La tragedia di un uomo ridicolo

Italia 1981
con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée, Laura Morante, Victor Cavallo, Ricky Tognazzi, Vittorio Caprioli, Renato Salvatori, Olimpia Carlisi, Cosimo Cinieri
regia di Bernardo Bertolucci

Nel giorno del suo compleanno Primo Spaggiari, industrialotto della Bassa, assiste al rapimento del figlio.
Per pagare il riscatto Barbara, la moglie di Primo e madre del rapito, è disposta a vendere tutte le proprietà di famiglia.
Laura, fidanzata di Giovanni, lavora nel caseificio di Primo e anche Adelfo, prete operaio, è molto amico del ragazzo. I due sembrano sapere molto del rapimento e a un certo punto informano Primo che il figlio è morto in un tentativo di fuga. Primo decide di non informare la moglie e di continuare a raccogliere il denaro per investirli nel caseificio che in realtà sta fallendo ma il figlio creduto morto ricompare dopo il falso pagamento del riscatto…

Una tragedia (nel senso greco del termine) familiare dai toni volutamente noir sottolineati dalla voce off del protagonista.
Visto oggi verrebbe da chiedersi chi è il vero uomo ridicolo a cui allude il titolo: il padre ex partigiano che si è buttato nel lavoro costruendo dal nulla un’azienda o il figlio alto borghese colluso con la sinistra eversiva e che ha organizzato il finto rapimento per trasformare l’azienda in un collettivo operaio?

Il dubbio sul titolo non nasce da posizioni personali ma da una lettura delle scene iniziali: gli avanzi della festa di compleanno di Primo. Sì la festa è finita, sicuramente la sbornia del boom di cui è stato protagonista Primo ma nel 1981, anno di uscita del film, anche i rapimenti stavano perdendo il loro significato politico; ma ovviamente l’uomo ridicolo è Primo Spaggiari perché la sua vita è così prevedibile: per chi lo circonda, madre e figlio sicuramente complici, è facile intuire che Primo cederà alla tentazione di utilizzare il denaro per la fabbrica, che apparentemente ha lo stesso peso del figlio nella vita di Primo.
Apparentemente perché l’uomo è cosciente del disprezzo filiale e alla fine accetta senza ribellarsi il ritorno del figliol prodigo (del lavoro altrui).
Uno scontro generazionale acceso, una lettura puntuale della borghesia e dei sui vizi anche extra familiari, su tutti lo strozzinaggio.

Thelma

USA 2024
con June Squibb, Fred Hechinger, Richard Roundtree, Parker Posey, Clark Gregg, Malcolm McDowell
regia di Josh Margolin

Thelma ha più di 90 anni, è vedova da due e nonostante i numerosi acciacchi si gode la sua solitudine, s’interessa ad internet grazie all’aiuto del nipote ed è una fan di Tom Cruise in Mission Impossible. Quando finisce vittima di una truffa telefonica l’immarcescibile vecchietta non si perde d’animo e riesce a scoprire i truffatori con l’aiuto di Ben, un amico di famiglia che vive in una casa di riposo e da cui Thelma vorrebbe solo farsi prestare la moto a tre ruote…

Piacevole commedia che qualche anno fa si sarebbe definita “indie” e che ripropone i temi di quella stagione cinematografica: lo sguardo sulle famiglie disfunzionali. 

Ispirato alla storia della nonna del regista che compare negli ultimi fotogrammi del film che le è stato dedicato, Thelma racconta con grande tenerezza ma anche con grande realismo la terza età: la solitudine, l’abbandono, la malattia, la perdita di autosufficienza sempre dietro l’angolo. Tra amiche svanite e vecchi rinchiusi in case di riposo che attendono più o meno serenamente la morte, Thelma è l’unica che si mantiene viva grazie alla sua curiosità: lei vuole capire che cos’è Internet più che essere in grado di usarlo.

Vittima di una truffa telefonica in cui cadrebbero persone molto più giovani di lei, Thelma si ribella alla rassegnazione delle forze dell’ordine per un personale senso di giustizia ma soprattutto per dimostrare di essere ancora autonoma ai familiari che vedono nella truffa un’occasione per ricoverare l’anziana signora. 

L’unico ad essere dalla parte di Thelma è il nipote, un 24enne disagiato in una relazione complicata, con dei genitori troppi presi dal lavoro per ascoltarlo ma comunque ingombranti.

La vecchietta vorrebbe risolvere tutto da sola ma il fisico è nello specifico la protesi all’anca non la sorregge così pensa di farsi prestare la motoretta da Ben, amico di famiglia che ha sempre giudicato un mollaccione ma che invece non la lascia sola e diventa suo complice nello sventare i truffatori.

Il tono comico-melanconico del film prosegue anche nella caratterizzazione dei criminali: un negoziante sull’orlo del fallimento che sopravvive con le truffe, anche lui un vecchio (il sempre grande Malcolm McDowell) attaccato alla bombola di ossigeno con un non meglio precisato giovane assistente. 

Tra la parodia al rallenti dei film d’azione e gli altri spunti comici, il film stigmatizza un mondo morente non solo per l’anzianità dei protagonisti ma anche per il patetico tentativo di sopravvivenza di un sistema economico che ha dovuto soccombere alla rivoluzione digitale, fenomeno di cui si mostrano tutti i danni e i pochi vantaggi: l’ansia giovanile, l’eccessivo legame al lavoro degli adulti, la solitudine dei vecchi.

Il robot selvaggio

The Wild Robot
USA 2024, Dreamwork
regia di Chris Sanders

A causa di un tifone il carico di una nave finisce su un’isola deserta. Dei sei robot Rozzum solo uno è rimasto integro e viene accidentalmente acceso da un animale.
Da subito l’automa manifesta una volontà che va oltre i suoi compiti e impara ben presto il linguaggio degli animali che vivono sull’isola che però la evitano e la considerano un mostro. Durante l’ennesimo scontro, l’androide schiaccia un’oca che sta covando la sua nidiata. Si salva solo un uovo che il robot inizia ad accudire con l’aiuto interessato della volpe Fink che vorrebbe sbafarsi l’uovo. Quando si schiude il pulcino, per la legge dell’imprinting, crede che Roz sia sua madre ma quando entra in contatto con la comunità di oche con cui dovrebbe migrare scopre che il robot ha ucciso la sua famiglia. La partenza per la migrazione è quindi un distacco freddo tra Roz e BeccoLustro e mentre l’oca conquista il rispetto dello stormo, Roz nell’inverno salva tutti gli animali della foresta da una tremenda tempesta di neve convincendoli a convivere pacificamente.
Al ritorno delle oche Roz crede che BeccoLustro sia ancora arrabbiato con lei e attiva il sistema di rientro alla casa madre.
La navicella che opera il recupero si mostra piuttosto ostile anche nei confronti dell’unità recuperata: interessa di più comprendere come la macchina sia sopravvissuta e si sia evoluta che ripristinarla.
L’intervento collettivo di tutti gli animali dell’isola salva Roz ma è solo una vittoria temporanea: per evitare che il prossimo tentativo di recupero devasti ulteriormente l’isola, Roz accetta di tornare alla casa madre ed essere ricondizionata perdendo i suoi ricordi, ma certe esperienze non possono essere cancellate…

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo illustrato di Peter Brown (2016) firmato da Chris Sanders, uno degli autori più interessanti nell’animazione americana degli ultimi due decenni, cresciuto in casa Disney e approdato alla Dreamworks con il successo di Dragon Trainer.

Il robot selvaggio ha riscosso molti consensi soprattutto per l’impianto grafico con un ritorno al disegno d’ispirazione impressionista; dal punto di vista della storia i pareri sono più discordi.

Io credo che questa cosa del woke stia un po’ sfuggendo di mano e parafrasando Andreotti direi che il woke logora chi lo teme. Anche il nostro Pinocchio ha una famiglia che definire anticonvenzionale è un eufemismo : un vecchio che si fa un figlio da un ciocco di legno che trova una figura materna in una fata (per la precisione una bella bambina dai capelli turchini) che a volte è morta e a volte no e vive con una lumaca come governante. Una situazione stramba, antispecista e quant’altro eppure da oltre cent’anni è una delle più famose fiabe del mondo quindi evitiamo di sottolineare quanto è bislacca una famiglia composta da un robot, una volpe e un’anatroccolo (tra l’altro animale che potrebbe credere sua madre pure una scarpa per la legge scientificamente riconosciuta dell’imprinting) è dai tempi di Esopo che si usano metafore tratte dal mondo animale per parlare della natura umana.

La razza umana non compare ne Il Robot Selvaggio, non credo sia un universo apocalittico altrimenti non avrebbe senso impiegare robot senzienti in una coltivazione intensiva di verdure, credo che il film voglia fare un parallelismo tra robot ed animali, specie che l’uomo guarda con disattenzione, non considerando i loro sentimenti.

Il punto interessante del film è come Roz evolva e maturi sentimenti materni verso BeccoLustro, molti sono i rimandi a Il gigante di ferro ma pur non essendo io una grande amante de Il Piccolo Principe, forse l’ho letto troppo da adulta, trovo la costruzione del legame tra il robot e l’anatroccolo l’espressione visiva più accurata del monologo della volpe sul tempo perduto per la rosa.

La lezione del film mi pare andare oltre la maternità se si fa iniziare l’inizio della civiltà quando un gruppo curò un compagno con un osso rotto invece di abbandonarlo quindi quando ci si prende cura del più debole: BeccoLustro non sarebbe sopravvissuto alla nidiata perché troppo piccolo per sopravvivere in un mondo dove vige solo la legge delpiù forte,, smontata da Roz nella cura dell’anatroccolo e nel salvataggio degli altri animali durante la tormenta.

Le Manoir de la peur

Francia 1927
con Gabriel de Gravone, Romuald Joube, Arlette Marchal, Lynn Arel, Cinq-Léon, Georges Térof, Louis Monfils
regia di Alfred Machin e Henry Wulschleger

Uno straniero e il suo servitore arrivano in un borgo della Provenza spaventando i paesani con i loro modi inquietanti. Lo straniero decide di acquistare un maniero abbandonato che sorge nelle vicinanze del cimitero e su cui gravano cupe leggende. L’unico a relazionarsi con lo straniero è Jean un contadino che non può sposare la donna che ama perché il padre si oppone. Quando in paese iniziano strani e mortali incidenti sulle case segnate da uno strano simbolo, sarà proprio Jean a sfidare la sorte e cercare di capire il segreto del maniero…

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L’opera è stata realizzata dai registi Alfred Machin e Henry Wulschleger, che per la prima volta si cimentano nel genere fantastico, forse per questo motivo il film ebbe difficoltà a trovare una distribuzione e benché realizzato nel 1924 uscì solo nel 1927.

È evidente la derivazione dall’espressionismo tedesco, pur smorzandone gli aspetti scenografici: manca l’irrazionalità sghemba di Robert Wiene anche se il lungo corridoio con il pavimento a scacchi ricorda Il Gabinetto del dottor Caligari e in fondo Cagno il servitore è una parodia triste di Cesare: non c’è l’ipnosi a spingere Cagno verso il male ma una più banale cupidigia di denaro spinge il servitore ad utilizzare uno scimpanzé degli esperimenti del dottore per furti che finiscono in tragedia più per la psicosi che ha colpito il villaggio che per le intenzioni dell’animale.

Benché sperimenti sulle scimmie, lo straniero non è un mad doctor ma è spinto dal desiderio di trovare una cura alla tubercolosi che gli ha portato via moglie e figlia. Che il dottore non fosse cattivo ma solo inconsapevole delle pessime abitudini di Cagno era intuibile dal suo look: tabarro e cappello a falda larga ricordano un celebre ritratto di Goethe.

Il film ha il suo punto di forza nella fotografia davvero notevole e nel sapiente uso dei viraggi creando atmosfere gotiche di tutto rispetto; l’impressionante scena del deragliamento del treno nasce da un’esperienza diretta di Machin, sopravvissuto a un incidente ferroviario

Il coraggio delle due

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Two O’Clock Courage
USA 1945, RKO
con Tom Conway, Ann Rutherford, Richard Lane, Lester Matthews, Roland Drew, Emory Parnell, Jane Greer, Jean Brooks, Bob Alden, Bryant Washburn
regia di Anthony Mann

La tassista Patty Mitchell rischia d’investire un uomo apparentemente ubriaco ma si accorge che è ferito e lo carica sul taxi, ben presto si accorge che l’uomo è affetto da amnesia e corrisponde alla descrizione di un probabile omicida ma Patty è convinta dell’innocenza dell’uomo e lo aiuta a scoprire la sua vera identità…

Un ibrido tra noir e commedia gialla, del resto è il remake di un film del ’36 intitolato Two in the Dark dove le smart girl non si facevano problemi a investigare per le loro teorie che si rivelavano vincenti.

Dieci anni dopo la scena iniziale del film ha tutti i crismi del noir: una notte nebbiosa, un uomo solo e barcollante davanti al cartello di un bivio ma irrompe sulla scena la tassista dalla battuta facile (Ann Rutherford nota per aver interpretato la sorella gelosa di Rossella in Via Col Vento) e il tono cambia.

Per lo spettatore odierno rimane poco credibile che una tassista donna si carichi uno sconosciuto ferito e decida di dimostrare la sua innocenza ma il film è del 1945 quando le donne esercitavano attività maschili perché gli uomini erano in guerra o sulla via del ritorno.

La trama s’ingarbuglia come nei film noir con l’entrata in scena di altre sue donne, più aderenti al prototipo della dark lady (tra loro si cela l’assassina). Tra battute fulminanti da commedia brillante e qualche altra incursione nel noir, Il coraggio delle due è un film che si lascia guardare, riuscendo anche a divertire gli amanti del genere. Altri potrebbero essere incuriositi dalla presenza dietro la macchina da presa di un Anthony Mann poco più che debuttante (alla sesta regia)

Gremlins

USA 1984, Warner Bros
con Zach Galligan, Phoebe Cates, Hoyt Axton, Polly Holliday, Frances Lee McCain, Judge Reinhold, Dick Miller, Glynn Turman, Keye Luke, Scott Brady, Corey Feldman, Jonathan Banks, Edward Andrews
regia di Joe Dante

L’inventore fallito Rand Peltzer si trova a Chinatown per vendere le sue invenzioni quando in un vetusto negozietto trova un adorabile creatura, un Mogwai che decide di regalare al figlio come regalo di Natale. Le regole per gestire la bestiola sono apparentemente semplici, non esporlo alla luce, non bagnarlo e soprattutto non dargli da mangiare dopo la mezzanotte. Ovviamente Billy infrangerà involontariamente le tre regole portando il mogwai, chiamato Gizmo, a generare una schiera di piccoli molto aggressivi che ben presto mutano in orridi mostriciattoli che finiscono per seminare il terrore nella pacifica Kingston Falls…

Il regista Joe Dante e lo sceneggiatore Christian Columbus,  frenati dal produttore Spielberg, decidono di sconvolgere il genere della commedia natalizia con un’orda d’irriverenti mostriciattoli tanto simpatici quanto pericolosi in questo capolavoro della horror comedy anni ’80, che è una sarabanda di citazioni:  l’introduzione a Chinatown con la voce off del protagonista rimanda al genere noir e quindi avvisa lo spettatore che una situazione inusitata e catastrofica verrà a sconvolgere l’esistenza del protagonista.

L’evoluzione della vicenda è divisa in capitoli segnati dai film che appaiono in tv: la calda atmosfera natalizia della tipica cittadina di provincia è introdotta da La vita è meravigliosa, il film natalizio per antonomasia di Frank Capra; i fotogrammi con Clark Gable appartengono al film Indianapolis del 1950 e aprono alla sottotrama amorosa tra Billy e Kate e non a caso il titolo originale del film è To Please a Lady (letteralmente per compiacere una signora)

I riferimenti poi tornano ai gremlins che diventano aggressivi dopo un periodo di muta nel bozzolo proprio come i baccelli de L’invasione degli ultra corpi che passa alla tv.

Dopo aver devastato la città con scene demenziali che parodiano tutti i grandi successi dei primi anni ’80 compreso il rovesciamento di “telefono casa” di E.T.  (qui è Ciuffo Bianco che taglia i fili e impedisce una telefonata che potrebbe salvare la città) i gremlins vanno al cinema e guardano il classico Disney Biancaneve e i sette nani, tra le tante letture della scelta non va dimenticato l’omaggio alla casa di produzione che aveva pensato di trarre un film dal racconto Gremlins di Dahl a cui Columbus s’ispirò per scrivere la sceneggiatura di questo film. 

Billy e Kate salvano la città mandando a fuoco il cinema: che anche Gremlins sia uno dei rimandi cinefili del catartico finale di Bastardi senza gloria di Tarantino? Di certo lo schermo a brandelli con i mostricci in fuga a me ha fatto ricordare la battaglia contro lo schermo del Don Quixote di Orson Welles.

via GIFER

Referenti altissimi per una commedia che non lesina la satira dei costumi: ricordiamo che il vecchio Wing non vuole vendere il mogwai, è il nipote che per necessità di denaro rincorre il signor Peltzer e gli vende l’animaletto all’insaputa del nonno che torna nel finale come un deus ex machina a riprendersi Gizmo rimanendo scandalizzato del fatto che i Peltzer gli abbiano insegnato a guardare la televisione contaminando un essere misterioso dal potenziale angelico e diabolico con la più becera omologazione. 

Rand Peltzer è un personaggio ambiguo come sottolineato dalla sua introduzione nei bassifondi di Chinatown, un romantico inventore di prodotti inutili reso cinico dalla necessità di denaro: vede la nascita dei piccoli mogwai come un evento da sfruttare e rivendere con il suo nome.

La satira contro l’edonismo reaganiano era netta anche se giocata sui toni della commedia e del fantastico.

Cute Girl

Taiwan 1980
con Kenny Bee, Fei Fei Feng, Anthony Chan, Ping-Yu Chang, Kai-Ching Chi, Lu Chien, Chi-Sheng Hsieh, Michael Jong-Quin Huang, Chen-Peng Kao
regia di Hou Hsiao-hsien

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Wenwen è una ricca ragazza in procinto di fare un matrimonio combinato dai genitori; l’incontro con l’ingegnere spiantato Daigang manda in crisi la ragazza che va a ritirarsi qualche tempo in campagna, presso una zia. Destino vuole che anche l’ingegnere arrivi nello stesso villaggio per dei sopralluoghi, i due s’innamorano ma l’arrivo del promesso sposo di Wenwen, Qian Ma, costringe la ragazza a tornare a Taipei. Tornato in città Daigang scopre la condizione sociale dell’amata e che è fidanzata, il ragazzo non demorde e con incontri fintamente casuali stringe amicizia con Qian Ma che è ben felice di distrarsi dalla promessa sposa perché anche lui è innamorato di una ragazza conosciuta in Francia. Senza più ostacoli, Daigang va a chiedere la mano della ragazza al padre ma solo l’intervento della zia porterà al lieto fine. 

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Il primo lungometraggio del regista di culto Hou Hsiao-hsien è una commedia romantica, con intervalli musicali benché il regista in parte lo disconosca sostenendo che il suo primo film (autoriale) è I ragazzi di Feng Kuei, suo quarto lavoro.

In Cute girl troviamo in nuce molte tematiche che poi l’autore svilupperà nei suoi film più maturi, in particolare il contrasto tra mondo rurale e vita cittadina: il film si apre nella caotica capitale ma l’idillio tra i due giovani nasce in campagna tra scherzi e schermaglie non solo amorose ma anche nella lotta degli abitanti per tutelare i loro beni dallo sviluppo: una casa verrebbe letteralmente tagliata in due dal tracciato della nuova autostrada oggetto dei sopralluoghi di Daigang e dei suoi colleghi.

Anche la scoperta della vera identità della ragazza di campagna avviene durante una festa caotica riproposta in televisione.

È un film molto gradevole anche se leggero, ispirato chiaramente alle commedie sofisticate dell’era d’oro di Hollywood con personaggi buffi e momenti comici (il parallelo tra i giovani al lavoro che perdono le scarpe).

Va sottolineato anche un omaggio al surrealismo: la lunga scena del presunto abbraccio tra Wenwen appena arrivata in paese e un abitante: alla fine la ragazza svolta verso l’ingresso della casa della zia e il contadino che correva a braccia tese recupera la sua gallina.

La comicità surreale lascia il posto a un chiaro omaggio magrittiano quando i due innamorati si danno il primo bacio ed essendo all’aperto si nascondono sotto la giacca di Daigang citando Gli Amanti dipinto del 1928

A ciascuno il suo

Italia 1967
con Gian Maria Volonté, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone, Luigi Pistilli, Laura Nucci, Mario Scaccia, Luciana Scalise, Leopoldo Trieste, Giovanni Pallavicino
regia di Elio Petri

Nelle campagne intorno Cefalù vengono uccisi due notabili del paese, il farmacista Manno e il dottor Roscio, siccome il primo aveva ricevuto una serie di lettere di minaccia per essere un libertino, si pensa che il dottor Roscio sia solo una vittima collaterale in un delitto d’onore per cui vengono arrestati i fratelli analfabeti della servetta di Manno. Paolo Laurana, professore universitario che aveva avuto modo di vedere le lettere anonime, si era accorto che i ritagli erano presi dall’Osservatore Romano, giornale che in città arrivava ai due soli ecclesiastici e lettura ben lontana dai due contadini analfabeti, la scoperta porta l’avvocato Rosello a difendere probono i due indagati mentre Laurana prosegue le indagini…

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Prima trasposizione cinematografica di un romanzo di Sciascia ad opera di Elio Petri che con questo film inizia anche la collaborazione con lo sceneggiatore Ugo Pirro e l’attore Gian Maria Volontè che interpreta il professor Laurana, un notabile che, per quanto frequenti il circolo del paese, non è perfettamente inserito nella realtà cittadina un po’ perché insegna a Palermo un po’ perché è un idealista (ha lasciato anche il partito comunista) refrattario a certe dinamiche. La vita con la madre e la nonna, la dedizione allo studio portano Laurana a non sapersi confrontare con le donne, s’interessa al caso dei due amici uccisi anche perché segretamente innamorato di Luisa, la vedova di Roscio.


Volontè costruisce questo personaggio disadattato a una società corrotta che sul finale lo bollerà come un cretino con una postura contratta, gesti indecisi che ben rendono il suo essere fuori posto. Gli fa da contraltare l’avvocato Rosello interpretato dal sempre ottimo Gabriele Ferretti, elegante e a suo agio in ogni situazione del resto intrallazza con la stessa nonchalance con i parlamentari romani e i killer mafiosi. 
Vertice del triangolo tra due uomini è Luisa, la vedova interpretata da Irene Papas, una dark lady prevedibile, a sottolineare come l’unico a non comprendere sia solo e sempre Laurana.


Tornando alla società di paese in cui Laurana non riesce ad inserirsi,  si tratta di un covo di vipere dove tutti sanno tutto di tutti o ne intuiscono i traffici, malizia che manca totalmente a Laurana. Una piccola borghesia arraffona che non esita ad intrallazzare con la mafia per ottenere il proprio tornaconto, in questo caso il coronamento di un amore proibito tra primi cugini, nipoti di un prelato che si oppone alle nozze. Come ci racconterà bene Camilleri che di Sciascia era amico, tutto è teatro: la messinscena delle lettere di morte al farmacista femminaro, la vita apparentemente serena sotto l’imponente cattedrale di Cefalù. 

Petri aggiunge un uso insistito dello zoom che nella sua aggressività ostinata cerca di scardinare le placide connivenze. 
Il taglio quasi televisivo del resto delle riprese, con le carrellate dei volti dei partecipanti alle cerimonie in cattedrale mi hanno dato un brivido perché mi hanno ricordato i funerali di stato di Falcone.
A sottolineare l’ambiguità morale dei personaggi il matrimonio finale che nei colori e nelle espressioni parte come un funerale per trasformarsi nel trionfo del malaffare imperante. 

Dante

Italia 2022
con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Carlotta Gamba, Enrico Lo Verso, Nico Toffoli, Erika Blanc, Alessandro Haber, Mariano Rigillo, Paolo Graziosi, Leopoldo Mastelloni, Antonella Ferrari, Valeria D’Obici, Romano Reggiani, Patrizia Salis, Giulio Pizzirani, Gianni Cavina, Cesare Cremonini
regia di Pupi Avati

A trent’anni dalla morte di Dante, nel 1350 la Repubblica Fiorentina incarica Giovanni Boccaccio di portare un risarcimento simbolico di dieci fiorini d’oro ad Antonia, ora suor Beatrice, ultima figlia in vita del poeta, che resta a Ravenna in odio ai fiorentini e a custodia delle spoglie paterne. Per Boccaccio, anziano e malato, l’incarico sarà un viaggio per ricostruire parte dell’esilio dantesco nei luoghi che lo ospitarono e alla ricerca di chi lo conobbe.

Mai nessuno aveva tentato un biopic sulla vita di Dante, Avati ci prova con buoni risultati usando un doppio binario, rievocare la giovinezza e i primi anni d’esilio dell’Alighieri attraverso la ricostruzione che ne fa Boccaccio, grande cultore dantesco e suo primo copista.

L’operazione è interessante perché permette una certa libertà autoriale al regista che pure si è avvalso di molti studiosi danteschi e ha cesellato la ricostruzione medievale. La raccolta del racconto orale di chi ha conosciuto Dante in prima persona permette di uscire dal confine puramente storico e così nel momento più fantasioso, l’ospitalità ricevuta da una mugnaia permette la rivelazione più veritiera sulla Divina Commedia, che è un libro di morti. Pur avendo letto più volte l’Inferno (le altre due cantiche solo ai fini scolastici) non avevo mai riflettuto su questo dettaglio.

Il rievocare quindi i primi anni di vita di Dante, la morte della madre, quella di Beatrice, l’esilio (morte civile) e poi quella fisica dí Cavalcanti, il suo stesso esilio segnano indelebilmente la poetica di Dante che eleva a poesia sentimenti dolenti come la morte, la nostalgia, lo struggimento d’amore. Tutto il film è avvolto da un’atmosfera mortifera: si apre con la morte del poeta poi prosegue con l’introduzione di un Boccaccio malato e stanco, anche gli abiti nuziali di Beatrice non hanno i colori sgargianti del matrimonio con Gemma Donati ma il colore cinerino legato alla dissolvenza.

Il viaggio di Boccaccio presenta alcune similitudini con la costruzione della Divina Commedia: il peregrinare con una guida (Donato degli Albanzani) facendo diversi incontri che raccontano eventi passati degni di passare alla storia.
È anche interessante che i brani più noti della Divina Commedia non vengano neppure espressamente citati, penso a Paolo e Francesca la cui vicenda nel film si vuole raccolta durante una veglia accanto al fuoco mentre Dante era in guerra.

Molto scalpore ha fatto la scena del Sommo Poeta mostrato a braghe calate mentre evacua prima di andare in guerra, che la battaglia sia merda e sangue è ben noto, forse si è scordato che il linguaggio dantesco era abbastanza crudo così quel sedere in primo piano a me ha ricordato “Ed elli avea del cul fatto trombetta” a proposito del diavolo Barbariccia (canto XXI dell’Inferno).

Un altro punto su cui dissento rispetto alla gran parte delle recensioni è che il film sia molto diverso dalle altre opere di Avati, certo il regista ama spaziare in diversi periodi storici e non è la prima volta che affronta il medioevo, ma resta sempre presente il tema della memoria, la rievocazione della gioventù, gli aspetti orrorifici della morte temi portanti anche di questo biopic: Boccaccio conclude il film dicendo alla figlia che finalmente gli ha concesso udienza, che nonostante la sua grandezza Dante se lo può immaginare solo come un ragazzo, e al gotico padano che ha dato la grandezza a Pupi Avati rimanda la tumulazione di Beatrice che (letteralmente) dalla tomba verrà a perseguitare Dante; da menzionare il ruolo della sua bambola nuziale, acquisto inconsapevole del Boccaccio per la figlia Violante che vi riconoscerà un simbolo di morte affrettandosi a sotterrarla.

Quanto ad Avati interessi la gioventù di Dante è chiaro anche dal l’evoluzione stilistica, per quanto la ricostruzione medievale sia ineccepibile lungo tutto il film, le scene che riguardano la vecchiezza del poeta diventano tessere medievali, l’incontro con Pietro Giardina è la ricostruzione di un affresco mentre la scomunica da Avignone mostra proprio un affresco di Andrea di Bonaiuto in Santa Maria Novella prendere vita: Dante non è riuscito a laurearsi poeta e tornare a Firenze grazie alla sua opera, ma è -comunque- già nel mito.

La donna della spiaggia

The Woman on the Beach
USA 1947, RKO
con Joan Bennett, Robert Ryan, Charles Bickford, Nan Leslie, Walter Sande Irene Ryan
regia di Jean Renoir

Scott Burnett è un ufficiale di marina sopravvissuto a un bombardamento navale perseguitato da terribili incubi che lo spingono a chiedere alla sua ragazza di accelerare le nozze, quando Eve cerca di farlo ragionare, l’ufficiale deluso si ferma a parlare con Peg, una donna che ha già visto sulla spiaggia e la accompagna a casa. Qui conosce Todd, suo marito, un pittore diventato cieco. Todd si mostra molto interessato a Scott e fa di tutto per stringere amicizia con lui. Scott dubita che l’uomo sia veramente cieco e nel tentativo di scoprire la sua reale condizione lo fa cadere da una scogliera. Mentre Todd viene curato, Scott scopre che Peg ha avuto una relazione anche con Billy il fratello di Eve partito volontario per il fronte. Dopo un chiarimento Todd mostra i suoi dipinti a Scott scoprendo che Peg ha sottratto il suo preferito. La reazione violenta del marito induce Scott a causare un incidente mortale ma sarà proprio Peg ad allertare i soccorsi e dopo il rogo dei dipinti, decide di rimanere con Todd.

Ultimo film della parentesi americana di Jean Renoir, uscito in una versione sforbiciata dalla produzione che non lo salvò dal flop al botteghino.

L’incipit è comunque strepitoso con la scena dell’incubo di Scott: cammina in fondo al mare tra i detriti della nave affondata, tra gli scheletri e cerca di raggiungere Eve, vestita da sposa, ma nuove esplosioni impediscono il contatto, una sequenza muta che anticipa lo sviluppo della trama.

Il relitto del sogno si trova in realtà sulla spiaggia, attorno ad esso si aggira Peg in cerca di legna, è il suo rifugio quando vuole stare sola e diventa il luogo degli incontri con Scott.

Il personaggio di Peg è diverso dalla solita dark lady, fino al sottofinale possiamo pensare che sia la classica donna venale che utilizza l’amante per uccidere il marito ed ereditare così i quadri, invece decide di sventare il piano criminale avvisando la guardia costiera che Scott e il marito sono usciti per una battuta di pesca nonostante il maltempo. 

Anche Scott comunque non ha il coraggio di portare a termine l’intento e i soccorsi li trovano abbracciati alla barca da cui entrambi sono caduti. 
Tornato a casa il pittore dà fuoco ai dipinti e lascia la moglie libera e Peg decide di seguirlo. 

Un finale così complesso e irresoluto non poteva certo soddisfare il pubblico del noir, genere allora in ascesa.

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Quello di Renoir non è un film su una donna pericolosa che irretisce un uomo ma è lo studio psicologico di un triangolo tra tre persone disperatamente chiuse nella loro solitudine, il paesaggio metafisico della spiaggia con il relitto lo testimonia.

Di quest’opera mi colpisce il fatto che il regista, figlio del grande maestro impressionista, giri un’opera dove si parli molto di quadri senza mai mostrarne uno, eppure già dal 1945 con Il ritratto di Dorian Gray la commistione tra cinema e pittura si fa più stretto ed è un legame che dura fino ai primi anni ’50, coinvolgendo artisti di fama.