The Old Oak

UK, 2023
con Dave Turner, Ebla Mari, Claire Rodgerson, Trevor Fox, Chris McGlade, Col Tait, Jordan Louis, Chrissie Robinson, Jake Jarratt, Chris Gotts
regia di Ken Loach

2016: in un villaggio di minatori dell’Inghilterra del Nord vengono alloggiati un gruppo di rifugiati siriani. L’arrivo non è ben visto dagli abitanti. Una ragazza siriana, Yara, fa amicizia con T.J. Ballantine, proprietario dell’unico pub del paese. Quando T.J. offre a Yara e a i volontari la possibilità di usare una sala del pub per usi caritatevoli, le reazioni degli avventori abituali non saranno piacevoli…

Screenshot

È arrivato anche il triste momento in cui un film di Ken Loach mi ha deluso: The Old Oak è un’opera prevedibile con divisioni schematiche e anche fuori tempo massimo visto la piega geopolitica che ha preso il mondo a partire dalla guerra in Ucraina nel ’22.

Il film si può racchiudere tutta nella scena di apertura con T.J. che cerca di puntellare la lettera cadente dell’insegna, insiste, sembra riuscirci ma la telecamera resta fissa sulla scritta con la lettera finale che poco dopo ricade, come era prevedibile dall’insistenza della ripresa.

La scena potrebbe essere anche letta come un’anticipazione del finale: nonostante gli sforzi di T.J. Il destino del locale è segnato, a differenza, forse, di quello della comunità.

Un’altra perplessità riguarda il personaggio di Yara l’unica ragazza siriana del gruppo di rifugiati che non porta il velo: perché? Diversi momenti sono dedicati alla rievocazione del suo passato ma nessuno che spieghi la sua scelta: religiosa, politica? Resta il sospetto che sia una scelta di comodo per rendere il personaggio più consono al gusto occidentale e purtroppo la stessa impressione mi arriva dalla storia di Marra, il cane di T.J. che fa una brutta fine.

A parte che reclamo un pet friendly advisory se mi devo sorbire una scena straziante della morte di un animale da compagnia: ho deciso di andare a vedere un film che parla di integrazione e crisi economica di un regista integralista come Loach quindi che ricorra al metodo “gattini” per tirare il pubblico dalla sua parte non lo accetto proprio.

La fine che avrebbe fatto il povero cane lo si intuisce dal primo incontro con i ragazzi con i pit bull, la scena per quanto fuori campo è piuttosto insistita e tutto sommato poco legata allo sviluppo della trama: il giorno dopo T.J. decide di schierarsi uscendo dal ruolo ambiguo imposto da gestore di locale che campa anche (o soprattutto) dei soldi dei razzisti. La vicenda di Marra non torna più e il destino del locale è segnato da altre vicende.

Peccato anche aver sfruttato poco la riflessione sullo sguardo offerta dalla macchina fotografica, sul potere del filtro mediatico che permette di riconoscere, comprendere o accettare l’indicibile.

Purtroppo il regista, pur stigmatizzando la situazione di ristrettezza economica del villaggio di ex minatori ora senza prospettive, non riesce ad uscire da un certo manicheismo che si risolve in un finale buonista ma che non apre a prospettive future.

La parte degli angeli

Lapartedegliangeli Con Robbie, teppistello dei bassifondi di Glasgow arrestato dopo l’ennesima rissa, il giudice è particolarmente clemente dato che il giovane sta per diventare padre e sembra seriamente intenzionato a cambiare vita. Henry, il supervisore dei servizi sociali prende a benvolere il giovane e lo introduce alla degustazione del whiskey per cui il ragazzo scopre di avere un talento naturale. Robbie riuscirà a trasformare la nuova passione in un lavoro non prima di aver tentato una truffa ad un’asta per un pregiatissimo e rarissimo whiskey.

In pieno fermento occupy, Ken Loach dirige una divertentissima commedia a lieto fine dove non manca di affrontare le tematiche più care al suo cinema d’impegno sociale: la seconda occasione e la fatica di affrontare una scelta di radicale cambiamento.
La cosa che colpisce di più da quest’Italia con le carceri strapiene e ai limiti dei diritti umani è vedere il meccanismo di recupero britannico: i servizi sociali sono sgangherati come in Misfits ma vedere riverniciare una scuola e ripulire un cimitero (il meraviglioso cimitero gotico The necropolis di Glasgow) ti fa proprio domandare cosa aspettino a introdurre i servizi sociali anche da noi.
C’è poi un momento ancora più drammatico: il confronto tra Robbie e la famiglia del ragazzo vittima della sua violenza: la vergogna provata da Robbie e la sua compagna vale più di qualsiasi pena detentiva.
Mentre fa pace con se stesso e cerca di non cadere nelle provocazioni di una banda di teppisti rivali, Robbie fa amicizia con in suoi sgangherati compagni dei servizi sociali e con loro matura il piano di rubare parte del pregiatissimo whiskey che sta per andare all’asta.
La redenzione di Robbie quindi non è totale? Loach (e noi con lui) parteggia per questa banda di sgangherati “soliti ignoti” perché comunque una percentuale di whiskey va sempre irrimediabilmente persa all’apertura di una botte ed è su questa parte degli angeli che intendono lucrare i nostri improbabili truffatori e oggettivamente c’è qualcosa di immorale (al di là della facile retorica sui tempi di crisi) nel comprare all’asta una piccola botte di whiskey per oltre un milione di sterline, per quanto pregiato possa essere il distillato.
La parte degli angeli è una deliziosa commedia che oltre ai risvolti sociali testimonia una grande capacità di Ken Loach di sfruttare i tempi comici: le due gag migliori vendono dopo due momenti di forte tensione per cui la risata è ulteriormente liberatoria.
Da vedere.
Vincitore del Premio della Giuria di Cannes 2012.

L’altra verita’

Fergus e Frankie sono amici fin dall’infanzia, insieme hanno intrapreso la carriera militare poi Fergus convince l’amico ad entrare nei contractors dove il denaro scorre a fiumi. Sara’ pero’ lui ad abbandonare per primo l’Iraq disgustato dallo squallido mondo paramilitare mentre Frankie rimane e trova la morte sulla Route Irish, la strada piu’ pericolosa del mondo che unisce Bagdad al suo aeroporto. Fergus non crede alle spiegazioni sulla dinamica dell’incidente mortale occorso all’amico anche perche’ poco prima di morire Frankie gli ha fatto una strana telefonata. Il legame d’amicizia, il senso di colpa e l’amore per la vedova di Frankie, Rachel, portano Fergus ad intraprendere delle indagini personali sulla morte dell’amico..


Laltraverità

Con L’altra verita’ possiamo concludere una trilogia ideale sull’uso dei mezzi alternativi di registrazione visiva nell’ambito delle guerre contro al-Qaeda, dove il materiale registrato dalla telecamera di un cellulare diventa il motore della vicenda. I tre film sono Nella valle di Elah, classico e robusto melodramma militare, Redacted, saggio sulla visione di De Palma e quest’ultima fatica di Ken Loach in cui il maestro inglese come sempre propone una lettura politica degli eventi. In un noir disperato Loach ci apre gli occhi su una realta’ incredibilmente ancora piu’ orribile della guerra, il limbo post bellico dove un manipolo di paramilitari spadroneggia con il compito di fare sicurezza per i grossi investitori che devono siglare proficui contratti per la ricostruzione. Il paragone e’ con le bande del selvaggio West, l’impatto sulla popolazione e’ deleterio e Fergus dice chiaramente che se prima di una perquisizione una famiglia irachena non parteggiava per al-Qaeda, dopo quel sopruso in casa loro non gli resta che correre tra le braccia dei terroristi. C’e’ anche un risvolto squallido verso i clienti, che pagano fior di quattrini per la protezione e poi vengono fatti viaggiare su mezzi di fortuna perche’ l’iunico scopo delle agenzie e’ il puro lucro personale.
Disgustato da questo mondo Fergus cerca di rifarsi una vita nella sua citta’, Liverpool, aiutando i reduci di guerra ma la morte di Frankie lo costringeva’ a confrontarsi con un passato mai addomesticato che lo rendera’ vittima dei raggiri dei dirigenti dell’agenzia di cui si accogera’ troppo tardi.
Noir sporco e virulento dove solo l’acqua del fiume Mersey potra’ portare la pace ad un vendicatore solitario ed efferato, ben lontano dal modello action movie americano, ma Ken Loach ha tutti gli strumenti per darci un ritratto del tutto diverso di un personaggio che in altre mani poteva ridursi a un bidimensionale cliche’ cinematografico.

Favole di uomini qualunque

L’uomo nero e Il mio amico Eric sono due film molto diversi tra loro però stranamente accomunati dall’elemento fantastico e dalla capacità dell’insignificante uomo qualunque di fare gesti imprevedibili che sanno capovolgere le situazioni. Si esce da entrambe le visioni con l’animo sollevato e allegro, carichi di un ottimismo alla Frank Capra, anche se nei tempi di tremenda omologazione che stiamo vivendo, totalmente rassegnati all’arroganza di qualsiasi forma di potere (culturale e criminale nelle due pellicole) l’idea della ribellione imprevista può essere affidata solo ai toni favolistici.



Luomonero

Il film di Sergio Rubini racconta una storia di aspirazioni frustrate nella Puglia di fine anni’60: il capostazione Ernesto Rossetti ha velleita’ pittoriche che si ispirano a Cezanne. I suoi sogni di gloria sono pero’ osteggiati da chi detiene il potere culturale nel paese: l’avvocato e il professore di storia dell’arte che tiene una rubrica di critica sulla gazzetta locale dove stronchera’ drasticamente la mostra del capostazione. L’uomo troppo preso dal tentativo di sfuggire alla mediocrita’ della vita di provincia e’ piuttosto disattento nei confronti del figlio, Gabriele, che dotato di estrema sensibilita’ vede il padre come l’uomo nero del titolo. Rubini sceglie il punto di vista del ragazzino per raccontarci la vicenda e la telecamera e’ spesso ad altezza di bimbo riprendendo la vita e fianchi degli adulti. Pur essendo una pellicola molto equilibrata nei suoi vari aspetti, L’uomo nero ha il suo punto di forza nella ricostruzione puntuale della vita meschina della provincia anni’60, anche nella ricostruzione cinematografica o linguistica, ad esempio non sentivo chiamare il Meridione Bass’Italia dalla fine degli anni ‘70!



Ilmio amicoeric

Il mio mio Eric e’ l’ultima fatica di Ken Loach sempre interessato ai problemi della working class. Eric Bishop e’ un postino in crisi depressiva: abbandonato dalla seconda moglie che gli ha lasciato in custodia i figliastri, in realta’ non riesce a dimentare la prima moglie Lily, che ha abbandonato appena ventenne con la figlioletta neonata. Dopo un breve periodo in una clinica psichiatrica Eric torna a casa dove trova il sostegno degli amici, ma soprattutto immagina di confidarsi con il suo idolo, il campione di calcio Eric Cantona. Seguendo i consigli del mitico e bizzarro King Eric, star del Manchester degli anni’ 90, Bishop riuscira’ a rimettere insieme i pezzi della sua vita e a salvare il figlio dai ricatti del delinquente del quartiere .
Anche se i tono sono quelli leggeri della commedia, Loach non rinuncia ai temi di denuncia a lui cari ponendo come sempre al centro del film una questione morale che il protagonista deve affrontare al di fuori delle leggi dello Stato. Questa volta a risolvere i dilemmi della coscienza Loach chiama in causa gli amici e le leggi del calcio, che nei suoi aspetti piu’ alti diventa metafora di vita, non mancando di denunciare anche l’imbarbarimento di questo sport, oramai non piu’ per famiglie.

In questo mondo libero..

InquestomondoliberoDopo la parentesi romantica di Un bacio appassionato e l’immersione nella storia irlandese con Il vento che accarezza l’erba, Ken Loach torna a raccontare una storia che descrive senza mezzi termini la realta’ dei nostri tempi: Angie e ‘ una ragazza madre trentenne, che seleziona lavoratori extracomunitari per una ditta di lavoro interinale, alle spalle ha una sequela di lavori da cui e’ stata licenziata e quando perde anche questo impiego, decide di aprire un’agenzia per conto suo.
Benche’ un po’ truzza nell’aspetto, Angie rispetta perfettamente vizi e virtu’ dell’europeo medio, in fondo ha buon cuore (si tira in casa una famiglia clandestina di iraniani che vivono in un tugurio) ma e’ disposta a qualsiasi bassezza pur di continuare a garantire la sicurezza del figlio e del resto in questo mondo libero ormai ciascuno di noi sarebbe disposto a scendere a qualsiasi compromesso pur di continuare a mantenere la propria sicurezza e quella dei propri cari, diritto sacrosanto ma che purtroppo ormai combacia esclusivamente con la sicurezza economica (Angie non paga gli operai ma compra la minimoto al figlio) ottenuta spesso sulla pelle degli altri e questo non ci rende troppo diversi dai malavitosi che tanto disprezziamo.

Il vento che accarezza l’erba

Ilventocheaccarezzalerba La nascita della repubblica irlandese nei primi anni ‘20 si consolida con l’accettazione di un trattato con l‘Inghilterra che divide in due il partito indipendentista ed in particolare due fratelli che avevano condiviso l’ideale dell’indipendenza.

Un film non eccelso dal punto di vista artistico (la parte centrale e’ sicuramente didascalica e noiosa) che ha reso controversa la vittoria della Palma d’oro a Cannes.
Le parti piu’ interessanti che salvano il film sono l’inizio e la fine: un inizio diretto che entra subito in medias res, mostrando le violenze che l’oppressore inglese esercita sulla popolazione irlandese: piu’ che le cruente torture (che non avranno fatto distogliere lo sguardo a ben pochi spettatori) indigna la sorta toccata al ragazzo che si ostina a parlare in gaelico.
Ad interessare il regista non e’ la lotta per l’indipendenza contro gli inglesi ma il mostrare le dinamiche che portano alla spaccatura del movimento irredentista irlandese, rappresentato dai due fratelli: Damien che vuole fare il dottore e cerca di non farsi coinvolgere dalle lotte per l’indipendenza diventera’ un fiero oppositore del trattato che rende l’Irlanda una repubblica ancora asservita all’Impero Britannico, mentre Teddy l’ex seminarista acceso rivoluzionario si accontentera’ del trattato. Che le simpatie di Loach siano tutte per Damien e’ indubbio, ma mi pare che il racconto sia piuttosto equilibrato e permetta di comprendere anche le ragioni di chi ha accettato di scendere a patti con gli inglesi portando le proprie decisioni alle estreme conseguenze e il Loach che racconta storie di bivi che non ammettono via di fuga (My name is Joe) merita di essere visto.
Una volta tanto salvo anche il criticato titolo italiano: nella traduzione letterale della vecchia canzone irlandese il vento accarezza l’orzo (anzi lo scuote) ma nella nostra lingua e’ indubbiamente piu’ poetico accarezzare l’erba.

Un bacio appassionato

Unbacioappassionato Roisin
e’ una giovane insegnante di musica in una scuola cattolica, Kasim il
fratello maggiore di una sua allieva pakistana, tra i due nasce l’amore
ostacolato dalle due differenti culture a cui appartengono.

Loffia come la canzone da cui prende il titolo il film (nella
versione cantata dall’allieva, ovviamente!), l’ultima fatica di Ken
Loach delude soprattutto dal punto di vista della drammatizzazione.

Siamo di fronte al classico film in cui i protagonisti sono
carini, le scene d’amore sono tenere, la famiglia pakistana sembra
uscita dritta dritta da Sognando Beckham o East is East
ed infatti e’ molto piu’ simpatica della maestrina progressista (leggi
rompiscatole) anche se non capisco perche’ una famiglia cosi’ legata
alla tradizione debba mandare la figlia ad una scuola cattolica;
l’unico personaggio che ricorda il mondo di Loach e’ il rigido parroco
integralista.

Insomma la visione trascorre serenamente, il guaio peggiore
avviene all’uscita, quando ci si accorge che in realta’ non e’ successo
assolutamente nulla: qualche scaramuccia tra innamorati, un patetico
tentativo della famiglia di lui di dividerli con un trabocchetto e
l’amore trionfa senza aver in realta’ superato alcuna prova: Ken Loach
e’ sicuramente un grande regista, ma di certo non ha ben chiaro che
cosa sia una commedia.

Sweet sixteen

Sweetsixteen GB 2001, regia di Ken Loach

con Martin Compston, Annmarie Fulton

I sedici anni di Liam nei bassifondi di Glasgow: la madre in
carcere e il resto della famiglia allo sbando; non ha altra scelta che
tentare la carriera dello spaccio.

Ken Loach ha definitivamente acquistato una coscienza civile che lo
pone al di la’ delle appartenenze politiche: anche in questo film
dipinge un quadro spietato e crudo della realta’ britannica odierna.

Con il suo stile essenziale il regista ci avvicina al personaggio
del quindicenne Liam, lasciandoci prima increduli che la persona che
vediamo agire sullo schermo sia in fondo solo un bambino, poi
affascinati dalla sua lucidita’ mentale, anche se siamo sicuri che lo
condurra’ inesorabilmente ad una "brutta fine". Il finale e’
sconvolgente, un vero pugno nello stomaco, che ristabilisce in un sol
colpo ruoli e responsabilita’ quasi archetipe.

Su Sky cinema 3 stanotte alle ore 1,25 e sabato 29 alle ore 0,55