Anno: 2016
La vergine di cera
The terror
USA 1963
con Boris Karloff, Jack Nicholson, Sandra Knight
regia di Roger Corman
L’ufficiale napoleonico Andrè Duvalier cavalca assetato sotto il sole caliente lungo una spiaggia, quando lo soccorre Helene, una bella fanciulla che dopo avergli indicato una fonte di acqua dolce sparisce tra i flutti, Andrè cerca di salvarla ma sviene e si risveglia nella catapecchia di una megera che nega l’esistenza della ragazza e lo invita a lasciare quei luoghi per riunirsi al più presto al suo reggimento ma il servitore della donna gli rivela l’esistenza del castello del barone Von Leppe dove potrebbe trovarsi la fanciulla. Andrè si reca al castello dove trova il vecchio barone che nuovamente nega l’esistenza della fanciulla che Andrè ha scorto a una finestra. Helene è estremamente somigliante al ritratto della baronessa Ilsa, moglie del barone morta venti anni prima. Il barone, messo alle strette confesserà di averla uccisa in un impeto di gelosia e di essere tormentato dal fantasma della donna da alcuni anni, Andrè non crede che Helene sia solo un fantasma e scopre il piano di vendetta che si cela dietro l’ipnosi della fanciulla ma il lieto fine non è contemplato..
Mentre gira La città dei mostri, Corman pensa che sia davvero uno spreco non sfruttare le scenografie per un altro film che potrebbe girare in soli cinque giorni, nasce così La vergine di cera, classico prodotto della factory di Corman: cast ridotto all’osso, sei attori in tutto, luci psichedeliche, musica ipnotica e un montaggio alternato per creare la suspense di un horror piuttosto intimista e romantico.
Qualche buco di sceneggiatura (l’allusione non sviluppata a un possibile figlio di Ilsa potrebbe far pensare che Helene sia figlia della donna, il che spiegherebbe la somiglianza) ma la genialità di girare un film estremamente luminoso soprattutto con molti esterni girati di giorno, che si sa, i fantasmi del meriggio sono i più inaspettati e deleteri.
Alla regia mettono mani in molti e tutti nomi di rillievo: pare che alcune scene siano state girate da Monte Hellman, aiuto regista e da Francis Ford Coppola che produceva la pellicola. Anche Jack Nicholson, protagonista della pellicola con la moglie, Sandra Knight, ha girato qualche scena.
Se Nicholson è bello e interpreta un personaggio tutto logica che pure nel finale si troverà spiazzato, il ruolo dell’antagonista è affidato a un mostro sacro del cinema horror, il settantaseienne Boris Karloff, perfetto nel disegnare un anziano roso dai rimorsi tanto da togliersi la vita e che occhieggia alla pazzia alimentando il ricordo e la visione dei fantasmi del passato ma si scoprirà che il trauma della morte di Ilsa ha avuto conseguenze ben più gravi di quel che si pensi sulla sua psiche.
The young pope
I primi tre anni di pontificato di Lenny Belardo inaspettatamente eletto a soli 47 anni. Il giovane papa, ritenuto facilmente manovrabile, sconcerta tutti scegliendo il nome di Pio XIII riallacciandosi all’intransigenza conservatrice dei predecessori con quel nome e decidendo di non mostrarsi mai ai fedeli, almeno fino all’ultimo (?) viaggio a Venezia..
Da sempre affascinato dal tema del potere, era prevedibile che prima o poi Paolo Sorrentino indagasse la figura del Papa dove il potere terreno con i suoi aspetti più triviali trascende nel misticismo.
Il mezzo televisivo permette al regista un’analisi approfondita spacciando per serie tv un film lungo 10 ore che ha fidelizzato il pubblico con buona pace di chi solo qualche mese fa criticava la lunghezza ritenuta improponibile del film Leone d’Oro a Venezia 2016, The Woman Who Left di Lav Diaz.
Sorrentino non rinuncia a nulla del suo stile barocco e rarefatto, non concede nulla al più indolente pubblico televisivo anche se di nicchia come quello di una pay tv dedicata al cinema e lo conquista con la storia di un uomo estremamente complesso dove luce e ombra coesistono di pari grado: basti dire che Lenny Belardo è un uomo in grado di compiere miracoli ma che non crede in Dio, infatti a tutti pone la stessa domanda, anche alla escort incontrata per caso in un bar: dove/come ha trovato Dio.
Belardo coglie solo l’assenza di Dio, riflesso di quella dei suoi genitori che lo hanno abbandonato in orfanotrofio per potersene andare a Venezia.
Seppure non crede (o crede di non credere) Pio XIII è prima di tutto un sacerdote estremamente ligio ai suoi voti, a partire da quello di castità, pur essendo un uomo estremamente bello e conscio di esserlo, tanto da risultare incorruttibile e da sconcertare i tentativi di ricatto da parte dello scaltro Segretario di Stato, il cardinal Voiello, politico senza scrupoli disposto a tutto per la Chiesa, che forse ama solo un po’ meno dell’adorato Napoli ma che poi si rivela capacissimo di gesti di grandissima umanità, in apparente contraddizione con la sua natura manipolatrice che alla fine trova anche il modo di circuire il monolitico papa portandolo a decidere il viaggio veneziano sulle cui conseguenze si chiude la prima stagione della serie.
Se la complessità dell’animo umano è sempre stata al centro del cinema di Sorrentino, il regista napoletano si caratterizza anche per il gusto dell’iconografico dell’immagine e l’iconografia ha un peso fondamentale in The Young Pope, Belardo ci viene mostrato quasi sempre mentre fuma e non si è mai visto un Papa fumare, per lo meno non in pubblico, la scelta non è solo simpaticamente insolita ma sottolinea il tentativo di dipingere il ritratto intimo di una figura pubblica, anche il non volersi mostrare non è solo uno sfizio per elencare i più celebri artisti che rifiutano di farsi riprendere, da Salinger a Mina, passando per Kubrick ma sottolinea un dato di fatto: non abbiamo immagini di un papa che esulino dagli aspetti pubblici della sua vita, non esistono scatti rubati, intimi di un papa durante il pontificato ma ne conosciamo solo l’immagine istituzionale mentre Belardo ci viene mostrato negli aspetti più banali della sua esistenza come nel fare ginnastica.
L’iconografia pittorica ha poi un ruolo fondamentale perché è il primo linguaggio con cui la religione ha comunicato con i fedeli e molti sono i messaggi che il regista affida ai quadri scelti: se Pio XIII è un po’ la summa di tutti gli ultimi papi, La donna barbuta dello Spagnoletto richiama tanto quel “Dio è madre” di Giovanni Paolo I.
Ovviamente non si può non parlare della bellissima sigla che tanto ha colpito positivamente, in rete si trovano numerosi articoli che elencano i quadri mostrati, una sorta di summa dell’immagine della chiesa nel corso dei secoli fino a La nona ora di Maurizio Cattelan. Mi pare più interessante notare che nella sigla del quinto episodio, quello in cui Pio XIII compie le scelte più intransigenti, manca l’opera di Cattelan e le letture della scelta possono essere molto interessanti.
La donna del destino
Designing Woman
Usa 1957 MGM
con Lauren Bacall, Gregory Peck, Dolores Gray, Mickey Shaughnessy
regia di Vincente Minnelli
In trasferta a Los Angeles, il cronista sportivo Mike Hagen conosce una bella ragazza, Marilla Brown, anche lei new yorkese e nel giro di una settimana i due si sposano; una volta tornati nella metropoli, Mike scoprirà che la moglie è una ricca e raffinata figurinista mentre Marilla sospetta che la tresca del marito con la precedente fidanzata non sia mai finita. Tra gelosie e ripicche, l’amore trionfa solo quando Marilla viene rapita dai malavitosi che gestiscono gli incontri combinati di boxe, su cui sta indagando Mike.
Commedia sofisticata sulle incomprensioni amorose della passione nata all’improvviso che deve fare i conti con due realtà all’apparenza inconciliabili: se per Mike, che si è sempre creduto un buon partito, è dura accettare che la moglie sia molto più ricca di lui, Marilla deve fare i conti con la gelosia per la ex del marito, Lori Shannon, una showgirl tutta curve che Mike liquida goffamente appena tornato a New York ma che rientra nelle loro vite essendo scelta come protagonista dello spettacolo di cui Marilla è costumista.
La rivalità si allarga ai gruppi di amici: modaioli e festaioli quelli di Marilla, rudi giocatori di poker i colleghi di Mike. Se Mike è annoiato dai pettegolezzi sugli abiti, dal canto suo Marilla inorridisce alla vista del sangue durante gli incontri di boxe e teme il pugile suonato Maxie Stulz che diventerà la guardia del corpo di Mike quando il giornalista sarà costretto a nascondersi per portare a termine la sua inchiesta.
Al personaggio di Stulz sono riservate le scene più divertenti ma anche i due protagonisti si rivelano ottimi interpreti della commedia, in particolar modo Lauren Bacall (che soffiò il ruolo a Grace Kelly) che sgrana i meravigliosi occhi azzurri che un decennio prima teneva abbassati per guardare da sotto in su nei noir di cui era protagonista assieme a Bogart, tra l’altro La donna del destino fu girato negli ultimi mesi di vita dell’attore.
Il materiale per mettere in scena con gustosi siparietti la guerra dei sessi, tanto cara alla commedia americana, abbonda e Minnelli riesce ad infilare sequenze di balletti anche se il film non è un musical, un po’ raccontando il dietro le quinte dello spettacolo ma soprattutto facendo risolvere la scazzottata finale a colpi di danza dal ballerino sulla cui virilità Mike aveva espresso dei dubbi.
Molto interessante la sequenza del risveglio di Mike con la sbornia dopo il party in cui conosce Marilla: tutti i suoni sono amplificati e rimbombanti ma soprattutto quando Marilla invita Mike ad ammirare la bella giornata, l’inquadratura del cielo azzurro e il paesaggio verde si trasforma in una versione acida con il cielo rosa shocking in accordo con lo stile della nascente pop art.
Doctor Strange
Stephen Strange è un neurochirurgo di fama mondiale, tanto bravo quanto arrogante. In seguito a un incidente automobilistico le sue mani perdono la fermezza necessaria per le delicate operazioni che hanno fatto la grandezza di Strange. Dopo aver sperimentato tutte le tecniche mediche per riacquistare la manualità, Strange si affida al misticismo e parte per il Nepal, alla ricerca del tempio di Kamar-Taj retto dall’Antico. Ammesso allo studio delle arti mistiche, il Dottor Strange rivelerà delle doti per la stregoneria che lo porteranno a combattere una battaglia per il bene dell’umanità.
Arriva sul grande schermo il quattordicesimo eroe Marvel (e mi domando con un po’ di apprensione quanti ce ne siano ancora nel cassetto) che ha le fattezze di Benedict Cumberbatch e molto del personaggio che lo ha portato al successo, Sherlock: arrogante al limite della sociopatia, anche Strange ha grandissime capacità intellettive tanto che quando gli viene chiesto dove immagazzini tutte le sue conoscenze qualsiasi fan di Sherlock risponde automaticamente “nel suo palazzo mentale!”.
Anche l’abbigliamento sfiora delle similitudini: da quello trasandato durante la depressione al bavero rialzato del mantello della levitazione, ed infine l’Antico consiglia di contare sempre sulla complicità di Karl Mordo, alludendo così alla necessità di un Watson.
In fondo però è interessante che il personaggio televisivo che vive di sola logica si trasformi nel solo supereroe cinematografico che maneggia poteri occulti: è un elemento metacinematografico che rappresenta la doppia natura di Strange, dedito alla scienza e alla magia.
Le dicotomie sono presenti nel film non solo nella composizione del personaggio ma anche nell’impianto visivo, indubbiamente Doctor Strange ha gli effetti speciali migliori apparsi in un comics, debitori certo ad Inception ma che hanno anche referenti nella pittura surrealista contemporanea di Octavio Ocampo (quando il volto di Strange è formato dal moltiplicarsi delle mani) e di Escher, scelte raffinatissime che si scontrano con una rappresentazione piuttosto scontata dell’universo, un po’ troppo glitterato per i miei gusti, come il look del perfido Kaecilius e i portali formati da quei circoli di luce che mi pare si possano creare e fotografare con diversi cellulari.
Anche il mio godimento personale è stato piuttosto altalenante tra la gioia per gli occhi e la classica trama formativa del nuovo eroe che prende coscienza dei suoi poteri, un po’ noiosa nonostante i tocchi umoristici.
Di certo il cast è eccezionale per qualità recitativa confermando ancora una volta il talento trasformista di Tilda Swinton.
Non ci sono più le quattro stagioni
Non ci sono più le quattro stagioni è uno spettacolo teatrale -gratuito- che ha iniziato la sua tournée venerdì scorso a Genova, ai Magazzini del Cotone.
Il tema è quello de cambiamento climatico, illustrato dal metereologo Luca Mercalli senza immagini catastrofiche o previsioni apocalittiche ma dimostrando le variazione climatiche che sono negate ancora oggi attraverso l’arte: quadri come Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel il Vecchio, sono la conferma della “piccola glaciazione” che ha coinvolto l’Europa nel XVI secolo.
Se le fluttuazioni termiche sono connaturate al nostro pianeta, gli influssi umani stanno alterando pericolosamente questi dati verso il rialzo e quello che possiamo fare dopo l’approvazione del Patto di Parigi (entrato in vigore proprio il 4/11) ma soprattutto con scelte di vita personali incentrate sul risparmio e il riciclo energetico, possono oramai solo fermare la “febbre” del pianeta a una situazione tollerabile ma non farla regredire del tutto, mentre l’uso insistito di energia fossile, progetto caro al nuovo presidente Donald Trump, potrebbe avere esiti disastrosi e non reversibili.
Ad inframmezzare le spiegazioni di Mercalli gli estrosi interventi della Banda Osiris, un gruppo di quattro strumentisti classici che mi auguro abbiate tutti visto almeno una volta nella vita: nei loro spettacoli stravolgono l’approccio serioso alla musica classica.
Il primo intervento partiva dalla Primavera di Vivaldi per tornarvi saltando da Oyo como va di Santana alla sigla de La famiglia Addams. Molto divertente anche la sfilata sui termini della musica: lento, allegro ecc..
Il mio vivo consiglio è di partecipare alle date future.
La Pericolosa Partita
The most dangerous game
Usa 1932 RKO
con Joel McCrea, Leslie Banks, Fay Wray
regia di Ernest B. Schoedsack & Irving Pichel
conosciuto anche con il titolo italiano di Caccia Fatale
Una nave affonda nelle secche accanto a un’isola creduta disabitata, si salva solo Robert Rainsford, celebre per le sue battute di caccia grossa. L’uomo trova un maniero abitato da un nobile russo, il conte Zaroff che ospita nella magione due persone sopravvissute a un predecente naufragio, i fratelli Eva e Martin Trowbridge. La ragazza mette subito in guardia Rainsford sugli strani comportamenti del conte e dopo la scomparsa di Martin, Robert e Eva scoprono il destino che li attende: Zaroff pratica la caccia all’uomo e ritiene la donna il premio per chi vince la battuta di caccia, se le due prede supereranno la notte sfuggendo al cacciatore otterranno la libertà..
Un classico della filmografia dell’orrore anni ’30 firmato da Ernest B. Schoedsack in coppia con Irving Pichel mentre Merrian C.Cooper produce e ottimizza i costi di produzione sfruttando il medesimo set in notturna per girare con Schoedsack King Kong, che uscirà l’anno successivo.
Anche il cast è in gran parte lo stesso, soprattutto Fay Wray trofeo di caccia dai corti capelli bruni per La pericolosa partita di giorno e bionda preda della bestia sul set notturno di King Kong.
I protagonisti maschili Leslie Banks e Joel Mc Crea invece non figurano nell’altro film: sono due facce della stessa medaglia, appassionati di caccia grossa, Zoroff conosce Rainsford di fama e pensa che il cacciatore possa capire lo “sport” che ha inventato, rimanendo offeso e deluso davanti al disgusto del collega che durante la fuga per salvarsi la vita comprende la sorte degli animali a cui ha sempre dato la caccia. Una sorta di proto animalismo che troviamo anche in King Kong dove si parteggia per l’animale strappato al suo ambiente.
Le analogie tra le due pellicole, infatti, non sono solo relative al set ma anche all’idea di esotismo di Schoedsack e Cooper: luoghi remoti e selvaggi accessibili via mare, dove vige una legge ben diversa da quelle del vivere comune e il regno del delirante Zoroff, impazzito durante una battuta di caccia, è ben più inquietante del mondo di Kong la cui storia è più articolata in quanto sarà il divino scimmione a smarrirsi di fronte alla follia umana della cosiddettà civiltà.
La simbologia del film è molto interessante: i titoli di testa scorrono sul battente del castello di Zoroff che rappresenta un animale mostruoso che tiene tra le braccia una fanciulla svenuta, immagine molto simile a quella sull’arazzo lungo lo scalone dove la donna è rapita da un centauro. I richiami vanno ovviamente a King Kong ma la scultura del battente richiama anche i manufatti della stagione Rko firmata Val Lewton (la statua di Cat People, per esempio) come se il produttore chiamato a risollevare le sorti della casa di produzione volesse rinsaldare il legame con la RKO degli esordi.
Les visiteurs du soir
Francia 1942
con Arletty, Marie Déa, Fernand Ledoux, Alain Cuny, Jules Berry, Marcel Herrand
regia di Marcel Carné
Titolo italiano: L’Amore e il Diavolo
Gilles e Dominique sono due emissari del Diavolo che, travestiti da menestrelli, si recano al castello del barone Hugues, in festa per il fidanzamento della baronessina Anne, per portare scompiglio e infelicità: Gilles seduce la figlia del barone mentre Dominique fa perdere la testa al fidanzato Renaud e il barone portandoli a una rivalità mortale ma non tutto sembra andare secondo i piani per Gilles ed Anne e il Diavolo in persona si deve scomodare per cercare di portare a termine l’intento prefissato..
Les Visiteurs du soir è una commedia fantastica firmata da Marcel Carné con la collaborazione dei suoi sodali Jacques Prévert e Joseph Kosma; la pellicola viene girata in piena occupazione nazista come il successivo capolavoro Les enfants du Paradis e visto che la produzione doveva sottostare all’approvazione tedesca, gli autori si affidano a un copione fantastico tutto incentrato sull’amore e ambientato in un passato medievaleggiante: lo scenario è ispirato al codice miniato Très Riches Heures du Duc de Berry risalente al primo quarto del XV secolo.
La produzione è ricchissima anche se in tempo di guerra era difficilissimo trovare anche solo le stoffe per realizzare i bellissimi costumi per i protagonisti e le numerose comparse tra cui figura una poco più che esordiente Simone Signoret, ragion per cui il film va ancor più apprezzato. Il biancore dell’esterno del castello, gli spazi spesso vuoti danno un aspetto quasi metafisico al film.
Anche il cast è notevole, oltre ad Arletty, attrice che spesso collabora con Carné e che qui ha un ruolo piuttosto insolito ed androgino dato che all’inizio si presenta come un menestrello sfoggiando un costume maschile che mette in risalto le sue bellissime gambe, è da segnalare la presenza di Jules Berry, che aveva già lavorato con Carné in Alba Tragica e regala un’interpretazione magistrale del Diavolo. Alain Cuny (Gilles) è invece al suo primo ruolo importante.
La trama è una variazione del tema sulla purezza dell’amore che riesce a sconfiggere il diavolo: Anne libera l’amato dal suo patto con il demonio attraverso una menzogna perché a chi è ama tutto è concesso ma il lieto fine non è così esplicito: ritrovatisi presso la fonte nel bosco che ha visto nascere il loro amore, Gilles e Anne vengono pietrificati dal diavolo che però non riesce a spegnere il battito dei loro cuori e se ne va infuriato.
Il film ebbe molto successo all’uscita in sala anche per il tema completamente avulso dalla realtà ed è comprensibilissimo che i film d’evasione siano molto amati in periodi così drammatici.
Avevo visto L’amore e il diavolo ai corsi in università e poi non ho più avuto modo di rivedere questa pellicola che mi aveva piacevolmente colpito, quindi qualche tempo fa, ormai rassegnata a non usufruire della copia italiana, ho acquistato il dvd francese che è forse la prima versione in dvd dell’opera.
Il film è stato restaurato per cui la visione è nitida, da buoni nazionalisti i francesi hanno pensato bene di non aggiungere i sottotitoli in nessuna lingua ma di sottotitolare il film solo in francese per un pubblico audioleso.
Il secondo dvd, molto interessante perché racconta dettagliatamente la genesi del film, inquadrandola nel periodo storico, narrando i rapporti tra Carné e Prevert, non è sottotitolato per cui ne può usufruire solo chi conosce la lingua.
Ancor più interessante l’appendice sul cinema fantastico francese (sempre in lingua e senza sottotitoli) dello storico del cinema Alain Petit che fa un excursus del genere fantastico francese illustrandone le peculiarità che nascono da Georges Méliès quindi in Francia la fantasia è legata alla comicità più o meno edulcorata ma in ogni caso il film fantastico francese molto difficilmente virerà al gotico e all’orrore preferendo la fantasia amorosa e puntando molto sulla perfezione del “decor” (fotografia, scenario..).
Indivisibili
Viola e Dasy sono due gemelle dalla voce angelica, stelle nascenti della musica neomelodica, il fatto di essere gemelle siamesi le rende speciali: sempre al centro di curiosità morbose e superstizione sfruttate da un prete pentecostale.
Le ragazze sono convinte di non poter essere divise, perché questo è quanto hanno fatto credere loro i genitori che campano sulla loro diversità ma quando un medico incontrato casualmente parla della possibilità di separare facilmente le ragazze, in una delle due gemelle si scatena la voglia di libertà e di normalità alterando i fragili equilibri della famiglia.
Presentato con grande successo alle Giornate degli Autori dell’ultimo festival di Venezia, dove ha fatto incetta di premi, Indivisibili è davvero un film molto bello con diverse chiavi di lettura.
E’ molto interessante lo scavo psicologico sulle due sorelle adolescenti, alla soglia del diciott’anni, unite da un unico lembo di pelle tra due corpi perfettamente distinti, ma ricco di vasi sanguigni che permette loro lo scambio emozionale totale per cui una mangia e l’altra ha mal di stomaco: il dualismo di due corpi uniti e di due anime distinte costrette a una unica vita rappresenta in fondo molto bene il momento di passaggio dell’adolescenza: il desiderio di fare nuove esperienze, scoprire l’amore e la paura di abbandonare la sicurezza della vita famigliare sono sentimenti comuni a tutti, l’escamotage delle gemelle siamesi permette di rappresentarlo in toto, sfruttando un realismo magico che Garrone aveva sperimentato con Reality.
Il contesto della terra dei fuochi, la surrealtà delle comunioni e dei matrimoni pacchiani che abbiamo imparato a conoscere anche dai programmi televisivi sono il contesto ideale per una storia di squallore famigliare: il problema di Viola e Dasy sarebbe potuto esser risolto facilmente nella prima infanzia ma nella loro diversità di genitori e gli zii vedono un’occasione di riscatto che nasce dalla disperazione: alle prime rimostranze delle figlie, il padre sbotta dicendo che per gente come loro, senza opportunità la normalità significa la fame, che la loro diversità è la loro fortuna.
Nella descrizione di degrado ambientale e morale si inseriscono la figura del talent scout che vuole sfruttare sessualmente le ragazze illudendole con il miraggio del successo, se questa figura non stupisce, è una scoperta l’esistenza di preti più o meno onesti che creano chiese sincretiste per gli immigrati africani.
Sembrano storie che possono accadere solo nelle aree più disagiate della Campagna ma come per Perez., il film precedente di Edoardo de Angelis, il regista, attraverso la narrazione del suo territorio che conosce bene, racconta il degrado dell’Italia intera: un welfare sempre più assente, una religione che tira sempre di più verso la superstizione.
Malombra
Italia 1942
con Isa Miranda, Andrea Checchi, Irasema Dilian, Gualtiero Tumiati, Nino Crisman
regia di Mario Soldati
La Marchesina Marina di Malombra rimasta orfana, viene accolta nel palazzo sul lago dallo zio conte D’Ormengo. Abituata al bel mondo la fanciulla si annoia nella fosca villa in cui dev’essere reclusa fino al giorno delle nozze, un giorno scopre una lettera accorata di Cecilia, moglie del padre del conte a sua volta imprigionata nella villa perché colpevole di infedeltà coniugale. La lettera è un accorato appello alla vendetta e Marina si convincerà di essere la reincarnazione della donna e di rivivere accanto agli altri protagonisti del passato, conducendoli tutti con sé nella tomba.
Pur con qualche lungaggine di troppo Malombra resta un altissimo esempio di quel cinema calligrafico in auge durante il periodo fascista di cui rappresentava una sommessa forma di protesta: pur di non appoggiare la propaganda di regime ci si indirizzava su storie disimpegnate ma estremamente curate da un punto di vista cinematografico.
Nel film di Soldati spicca la fotografia di Massimo Terzano che sa rendere con effetti di gusto espressionista il gioco d’ombre degli ambienti che riflettono il percorso di alienazione di Marina.
Il tetro palazzo sul lago è la Villa Pliniana di Torno, sul lago di Como, fonte d’ispirazione anche per il romanzo di Fogazzaro per la sua fama di residenza di spettri. Assieme alla villa sono le scene all’Orrido di Osteno a sottolineare gli aspetti gotici della vicenda contrapposti alla quiete del lago che si chiuderà sulla protagonista suicida.
Altro aspetto interessante della pellicola è l’uso del dialetto lombardo una connotazione verista che si stempera nel nascente neorealismo.
Se la fotografia è pittorialista, non manca il riferimento all’arte con un quadro di Hayez ammirato dal giovane Silla come segnalato dalla sezione cinematografica relativa alla fortuna di Hayez nella mostra milanese dedicata al pittore romantico nell’inverno scorso.
Note le vicissitudini del cast che pure ha svolto un ottimo lavoro: Mario Soldati avrebbe voluto per il ruolo di Marina la ventenne Alida Valli che non potè partecipare per problemi contrattuali tra case cinematografiche, il regista si vede quindi costretto a ripiegare sulla quasi quarantenne Isa Miranda che seppe essere all’altezza del ruolo e non sfigurare accanto ad Andrea Checchi, di dieci anni più giovane che interpreta Corrado Silla, il giovane scrittore ammaliato da Marina e vittima della sua follia.