L’ultimo re di Scozia

Lultimorediscozia Nei primi anni ‘70 un giovane medico scozzese, appena laureato decide di andare alla scoperta del mondo e si trasferisce in Uganda, dove casualmente incontra il neoeletto “presidente” Amin che lo prende a ben volere e lo sceglie come suo medico personale..

Uno dei film piu’ fastidiosi visti negli ultimi anni, per colpa della psicologia del protagonista, Nicholas Garrigan un giovane medico completamente cretino convinto di essere amico di Amin, senza accorgersi delle manie di grandezza del dittatore e dei giochi di potere che stavano dietro a quel governo. Avrebbe potuto essere interessante se la personalita’ certamente magnetica di Amin si fosse svelata a poco a poco, invece e’ lampante fin da subito la psicopatia del personaggio, per tutti, tranne che per il nostro eroe.
Il rapporto tra i due personaggi sarebbe stato molto interessante se la figura del medico fosse stata delineata come quella di una persona interessata che chiudeva gli occhi davanti alle magagne di Amin per il proprio tornaconto, invece no: il ragazzo e’ proprio tonto (parlare di superficialita’, per come viene descritto, mi pare eufemistico) e si spera disperatamente che prima o poi ci lasci la pelle: direi che e’ lampante che il processo d’identificazione con il protagonista in questo film non riesce proprio a scattare.
Buona la prova di Forest Whitaker che gli e’ valsa l’Oscar come miglior attore protagonista, mentre neppure la regia mi ha entusiasmato: Kevin McDonald viene dal documentario, peccato che abbia cercato di infarcire una pellicola gia’ scombinata di qualche scena “autoriale” come le inquadrature degli uccelli da rapina anticipatori della tragedia finale.

Scrivimi una canzone

Scrivimiunacanzone
Nella settimana piu’ canterina dell’anno e’ uscita questa divertente commedia che puo’ contare su un buon cast e battute divertenti.
Forse il quattro che gli ho dato sulla cinebloggers connection non e’ pieno, ma e’ tanta la soddisfazione di trovare una commedia che rispetti i canoni della mia adorata commedia sofisticata che mi sono lasciata un po’ andare e oltrettutto si esce dal cinema canticchiando le canzoni appena sentite, potete dire lo stesso di Sanremo?
La recensione completa per impattosonoro è leggibile anche qui

Letters from Iwo Jima

Lettersfromiwojima Eastwood sfiora il capolavoro con questa nuova versione della battaglia di Iwo Jima raccontata dal punto di vista dei giapponesi, dipinti come veri eroi fordiani: hanno a disposizione un numero minore di uomini e mezzi ma non esitano ad affrontare il nemico con tutto il loro coraggio. Il protagonista principale del film e’ pero’ un uomo qualunque, il soldato semplice Saigo, ex panettiere costretto alla leva a cui importa solo tornare a casa sano e salvo dalla moglie, che durante la sua lontananza gli ha dato una figlia. Saigo e’ la figura che ci permettere di conoscere tutti i tipi umani che si possono incontrare nell’ambiente militare: i soldati che si ritrovano in guerra spesso con scarso spirito bellico ma anche i fanatici nazionalisti, il caporale borioso che sfoga il suo poco potere sulla truppa, gli ufficiali legati a vecchi schemi militari incuranti della sorte dei soldati e preferiscono il suicidio rituale (loro e di tutti i sottoposti) perche’ hanno perduto un avamposto, piuttosto che ricompattarsi con il resto dell’esercito. Poi ci sono i due coprotagonisti, il barone Nishi, campione olimpionico che si e’ fatto assegnare questa missione pur sapendola disperata e il generale Kuribayashi (interpetato magnificamente da Ken Watanabe) alla cui grande abilita’ strategica si deve la lunga resistenza dei giapponesi sull’isola, fiaccata anche dal malumore degli altri ufficiali che non capiscono la sua filosofia bellica e lo tacciano di filoamericanismo dato che prima della guerra ha vissuto in America.
Cupo e’ drammatico, il film ha i suoi momenti migliori nei confronti tra i vari personaggi e nelle scene claustrofobiche nelle grotte scavate dai giapponesi per nascondersi e poter rispondere all’offensiva americana, non ho apprezzato e gli scontri tra i due eserciti: esplosioni e battaglie le avevamo gia’ viste nel precedente Flag of our fathers qui non solo rischiano di essere ripetitive ma distraggono dal dramma umano che pesa su soldati nipponici.

L’amore non va in vacanza

Lamorenonvainvacanza

Iris e’ una giornalista inglese da anni perdutamente innamorata di un collega che si sta sposando con un’altra, Amanda e’ una ragazza americana in carriera, crea trailer cinematografici, che ha appena buttato fuori casa il fidanzato che l’ha tradita.
Le due sconsolate fanciulle, tramite un sito internet specializzato, si scambiano la casa e (ri)trovano l’amore.

Mi era caduto l’occhio sulla durata del film, 138’ ed ero gia’ entrata in sala con cattivi presentimenti: una commedia NON puo’ durare cosi’ a lungo, neppure se racconta due storie speculari, ma pare che ormai un film che duri meno di due ore non possa piu’ esser contemplato e cosi’ la storia viene allungata con i melensi balletti finali ed altre scene totalmente inutili (ad esempio un prolungato campo e contro campo di Cameron Diaz che fa le smorfie ad un simpatico cagnetto, ovviamente vince il cane, per l’antica legge che vuole che non ci si confronti mai con bambini e animali se non si vuole uscire perdenti e anche i fan piu’ accaniti della bella e brava Cameron non potranno accontentarsi di tanta buffa leziosita’).
Nell’insieme il film potrebbe essere una mediocre commediola che procede verso il prevedibile finale gia’ illustrato dalla locandina ma come nell’ultimo lavoro di Pupi Avati, la regista fa continui rimandi al cinema del bel tempo andato e se nel lavoro del regista italiano questi potevano essere un valore aggiunto alla pellicola, in questa fatica di Nancy Meyers affossano completamente l’opera: come si puo’ citare l’incontro tra Gary Cooper e Claudette Colbert in L’ottava moglie di Barbablu’ di Lubitsch, nominare Lady Eva con Barbara Stanwyck, far passare in tv La signora del venerdi’ con Cary Grant e Rosalind Russell e poi contravvenire cosi’ palesemente alle piu’ banali leggi della commedia sofisticata, citate prima?!?
Qui tutto si limita all’uso superficiale della bellezza degli attori (l’unica sorpresa della storia starebbe nel personaggio di Jude Law che si rivelera’ diverso da come appare inizialmente) e dei luoghi: i pittoreschi cottages inglesi contrapposti alle lussuose ville hollywoodiane sono un’altra occasione perduta, tratteggiando nella maniera piu’ superficiale lo snobismo di Amanda e lo stupore dell’inglesina in America. Deludente.

La cena per farli conoscere

Lacenaperfarliconoscere Sandro Lanza, un attore di bmovie ormai a fine carriera, esce sfigurato da una plastica facciale e questo lo spinge a tentare il suicidio, le tre figlie avute da tre donne diverse e con cui non ha mai avuto grandi rapporti, dopo questo fatto sono costrette a prendersi cura di lui ma ognuna di loro e’ desiderosa di tornare alla propria vita cosi’ organizzano una cena per fare incontrare al padre una donna da sempre innamorata d lui..

Come dice il sottotitolo della pellicola, questa e’ una commedia sentimentale il cui tema portante, il riavvicinamento tra un padre e le tre figlie procede senza sorprese, anzi il riscontro amaro della vicenda e’ gia’ chiaro quando viene introdotto il personaggio di Ines, la figlia che vive a Parigi.
Quello che e’ veramente notevole nel film, e’ la direzione degli attori: tutti bravissimi (se si eccettua Fabio Ferrari, improponibile marito di Violante Placido che recita ancora come quando interpretava Chicco ne I ragazzi della terza C) a sorprendere e’ il cameo di Francesca Neri, brava come attrice e con il ruolo piu’ interessante e imprevedibile del film; le tre figlie rimangono figure poco piu’ che sbozzate: vite troppo complicate che avrebbero meritato un intero film a loro dedicato per seguirne i risvolti.
Nell’insieme un’opera discreta e piacevole che pero’ nasconde una chicca molto gustosa per i cinefili: a parte la solita satira contro la tv (il protagonista nella sua carriera in declino segue tutte le tappe, dalla parte in una soap opera alla partecipazione al disgustoso reality Fogne dove un gruppo di vip viene costretto a sopravvivere nelle fogne di Milano) e la citazione dei grandi maestri, alla fine del film Avati si concede un sottile gioco cinefilo inventando una pseudofilmografia al suo protagonista, cosi’ verosimile che lascia stupito lo spettatore che si domanda se non abbia assistito alla biografia romanzata di un qualche attore di cui sfugge il nome, tanto sono accurati i rimandi; il gioco citazionista viene illustrato molto bene da Goffredo Fofi sull’ultimo numero di Film Tv.

L’arte del sogno

Lartedelsogno

Stephane, un ragazzo timido e sensibile, lascia il Messico dove era cresciuto col padre che e’ appena scomparso e torna a a vivere a Parigi, richiamato dalla madre che gli avrebbe trovato un lavoro in cui esprimere la sua vena creativa. Il lavoro si rivela noioso e ripetitivo ma c’e’ l’incontro con la vicina di casa, Stephanie ad attirare l’attenzione del ragazzo…

Per certi versi il film racconta una storia speculare al precedente Se mi lasci ti cancello: in quel lavoro un ragazzo non riusciva a liberarsi delle pene per un amore finito, mentre in questo il protagonista combatte contro un sentimento nascente (all’inizio Stephane e’ attratto dall’amica di Stephanie e fa amicizia con lei per arrivare a Zoe).


Lartedelsogno


Oltre alle difficolta’ di vivere una storia d’amore, questa volta Gondry ci illustra anche la difficolta’ di adeguarsi a una vita lavorativa frustrante: la fantasia spiccata di Stephane che punta la sua attivita’ di grafico su un calendario che ogni mese ricorda una catastrofe che ha segnato l’inconscio collettivo, non puo’ certo adeguarsi al lavoro monotono che gli viene proposto e il film racconta anche la difficolta’ di adeguarsi ai modelli comuni della vita sociale che puntano soprattutto sul sesso obbligato come la classica fantasia con la collega.
Un film profondamente surreale sostenuto in questa sua scelta da effetti speciali volutamente imperfetti, che hanno lo stesso significato di quelle cuciture a vista degli oggetti cuciti da Stephanie che danno un’aria cosi’ amichevole al manufatto. Tutto ha inizio nella testa del protagonista: uno studio televisivo rudimentale insonorizzato dai cartoni per le uova e si finisce in maniera altrettanto bizzarra con una perdita dei contorni tra sogno e realta’ ma quel lieto fine viene messo in dubbio dalle orecchie di peluche che nelle ultime scene crescono sulla testa di Stephane: sicuramente il mio immaginario e’ molto legato ai telefilm della mia infanzia (leggi Pinocchio di Comencini) e in quelle immagini ho trovato un che di pinocchiesco che gia’ mi veniva suggerito da quell’improbabile completo melanzana, divisa del nostro eroe.

Bobby

Bobby Le ore che precedono l’assassinio di Bobby Kennedy raccontate attraverso la vita di diverse persone che quella notte si trovavano all’Hotel Ambassador di Los Angeles

Un film corale, che piu’ che ad Altman rimanda a Grand Hotel citato espressamente dall’ex portiere Anthony Hopkins, e che il Mereghetti definisce “il prototipo dei film all-star con storie parallele che si incrociano”; ma qualunque sia il referente, la gente che quella fatidica notte dell’8 giugno ‘68 si ritrova all’Ambassador e’ lo spaccato di un’America che sta cambiando e perdendo definitivamente la sua innocenza, alcuni personaggi sono tipici di quell’epoca: la ragazza pacifista che si sposa solo per impedire che un ragazzo finisca in Vietnam, la moglie ricca che si identifica nel suo status sociale, il marito che invece e’ tra i primi ad andare in analisi per ritrovare se’ stesso, la ex bellona finita a fare la parrucchiera e tradita dal marito (un’intensa Sharon Stone, imbruttita per l’occasione ma soprattutto amara e fintamente cinica che con questa prova si riscatta alla grande dal “razzy” meritato per Basic Instinct 2).


Bobby

Il regista Emilio Estevez, figlio di Martin Sheen, non sempre riesce a dominare le varie storie che compongono questo affresco sociale, pero’ il film, che ha tra i suoi punti di forza quello di di amalgamare perfettamente le scene di repertorio con la fiction, colpisce nel segno ed e’ tragicamente commovente nell’attualita’ dei discorsi di Bobby Kennedy che punteggiano i film: non solo la necessita’ di lasciare il Vietnam si equivale alla necessita’ di uscire oggi dall’Iraq, ma di estrema attualita’ sono anche i discorsi sull’ecologia e quelli contro le lobby delle armi: peccato non aver dato una chance alla pace!

Le luci della sera

Lucidellasera Koistinen, fa la guardia notturna in un grande magazzino, incapace di instaurare dei rapporti coi suoi colleghi di lavoro e di rendersi conto che c’e’ una donna che potrebbe amarlo (la ragazza del chiosco) forse perche’ chiuso nei suoi sogni di gloria, quelli di formare una ditta tutta sua e diventare qualcuno. L’uomo si lascia irretire dalla bella Marja che in realta’ vuole solo scoprire i codici per entrare nel centro commerciale e fare un colpo nella gioielleria; Koistinen si accorge della manovra della ragazza ma va incontro al suo destino di vittima predestinata senza ribellarsi..

Si conclude con questo film la “trilogia dei perdenti” che ha toccato i disoccupati de Le nuvole in viaggio gli emarginati senza casa e senza memoria de L’uomo senza passato e ora la solitudine dettata da il mito economico della vita moderna. Il film si chiude quasi come si apriva l’opera precedente: il protagonista pestato e buttato fuori da un auto, aiutato da una donna: forse solo al di fuori delle regole schematiche di questa societa’ si puo’ pensare di trovare la felicita’?
Anche nello stile Kaurismaki resta sempre splendidamente fedele a se’ stesso: la gelida fotografia dai colori smorzati “tipici” dell’Est Europa, i primi piani insistiti, la macchina da presa quasi fissa e quasi sempre frontale rispetto alla scena, i dialoghi laconici e tanta musica.
Bello e toccante.

Casino royale

Casinoroyale Son passati quasi 45 anni da quel primo Agente 007, licenza di uccidere che porto’ al successo un attore, Sean Connery e mitizzo’ il personaggio che interpretava, la spia playboy e raffinata, avvezza ai piaceri del jet-set. Dopo quasi mezzo secolo un restyling del personaggio era piu’ che doveroso ed ecco che anche la struttura fisica del nostro eroe si modifica: dalle figure longilinee e slanciate dei tre piu’ celebri interpreti, Sean Connery, Roger Moore e Pierce Brosnan, dotati anche di un fascino ironico si passa al fisico massiccio di Daniel Craig i cui occhi di ghiaccio lasciano trapelare una cupa determinazione e ben poca voglia di scherzare. Il cambio, giudicato azzardato ha invece funzionato benissimo e la nuova versione dell’agente segreto piu’ famoso del mondo ben si adegua a questi tempi duri, dove e’ impossibile lasciarsi una scia di cadaveri alle spalle con poche gocce di sangue e il sorriso sulle labbra.
Quello che a mente fredda spiace (e dovrebbe dispiacere soprattutto ai maschietti) e’ che l’ultimo esemplare di impenitente sciupafemmine e’ ormai tramontato e la sua carriera di tombeur de femmes viene giustificato nel piu’ banale dei modi: il cuore spezzato da una donna, che non e’ neppure una perfida dark-lady, ma adeguandosi alla moda neocon, che punta piu’ sulle Marie Goretti che sulle Maddalene, se la fanciulla non ha comportamenti specchiati e’ solo perche’ sta subendo un ricatto per amore.
Anche i moduli filmici si allineano ai canoni vincenti del cinema attuale: molta meno tecnologia, (manca all’appello la figura di Q) e molta piu’ azione fisica spttacolare: il bellissimo inseguimento iniziale tra Bond e il ragazzo africano sembra appartenere piu’ al filone di Spiderman che a quello solito dell’agente segreto.
Come gia’ detto tutte queste novita’ (o forse sarebbe meglio chiamarle adeguamenti al gusto corrente dello spettatore) funzionano e ci si appassiona alla trama che pur essendo lunga come vuole un altra regola attuale del blockbuster (2 ore e 30 minuti abbondanti) mantiene sempre alto il ritmo, e si concede risvolti melodrammatici che sanno coinvolgere anche lo spettatore piu’ sgamato.

Il mio migliore amico

Il ricco mercante d’arte, Francois, ha una crisi di mezza eta’ un po’ diversa dal solito cliche’: inizia a rendersi conto che non ha amici, ma pur di non ammetterlo con le sue solite frequentazioni che gli rinfacciano la sua freddezza nei rapporti interpersonali, scommette con la sua socia in affari che nel giro di breve tempo le presentera’ il suo migliore amico, iniziando una caccia affannosa alla ricerca dell’amico ideale.

Ilmiomiglioreamico

Pur essendo tutto piuttosto prevedibile nella trama del film, l’amico del cuore verra’ trovato, perduto e finalmente conquistato, il lavoro di Leconte si segnala per lo scavo dei personaggi, ottimamente interpretati: Francois che inizia a sentire il peso di una vita dedicata solo al lavoro (e la scommessa e’ una conseguenza di questo sentire, come il gesto impulsivo di acquistare il vaso greco) e Bruno che apparentemente e’ una persona molto estroversa, cosa che attira l’attenzione di Francois per i suoi scopi, ma che patisce comunque la solitudine data da rapporti troppo superficiali.
Bella l’idea di incarnare in due situazioni fondamentali per l’economia filmica due qualita’ dell’amicizia, la sua fragilita’ rappresentata dal vaso greco e il detto “chi trova un amico trova un tesoro” dimostrato con la partecipazione a Chi vuol essere miliardario.
Sottile ma senza scosse, il film mi e’ piaciuto, forse perche’ ho sempre amato la commedia e il cinema francese e’ l’unico che riesce ancora a fare delle commedie brillanti dove si ride per l’arguzia delle battute e non per la volgarita’ delle gag, dove nelle avventure del bel mondo parigino non viene inserita per forza una inquadratura da cartolina con i monumenti piu’ celebri della citta’, come avviene sempre nel cinema italiano e spesso anche in quello americano.