La donna velata

La donna velata
Sui canali informativi Mediaset fischiettano facendo finta di nulla, ma non ci vuole un genio per capire che il film tv programmato per domenica 25 luglio e’ liberamente ispirato al celebre sceneggiato RAI, Ritratto di donna velata: non basta certo aver spostato l’azione da Volterra a Torino e aver (con ogni probabilita’) eliminato ogni riferimento alchemico ad antichi studi e tesori nascosti per negare la diretta discendenza di questa produzione dal famoso sceneggiato .
Continua dunque il saccheggio dei grandi classici della storia della televisione italiana con esiti alquanto discutibili. Ma proprio al mio sceneggiato preferito doveva toccare l’infame destino di ricostruire la credibilita’ di Evelina Manna?!?

Il tempo che ci rimane

Iltempochecirimane Elia Suleiman racconta cinquant’anni di storia israelo-palestinese attraverso la sua vicenda personale in un film che sa mantenere uno sguardo sempre disincantato sulla terribile questione medio orientale. La pellicola e’ divisa in due parti, la prima rievoca l’infanzia del regista e le gesta del padre Fuad, bello come un attore americano, giovane arabo che nel 1948 vede la sua terra diventare territorio israeliano. In questo primo segmento colpisce soprattutto la raffinatezza della composizione che, mista a una certa ieraticita’ delle pose (l’atrio della scuola il giorno della morte di Nasser) mi ha ricordato Paradzjanov.
La seconda parte del film narra il rientro di Suleiman in patria dopo anni di esilio e il regista interpreta se’ stesso vestendo la maschera muta ed impassibile che fu di Buster Keaton; se la stolida imperturpabilita’ del comico americano sottolineava l’impossibilita’ dell’uomo comune di gestire il progresso tecnologico, l’attonita espressione inalterabile di Suleiman sottolinea l’impossibillita’ per un estraneo (o meglio una persona vissuta in maniera civile) di accettare la situazione ormai surreale di una Terra (Santa!) militarizzata da oltre mezzo secolo.
Gia’ nella prima parte si respira quest’aria di follia incombente con il ripetersi assurdo delle stesse situazioni (i militari durante la pesca notturna, il vicino che tenta di darsi fuoco o propone le sue idee strampalate al padre di Suleiman ogni qualvolta questi ripone la canna da pesca)
Il film non distingue tra buoni e cattivi, non incolpa il colonialismo israeliano o il fatalismo arabo, ma mostra con surreale determinazione il risultato di un tipo di vita inumana che ha prodotto un’assurda coazione a ripetere ruoli e situazioni che hanno incancrenito senza speranza la situazione politica.

Toy story 3 – La grande fuga ***3D***

ToyStory3 C’e’ grande fermento tra i giocattoli di Andy: il ragazzo ormai diciassettenne sta per partire per il college e i suoi vecchi balocchi non sanno se li aspetta una serena vecchiaia in soffitta o un crudele destino nella spazzatura. Una svista materna porta Buzz&Co in un asilo, apparentemente il luogo ideale per dei giocattoli ma che si rivela molto sinistro…

Il team di John Lasseter guida una cavalcata attraverso i generi, dall’Hellzapoppin’ iniziale, ricordo dei bei tempi felici dei fantasiosi giochi infantili, alla riscoperta del lato oscuro del giocattolo nel segmento claustrofobico ed orwelliano dell’asilo per concludere con un finale dolcemente malinconico che segna il passaggio dall’infanzia all’eta’ adulta.
Non manca in questa dinamica vicenda un risvolto sociale: l’ansia dei giocattoli incerti sul loro destino e’ molto simile a quella di tanti lavoratori che non hanno certezze sul loro futuro lavorativo, saranno dismessi insieme all’azienda o riusciranno ad arrivare all’agognata pensione che per i giocattoli equivale a un tranquillo futuro in soffitta davanti alla vecchia televisione?
La critica sul mondo del lavoro continua anche all’interno dell’asilo: guidati dall’orso Lotso, i giocattoli piu’ anziani non vogliono rinunciare al loro status per far posto ai nuovi arrivati a cui tocca un destino infame. Situazione che rispecchia molti casi di sfruttamento/mobbing all’interno delle aziende dove l’unita’ dei lavoratori e’ andata a farsi friggere per lasciare il posto a realta’ discriminati verso i nuovi (vogliamo scrivere stranieri?).
Poco prima che il film uscisse in Italia e’ giunta l’eco di una protesta tutta americana contro il film, in particolare contro i nuovi personaggi di Barbie e Ken, accusati di sessimo e omofobia, al solito chi parte con queste crociate non sembra aver visto il film, Barbie sa ribellarsi al bel mondo fatto di vestiti offertole da Ken e oltre all’azione spiazza tutti con una dottissima citazione sulla democrazia. Per quel che riguarda Ken il discorso e’ piu’ complesso anche se non reggono le accuse di omofobia, essendo Ken il classico esempio di metrosexual. Ken e’oggettivamente un personaggio molto scomodo, per le bambine e’ solo un accessorio di Barbie e penso che molte madri sarebbero turbate se i loro figli maschi sviluppassero un eccessivo attaccamento per un giocattolo che offre solo un bel guardaroba invece che stimolare l’aggressivita’ dei tipici giochi maschili.
Passando alla tecnica, Toy story 3 fa un utilizzo molto maturo della tecnica 3D, niente oggetti che sembrano schizzare addosso lo spettatore, effetto sorpresa ormai abusato. La stereoscopia 3D viene usata per dare maggiore profondita’ di campo e rilievo agli oggetti, se pero’ gli occhialini 3D causano fastidio tanto vale cercare una sala che proietti il film nel formato normale.
Per quanto concerne il doppiaggio italiano, il risultato e’ discreto inficiato solo dalle voci troppo riconoscibili e decisamente mediocri nell’interpetazione di Gerry Scotti e Giorgio Faletti, per fortuna i personaggi a cui danno la voce hanno poche battute.

Come da abitune il film e’ preceduto dal corto Quando il giorno incontra la notte (day & night) sfoggio di creativita’ minimalista che mi ha ricordato molto, anche nel profilo nasuto dei due personaggi, la nostra cara vecchia Linea.

Pane e cioccolata

Panecioccolata Italia 1973
con Nino Manfredi, Johnny Dorelli, Anna Karina
regia di Franco Brusati

Giovannino Garofoli, detto Nino, e’ un emigrato nella Svizzera tedesca che sta per realizzare il suo sogno: ottenere un posto fisso da cameriere in un ristorante di lusso quando il permesso di soggiorno gli viene revocato per atti osceni un luogo pubblico, ha orinato all’aperto. Inizia per Nino una discesa nei gironi infernali dell’emigrazione clandestina fino al lampo di genio: tingersi i capelli di biondo tentando di arianizzarsi…

La forza del film di Brusati sta nel non risparmiare frecciate su emigrati e popolo ospitante, di entrambi il regista mette alla berlina i difetti con un tono grottesco tra il fantozziano e il chapliniano. C’e’ poi lo stato d’animo del protagonista ormai in una terra di mezzo per cui non si identifica piu’ nell’emigrato sfruttato disposto ad accettare tutto pur di sopravvivere, sintomatica la sua idiosincrasia per i canti nostalgici degli emigranti ma non puo’ nemmeno riconoscersi nel popolo svizzero di cui, in una memorabile sequenza iniziale che introduce la pipi’ in piazza, non riesce a rispettare i piu’ banali divieti. Resterebbe l’amore ma anche il sentimento e’ un lusso che gli emigranti non possono permettersi.
Da sottolineare come il regista adegui la cifra stilistica della scena alla situazione: i figli del padrone spiati dai poveri emigrati dalla casa-pollaio, sono rappresentati come semidei con un afflato naturalistico alla Flaherty e proprio dall’incanto delle loro chiome bionde, Nino trarra’ l’idea della tinta per capelli per sembrare finalmente uno svizzero ma a tradirlo sara’ una partita di calcio Italia/Germania quando non riesce a trattenere l’esultanza per un goal segnato da Fabio Capello.
Questa pellicola ha quasi quarant’anni ma non e’ cambiato nulla nel mondo dell’emigrazione, e’ sempre una lotta tra poveri: Nino e’ in lizza con un turco per il posto fisso da cameriere che permettera’ di ricongiungersi con la famiglia rimasta a casa; i diritti dei rifugiati non sono mai rispettati, Dimitri il figlio della rifugiata politica Eleni puo’ girare per casa solo di notte. L’unica cosa che e’ cambiata e’ che anche l’Italia e’ diventata terra ospitante, tra tanti remake all’ordine dl giorno non sarebbe male un aggiornamento di Pane e cioccolata in terra italiana, magari girato da un italiano di seconda generazione che sappia stigmatizzare i difetti degli italiani e degli emigrati, con lo stesso spirito pungente di Brusati.

Quando la citta’ dorme

Quandolacittadorme While the City Sleeps
USA 1956 RKO
con Dana Andrews, Vincent Price, George Sanders, Ida Lupino
regia di Fritz Lang.

Kine e’ un grande magnate dei media: possiede un importante giornale newyorkese e una serie di quotidiani di provincia, una televisione e un’agenzia fotografica ed anche un figlio inetto, dedito solo al gioco e alle belle donne. Quando il magnate muore sara’ proprio il figlio a succedergli e dovendo scegliere un direttore generale tra i dirigenti dei vari settori dell’impresa lancia una sfida: il prestigioso posto sara’ assegnato a chi riuscira’ a scoprire l’identita’ del killer del rossetto, efferato serial killer che uccide giovani ragazze sole.

Nel penultimo film americano di Lang, torna il fattore K dei media (quanto e’ breve il passo da Kane a Kine?) ma stavolta ad essere analizzata e’ la spietata vita di redazione. Il risvolto thriller e’ solo un pretesto per rappresentare un mondo cinico, desideroso di far carriera senza farsi scrupoli e con una buona dose di misoginia: non si esita a mandare le amanti a sedurre chi potrebbe esser utile per la carriera o si trasforma la propria promessa sposa nell’esca per attirare il killer senza neppure interpellarla. Una categoria che agisce prevalentemente di notte, quando la citta dorme, appunto, e, come insetti operosi, si muove all’interno del grande palazzo Kine, dove non manca neppure il bar. Il senso di claustrofobia si aggiunge cosi’ al quadro negativo dei personaggi, che non viene smorzato neppure dal lieto fine di prammatica.
Grande prova per un cast di tutto rispetto con alcuni attori in ruoli piuttosto insoliti per loro; se Thomas Mitchell (il padre di Rossella O’Hara in Via col vento) indossa i panni non nuovi del direttore del giornale burbero ma in fondo di buon cuore e George Sanders come sempre e’ tagliato per la parte del cinico, anche John Barrymore Jr. ha la faccia giusta per il belloccio Robert Manners, direttore dell’agenzia fotografica che riesce a diventare direttore generale portandosi a letto la moglie del capo, di cui e’ anche il migliore amico. Rimane piuttosto insolito il ruolo di Dana Andrews, simpatica canaglia un po’ indolente, vero risolutore del caso e anche Ida Lupino veste i panni di una donna in carriera e senza scrupoli, forse per l’unica volta nella sua carriera.
Eccezionale Vincent Price nel ruolo di Kine jr. il ruolo e’ piccolo ma soprattutto nelle prime inquadrature Price riesce a ricreare la fisionomica perfetta del volto del ragazzo viziato ed inetto.

Omar Ronda – Metamorfosi di Primavera

Metamorfosidiprimavera Stracciare a meta’ una foto di Marilyn Monroe e accorgersi che combacia con la meta’ della Primavera di Botticelli. Da questa intuizione fisionomica parte l’ultimo ciclo di opere realizzate da Omar Ronda, l’artista biellese fondatore della Cracking Art e fuoriuscito dal gruppo per dedicarsi totalmente ai Frozen Portraits, la rielaborazione delle icone del XX secolo che congelate sotto uno strato di plastica potranno sfidare i millenni, data la natura indistruttibile del materiale.
Se colpisce che l’icona per eccellenza del secolo scorso, Marilyn Monroe abbia una certa somiglianza con Simonetta Vespucci, la modella prediletta di Botticelli ed icona massima del Rinascimento fiorentino, ancora piu’ stupefacente e’ l’analogia tra le vite delle due bellezze. Entrambe idolatrate in vita per la loro bellezza, intrecciarono relazioni amorose con gli uomini piu’ potenti del loro tempo, finendo anche tra le braccia dei fratelli dei loro amanti, Marilyn con John e Bob Kennedy, Simonetta con Lorenzo il Magnifico e suo fratello Giuliano.
Scomparse in giovane eta’, le loro morti furono anticipatrici di sventura per i potenti che amarono: John sopravvisse poco piu’ di un anno a Marilyn e Bob quattro, mentre Giuliano de’ Medici fu ucciso nella congiura de’ Pazzi esattamente due anni dopo la morte di Simonetta, scomparsa a soli 22 anni per tisi. Come Marilyn, Simonetta Vespucci divenne ideale di bellezza e immortalata da artisti anche decenni dopo la sua scomparsa.
Riflettendo sul potere della bellezza, sulla bellezza e il potere, le opere di Omar Ronda analizzano tutti i protagonisti di queste due vicende cosi’ simili pur essendo avvenute a 500 anni di distanza: nei sui quadri compaiono i Kennedy, Giuliano e Lorenzo, Botticelli e dettagli dei suoi dipinti, ma le creazioni piu’ riuscite sono quelle che si concentrano su Marilyn e Simonetta, tra l’altro c’e’ un ritratto di Marilyn che non conoscevo in cui l’attrice somiglia molto a Jean Harlow. Le opere piu’ interessanti sono sicuramente i dittici che ripropongono le analogie tra le due icone nelle pose dei dipinti dedicati a Simonetta e le foto di Marilyn in particolare il celebre nudo su velluto rosso che Marilyn poso’ per Playboy accostato alla Venere di Botticelli, ma la mia preferenza assoluta va al dittico dove accanto alla Venere c’e’ un nudo di Marilyn in bianco e nero, vestito solo da due pennellate di rosso, una verticale e l’altra orizzontale, allusione concettuale alla posa della Venere botticelliana.

Metamorfosi di Primavera
dal 16 maggio al 30 giugno 2010
Museo del Territorio Biellese
Biella

Non pensarci, la serie

Nonpensarcilaserie Arriva sulla tv generalista, per la precisione il lunedi’ sera alle 23,40 su la7 il serial tratto dall’ omonimo film di Gianni Zanasi.
A differenza delle operazioni analoghe Quo Vadis Baby? e Romanzo Criminale la serie, in questa occasione si ripropone in toto scenografia e cast originale della pellicola. Si aggiunge la Littizzetto nei panni della parrucchiera consigliera della madre obnubilata dagli psicofarmaci e c’e’ un cameo per Morgan, nuovo fidanzato della ex ragazza in carriera di Stefano.
I tre fratelli Nardini, Alberto il maggiore, dirigente dell’azienda di famiglia, Stefano, musicista in crisi e Michela, la sorella ambientalista, saranno costretti dall’attacco cardiaco paterno a gestire l’impresa di famiglia, che produce ciliegie sotto spirito. Il perfido direttore di banca approfitta della loro immaturita’ per tentare di rubare l’attivita’ ai Nardini e solo la guarigione paterna salvera’ i tre fratelli dalla catastrofe finanziaria. Riflessione quanto mai attuale e amara sulla condizione dei trenta/quarantenni d’oggi per una serie molto divertente che esaspera i toni surreali del film con momenti di vero spasso, indimenticabile il rapimento del figlio del direttore di banca con lavaggio del cervello marxista del piccolo manager in erba allevato con tanta cura dal genitore per diventare uno squalo della finanza creativa.

Il compleanno

Due coppie di amici poco piu’ che quarantenni affittano una villa sul litorale laziale per trascorrervi le vacanze estive. Verranno raggiunti da David, il figlio ventenne di di una delle due coppie. La presenza del bellissimo ragazzo fara’ saltare gli equilibri emotivi del quartetto, in particolare Matteo, stimato analista, non riuscira’ a controllare la sua passione amorosa per il giovane. Gli esiti saranno funerei.



Ilcompleanno


Gli esiti sono funerei anche per la pellicola che si dimostra interessante nella prima parte in cui si analizzano le psicologie dei vari componenti del gruppo ma scade tragicamente nel prevedibile quando la storia d’amore tra Matteo e David prende il sopravvento.
CompleannoMelodramma troppo celebrale e spiegato per coinvolgere davvero, al film va riconosciuto il merito di saper gestire con raffinatezza alcune scene ad alto rischio di comicita’ involontaria, grazie alla bravura degli attori e allo stile elegante del regista. Quando Thiago Alves si masturba sulle note di Maledetta primavera, Filiberti sa trasformare il ragazzo in un bellissimo Ganimede: luci e pose si rifanno espressamente alla pittura seicentesca, mentre il pianto di Matteo che ha intravisto la scena dalla finestra e’ davvero commovente.
Il passo successivo nel rapporto tra i due amanti e’ quello che segna la deriva deludente: i due si incontrano sulla spiaggia in una notte di plenilunio che illumina un vecchio rudere sul promontorio. In questo scenario teatrale Matteo offre a David da bere e il collegamento con il filtro d’amore bevuto da Tristano e Isotta nella rappresentazione teatrale con cui si apre il film e’ scopertissimo e da quel momento la tragedia e la musica wagneriana scandiranno l’evolversi della vicenda che si concludera’ con la morte prevedibilissima (per altro gia’ anticipata da una morte in spiaggia) di uno dei personaggi. I sopravvissuti siedono attoniti attorno alla tavola e mentre si fa largo nelle loro menti il motivo che ha causato l’incidente, il film si chiude su un tramonto dove i raggi photoshoppati del sole squarciano le nubi, a ribadire l’eccessiva teatralita’ di un film interessante sulla carta ma che non ha saputo mantenere le promesse: i personaggi manifestano tutti i luoghi comuni sull’alta borghesia di cui fanno parte: si legge Proust e Doris Lessing (le donne) mentre si parla del nulla, sfogliando la guida rossa del Touring.



Ilcompleanno


Le motivazioni che stanno alla base dell’innamoramento di Matteo sembrano quasi il rovescio di quelle espresse da Povia: persi entrambi i genitori durante l’adolescenza, Matteo ha dovuto rimboccarsi le maniche per farsi una posizione, l’impegno nello studio e nel lavoro lo ha reso rigido e il successo gli ha causato un senso di superiorita’ verso la moglie e gli amici, a quarant’anni si ritrova a fare i conti con un’omosessualita’ latente che non ha mai avuto il tempo di affrontare.
Ultimo appunto di contestualizzazzione storica: se uno ha passato da poco i quaranta, da adolescenze di scatenava sulle note dance dei Duran Duran &Co, ed era refrattario alla discomusic di fine anni ‘70 che insieme a Maledetta primavera appartiene ai must dei neo cinquantenni.

Bright Star

BrightStar La cosa piu’ irritante dell’ultima fatica di Jane Campion e’ la sinossi molto diffusa che definisce la protagonista femminile, Fanny Brawne, una studentessa di moda. Sorvoliamo sul fatto che chi ha il dovere di valutare una pellicola anche per la sua attendibilita’ storica si dovrebbe guadare bene dal mettere in giro strafalcioni di questo genere: nel 1818 le scuole di moda proprio non esistevano.
Fanny Brawne non e’ solo una ragazza di buona famiglia che pensa a orli e falpala’ per frivolezza, per Fanny la creazione attraverso il cucito (e con dettagli di ago e filo si apre la pellicola) e’ un modo di esprimere se’ stessa, come si vede nella scena della federa ricamata d’impulso alla notizia della scomparsa del fratello di Keats, morto a sua volta di tisi. La contrapposizione tra la creativita’ intellettiva di John Keats e quella manuale della sua amata (una delle poche liberta’ di espressione concesse alla donna del XIX secolo) e’ uno dei perni del film, conoscendo l’attenzione della regista per la condizione femminile: febbrile la creazione di Fanny quanto oziosa quella di Keats che puo’ creare restando pigramente seduto a guardar fuori dalla finestra.
E’ la stessa Fanny a cercare di attirare l’attenzione del poeta, che il suo ospite, il signor Brown vorrebbe proteggere dalle tribolazioni cosi’ umane del sentimento. Il racconto dell’amore giovanile tra John Keats e la bella Fanny procede con una dolce leggerezza che trova corrispondenza nel succedersi delle stagioni; un amore fatto per lo piu’ di lontananze dovute alla salute precaria del poeta e alle sue pessime condizioni economiche che non gli consentirebbero mai di chiedere la mano di Fanny, un sentimento la cui purezza si rispecchia negli occhi limpidi di Toots, la sorellina minore di Fanny, testimone di tutti i passi, dolenti e felici, di quella passione ed e’ attraverso lo sgomento dei suoi occhi, piu’ che la sofferenza di Fanny, che soffriamo per la morte del venticinquenne Keats, avvenuta a Roma e messa in scena con il feretro funebre che attraversa una Piazza di Spagna lugubre deserta.