Il mistero dei templari


Benjamin Franklin Gates e’ l’ultimo rampollo di una bizzarra famiglia
che da sei generazioni e’ sulle tracce di un favoloso tesoro, per la
precisione da quando un avo, semplice cocchiere, raccolse le ultime
volonta’ di uno dei Padri Fondatori. Si tratta del piu’ grande tesoro
della storia, per la cui protezione venne creato l’ordine dei Templari,
la mappa per raggiungerlo si trova sul retro della Dichiarazione
d’Indipendenza Americana, e Gates sara’ costretto a rubarla per salvare
il prezioso documento dalle mire non proprio benevole del suo ex socio.

Segretotemplari

Tra rielaborazioni piu’ o meno fantasiose della storia americana e
del mistero templare, oggi di grande attualita’, si cela l’intento di
far risalire la supremazia USA direttamente alla grandezza egizia, al
valore di Alessandro e al mito dei Templari: quasi un’Eneide
scalcagnata e rumorosa, se mi si permette l’azzardato paragone.
Quando Nicholas Cage dice che a volte e’ necessario fare qualcosa che
di primo acchito sembra sbagliato, piu’ che un semplice riferimento
alla vicenda della Rivoluzione americana, mi pare che ci sia una vaga
esaltazione del nuovo modello per esportare democrazia ideato da Bush.
Fortunatamente questa latente sensazione di indottrinamento ideologico
svanisce ben presto per lasciare posto ad una pellicola di puro
intrattenimento, che riesce ad avvincere lo spettatore a questa
bizzarra caccia al tesoro tra i piu’ importanti cimeli della storia
americana, puntando sul lato infantile ed incosciente che ci spinge a
sbirciare dietro ad una porta socchiusa ed a sgattaiolare dove non e’
permesso; del resto il produttore Jerry Bruckheimer e’ certamente piu’
interessato a far rivivere in prima persona il mito del tycoon, che
alla grandezza patria.
Alla fine un onesto film di mestiere che riesce a divertire, con
qualche citazione delle pellicole a cui si ispira: Cages che esce dalla
tuta di vigilantes in smocking, come James Bond ne usciva dalla tuta da
sub ed il rapporto tra il personaggio di Ben e il padre disilluso,
interpretato da John Voight che ricalca quello di Indiana Jones e l’ultima crociata: diciamo pure che Voight pare ispirarsi apertamente a Sean Connery.
Cameo di Harvey Keitel nel ruolo dell‘ispettore di polizia che dirige
le indagini per recuperare la Dichiarazione d’Indipendenza.

Buona la fine , migliore l’inizio

Ultimo film del 2004 : Shrek2, primo film del 2005: Ferro 3,
capolavoro del sud coreano kim Ki-duc, assolutamente da non perdere:
per leggere le mie impressioni sulle due pellicole ckiccare sulle
locandine che meritano a loro volta due parole: elegante e raffinata
quella del film sud coreano, mentre solo a me Shrek 2 rammenta una rivisitazione digitale e scorretta del tondo della Camera degli Sposi del Mantegna? ok .. l’ho sparata!

Ultima mostra del 2004: Le stanze di re Artu’
i possenti affreschi di una torre medievale in quel di Frugarolo
(frazione alessandrina) rappresentanti il ciclo di Lancillotto, la
torre e’ ormai fatiscente e alcuni degli affreschi strappati hanno gia’
partecipato a mostre importanti come quella al Castello del
Buonconsiglio di Trento del 2002. Il gotico nelle alpi
Prima mostra del 2005: Transatlantici
al nuovo Museo del Mare Galata di Genova, una mostra affascinate a cui
vorrei di dedicare qualche riga piu’ approfondita, viste le emozioni
che mi ha suscitato, anche alla luce della recente tragedia dello
tsunami, la mostra e’ aperta fino al 9 gennaio e la consiglio
caldamente.

Insomma un inizio d’ anno positivo, ma non voglio farmi prendere da facili ottimismi quindi mi limitero’ a citare L’odio di Kassovitz:

fin qui tutto bene

fin qui tutto bene

Birth – Io sono Sean

La recensione del film e’ su ImpattoSonoro, con questa pellicola le azioni  Kidman in casa mia sono di nuovo scese ai minimi storici..




Anna e’ rimasta vedova troppo presto, dopo dieci anni di lutto sta per risposarsi con Joseph, il suo nuovo compagno, quando nella sua quieta vita alto borghese irrompe un ragazzino che dice di essere il suo defunto marito, Sean e la invita a non risposarsi…




Premesso che nella pellicola non c’e’ nulla di soprannaturale ed e’ gia fastidioso assistere a una proiezione che promette qualcosa che non mantiene assolutamente, bisogna aggiungere che il film e’ anche brutto.
Come nei capolavori di Hitchcock il significato ci viene anticipato dalla frase iniziale pronunciata dalla voce fuoricampo del protagonista assente, quel Sean che dopo dieci anni la moglie non riesce ancora a dimenticare, purtroppo il regista non e’ riuscito ad apprendere dal maestro del brivido il senso della suspance. Il suo intento sarebbe quello di coniugare il thriller d’autore (Rosemary’s baby) con l’opera d’introspezione alla Bergman ma, ahime’, non basta usare i colori spenti degli interni del capolavoro di Polanski, pettinare la Kidman con una zazzera che ricordi sia Mia Farrow che Bibi Andersson e soffermarsi su eterni primi piani dei volti dei protagonisti per fare ”un film d’autore” ne’ basta filmare Central Park in inverno con gli alberi spogli e contorti per palesare la desolazione dell’anima e soprattutto non basta una bella scena finale per salvare un film: oltre alla grammatica filmica, che Glazer dimostra comunque di non maneggiare pienamente, bisogna avere dei contenuti da proporre e soprattutto una storia sensata (o quantomeno avvincente) da raccontare, elementi che mancano totalmente al lavoro in questione.



Birth


Birth si muove sul filo del pessimo gusto, arrivando in qualche occasione a sfiorare il risvolto pedofilo non tanto nella chiacchieratissima scena di Nicole Kidman nuda nella vasca con il bambino che nella sua perfetta inutilita’ non ha nulla di scabroso, quanto nell’avvalorare la tesi che una persona smarrita nella propria follia possa innamorarsi di un bambino.
Il film si e’ rivelato una pessima scelta per la Kidman non solo per la bruttezza della pellicola, ma anche perche’ mostra alcuni suoi limiti recitativi: la bella attrice e’ sempre piuttosto leziosetta ma nel personaggio di Anna, donna fragile ed insicura che vive all’ombra di una famiglia ingombrante, stonano molto gli ammiccamenti e le mossette vezzose tipiche della Kidman che infatti ha dato il meglio di se’ nel ruolo di Satine in Moulin rouge! e nell’aspirante giornalista di Da Morire di Gus Van Sant e se si paragona il suo primo piano a teatro, pieno di sospiri e boccucce, con quello commovente di Charlotte Rampling ne Le chiavi di casa si vede che la diva hollywoodiana ha ancora qualcosa da imparare.
Da citare il cammeo di Lauren Bacall, splendida ottantenne nel ruolo della matriarca gelida che tra le sue poche battute ha le uniche due ironiche di un inutile film che si prende troppo sul serio.

The Polar Express

Un bambino gia’ grandicello comincia a dubitare dell’esistenza del Natale: si accorge dei meccanismi che muovono i Santa Klaus delle vetrine e scorge il tipico cappello rosso nella tasca del padre, in piu’ l’enciclopedia afferma che il Polo Nord e’ un luogo desolato totalmente privo di vita, quindi come puo’ essere la casa di Babbo Natale?
Mentre questi dubbi lo attanagliano la notte della Vigilia, ecco fermarsi davanti a casa sua il Polar Express: il conducente lo invita a salire per andare al Polo da Babbo Natale, inizia cosi’ una magica avventura…

Polarexpress

Come il treno su cui e‘ ambientato, il film procede a segmenti: ci sono momenti davvero entusiasmanti come quello sulla discesa piu’ ripida del mondo che il treno affronta senza freni e il deragliamento sul lago ghiacciato, un gustoso intermezzo musicale con camerieri ballerini quando viene servito il rinfresco a base di cioccolata, alternati ad episodi meno coinvolgenti.
Zemeckis si concede un’autocitazione nel volo del biglietto che ricorda  la piuma che volteggia all’inizio di Forrest Gump.
Di certo si tratta di uno strano film che vorrebbe esaltare la magia del Natale ma ha un retrogusto tipicamente gotico vista l’ambientazione cupamente notturna e non sempre amichevole, anche l’inquadratura finale della campanellina magica della slitta di Babbo Natale, ricordo di quella favolosa avventura ha un che di inquietante: sembra quasi uno strano volto che sogghigni in maniera non proprio festosa.
Per quel che concerne il metodo d’animazione: attori a cui sono sono stati collegati dei sensori per riprodurne fedelmente le fattezze e i movimenti trasformandoli in cartoni animati, non c’e’ nulla da eccepire per quanto riguarda il livello tecnico ma quei volti cosi’ umani e al contempo cosi’ “cartoon” hanno un effetto straniante.
Cameo di Steve Tyler nel ruolo di un elfo rokkettaro.

Closer

Closer Un gioco delle coppie che lascia insoddisfatti, quello proposto da Mike
Nichols, una visione dell’amore piuttosto triste e intrisa di
perbenismo : Dan (Jude Law) colui che che per primo inizia il gioco dei
tradimenti, e’ quello che rimarra’ piu’ scottato mentre Larry (Clive
Owen) e Anna (Julia Roberts) riusciranno a recuperare in un modo o
nell’altro il loro matrimonio e Alice (Natalie Portman) e’ l’unica a
liberarsi definitivamente da questo gioco amoroso.
Il personaggio di Alice e’ sicuramente il piu’ interessante, che
riserva anche un colpo di scena finale: una figura femminile tutt’altro
che fragile o per lo meno in grado di fronteggiare benissimo le sue
debolezze. Il caschetto nero e il profilo stupendo della giovane
attrice mi hanno fatto tornare in mente Lulu’
e il suo personaggio ha effettivamente un impatto devastante sulla vita
degli altri protagonisti.
Il film e’ fortemente penalizzato dal fatto di essere un adattamento
teatrale, l’aspetto dialettico e’ preminente e la regia piuttosto
anonima, se si esclude la scena tra Larry e Alice nel night club.
La versione italiana dei dialoghi e’ orripilante: alla pretenziosita’
pseudo-intelletuale (quand’e’ l’ultima volta che vi e’ stato chiesto
del vostro drudo?) si alterna la volgarita’ intenzionale di chi non ha
altro modo per essere “trasgressivo”.
Ridicola la traduzione della chattata non tanto per il testo o il
linguaggio, quanto per il modo in cui viene simulato il linguaggio in
rete: alla k ed ad altre abbreviazioni sono state aggiunge eliminazioni
casuali di vocali in fine o a meta’ parola: mai letto su internet un
dialogo cosi’ o ricevuto un sms strutturato in questa maniera.
Un film gelido e raggelante che non lascia mai filtrare un brivido di
passione.

Gli incredibili


Incredibile è il livello di riproduzione digitale a cui e’ arrivata la Pixar, per quanto riguarda la storia, il genere spy-movie non e’ esattamente nelle mie corde, ma non ho potuto evitare di riconoscere l’alto livello di questa pellicola.



Gliincredibili


E’ bella la vita del supereroe, amato ed osannato dalla popolazione, star indiscussa dei media, almeno fino a quando anche i supereroi non perdono il favore del pubblico e sono costretti a condurre vite grigie da impiegati qualunque. A questo Bob Pratt, alias Mr Incredibile, non sa rassegnarsi e cade nella depressione, ingrassando e disinteressandosi alle vicende famigliari: e’ sposato con Hellen, Elasticgirl, trasformatasi un una sciatta casalinga che cerca di tenere a bada i tre figli anche loro nati con superpoteri. Finche’ un giorno Mr Incredibile viene contattato da una agenzia segreta…




Chissa’ se la rottura del sodalizio Pixar-Disney e’ avvenuto durante la lavorazione di questo lungometraggio, di certo in questo lavoro i rapporti sono cambiati: tutti i film di questa premiata ditta iniziano con un cortometraggio e se lo scorso anno la storia surreale del pupazzo di neve che viveva dentro una boccia di vetro rappresentava il cote’ piu’ adulto rispetto alla tipica storia Disney del pesciolino Nemo, quest’anno il corto L’agnello Saltarello ha i tono fiabeschi e giocosi dell’infanzia mentre il lungometraggio sulla famiglia di supereoi sembra rivolgersi a un pubblico piu’ cresciuto.
L’opera infatti si ispira a quel filone giallo-rosa tipico degli anni ‘60 dove l’azione si svolgeva solitamente nei luoghi piu’ esclusivi della Terra e le donne erano bellissime, genere che ebbe la sua punta di diamante con i film di James Bond. Di quelle pellicole Gli incredibili cita perfettamente l’ambientazione, la gamma di colori e la vivace luminosita’ caratteristica dei film in Technicolor, anche la colonna sonora si ispira alle sonorita’ jazzate di quegli anni. Si vuole omaggiare inoltre la grande stagione dei telefilm di sci-fi dei primi anni ‘70, in particolare il mondo creato da Gerry Anderson: le innovazioni tecnologiche di Thunderbirds e il design futurista di U.F.O. o Spazio 1999.
Per quanto riguarda l’episodio della messa al bando dei supereroi, si ricostruisce fedelmente il clima da caccia alle streghe del periodo maccartista e la cifra stilistica e’ quella dei cinegiornali (l’ottimo doppiaggio italiano fa pensare alla Settimana Incom). Perfetta anche la trama, molto ironica e con un climax crescente di azione: lo scontro finale con il robot e’ rutilante; la psicologia dei personaggi e’ estremamente umana: ci vengono mostrati in tutte le loro debolezze e paure.
Divertentissimo il personaggio di Edna la stilista di tute per supereroi, doppiata egregiamente da Amanda Lear.
Impossibile non restare meravigliati dalla tecnica Pixar, accuratissima nei particolari: dai capelli alla trama della maglia dei superoi, e’ ormai in grado di far concorrenza alla realta’: per le esplosioni ed alcuni esterni si crede di esser di fronte ad immagini reali. Un film che sposta in avanti la qualità del mondo dell’animazione

recensione pubblicata su IMPATTOSONORO

Babbo bastardo

BadsantaCon la festività dell’8 dicembre s’inaugura ufficialmente il grancirco natalizio: regali e panettoni, apparizioni improvvise di personeche fortunatamente latitano per tutto il resto dell’anno.. stressati al
solo pensiero? Salvatevi con Babbo bastardo (qui la mia recensione) e, ragazze, rifacciamoci gli occhi con Billy Bob Thornton: che sara’ mai passato nella testa di Angelina Jolie permollarlo!

La terra dell’abbondanza

Paul e’ un reduce del Vietnam che dopo l’11
Settembre 2001 si e’ inventato un lavoro di sicurezza nazionale con
l’intento di smascherare eventuali cellule terroristiche a Los Angeles;
l’arrivo dell’ unica nipote Lana, dal Medio Oriente dove e’ cresciuta
nella missione paterna, lo costringera’ ad affrontare la realta’ del
suo paese, fatta di miseria e disperazione piu’ che di attacchi da
parte di nemici esterni.


Laterradell'abbondanza

Un viaggio nell’America dei barboni che vivono per le strade di Los
Angeles, dimenticati dai media troppo occupati con i bollettini di guerra contro il grande nemico degli Usa, vista dagli occhi di una ventenne cresciuta lontano dal suo paese, che si deve confrontare con la disperazione di un uomo i cui fantasmi si sono risvegliati dopo l’attacco alle Twin Towers.
Un film costruito tutto per antitesi: tra la visione del mondo
della giovane Lana e quella dello zio, tra la disperazione dei
diseredati americani e le violenze del Medio Oriente, tra
l’indifferenza per l’America emarginata e l’aggressivita’ dell’America
che vuole combattere una guerra vista come unica soluzione dei problemi
di una nazione.
Una pellicola dolente e sincera, non scevra da un’amara ironia che ricorda No Man’s Land.
Il viaggio attraverso gli States, con la bandiera a stelle e strisce
che sventola sui magnifici paesaggi americani mi ha fatto ricordare La venticinquesima ora, ma se in quel caso si trattava di un viaggio verso la frontiera in cerca dell’ultima speranza fuggendo da New York, questo e’ un
pellegrinaggio verso il cratere delle Torri Gemelli, per prendere
coscienza del dolore di una nazione, che forse non siamo stati in grado
di capire.
Quasi irriconoscibile Michelle Williams, star di Dawson’s Creek, all’altezza del suo complesso ruolo.
Da non perdere.

Donnie Darko

Donniedarko

E’ solo un film discreto il tanto decantato cult arrivato in Italia a
tre anni dall’uscita americana sull’onda di un tam tam che ha fatto si
che venisse pubblicizzato come uno dei 100 miglior film della storia
del cinema.
Indubbia la capacita’ del giovane regista di rendere il senso di
angoscia e solitudine tipica dell’eta’ adolescenziale e interessante la
spezzettatura del ritmo attraverso rallenti o accelerazioni che rendono
la pellicola ancora piu’ straniante.
Zoppicante la storia, indecisa se seguire solo le sorti di Donnie o
diventare quasi un film corale dove le vicende scorrono parallele e si
intrecciano ogni tanto: casualita’ o destino.. del resto il grande
dilemma dell’opera. Peccato aver lasciato sullo sfondo il personaggio
di Nonna Morte, a mio parere molto interessante del coniglio zannuto.
Si pesca a piene mani nel mondo degli archetipi strizzando l’occhio
ad Alice nel Paese delle Meraviglie, aggiungendo una spruzzatina di
Stephen King, l’ incipit che ricorda Twin Peaks e la scena delle biciclette di E.T..
Terribile la ricostruzione della fine degli anni ‘80, non tanto per
gli interni piuttosto accurati, quanto per il look dei protagonisti:
non un ricciolo od una cotonatura: imperdonabile!

Before sunset

Before sunsetE cosi’ Jesse e Celine alla fine si sono rincontrati.. Che delusione!
Del resto che un grande amore debba cristallizarsi nel ricordo e non avere piu’ ritorni lo diceva gia’ Margaret Mitchell a proposito di Rhett e Rossella.

Recensione pubblicata su ImpattoSonoro

E’ arrivato sugli schermi il tanto atteso sequel di Prima dell’alba, piccolo film di culto del 1994 in cui due ragazzi, l’americano Jesse e la francese Celine si incontrano su un treno, lui deve scendere a Vienna dove ha il volo che lo riporta in America, lei decide di trascorrere con lui le poche ore che lo separano dalla partenza. Dopo una notte d’amore i due si lasciano con la promessa di ritrovarsi sei mesi dopo alla stazione di Vienna.
Before the sunset ci ripresenta i personaggi dieci anni dopo quella famosa notte: Jesse e’ diventato uno scrittore e su quell’incontro di gioventu’ ha basato il suo ultimo romanzo che sta presentando in Europa. Nella tappa parigina del tour promozionale rincontra Celine e ancora una volta ha poche ore da trascorrere con lei prima di prendere un aereo che lo riporti a casa.
Se il primo film era un racconto in stile rohmeriano di sorprendente freschezza, questo secondo episodio della storia d’amore di Jesse e Celine non si dimostra all’altezza del precedente.
I due protagonisti sono cambiati e presentano tutte le delusioni tipiche dei trentenni di oggi, insoddisfatti del lavoro e della vita privata, alle prese con un mondo alla deriva (sotterraneo ma presente lo scontro tra sentimento americano e posizione francese, quanto di piu’ agli antipodi in quest’ultimo contesto storico), risulta particolarmente irritante la trasformazione del personaggio di Celine, nevrotica e insopportabile con il suo giochino di far contare le dita che finisce sempre con un emblematico gestaccio.
Ci si accorge ben presto di essere di fronte ad un’operazione di puro intento commerciale: la sceneggiatura e’ opera di Linklater e degli stessi protagonisti, tre artisti di belle speranze nel 1994, quando usci’ il primo capitolo di questa vicenda, ma che non sono riusciti a concretizzare le loro carriere: la Delpy e’ ridotta a fare comparsate in telefilm come E.R., Ethan Hawke, dopo il fallimento del matrimonio con Uma Thurman, sfodera il fascino di un malato terminale e Linklater non e’ nuovo ad operazioni furbe come School of rock; ecco allora l’idea di riprendere il loro vecchio successo e ritentare la carta di un nuovo incontro tra Celine e Jesse, purtroppo nel film non succede assolutamente nulla, solo le confidenze dei due protagonisti, ma nonostante Parigi sullo sfondo non si sente piu’ l’anelito della Nuovelle Vague e di Rohmer: quella telecamera insistita sui protagonisti ricorda la ripresa di un qualsiasi banale reality show.