A ciascuno il suo

Italia 1967
con Gian Maria Volonté, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone, Luigi Pistilli, Laura Nucci, Mario Scaccia, Luciana Scalise, Leopoldo Trieste, Giovanni Pallavicino
regia di Elio Petri

Nelle campagne intorno Cefalù vengono uccisi due notabili del paese, il farmacista Manno e il dottor Roscio, siccome il primo aveva ricevuto una serie di lettere di minaccia per essere un libertino, si pensa che il dottor Roscio sia solo una vittima collaterale in un delitto d’onore per cui vengono arrestati i fratelli analfabeti della servetta di Manno. Paolo Laurana, professore universitario che aveva avuto modo di vedere le lettere anonime, si era accorto che i ritagli erano presi dall’Osservatore Romano, giornale che in città arrivava ai due soli ecclesiastici e lettura ben lontana dai due contadini analfabeti, la scoperta porta l’avvocato Rosello a difendere probono i due indagati mentre Laurana prosegue le indagini…

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Prima trasposizione cinematografica di un romanzo di Sciascia ad opera di Elio Petri che con questo film inizia anche la collaborazione con lo sceneggiatore Ugo Pirro e l’attore Gian Maria Volontè che interpreta il professor Laurana, un notabile che, per quanto frequenti il circolo del paese, non è perfettamente inserito nella realtà cittadina un po’ perché insegna a Palermo un po’ perché è un idealista (ha lasciato anche il partito comunista) refrattario a certe dinamiche. La vita con la madre e la nonna, la dedizione allo studio portano Laurana a non sapersi confrontare con le donne, s’interessa al caso dei due amici uccisi anche perché segretamente innamorato di Luisa, la vedova di Roscio.


Volontè costruisce questo personaggio disadattato a una società corrotta che sul finale lo bollerà come un cretino con una postura contratta, gesti indecisi che ben rendono il suo essere fuori posto. Gli fa da contraltare l’avvocato Rosello interpretato dal sempre ottimo Gabriele Ferretti, elegante e a suo agio in ogni situazione del resto intrallazza con la stessa nonchalance con i parlamentari romani e i killer mafiosi. 
Vertice del triangolo tra due uomini è Luisa, la vedova interpretata da Irene Papas, una dark lady prevedibile, a sottolineare come l’unico a non comprendere sia solo e sempre Laurana.


Tornando alla società di paese in cui Laurana non riesce ad inserirsi,  si tratta di un covo di vipere dove tutti sanno tutto di tutti o ne intuiscono i traffici, malizia che manca totalmente a Laurana. Una piccola borghesia arraffona che non esita ad intrallazzare con la mafia per ottenere il proprio tornaconto, in questo caso il coronamento di un amore proibito tra primi cugini, nipoti di un prelato che si oppone alle nozze. Come ci racconterà bene Camilleri che di Sciascia era amico, tutto è teatro: la messinscena delle lettere di morte al farmacista femminaro, la vita apparentemente serena sotto l’imponente cattedrale di Cefalù. 

Petri aggiunge un uso insistito dello zoom che nella sua aggressività ostinata cerca di scardinare le placide connivenze. 
Il taglio quasi televisivo del resto delle riprese, con le carrellate dei volti dei partecipanti alle cerimonie in cattedrale mi hanno dato un brivido perché mi hanno ricordato i funerali di stato di Falcone.
A sottolineare l’ambiguità morale dei personaggi il matrimonio finale che nei colori e nelle espressioni parte come un funerale per trasformarsi nel trionfo del malaffare imperante. 

La città ideale

Lacittàideale Michele Grassadonia è un ecologista radicale che cerca di vivere senza consumare acqua ed energia elettrica, ovviamente men che meno usa l’automobile, almeno fino ad una sera di pioggia , quando per fare un favore al suo capo, accompagna la di lui amante a una festa. Mentre sta raggiungendo la donna Michele urta qualcosa ma sulla strada non c’è nulla, dopo qualche chilometro soccorre un ferito e, date le precedenti ammaccature, la polizia lo crede colpevole dell’incidente che si rivela mortale..

L’esordio dietro la macchina da presa di Luigi Lo Cascio è una vicenda cupa, dalle sfumature kafkiane dove un uomo innocente ma dalle abitudini poco ortodosse finisce vittima del meccanismo giudiziario, un’entita mastodontica e nebulosa per natura, figuriamoci se poi si tratta del sistema giudiziario italiano, lacunoso e cavilloso all’ennesima potenza.
La bellissima Siena, la città ideale del titolo perché mantiene ancora una dimensione “a passo d‘uomo” diventa sempre più cupa col progredire della storia in cui si trova invischiato il protagonista, costretto a una discesa negli inferi degli azzeccagarbugli, dal primo avvocato d’ufficio che gli consiglia il silenzio mentre Michele vuole confrontarsi apertamente con la legge per chiarire la propria posizione, al più famoso avvocato senese che si prende cura del suo caso solo dopo la morte della vittima dell’incidente per finire con l’avvocato siciliano Scalici, invischiato con la mafia a cui si rivolse anche il padre di Michele scomparso da tempo ma che ha lasciato in eredità alla moglie e al figlio un debito con gli strozzini.
Michele, da solo (o meglio, con l’aiuto del Guidoriccio da Fogliano), trova anche la possibilità di dimostrare la sua innocenza, tutto starà all’abilità degli avvocati, ma come gli chiede Scalici nei meandri del Palazzo di Giustizia palermitano (il famigerato palazzo dei veleni di Falcone): valeva la pena di prestare soccorso?
Finale aperto ma amaro con un protagonista forse troppo ligio e fiducioso nel seguire le regole che esce disilluso (vittorioso a questo punto, che importa?) dal suo confronto con la Legge.
Un film molto interessante, pur se con qualche incertezza che si avvale di un cast strepitoso soprattutto nelle prove di Lo Cascio e di un Burruano in grado di incutere terrore con la sua untuosa bonomia.