300

300_2 La trasposizione cinematografica della grafic novel di Frank Miller che rivisita in chiave fantasiosa la battaglia delle Termopili condotta da Leonida e che tanto successo sta avendo sugli schermi e’ in realta’ un film mediocre che non si distingue ne’ per la qualita’ di scrittura ne per le scelte visive, che restano troppo debitrici al modello “orchetto” de Il signore degli anelli.
Forse l’unico motivo per cui vale la pena di vederlo e’ la curiosita’ riguardo alle tante polemiche che ne hanno accompagnato l’uscita definendolo film di propaganda bellica che appoggia la posizione interventista USA contro l’attuale MedioOriente che viene dipinto nei panni dei Persiani brutti cattivi (e piu’ che altro ridicoli, aggiungerei).
Certamente qualche battuta a favore di coloro he combattono per la liberta’ lontano da casa c’e’ e si percepisce la forzatura di queste affermazioni all’interno di una storia che potrebbe anche essere letta in maniera opposta: del resto gli invasori sono i Persiani che hanno un esercito piu’ numeroso e potente e con le migliori armi da guerra che quel mondo fantasmagorico puo’ offrire. Il ridicolissimo Serse che viaggia su un carro pacchiano come non si vedeva dai tempi di Cleopatra, affetto da gigantismo e doppiato in maniera assurda, si crede un invincibile e divino, cosa che potrebbe ricordare la sicumera dei potenti americani e in fondo i suoi tratti somatici sono piu’ caucasici di quelli di Leonida, che per altro ha un fedelissimo profilo greco; certo l’immagine finale del film che si allontana dal cadavere di Leonida, trafitto da centinaia di frecce ricorda l’immaginario dei martiri cristiani fondendo l’immagine di San Sebastiano con la posizione delle braccia tese tipiche della Crocifissione.

Guida per riconoscere i tuoi santi

Guida

Dopo 15 anni anni di assenza in seguito ad una fuga precipitosa in California dove ha trovato la sua strada, Dito torna a trovare i suoi genitori nel Queens perche’ il padre e’ molto malato: oltre a confrontarsi con il genitore, Dito dovra’ affrontare i ricordi della sua adolescenza..

Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Dito Montiel, che ha anche diretto la pellicola, un film che riesce a toccare corde molto profonde dello spettatore: aldila’ delle concrete esperienze personali, quasi tutti dobbiamo fare i conti con il nostro passato, avere il coraggio di strappare anche duramente i legami con amici e famigliari e cercare la propria strada, ancora piu’ coraggioso e fortunato sara’ chi vorra’ (o potra’) tornare a confrontarsi da persona adulta e risolta con i propri fantasmi.
Una pellicola che piacera’ molto agli adolescenti degli anni ‘80 perche’ e’ in fondo la storia di quella generazione, il risvolto reale delle suggestioni create da pellicole molto amate come I ragazzi della 14° strada o Rusty il selvaggio.
Anche da un punto di vista tecnico si tratta di un esordio convincente sia per l’uso della macchina da presa, con immagini sporche e imperfette come sanno essere nei ricordi e con ottime soluzioni di sceneggiatura, tra tutte cito la suspense creata dalla scritta sulla casa di Dito che viene a lungo celata, ma il mio pensiero va alla morte di Giuseppe.

Infamous

Infamous E’ impossibile parlare di questo film senza confrontarlo con Capote uscito lo scorso anno e che trattava lo stesso tema; benche’ Infamous sia un po’ piu’ eccessivo nelle conclusioni (l’innamoramento tra Capote e Perry Smith con relativo bacio) ho preferito questa seconda versione della vicenda umana ed artistica che sta dietro la genesi del romanzo A sangue freddo, la prima pellicola spiccava per la freddezza dei colori e del protagonista, dipinto in maniera raggelante, come un essere spinto solo dal desiderio di scrivere un grande romanzo, dando un giudizio molto manicheo su tutta la vicenda che si chiudeva con una laconica didascalia che informava del declino di Capote dopo questa avventura, lasciando passare l’idea che fosse quasi un doveroso contrappasso. Infamous mette in scena un Capote piu’ sfaccettato, dalla personalita’ complessa, sicuramente manipolatore ed interessato ma anche molto piu’ umano. Vediamo lo scrittore interagire con jet set che tanto ama (cosa che permette al film di sfoggiare una serie di comparse di lusso) ma soprattutto vediamo in azione la sua capacita’ di seduzione con la gente di provincia del Kansas che all’inizio e’ ostile e diffidente verso questo bizzarro personaggio arrivato dalla metropoli ma a Capote basta lasciare cadere con indifferenza il nome di battesimo dei piu’ grandi divi dello spettatolo per conquistarsi l’amicizia della citta’ ed anche dei due assassini.
Anche l’uso delle luci e’ opposto nelle due pellicole: fredde in Capote, calde e vibranti in Infamous; e’ interessante come in cella il volto di Perry Smith (un bravo Daniel Craig, quasi irriconoscibile dall’icona di 007) sia sempre lasciato meta’ in ombra, per sottolineare i due lati della personalita’ di Perry, a volte estremamente sensibile ma capace anche di gesti brutali e spietati.

Asterix e i vichinghi

Nel famoso villaggio gallico in grado di tenere testa all’Impero Romano, arriva Spaccaossix nipote del capo villaggio Abraracourcix, inviato li’ dal valoroso padre perche’ si faccia di lui un uomo, dal rammollito qual’e’. Il compito viene affidato ad Asterix ed Obelix ma si rivela piu’ difficile del previsto perche’ il giovanotto, oltre che scansafatiche e’ anche pusillanime e viene rapito dai Vichinghi che stanno cercando il campione mondiale di fifa perche’ convinti che la paura possa farli volare rendendoli ancora piu’ pericolosi.

Asterixeivikinghi

Sono cresciuta con Il Giornalino come lettura settimanale, quindi il fumetto di Asterix ed Obelix e’ parte integrante della mia infanzia ma questa ennesima trasposizione a cartoni animati di una avventura dei celebri Galli non ha soddisfatto neppure il mio sentimentalismo. Ispirato al fumetto Asterix e i Normanni il film e’ troppo didascalico e non ha mai un guizzo forse perche’ non osa adeguare completamente i nuovi personaggi al gusto moderno: Spaccaossix rimane a meta’ strada con la parodia giovanile di 30 anni fa: e’ vegetariano e pacifista viaggia con una biga carenata in compagnia del suo fedele piccione viaggiatore che si chiama.. SMS! pero’ balla l’hip hop su “attualissima” disco dei tardi anni ‘70.
Il nuovo personaggio della giovane vichinga Abba e’ troppo debitrice alle attuali eroine dysneiane per lo spirito d’indipendenza e per gli occhioni a mandorla.
Fedelissimi all’originale invece tutte le gag di contorno: i soliti pirati che vengono regolarmente affondanti e non manca uno scontro coi poveri romani.
Molto meglio rileggersi gli albi originali.

Il 7 e l’8

Il7el8 Anche se Ficarra e Picone mi divertono, non sarei andata a vedere il film per loro, ad interessarmi sono stati due elementi presenti nei trailer: Il ballo di San Vito di Capossela e soprattutto la presenza di Tony Sperandeo.
Non frequentando le pellicole dei nuovi comici, non saprei dire se il duo siciliano ha debuttato meglio degli altri sul grande schermo e soprattutto non saprei sottoscrivere pienamente la recensione di Filmtv che ne esalta la sceneggiatura, di certo l’idea di base e’ sfiziosa: il 6 gennaio 1975 nascono due bambini che vengono scambiati nella culla, per caso si ritroveranno trentun anni dopo e scopriranno l’incredibile scambio.
La storia e’ valida nella delineazione dei due opposti caratteri dei protagonisti e regge fino a quando si scopre il perche’ dello scambio, poi si perde ed il finale e’ troppo aperto e sospeso; anche se le situazioni comiche sono prevedibili e si capisce sempre un attimo prima come nascera’ la gag, ma bisogna ammettere che Ficarra e Picone sono molto spassosi e il cameo di Sperandeo e’ grandioso e fondamentale nell’economia filmica.
Un’onesta pellicola di pura evasione che riesce a mantenere quel che promette.

INLAND EMPIRE

Lynchinlandempire Non riesco a gridare al capolavoro per quest’ultimo lavoro di David Lynch anche se alcune cose mi sono piaciute davvero molto, sicuramente tutta la prima parte fino a quando si chiude il primo circuito temporale e si scopre che e’ Nikki ad essere entrata dal retro nello studio 5 dove lei e i suoi colleghi stavano procedendo alla lettura del copione, poi la seconda parte con i deliri mentali e temporali della protagonista mi ha annoiato per l’eccessiva presenza di quello che, scusate preventivamente il termine, mi sento di definire “ciarpame lynciano”: son quasi vent’anni che ci propina i vari settori della mente come stanze arredate malamente con le piccole cose di pessimo gusto, un immaginario talmente sfruttato che basta partecipare a un qualsiasi corso con una minima sfumatura motivazionale che nell’immaginata vi rifileranno questo percorso nei corridoi della vostra mente; poi ci sono i soliti freak, i suoni bassi distorti, i balletti e gli schiocchi di dita che danno il ritmo e le espressioni stralunate degli attori. E cosi’, mentre le immagini scorrevano piuttosto noiose sullo schermo, non ho potuto fare a meno di pensare a un Lynch burlone che si diverte a farcire i suoi film di questo suo caratteristico ciarpame per mandare in solluchero gli intellettuali.
Lo so, si puo’ ribattere con la sua teoretica della visione e dei piani paralleli, ma per me non regge perche’ non mi e’ sembrato di assistere nel corso degli anni ad una progressione, un approfondimento di questi temi che dovrebbero essere peculiari per l’autore e di conseguenza penso che alcune atmosfere siano diventate solo un vezzo.
Poi il film si e’ ripreso sul finale: mi e’ piaciuto che tutto si sia risolto con un andamento circolare tornando all’incontro di Nikki con “la mamma di Laura Palmer”, lo sguardo in camera di Nikki/Sue verso la ragazza chiusa nella stanza che guarda tutto dalla tv e a sua volta compare su un altro televisione, ma soprattutto ho adorato la morte sul set di Sue con la telecamera che entra in campo: finalmente una visione salvifica del mezzo di ripresa, che con il suo ingresso annulla il senso di angoscia surreale della scena: un bel rovesciamento di prospettiva in questi tempi dove viene sempre sottolineata la sua funzione negativa di intrusione nella privacy o mezzo per mettere in internet i propri trofei piu’ imbecilli.
Nel complesso un film sicuramente affascinante, molto meno incompresibile o complesso da gestire di quel che ci si puo’ aspettare.

L’aria salata

Lariasalata Fabio e’ cresciuto con la madre e la sorella, dopo la laurea ha iniziato a lavorare come educatore in un carcere romano, e un giorno, in un detenuto appena trasferito ritrova il padre che non vedeva dall’infanzia, dopo che la famiglia si era sfasciata per l’omicidio commesso dall’uomo..

Accennavo, a proposito di Saturno contro dell’incapacita’ del cinema italiano di approfondire coraggiosamente un tema drammatico, non e’ certo il caso dell’opera prima di Alessandro Angelini di che analizza accuratamente il rapporto tra un padre assente perche’ carcerato per omicidio e un figlio segnato da questa mancanza e che forse fa l’educatore in carcere proprio nella nascosta speranza di rincontrare un giorno quel padre con cui i rapporti si sono interrotti da tempo.
Non e’ facile ricostruire un rapporto su cui si sono affastellati anni di rancori e presunte colpe, ma entrambi i protagonisti hanno voglia di tentare anche se dovranno scontrarsi con la disapprovazione degli altri, in particolare della sorella di Fabio che rifiuta ogni contatto col padre, ma soprattutto ci sara’ lo scontro inevitabile con la drammatica realta’ delle regole del carcere.
Dolore e durezza mai urlati (altra novita’ per il nostro cinema) ma raccontati attraverso silenzi, campi lunghi e colori freddi; inaspettatamente l’uso di colori piu’ caldi (il giallo) solo all’interno del carcere: quale altra casa per un uomo che ha trascorso piu’ di vent’anni di galera senza mai un permesso?
L’esordiente regista si rivela anche un buon direttore di attori ottenendo buoni risultati da Pasotti ma soprattutto avvalendosi dell’ottima intepretazione di Giorgio Colangeli nel ruolo del padre galeotto

Diario di uno scandalo

Diariodiunoscandalo Barbara e’ un’insegnante alle soglie della pensione, lavora in una scuola piuttosto degradata di Londra, di quelle che hanno i metaldetector all’ingresso delle classi. Quando arriva una nuova insegnante, Sheba, le due donne si legano di profonda amicizia, ma quando Barbara scopre che Sheba ha una relazione con un alunno..

Una volta c’erano i drammi al femminile, di solito avevano per protagonista Bette Davis che si immergeva in una spirale di odio e vendetta con la sua antagonista, arrivando anche ai parossismi di Che fine ha fatto Baby Jane e la pellicola diretta da Richard Eyre ha questa allure: due personaggi femminili, magnificamente interpretati, di cui vengono scavati luci ed ombre, e quest’ultime prevalgono nettamente.
C’e’ una buona suspense (sottolineata dalla musica magistrale di Philip Glass) che tiene desta l’attenzione dello spettatore fin dall’inizio quando dalle annotazioni del diario di Barbara sappiamo dell’arrivo nella scuola della bella Sheba: sembra un appunto casuale sul diario di una persona sola che non ha molto di personale da scrivere, gli appunti successivi paiono indicare l’attrazione di una persona mediocre per una rappresentante di una classe superiore (il padre di Sheba era stato un famoso economista) ed infine lo spettatore capisce cosa spinge morbosamente Barbara verso Sheba anche se il personaggio interpretato da Judy Dench non lo ammetterebbe mai.
Barbara e’ il prodotto malato della solitudine e della repressione, un personaggio che fa piu’ paura dei vari enigmisti ed altri mostri che infestano gli attuali film horror perche’ rappresenta la mostruosita’ celata nell’anonimato della presunta normalita’, ma anche la sua vittima, Sheba non e’ esattamente un giglio e rappresenta un tipo di donna facilmente riscontrabile nella generazione delle trenta-quarantenni: bella ma insicura, con un passato “burrascoso” (la foto giovanile in versione punk fa pensare a droghe e sesso libero) sposata con un uomo piu’ anziano di lei che ha strappato da un precedente matrimonio, si annoia del ménage familiare non esita a lasciarsi andare a un amore con un suo allievo quindicenne, altro personaggio estremamente inquietante: un ragazzino con grandi capacita’ seduttive, che non si fa scrupolo di inventare una storia strappalacrime per manipolare la bella maestrina, insomma non si salva nessuno in questo spaccato multigenerazionale dipinto dal regista: ogni personaggio e’ il frutto delle storture della sua epoca, senza pero’ essere stereotipato.
All’altezza della suspense di tutta la pellicola anche il finale dove apparentemente trionfa la giustizia ma l’orrore della normalita’ continua ad agire indisturbato nell’anonimato.

Saturno contro

Saturnocontro

Il lavoro di Ozpetek avrebbe un potenziale interessante ma l’eccessiva frammentarietà della trama sfilaccia una pellicola che offre alcuni momenti di confronto con la morte davvero commoventi, in particolare la ragazza che esterna il suo dolore al telefonino in una lingua straniera, il dialogo tra il personaggio di Ambra Angiolini, Roberta, e la strepitosa infermiera Milena Vukotic e soprattutto la scena in cui Roberta rimane silenziosamente indietro mentre il gruppo raggiunge l’obitorio. Si è parlato della ex lolita televisiva Ambra Angiolini come di una rivelazione, ed in effetti l’attrice (?) si è impegnata e se l’è cavata bene, ma bisogna anche ammettere che il suo ruolo era il meglio costruito, in grado di uscire dai soliti stereotipi che affossano il film e il pensiero non può non andare alla coppia di coniugi in crisi per i cui ruoli sono stati chiamati i massimi esperti del settore: la cornuta per eccellenza del cinema italiano, Margherita Buy e il sempre isterico Accorsi.
I difetti che si possono imputare a questo film sono sempre i soliti che affliggono il cinema italiano: la mancanza di coraggio di affondare nel dramma o comunque di approfondire un tema e il voler restare sempre nel dolce amaro, con il classico finale ottimista della vita che continua da cui non si esimeva neppure La stanza del figlio di Moretti.
Una nota sull’intellingenza sopraffina del pubblico italiano: che palle sentire ancora le risatine di contorno a due uomini che si baciano sul grande schermo e un coro di “Pina! Pina!” ogni volta che appare Milena Vukotic!

Alpha dog

Alphadog Johnny Truelove, figlio di un boss malavitoso e’ il capo di una banda di giovanissimi spacciatori dei quartieri alti losangelini, quando Jake, uno dei suoi sottoposti si ribella, tra i due inizia una guerra che portera’ Johnny a rapire il fratellastro di Jake..

Per cane alpha si intende il capobranco e Nick Cassavetes, nel suo film vuole sostenere la tesi che tutta la tragica vicenda che nel 1999 scosse l’America e che sta avendo in questo periodo il suo ultimo risvolto processuale, fosse nata dal desiderio di Johnny di dimostrare che con lui non si poteva sgarrare, cosa molto probabilmente vera, ma purtroppo questa tesi finisce per affossare un film che aveva un grande potenziale; diventa troppo lungo il prologo che vuole spiegare perche’ l’esecutore materiale ha questo rapporto di completa sudditanza con Johnny e altrettanto inutile e’ il finale che ci mostra il protagonista in fuga.
AlphadogQueste parti cozzano con uno stile che vuole essere molto secco e freddo, in alcuni momenti certe atmosfere mi hanno ricordato Elephant di Gus Van Sant, e anche le interviste con i genitori dei protagonisti mi sono parse superflue: la storia aveva una tragica assurdita’ intrinseca che non necessitava di nessuna sottolineatura, per questo motivo non sono rimasta particolarmente colpita dalla prova di Sharon Stone, che si fa ricordare piu’per gli effetti speciali del trucco, ma devo riconoscere che non sono una grande amante delle scene madri, soprattutto quando, ribadisco, non aggiungono nulla alla pellicola, ho di gran lungo preferito la prova contenuta di Bruce Willis, anche il cast dei giovani protagonisti e’ azzeccato, eccetto forse Emile Hirsch (Johnny Truelove): sembra David Silver di Beverly Hills 90210 e tenta palesemente di imitare Di Caprio.