Giu’ per il tubo

Giu_per_il_tubo Roddy e’ un topo da compagnia che si sta godendo un periodo di totale liberta’ mentre la sua padroncina e’ in vacanza, ma le sue scampagnate sul modellino della Ferrari vengono interrotte dall’improvviso arrivo di un topo di fogna. Nel tentativo di liberarsene Roddy finisce giu’ per lo scarico e scopre un nuovo mondo..

Pur cavalcando la moda (ormai decisamente logora) di riproporre le scene cult dei blockbuster quest’ultimo lavoro della Dreamworks in collaborazione con gli studi Aardman Features di Wallace&Gromit, sembra ispirarsi, molto liberamente, alla favola di La Fontaine del topo di citta’ e del topo di campagna, per cui lo schizzinoso Rodney entrando in contatto con i liberi topi di fogna capisce le limitazioni della sua vita di dorata prigionia; un’altra citazione decisamente inconsueta per il genere e’ l’omaggio al mimo Marcel Marceau.
Da un punto di vista grafico, il connobio tra le tecniche di computer grafica e la plastilina danno una dimensione molto terragna alla scenografia che ben si adatta alla comicita’ di grana un go’ grossa (per gli standard di un carton, sia ben inteso!) proposta dalla storia: tra scarichi fognari, rutti e gag molto fisiche non si toccano i vertici dell’eleganza, ma e’ proprio questa dimensione irriverente a far funzionare il film.
Perfetto per chi si chiede cosa faccia il proprio animale domestico quando si e’ assenti e per chi rimase traumatizzato nei primi anni ‘80 da quella pubblicita’ in cui un vischioso prodotto per il WC sterminava dei teneri (nella rappresentazione) nemici dell’igiene.

The prestige

Theprestige_jpg_1 Sono entrata in sala con qualche riserva e ne sono uscita completamente entusiasta, affascinata dalla ricostruzione del periodo storico, non tanto da un punto di vista puramente scenografico (un pezzo liberty potevano anche infilarcelo visto che il film e’ ambientato nell’ultimo quarto del XIX secolo, per dire..) ma per la qualita’ della trama che ha il respiro di un grande romanzo dell’epoca, fatto di colpi di scena e di protagonisti ossessionati dalle loro passioni e in Borden e Danton e’ possibile scorgere una rivisitazione di due archetipi nati dalla letteratura di quel periodo: Alfred Borden, per tre quarti del film, prima che si scopra o si intuisca (come non e’ difficile fare) il suo segreto, non e’ in fondo una sorta di Dr Jekyll e Mr Hyde? Mentre il desidero di rivalsa del Grande Danton non lo trasforma in un terribile Frankenstein (sia lo scienziato che il mostro)?
E’ molto intrigante anche la specularita’ dei due personaggi: se apparentemente il cattivo e’ Borden, che non esita a sacrificare colombe e mettere a rischio vite umane per soddisfare il pubblico, ben piu’ crudele si rivela essere Danton, che proprio come un novello Frankenstein supera ogni barriera morale in nome di una sterile ossessione.
Tema del doppio, inganno della visione.. non e’ difficile intuire che “il prestigio” di cui parla il film riguarda il cinema e genialmente Nolan, che con il suo esordio fulminante , Memento ha spostato i confini del cinema contemporaneo facendo della destrutturazione filmica la moda del momento, riparte dagli esordi dell’avventura cinematografica, che, non va mai dimenticato, nasce come semplice e curiosa attrazione del vaudeville, di quei teatri di infimo ordine dove inizia la carriera dei due maghi rivali. E se all’ingresso in sala sorridevo pensando che mi sarei trovata davanti a uno scontro tra il novello Batman e Wolverine, anche la scelta dei due attori cosi’ legati a ruoli fantastici acquista una suo significato nel faccia a faccia finale tra i due illusionisti, quando, smontando i segreti che hanno accompagnato le loro esistenze in realta’ riflettono sul cinema, ultimo depositario di una magia che nasconde banali e forse crudeli trucchi.

Happy feet

Difficile scrivere un commento a un film di puro intrattenimento come questo dopo quindici giorni dalla visione, ma il mio spirito da archivista praticamente me l’impone.

Happyfeet

Happy feet si distingue dalla moda attuale dei cartoon poiche’, invece di parodiare scene e situazioni delle pellicole piu’ famose, si ispira ad un unico film che avuto molto successo la stagione scorsa, La marcia dei pinguini, documentario che descrive la dura esistenza dei pinguini imperatore tra i geli dell’artico.
Partendo da questo modello, l’ autore ha costruito una fiaba ambientalista a tratti ingenua (magari bastasse qualche anomalo comportamento animale a convincere gli uomini a prestare attenzione all’incombente disastro ambientale a cui sicuramente stiamo andando incontro!) che propugna i soliti buoni valori dell’amicizia e della fede in se’ stessi.
Se la trama e’ esile, estremamente notevole e’ la perizia del disegno : su fondali molto difficili per la tendenza al monocromatismo sul bianco dei ghiacciai ben si staglia la livrea dei pinguini sottolineata da alcuni tratti di colori molto vivaci.

Cuori

Coeurs

Sei personaggi si incrociano in una Parigi irreale ed invernale, dove scende perennemente la neve, anche su due persone che si stanno confidando ad un tavolo di cucina, perchè il freddo atmosferico rimanda al freddo dell’anima, alla solitudine che circonda questi cuori che si sfiorano senza mai essere capaci di un vero contatto mentre si sbirciano attraverso sottili pareti o banconi che creano una barriera insormontabile.
Una solitudine estremamente moderna quella raccontata con grande ironia da Resnais che dipinge in maniera pungente i caratteri dell’attuale società occidentale: c’è la stanchezza di due quarantenni che non trovano più stimoli per portare avanti la loro relazione e si arrendono alle difficoltà dell’esistenza, ma c’e’ soprattutto molta ipocrisia impersonata dagli altri due personaggi femminili: Gaelle che vive col fratello più grande si mostra scandalizzata quando lo becca a vedere una cassetta erotica ma e’ la prima a trascorrere le serate incontrando uomini conosciuti tramite annunci nella speranza di trovare il grande amore, ancora più caratteristico e’ il personaggio di Charlotte, beghina contemporanea che sbandiera la sua fede religiosa e la sua morigeratezza salvo poi “rallegrare” in maniera ben diversa gli uomini a cui si affeziona.
Un film delizioso.

Onde

OndeDa tempo speravo di vedere quest’opera prima che aveva suscitato un certo interesse ma purtroppo la visione al cineforum si e’ rivelata piuttosto deludente.
Il regista, Francesco Fei e’ bravissimo ad illustrare una Genova inedita dalle angolature strane, una scelta visiva molto “moderna” e poco italiana giocata tra appartamenti spogli e i tralicci dei ripetori dei monti sopra Genova (credo di poter affermare che le onde del titolo siano quelle elettromagnetiche, con cui anche il musicista cieco lavora, piu’ che le onde del mare che non si vede quasi mai) . Purtroppo la storia d’amore tra Luca e Francesca, lui cieco, lei con il volto deturpato da una grande macchia rossa che le copre quasi meta volto non e’ riuscita ad emozionarmi: paradossalmente lui, colpito da una infermita’ molto seria e’ quello risolto, positivo, che ha voglia di mettersi in gioco e costruire un futuro, risultando a tratti quasi stucchevole, invece la ragazza, che puo’ tranquillamente coprire la sua macchia con un trucco, sicuramente elaborato e complesso ma pur sempre efficace, tanto da permetterle di svolgere da hostess e’ quella piu’ fragile ed insicura che sceglie l’amore con Luca perche’ non puo’ vedere il suo vero volto.
La trama, a mio parere irrisolta, e’ un pretesto per mettere in scena superficialmente filosofie della visione (il personaggio che elabora immagini virtuali al computer) e fare una facile critica a modelli di perfezione imposti dalla nostra societa’. Un’occasione mancata.

Le rose del deserto

Rosedeserto

Libia 1940, un reparto della sezione Sanita’ del Regio Esercito Italiano si accampa in oasi del deserto con la convinzione di essere li’ a combattere una guerra lampo praticamente gia’ vinta, ma le cose andranno molto diversamente…

A 91 anni Monicelli torna con un film che rispecchia la sua teoretica piu’ sentita: un’avventura a meta’ strada tra La Grande Guerra e L’armata Brancaleone dove il regista mette
in scena l’apparente cinismo degli italiani che lascia spazio ad ampi squarci di umanita’, l’irrisione del potere, le classiche caratterizzazioni regionali, dal romano linguacciuto al veneto beone.
L’opera ha delle pecche innegabili, soprattutto dal lato tecnico: non si capisce se le accelerazioni di alcune riprese siano da imputare esclusivamente ad una pessima post-produzione al computer o avessero un qualche recondito significato; altrettanto impossibile la colonna sonora, soprattutto la musica tecno-etnica che accompagna tutte le comparse del capo tribu’.
Da sottolineare anche alcuni buchi di sceneggiatura che rendono la trama un po’ dispersiva.
Riconosciuti doverosamente i limiti della pellicola, va soprattutto detto che ci sono momenti di grande partecipazione emotiva come nel commovente episodio del soldato Sanna, la grande prova attoriale di un rude Michele Placido nei panni del frate missionario nel villaggio vicino al quale si accampa il reparto medico guidato dal Maggiore Strucchi, un Alessandro Haber dalla stralunata compostezza, e quella sorprendente e molto divertente del critico Tatti Sanguineti nei panni del generale Pederzoli ma soprattutto c’e’ tutta la capacita’ di Monicelli di prendersi gioco per l’ennesima volta dell’italico spirito guerriero, sottolineando le ridicole condizioni con cui i nostri soldati andavano (vanno?) in guerra, armati di roboante retorica e qualche straccio ed in tempi di rigurgiti di orgoglio patrio non e’ per niente poco.

Il prescelto

Ilprescelto

Il poliziotto Edward Malus e’ a riposo, dopo lo shock subito assistendo a un terribile incidente in cui non era stato in grado di salvare la bambina coinvolta, quando riceve una lettera dalla donna che aveva amato in passato che gli chiede aiuto perche’ sua figlia e’ scomparsa, Malus si mette ad indagare su questo nuovo caso, ma tutto si svolge a Sommersville un’isola privata del Pacifico dove vive una bizzarra comunita’ di tipo matriarcale..

Remake di un famoso quanto poco visibile horror degli anni ‘70, il lavoro di LaBute riesce ad offrire un’ora e mezzo di svago, senza infamia e senza gloria; del resto le promesse del film sono gia’ poche, vista la presenza di Nicholas Cage, attore che non stimo molto e che qui da “il meglio” della sua espressione stolida, anche il titolo italiano rivela piu’ di quanto sarebbe giusto fare per questo mistery che, pur non riservando nessuna sorpresa, e’ meno noioso di quel che si potrebbe pensare.
Mi ha divertito soprattutto il gioco di rimandi a classici antichi e nuovi del genere sovrannaturale, dal camion nero del prologo che richiama Duel al viaggio in nave verso l’isola che mi ha fatto tornare in mente la versione americana di Ring alle bimbe bionde dall’occhio ceruleo che ricalcavano il modello dei bambini de Il villaggio dei dannati a una certa atmosfera alla The village nella costruzione della comunita’ chiusa.

Marie Antoinette

Marieantoinette Credo che con questa pellicola chiudero’ per lungo tempo il mio rapporto con la Sofia Coppola perche’, come sospettavo, anche questa volta il suo film mi ha profondamente annoiato, non sono riuscita in nessun modo a partecipare della sorte della regina teen ager tediata in quel di Versailles, un misto di Sissi (la principessa che arriva da una corte piu’ informale e che esprime la sua grande umanita con grandi abbracci e sorrisi ingenui mi ha ricordato il primo film della trilogia polpettone con la Schneider) e Lady Oscar, sara’ che da annoiata adolescente ingannavo il mio tempo con le avventure dell’eroina in divisa ma gli scontri con la Du Barry riproducevano fedelmente le scene del cartoon, solo quel conte Fersen moraccione e lascivo ha disturbato i miei ricordi (ma se non era una fedele ricostruzione storica Lady Oscar ce la potevano anche piazzare, no?)
Scherzi a parte, ma mi riesce molto difficile fare una disamina seria di questo film, la regista sembra fossilizzata in uno stile fatto di campi lunghi e insistenti inseguimenti dei personaggi che andava bene per il suo esordio, dato che raccontava una storia malinconica e sospesa, in questa rivisitazione del settecento francese non basta qualche arpeggio di chitarra anni ‘80 per dare una sferzata di energia al tutto, manca lo stile scattante della commedia che avrebbe reso gustosi i siparietti dei due reali a letto in quei lunghi sette anni di castita’: l’alternanza di stili cinematografici adeguati ai vari momenti dell’esistenza di Maria Antonietta avrebbe dato molto piu’ spessore alla psicologia del personaggio che invece resta schiacciato dalle lunghe, monotone inquadrature che sono ormai il marchio di fabbrica di Sofia Coppola.

Il labirinto del fauno

Illabirintodelfauno

Spagna 1944, la guerra franchista e’ finita ma l’esercito e’ ancora impegnato a sgominare le bande di partigiani comunisti. Ofelia segue la madre incinta che sta raggiungendo il secondo marito, un capitano franchista, in una sperduta localita’ montana: benche’ dodicenne, la ragazzina e’ ancora affascinata dal mondo delle fiabe e si rifugia in un mondo fantastico per sfuggire agli orrori quotidiani.

Guillermo del Toro continua il suo percorso rivisitando il periodo della guerra spagnola in chiave gotica, dopo La spina del diavolo (che mi sono persa a causa di una distribuzione infelice alle soglie dell’estate scorsa) arriva questa fiaba nera molto ben accolta.
Personalmente ho trovato un po’ troppo schematica la separazione del lato fantastico da quello reale della vita di Ofelia: avrei preferito una maggiore commistione e piu’ fluidita’ nei passaggi tra i due mondi, difetto che perdono per l’interessante lettura psicologica del femminile che si puo’ spigolare tra i risvolti barocchi della pellicola.



Illabirintodelfauno


Ofelia e’ una ragazzina alle soglie dalla puberta’ che si rifugia in un mondo fantastico sotterraneo, pericoloso e sporco, per rifuggire il modello materno molto debole: una donna succube del perfido Capitano Vidal (le vaghe allusioni all’incontro tra i due e l’interesse esclusivo del Capitano per il figlio possono lasciare intendere che il nascituro sia frutto di una violenza).
Alla figura della madre fa da contraltare quella di Mercedes, con cui Ofelia lega immediatamente: la governante della casa-guarnigione dove risiede Vidal e il suo drappello di soldati e’ una donna libera ed indipendente (staffetta nonche’ spia dei partigiani) che riuscira’ a tenere testa al cattivissimo Vidal: l’insistenza del dettaglio del coltello nascosto sul ventre tra le pieghe del grembiule sottolinea quanto Mercedes sia una donna in contatto col la sua parte maschile.
Ofelia (nome omen?) e’ indecisa tra questi due modelli femminili mentre deve prendere coscienza della sua essenza femminile: il rifiuto di una presa di posizione (il sacrificio del bambino, cioe’ della purezza dell’infanzia) comporta la rinuncia alla vita e il prefinale e’ emblematicamente simbolico del femminile a cui Ofelia rinuncia con il sangue che stilla nella pozza d’acqua dove si riflette la luna piena.

Il vento che accarezza l’erba

Ilventocheaccarezzalerba La nascita della repubblica irlandese nei primi anni ‘20 si consolida con l’accettazione di un trattato con l‘Inghilterra che divide in due il partito indipendentista ed in particolare due fratelli che avevano condiviso l’ideale dell’indipendenza.

Un film non eccelso dal punto di vista artistico (la parte centrale e’ sicuramente didascalica e noiosa) che ha reso controversa la vittoria della Palma d’oro a Cannes.
Le parti piu’ interessanti che salvano il film sono l’inizio e la fine: un inizio diretto che entra subito in medias res, mostrando le violenze che l’oppressore inglese esercita sulla popolazione irlandese: piu’ che le cruente torture (che non avranno fatto distogliere lo sguardo a ben pochi spettatori) indigna la sorta toccata al ragazzo che si ostina a parlare in gaelico.
Ad interessare il regista non e’ la lotta per l’indipendenza contro gli inglesi ma il mostrare le dinamiche che portano alla spaccatura del movimento irredentista irlandese, rappresentato dai due fratelli: Damien che vuole fare il dottore e cerca di non farsi coinvolgere dalle lotte per l’indipendenza diventera’ un fiero oppositore del trattato che rende l’Irlanda una repubblica ancora asservita all’Impero Britannico, mentre Teddy l’ex seminarista acceso rivoluzionario si accontentera’ del trattato. Che le simpatie di Loach siano tutte per Damien e’ indubbio, ma mi pare che il racconto sia piuttosto equilibrato e permetta di comprendere anche le ragioni di chi ha accettato di scendere a patti con gli inglesi portando le proprie decisioni alle estreme conseguenze e il Loach che racconta storie di bivi che non ammettono via di fuga (My name is Joe) merita di essere visto.
Una volta tanto salvo anche il criticato titolo italiano: nella traduzione letterale della vecchia canzone irlandese il vento accarezza l’orzo (anzi lo scuote) ma nella nostra lingua e’ indubbiamente piu’ poetico accarezzare l’erba.