un onesto (ed amaro) thriller.
Ma tornando a riflettere sulla prima parte del film, mi domando se il fatto di non identificare meglio l’agenzia che gestisce
l’operazione, sia semplicemente un escamotage drammaturgico, che funziona perfettamente o conceda maggiore liberta’ al regista di mostraci una forza dell’ordine che agisce in maniera non esattamente “politically correct” o non nasconda invece una lettura più profonda dove in quell’essere non identificati si celi una metafora molto attuale della manipolazione della realtà in cui viviamo da parte dei media e l’affermazione che nel momento in cui si attua una presa di coscienza si imponga sempre una scelta che spesso porta ad uscire dai binari precostituiti ed infatti il film si chiude con il protagonista, ormai transfuga, che ascolta dalla TV l’happy end costruito a tavolino per il miracoloso ritrovamento della ragazza creduta morta.
Credo che questo sia anche una delle prime pellicole in cui i cattivi di turno siano dichiaratamente arabi, non ancora terroristi, “solamente” dediti alla tratta delle bianche.

Alexander

Ajoliealexander
V ginnasio: la perfidia della nostra insegnante di lettere era tale da
mettere una selezione di brani dell’Anabasi di Alessandro in un
contenitore ed estrarre a sorte un capitolo per ciascuno.. Alessandro
varca l’Ellesponto.. non ricordo altro del testo se non questo titolo,
forse neppure toccatomi in sorte, che risuonava come una campana a
morto sulla testa di noi poveri studenti..

Alessàndro vàrca l’Ellespònto.. il lububre suono e’ rimbalzato
prontamente nella mia memoria al solo pensiero di andare a vedere il
film di Oliver Stone e non mi ha ancora lasciato..

Dalle amarezze scolastiche ad amarezze piu’ attuali: bizzarria
della sorte, l’uscita in italia della pellicola che ricostruisce una
favolosa Babilonia ha coinciso con la notizia dei danni arrecati dagli
americani al sito archeologico durante la guerra all’Irak, quindi gli
emuli di Alessandro si dimentichino ingressi trionfali sotto l’occhio
millenario dei leoni alati, restera’ ben poco quando Babilonia entrera’
nel circuito turistico.

In ogni caso, il film non e’ poi cosi’ malaccio come dicono, (qui il mio parere) di certo Angelina Jolie e’ uno dei motivi fondamentali per giustificarne la visione.