Cloud Atlas

Cloudatlas Cinque storie più una cornice ambientate tra la fine del XIX secolo e un futuro post-apocalittico in cui i destini dei protagonisti sono saldamente legati tra loro, probabili reincarnazioni delle medesime persone.

Cloud Atlas non mi è piaciuto per niente, anche se credo che il libro da cui è tratto potrebbe essere una lettura interessante. Da un punto di vista stilistico non ho amato il modo approssimativo in cui si sono amalgamati i toni delle cinque storie: l’avventuroso viaggio per nave dell’avvocato, la romantica storia d’amore gay, l’inchiesta della giornalista d’assalto, la comica disavventura del vecchio editore rinchiuso in un ospizio contro la propria volontà, la drammatica esperienza di una replicante che scopre il destino dei suoi simili, la futuribile esistenza tribale su un pianeta Terra distrutto dalla nostra civiltà.
Il montaggio poteva essere anche interessante: quando si apre una parta da una storia si entra nell’altra ma il cambio di tono troppo repentino soprattutto quando si incrociava con la vicenda comica dei vecchi in fuga dall’ospizio poteva risultare irritante: nel mezzo di una risata ci si poteva ritrovare in un momento drammatico di un’altra vicenda.
La decisione di sviluppare in proprio le storie assegnate a ognuno dei tre registi ha probabilmente causato questa disomogenia.
A completare la sensazione straniante il trucco a cui sono stati sottoposti i protagonisti che sono sempre gli stessi in ogni storia e ricoprono anche ruoli minori. Se è interessante scoprire tutte le trasformazioni (alcune effettivamente impensabili) a cui sono stati sottoposti gli attori mentre scorrono i titoli di coda, il trucco pesante, i camei strampalati, anche se non riconosciuti creano una continua dissonanza che non permette di farsi coinvolgere dalla complessa connessione delle sei vicende.
Anche da un punto di vista scenografico non c’è nulla di originale, tutto è già visto, soprattutto nelle vicende futuribili i Wachowski li limitano a copiare di sana pianta da Star Wars a Blade Runner fino al loro stesso Matrix.
Infine ho trovato irritante il messaggio del film: c’è una sorta di predestinazione giansenista, i buoni si riconoscono da una strana voglia a forma di cometa mentre i cattivi sono grami per l’eternità, solo il personaggio di Tom Hanks riesce ad evolvere (forse più per disperazione che per amore) e a superare la cupidigia e la codardia che nei secoli ha attanagliato le sue altre identità.

La Maja desnuda

Lamajadesnuda Italia USA 1958, Titanus
con Ava Gardner, Anthony Franciosa, Gino Cervi, Amedeo Nazzari, Lea Padovani
regia di Henry Koster

Nella Spagna degli inizi del XIX secolo, ancora oppressa dal giogo dell’Inquisizione e sotto le mire dell’espansione napoleonica, il pittore spiantato Francisco Goya incontra la bellissima e anticonvenzionale duchessa d’Alba in una taverna di Madrid; la ritrova alla corte di Carlo IV di Borbone una volta diventato pittore di corte. L’attrazione tra i due è scoccata dal primo minuto ma il loro sarà un amore contrastato dalle incomprensioni e dagli intrighi politici al punto che la Duchessa, per salvare Goya dalla morte, finge di tradirlo per farlo allontanare. Si ritroveranno al capezzale di Maria Cayetana, fatta avvelenare dal nemico di sempre, il Primo Ministro amante della Regina, Manuel Godoy.

Mediocre pellicola di “Hollywood sul Tevere” che spreca un cast stellare: oltre ai due protagonisti americani, troviamo Gino Cervi e Lea Padovani nei panni dei Reali di Spagna e Amedeo Nazzari in quelli del Primo Ministro Godoy. Tutto si riduce a un melodrammone sentimentale (infinita la scena dell’ultimo addio tra i due sfortunati amanti) inficiato da troppi balletti e condito con tutte le dicerie sulla relazione tra il pittore e Maria Teresa Cayetana de Silva Duchessa de Alba: che la gran dama sia stata la modella per lo scabroso dipinto La Maja desnuda (visibile solo di straforo nel corso del film in cui non si menziona mai il quadro gemello della Maja vestida) e soprattutto che la nobildonna sia stata avvelenata su ordine di Godoy mentre è ormai accertato che la Duchessa d’Alba morì per cause naturali, presumibilmente di tisi.
Si salvano i titoli di testa che scorrono sulle opere di Francisco Goya e qualche bella inquadratura relativa all’incarceramento del pittore.
Vincitore di un David di Donatello nel 1959 per la miglior produzione.