L’amore segreto di Madeleine

GB 1950 Rank
con Ann Todd, Ivan Desny, Norman Walland, Leslie Banks, Barbara Everest, Susan Stranks, Elizabeth Sellars, Jean Cadell, Edward Chapman, Eugene Deckers
regia di David Lean



L'amoresegretodimadeleine


Quando la famiglia Smith acquista una nuova casa a Glasgow, la figlia primogenita è molto contenta perché può scegliere per sé la camera da letto al pianterreno e ricevere così il fidanzato  Emile L’Angelier, di nobili origini francesi ma di fatto povero, che non sarà certo facile fare accettare al severo Mr. Smith. L’uomo ha già pensato di maritare la figlia con un conoscente di pari ceto sociale, Mr.Minnoch e per un po’ la ragazza riesce a barcamenarsi tra i due pretendenti ma quando L’Angelier si rifiuta di sposarla senza il consenso del padre, Madeleine gli preferisce Minnoch e chiede indietro le lettere compromettenti che rivelano la sua intimità con Emile. Il francese muore improvvisamente per un avvelenamento da arsenico e Madeleine viene accusata dell’omicidio ma le prove non sono sufficienti a dimostrare la sua colpevolezza.



Madeleine


Ispirato alla storia vera di Madeleine Smith protagonista di uno scandaloso processo per la morte dell’amante nella Glasgow vittoriana del 1875, il film di David Lean (che non lo amò mai molto) fu un regalo per Ann Todd, l’attrice che era appena diventata la sua terza moglie e che ci consegna la caratterizzazione di una donna molto volitiva, pronta a combattere le convenzioni sociali in nome delle proprie esigenze, un personaggio in fondo non molto dissimile da quelli che il regista inglese ha immortalato nei suoi lavori più celebri come Il ponte sul fiume Kwai o Lawrence d’Arabia.



L'amore segreto di madeleine


Introdotta da una una voce off che dal presente ci trasporta nel 1875 e nel finale chiede direttamente conto alla protagonista delle sue reponsabilità, la trama è intrigante e si dipana tra il melodramma sentimentale della prima parte e il dramma giudiziario della seconda, lasciando intatto il mistero sulla colpevolezza della giovane donna.



Madeleine


In alcuni momenti si avverte un debito verso il cinema hitchcockiano: l’attenzione verso la tazza di cioccolata che dovrebbe essere il primo tentativo di Madeleine di avvelenare l’amante.
Il regista ci diletta con un abile gusto compositivo: profondità di campo, riflessi negli specchi, immagini deformate da globi di vetro, dettagli simbolici di mani, piedi che si toccano, chiavistelli aperti e chiusi, non manca il sapore etnografico dei balli e dei paesaggi scozzesi, tutti elementi compressi come i ninnoli della residenza degli Smith che David Lean avrà poi l’agio di sviluppare e diluire nell’imminente stagione dei kolossal a cavallo tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60.

La parte degli angeli

Lapartedegliangeli Con Robbie, teppistello dei bassifondi di Glasgow arrestato dopo l’ennesima rissa, il giudice è particolarmente clemente dato che il giovane sta per diventare padre e sembra seriamente intenzionato a cambiare vita. Henry, il supervisore dei servizi sociali prende a benvolere il giovane e lo introduce alla degustazione del whiskey per cui il ragazzo scopre di avere un talento naturale. Robbie riuscirà a trasformare la nuova passione in un lavoro non prima di aver tentato una truffa ad un’asta per un pregiatissimo e rarissimo whiskey.

In pieno fermento occupy, Ken Loach dirige una divertentissima commedia a lieto fine dove non manca di affrontare le tematiche più care al suo cinema d’impegno sociale: la seconda occasione e la fatica di affrontare una scelta di radicale cambiamento.
La cosa che colpisce di più da quest’Italia con le carceri strapiene e ai limiti dei diritti umani è vedere il meccanismo di recupero britannico: i servizi sociali sono sgangherati come in Misfits ma vedere riverniciare una scuola e ripulire un cimitero (il meraviglioso cimitero gotico The necropolis di Glasgow) ti fa proprio domandare cosa aspettino a introdurre i servizi sociali anche da noi.
C’è poi un momento ancora più drammatico: il confronto tra Robbie e la famiglia del ragazzo vittima della sua violenza: la vergogna provata da Robbie e la sua compagna vale più di qualsiasi pena detentiva.
Mentre fa pace con se stesso e cerca di non cadere nelle provocazioni di una banda di teppisti rivali, Robbie fa amicizia con in suoi sgangherati compagni dei servizi sociali e con loro matura il piano di rubare parte del pregiatissimo whiskey che sta per andare all’asta.
La redenzione di Robbie quindi non è totale? Loach (e noi con lui) parteggia per questa banda di sgangherati “soliti ignoti” perché comunque una percentuale di whiskey va sempre irrimediabilmente persa all’apertura di una botte ed è su questa parte degli angeli che intendono lucrare i nostri improbabili truffatori e oggettivamente c’è qualcosa di immorale (al di là della facile retorica sui tempi di crisi) nel comprare all’asta una piccola botte di whiskey per oltre un milione di sterline, per quanto pregiato possa essere il distillato.
La parte degli angeli è una deliziosa commedia che oltre ai risvolti sociali testimonia una grande capacità di Ken Loach di sfruttare i tempi comici: le due gag migliori vendono dopo due momenti di forte tensione per cui la risata è ulteriormente liberatoria.
Da vedere.
Vincitore del Premio della Giuria di Cannes 2012.

Gian Maria Volontè, un attore contro

Gmvolontèunattorecontro Per me Gian Maria Volonte’ e’ sempre stata una figura nebulosa, un attore valido ma che conoscevo poco. Il bel documentario trasmesso in due parti lunedì 29 agosto e lunedì 5 settembre da Rai3 spiega perche’ uno dei piu’ grandi attori italiani del secolo scorso fosse praticamente misconosciuto in patria e ancora oggi sia vittima di un ostracismo che ha reso difficile ai curatori reperire i materiali per questo film .
Lanciato dai grandi sceneggiati televisivi dei tardi anni ’50 in particolare dalla versione de L’idiota di Giorgio Albertazzi, una perla della nostra cultura televisiva che pero’ non e’ possibile rivedere da nessuna parte, Volonte’ diventa, con i film di denuncia a cavallo tra gli anni 60/70, il piu’ grande attore italiano, ambito anche da Hollywood. Le sue ferme convinzioni politiche che gli impediscono di lavorare in film “borghesi” e le sue battaglie per il sindacato degli attori ben presto lo rendono vittima di una sorta di maccartismo all’italiana che ancora oggi passa sotto silenzio. Dopo esser praticamente scomparso dalle scene negli anni ‘80, anche per motivi di salute e familiari, Volonte’ ritorna in auge nel 1990 con Porte Aperte, il film di Gianni Amelio e con Amelio avrebbe dovuto anche girare Lamerica interpretando un vecchio militare rimasto in Albania dopo la fine della seconda guerra mondiale, rinchiuso in una sorta di lager o manicomio, ma il progetto per qualche strano motivo non ando’ in porto.
Escluso ancora una volta dal mondo cinematografico italiano, Volonte’ trascorre gli ultimi anni di attivita’ all’estero, per morire nel 1994 in Grecia sul set del film di Anghelopoulos Lo sguardo di Ulisse.
Al dila’ della sua vicenda umana e politica il documentario mette in luce la sua abilita’ trasformista che gli permetteva di entrare nel personaggio senza l’ausilio di trucchi o protesi, ed anche il suo modo di intendere l’attore come figura il cui apporto e’ fondamentale alla creazione filmica.
Vedendo questa pellicola, quello che mi ha infastidita come appassionata di cinema e’ la scoperta che un simile patrimonio di cultura e abilita’ tecnica (nel 1990 Ingmar Bergman al festival di Glasgow si invento’ il premio di miglior attore europeo per riuscire a dargli un riconoscimento) vada sprecato “solo” per le sue idee politiche, invece di sfruttare la sua lezione per cercare di ricostruire la nostra cinematografia che da qualche anno affida le sue sorti a un vagheggiato premio alla Mostra del Cinema di Venezia, preteso a priori, senza valutare l’effettiva qualita’ delle pellicole italiane in concorso.

Danny the dog

Dannythedog

Danny e’ lo scagnozzo dello strozzino Bart, e come un cane viene trattato, con un collare  che gli viene tolto solo quando  deve scatenarsi come una furia contro le vittime del suo padrone. Un giorno Danny conosce un accordatore cieco e grazie a questo nuovo rapporto riscopre la sua passione per la musica ed  il suo passato.

Dietro questo film si muove l’eminenza grigia del cinema d’azione europeo, Luc Besson che aggiorna alle nuove mode il modello dei film orientali a cui il lavoro si ispira, inserendo alcune scene di combattimento mutuate dal wrestiling, sport (?) che, negli ultimi tempi sta conquistando  il vecchio continente.
Azione e divertimento sono i punti di forza dei plot di Besson ed infatti la scena dell’investimento della macchina  da parte di un camion e’  quantomeno fantozziana e il combattimento tra Danny e il nuovo picchiatore di Bart all’interno di uno spazio ristrettissimo e’ ineccepibile,  ma questo soggetto si prestava ad  interessanti studi psicologici che non sono stati sviluppati, appiattendo tutto al manicheismo favolistico  dove alla cattiveria si oppone la bonta’ che alla fine vince sempre.
La cecita’ del vecchio accordatore sembrava rimandare al solo personaggio che in Frankestein e’ gentile con il mostro perche’ non e’ cosciente della sua diversita’: sarebbe stato interessante vedere in Danny the dog  la reazione dei “buoni” se avessero scoperto che la persona che avevano accolto in casa era in realta’ una pericolosissima macchina da guerra.
Piatta anche la recitazione di Morgan Freeman, mentre Bob Hoskin crea un vilain dai toni esasperati e un po’ ridicoli che ben supporta il cote’ ironico del film.
Il film e’ ambientato in una Glasgow irriconoscibile, anche  perche’ e’ girato prevalentemente in interni, ma il lampadario che Danny stacca per fuggire sul solaio e’ della scuola di  Mackintosh, con tanto di rose stilizzate: sinceramente credevo di  potermi commuovere durante il film, invece mi son preoccupata solo per la sorte del pezzo liberty.

Sweet sixteen

Sweetsixteen GB 2001, regia di Ken Loach

con Martin Compston, Annmarie Fulton

I sedici anni di Liam nei bassifondi di Glasgow: la madre in
carcere e il resto della famiglia allo sbando; non ha altra scelta che
tentare la carriera dello spaccio.

Ken Loach ha definitivamente acquistato una coscienza civile che lo
pone al di la’ delle appartenenze politiche: anche in questo film
dipinge un quadro spietato e crudo della realta’ britannica odierna.

Con il suo stile essenziale il regista ci avvicina al personaggio
del quindicenne Liam, lasciandoci prima increduli che la persona che
vediamo agire sullo schermo sia in fondo solo un bambino, poi
affascinati dalla sua lucidita’ mentale, anche se siamo sicuri che lo
condurra’ inesorabilmente ad una "brutta fine". Il finale e’
sconvolgente, un vero pugno nello stomaco, che ristabilisce in un sol
colpo ruoli e responsabilita’ quasi archetipe.

Su Sky cinema 3 stanotte alle ore 1,25 e sabato 29 alle ore 0,55