Quelli di Caterpillar

Quelli dicaterpillar Spiace molto dover criticare una trasmissione televisiva i cui contenuti sono ineccepibili riproponendo in video la formula del programma radiofonico Caterpillar su cui si innesta l’alto valore aggiunto di Philippe Daverio.
Le lacune sono tutte sul versante tecnico con una regia francamente incapace di gestire lo sguardo spaesato dei conduttori non abituati alla lucina rossa della telecamera, proponendo inquadrature insensate dall’alto o dietro al vetro per ricordare la provenienza radiofonica. La prima puntata e’ stata una vero disastro, adesso la situazione e’ decisamente migliorata anche se ci sono errori macroscopici nelle composizioni piu’ elementari, ad esempio nel minuto dedicato al sindaco, il politico e’ ripreso di tre quarti sulla sinistra del teleschermo e il minutaggio occupa esattamente la stessa porzione di quadro coprendo parte del primo piano e lasciando fastidiosamente vuota l’laltra meta’ dello schermo.
La stessa disattenzione si ripropone anche nel mixaggio audio dove i passaggi da studio ai collegamenti lasciano sempre a desiderare, con l’audio esterno ancora aperto ad alto volume quando in studio si commenta il contributo ormai passato.
La direzione tecnica del programma sembra essere in mano a stagisti scarsamente coinvolti, bruciando l’’occasione di un programma leggero e intelligente proposto in una fascia insolita. Sara’ un tentativo di affossare solo uno degli ultimi progetti dell’ex direzione Di Bella o la conferma della volonta’ di mandare a ramengo tutta la tivu’ di stato?

La papessa

Lapapessa La figura della Papessa Giovanna rimane una delle leggende piu’ misteriose ed intriganti legate al solio pontificio a cui non rende onore il film di Sönke Wortmann che crea un feuilleton piuttosto prevedibile in salsa medievale.
Giovanna nasce nel 814 d.C., lo stesso anno in cui muore Carlo Magno, in un villaggio della Franconia convertito a forza al cristianesimo dai carolingi. La madre e’ ancora legata alle vecchie credenze pagane mentre il padre e’ un prete fanatico e violento, convinto soprattutto dell’inferiorita’ femminile. Giovanna impara a leggere e scrivere di nascosto al padre e si rivela cosi’ dotata che viene invitata alla scuola cattedratica di Dorstadt nonostante sia donna. Anche in citta’ le cose non sono facili per lei ma viene presa sotto l’ala protettrice del conte Gerold. Col passare del tempo trai due scoppia l’amore ma a dividerli ci pensa l’invasione sassone. I sassoni hanno il buon gusto di invadere la citta’ proprio durante le nozze di Giovanna con uno stalliere, volute dalla contessa per togliersi di torno la giovane rivale. La ragazza e’ l’unica a sopravvivere al massacro e vestendo i panni del fratello morto prende il suo posto nel monastero di Fulda con il nome di Johannes Anglicus e ben presto si fa notare per le sue doti mediche. Durante un’epidemia Johannes si ammala ed e’ costretta a lasciare il convento per impedire che con le cure si scopra la sua vera identita’ sessuale. Aiutata a ristabilirsi da uno dei suoi ex pazienti, la donna decide di riprendere il suo travestimento fratesco e recarsi a Roma.
Le sue abilita’ mediche ancora una volta attirano l’attenzione su di lei che viene chiamata a curare il Papa, di cui ben presto diventa consigliera. Ma le trame di palazzo si avventano su Papa Sergio che viene avvelenato. Nel frattempo Giovanna ritrova il Conte Gerold arrivato a Roma insieme all’imperatore Lotario: i due stanno per coronare il loro sogno d’amore fuggendo insieme quando arriva la notizia che Johannes e’ stato acclamato papa dal popolo di Roma. Giovanna accetta il compito e nei pochi anni del suo regno cerca di riformare la Chiesa soprattutto a favore delle donne, intanto si tiene il suo Gerold vicino come comandante della guardia papale. Rimasta incinta, la Papessa muore per un parto prematuro durante la processione pasquale del 855 mentre Gerold viene ucciso in un agguato.
Forse il montaggio alternato delle due morti e’ l’unico punto passabile del taglio autoriale di una pellicola dallo stile televisivo, schiacciato dalla trama degna di un romanzo di appendice.
Personalmente non sono proprio riuscita ad appassionarmi alle vicende di questa Cenerentola dei secoli bui. Forse sarebbe stato altrettanto banale se la Papessa fosse stata una fervente monaca salita al solio in abiti maschili, ma la storiella della fanciulla povera che coltivando con tanto sacrificio le proprie virtu’ intellettuali, trova l’ammmore (che ovviamente le interessa piu’ del potere) non la si regge proprio piu’!

Emily Brontë’s Wuthering Heights

Cimetempestose92 Wuthering Heights
UK 1992
con Juliette Binoche, Ralph Fiennes
regia di Peter Kosminsky

Visto che molte persone arrivano qua cercando notizie di questo film sulla scia di alcuni commenti, la vostra inarrestabile blogger si e’ procurata una copia del film per soddisfare la vostra e la sua curiosita’
La riduzione cinematografica del capolavoro di Emily Bronte del 1992 non e’ a mio parere riuscitissima ma e’ un’opera con un fascino particolare che riesce ad incuriosire lo spettatore.
Innanzitutto e’ una delle poche versioni in cui si narra l’intera vicenda del romanzo, a partire dall’arrivo a Wuthering Heights di Mr. Lockwood, l’inquilino di Grange, che chiede ospitalita’ in una notte di tempesta e messo a dormire nella vecchia stanza di Cathy incontra il suo fantasma, per finire con il coronamento dell’amore tra Catherine Linton, figlia di Cathy ed Hereton, suo cugino in quanto figlio di Hindley, che Heatcliff ha allevato come un servo, lasciandolo nell’ignoranza piu’ totale.
La differenza sostanziale con il romanzo e’ che a narrare il tormentato amore tra Cathy e il tenebroso Heatcliff non e’ Nelly, la governate ma e’ la stessa Emily Bronte che all’inizio del film vediamo attraversare la brughiera e fermarsi in una casa diroccata; annunciando che prima ha trovato il posto, poi ha immaginato la vita dei suoi abitanti, la scrittrice ci racconta la genesi del suo capolavoro. Il ruolo della Bronte, anche se non accreditato nei titoli di testa, e’ interpretato da Sinéad O’Connor.
Un’altra peculiarità’ della pellicola, infatti, e’ quella di avere un cast di tutto rispetto: il doppio ruolo di Cathy Earnshaw e Catherine Linton e’ interpretato da una Juliette Binoche freschissima, ma di gran temperamento, mentre Heatcliff ha il volto intenso di Ralph Fiennes, che sa essere torvo piu’ di quando indossa i panni di Lord Voldemort ed e’ un gran figo anche se ha una testa di capelli improponibile, soprattutto nella versione unta e bisunta da straccione.
La colonna sonora e’ firmata da Ryûichi Sakamoto, tanto per non farsi mancare nulla.
Forse uno dei difetti del film e’ proprio quello di aver messo troppa carne al fuoco: riducendo l’intero romanzo in una pellicola di 1h e 42’ si e’ finito per dare una lettura superficiale del testo, indulgendo in un certo calligrafismo fatto di una bella fotografia e di una perfetta ricostruzione storica, ma gli effetti speciali (soprattutto il fantasma del finale) sfiorano il ridicolo e non hanno nulla di evocativo o romantico, ne’ tantomeno gotico. E’ un peccato perche’ il film riesce ad aggiungere qualcosa alle tante riletture di Cime Tempestose, ad esempio non ha paura di mostrare il lato maligno della coppia Cathy/Heatcliff, meravigliosamente espresso quando i due si prendono gioco della povera Isabella, solo che nell’incalzare della storia questo resta un brevissimo frammento e non si capisce molto bene come mai Isabella sia improvvisamente attratta da Heatcliff.
Credo quindi che il film sia piacevole per chi gia’ conosce la vicenda di Cime Tempestose, ma temo che chi eventualmente si avvicini per la prima volta a questa grande storia d’amore attraverso questo film, possa restare un po’ sconcertato.

Gran finali

Lost Lemme lemme arrivo anche io a dire la mia sul finale di Lost di cui non sono mai stata un’ammiratrice fervente ma comunque me lo son sciroppata tutto, anche con un certo piacere.
Io non liquiderei la questione con quel “son tutti morti” che e’ dilagato nei dibattiti (pure su rainews24!) seguiti alla messa in onda dell’ultima puntata in contemporanea con gli States. Per come ho interpretato io il dialogo tra Jack Shepard e il padre, momento topico che e’ un po’ lo spiegone definitivo della serie, tutto ruota intorno alla morte di Jack che in questa sorta di anticamera di Paradiso ritrova tutte le persone che sono state importanti nella sua vita e con le quali si appresta ad attraversare la luce. Gli altri sono morti chi prima di lui, chi molto tempo dopo. Mentre proseguivano gli abbracci eccessivamente sdolcinati per la mia misantropia galoppante, Jack muore sull’isola in una scena che riprende, se non ricordo male, quella di apertura della serie. Forse non troppo soddisfacente per i fan piu’ accaniti ma era davvero difficile trovare una conclusione che sciogliesse tutti i misteri dell’isola. Per me il senso logico della trama e’ passata in secondo piano, soprattutto nelle ultime due stagioni e ho trovato una grande fascinazione nell’aspetto “cubista” del plot, quel mostrare esistenze parallele dello stesso personaggio come Picasso dipingeva sulla tela parti del soggetto che non potevano coesistere nella medesima prospettiva spaziotemporale. Azzardo artistico del 1907 (Les demoiselles d’Avignon) che trovava conferma nella teoria della relativita’ che Einstein elaborava nello stesso anno. Cento anni dopo tra il 2005 e il 2010, una serie televisiva porta sul piccolo schermo lo stesso spirito. Ecco questo e’ il modo con cui chiudo i miei conti con Lost, non male per una che era partita in maniera cosi’ disfattista (sbagliando ovviamente!)

Dexter Il finale (fortunatamente solo di stagione) che invece mi ha toccato il cuore e’ stato quello di Dexter. Impossibile restare indifferenti a quell’ultimo colpo di scena che riapre tutte le ferite del nostro serial killer preferito. Confesso di aver fatto molta fatica a togliermi dalla mente la scena di Rita nella vasca, personaggio che tra l’altro non ha mai goduto della mia simpatia, non tanto per l’impressione ma proprio per la commozione inaspettata.
Ho rivisto la puntata, e non mi capita mai con i serial, per vedere se a posteriori il dialogo tra Dexter e Arthur Mitchell rivelasse qualcosa di quanto fosse in serbo per il protagonista e invece mi sono trovata a riflettere sulla perfetta costruzione psicanalitica del serial, ad esempio la ricerca di Debra sulla vita sentimentale del padre era stata messa in moto da una frase sfuggita a Dexter. In questa quarta serie si tirano tutte le fila e si potrebbe considerare virtualmente chiusa tutta la vicenda di Dexter. Dopo essersi confrontato con la figura del fratello nella prima stagione poi dell’amante nella seconda, dell’amico nella terza (la piu’ debole) e aver lottato contro il proprio doppio in questa meravigliosa quarta stagione, presumo che Dexter dovra’ lottare con la figura paterna essendo a sua volta padre arrivando cosi’ a uno scontro diretto con il suo creatore e il suo codice.

Buonasera Dottor Djembe’

DottorDjembe' Sapere che le serata televisive del Dottor Djembe’ saranno solo tre mi spezza il cuore.
Non e’ certo la prima trasmissione radiofonica di successo che tenta il salto televisivo, ma finora mi sembra quello meglio riuscito. Mentre mi sbellicavo dalle risate sono riuscita ad accorgermi che Buonasera Dottor Djembe’ rispecchia abbastanza fedelmente i canoni del vecchio varieta’ televisivo, siparietti comici e canzoni per cui ben vengano le incursioni televisive del Dottore di Bora Bora sul piccolo schermo!
Stefano Bollani si rivela un vero mattatore e sa reggere anche la recitazione, del resto sfoggia una padronanza di vari dialetti sicuramente superiore a quella di tanti quotati attori cinematografici.
Contentissima di aver ritrovato il camionista Lapo non mi resta che sperare nella futura comparsa in classifica del Ponzacchi e in un apparizione di Godzilla in veste crooner.

La nostra vita

Lanostravita La morte dell’amata moglie Elena durante il parto del loro terzo figlio, porta Claudio a ricattare il suo capo per farsi concedere l’appalto di una palazzina, ma portare a lavori non sara’ un’impresa cosi’ facile..

L’ultima fatica di Lucchetti mi ha colpito molto perche’ rispecchia abbastanza fedelmente alcune conclusioni a cui sono arrivata ultimamente sulla condizione del nostro paese, sulla nostra vita, appunto.
Di fondo io credo che uno dei guai principali di questo paese sia stato il passaggio improvviso dalla campagna alla citta’ negli anni del boom economico, la fuga delle campagne per andare a star meglio (nel senso dei servizi base, acqua gas) nelle grandi periferie urbane non ha coinciso con un’evoluzione culturale, e’ come se si sia perso un passaggio, se si fosse saltata una generazione. I personaggi de La nostra vita che non sono mai ne’ completamente buoni o cattivi mi sembrano rispecchiare a pieno questa mia idea. C’e’ nell’animo dell’italiano un bisogno di arraffare, di fare il furbo che deriva da una fame e una poverta’ atavica ed ecco che Claudio non si lascia l’occasione per imporre la propria volonta’ al suo datore di lavoro che ha sua volta lo frega rifilandogli la palazzina con maggiori problemi per poter ritornare nella sua posizione di forza ricavandoci in aggiunta il lavoro fatto dalla squadra di Claudio.
Stesse radici ataviche di pieta’ albergano nei due personaggi: Porcari confessa di non dormire la notte per la morte sul lavoro che ha sulla coscienza e Claudio, che ha sfuttato questo tragico evento a proprio vantaggio ripiana la propria coscienza adottando il figlio del guardiano notturno morto in cantiere.
Ancor piu’ atavico il senso di appartenenza al nucleo familiare, a cui si torna sempre nel momento del bisogno e nelle cui braccia amorevoli si trova sempre un rifugio anche quando si sbaglia.
Non c’e’ stata evoluzione neppure nella concezione architettonico/paesaggistica di questa nazione: da cinquant’anni si continuano a costruire palazzine di periferia (per chi poi, dato che nel 2009 in Italia ci son stati piu’ decessi che nascite e gli immigrati non li vogliamo) con una terrificante omologazione del paesaggio, il film e’ ambientato a Roma ma se non fosse per l’accento dei protagonisti non riusciremmo a capire in quale parte di Italia ci troviamo perche’ ormai dalla metropoli alla cittadina di provincia, tutti i centri urbani sono circondati da queste new town che non gravitano piu’ attorno al centro storico della citta’ ma attorno al grande centro commerciale e una delle scene che piu’ mi ha fatto tristezza e’ quella del saggio di danza svolto nel centro commerciale, almeno ai miei tempi ci si esibiva nel teatro cittadino!
Persa la dimensione agricola con i suoi ritmi e i suoi riti, l’Italia delle periferie mantiene la sua identita’ nella nuova ritualita’ del consumismo che nel suo insistere sull’idea del nuovo ha rimosso il concetto di morte. Claudio non ha quindi elementi per affrontare la tragedia inaspettata che gli e’ capitata se non negando incondizionatamente il proprio dolore e soffocare quello dei figli con l’acquisto spasmodico di nuovi oggetti.

La bambola del diavolo

Labamboladeldiavolo The Devil-Doll
Usa 1936, MGM
con Lionel Barrymore, Maureen O’Sullivan, Frank Lawton, Rafaela Ottiano
regia di Tod Browning

Thedevildoll.1Fatto incarcerare ingiustamente per appropriazione indebita dai suoi tre soci, il banchiere parigino Paul Lavond riesce ad evadere dopo 17 anni dall’Isola del Diavolo, insieme a Marcel, uno scienziato pazzo che lo accoglie a casa sua. Qui Lavond scopre gli strani studi di Marcel che vorrebbe miniaturizzare gli esseri viventi perche le risorse della Terra siano piu’ che sufficienti per tutti. Quando Marcel muore, Paul si trasferisce a Parigi fingendosi una vecchia venditrice di giocattoli, e sfrutta i risultati degli esperimenti di Marcel per vendicarsi dei suoi ex soci.

Il penultimo film girato da Tod Browning prima di ritirarsi dal cinema e’ il suo ultimo capolavoro, immaginifico e ancora affascinante per gli effetti speciali delle persone e degli animali miniaturizzati. Il soggetto e’ opera dello stesso Browning che si ispiro’ al romanzo Burn Witch Burn di Abraham Merritt ma la vicenda di Lavond ricalca abbastanza chiaramente i punti salienti del Il conte di Montecristo: l’ingiusta accusa, la lunga detenzione, la fuga e la vendetta. Per la sceneggiatura Browning si avvale di collaborazioni eccellenti come quella di Eric von Stroheim.
La pellicola vanta punte di pura suspense hitchcockiana che sono valide ancora oggi, ad esempio gli attimi che precedono lo scoccare dei dieci rintocchi, quando scade l’ultimatum per l’ultimo socio rimasto, che all’ultimo momento non regge piu’ la tensione e confessa l’inganno ai danni di Lavond scagionandolo dalle accusa infamanti che avevano rovinato l’uomo e la sua famiglia. Le disavventure della figlia di Lavond costretta a fare la lavandaia di giorno e la cameriera in locali equivoci la notte, rappresentano il cote’ melodrammatico della trama che porta al lacrimevole happy end.
Lionel Barrymore offre una grandissima interpretazione e risulta credibile anche quando recita nei panni della vecchia signora, inquietante ogniqualvolta si toglie la parrucca e racconta le sue intenzioni con i pendenti che ornano le sue orecchie.
Notevole anche Rafaela Ottiano nel ruolo di Malita, la moglie dello scienziato che da vedova segue Lavond a Parigi per aiutarlo nella vendetta. Storpia e completamente perduta nella follia del marito tanto da tentare di uccidere il banchiere quando capisce che questi non continuera’ le ricerche sulla miniaturizzazione dopo aver compiuto la sua vendetta, e’ pettinata come la moglie di Frankenstein con la medesima ciocca bianca che parte dalla tempia.

The road

Theroad In un futuro apocalittico un Uomo e un Bambino attraversano le lande desolate di un pianeta dove ogni forma di vita sta scomparendo per cercare di raggiungere il mare e una speranza di vita migliore. L’Uomo e il Bambino sono padre e figlio, la madre si e’ lasciata morire nel gelo, incapace di accettare un mondo dove gran parte degli uomini hanno ceduto al cannibalismo pur di sopravvivere.

Una settimana infelice per l’uscita di questo film che omette di specificare quale sia l’evento catastrofico che ha distrutto il pianeta, ma inquinamento o esplosione nucleare, che importa? Tra l’oscena falla petrolifera americana e i deliri omicidi israeliani, il terribile futuro descritto dalla pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy non e’ poi cosi’ lontano.

The roadThe road ha alimentato di angoscia il mio pessimismo e non sono riscita a cogliere appieno il senso di speranza avvolta nella figura del Bambino, vero protagonista della pellicola che vediamo all’inizio del viaggio timoroso e completamente dipendente dal padre (un bravissimo Viggo Mortensen il cui volto sembra scolpito nel legno). Dopo la scoperta del rifugio con le scorte di cibo, la sua figura si fa piu’ autonoma rivelando uno spirito compassionevole e salvifico in netto contrasto con lo stato d’animo del padre, che la sua ossessione parentale rende sempre piu’ pessimista lasciandogli come unica via di fuga il rifugiarsi nei propri ricordi del mondo prima della catastrofe. Per raccontare questa evoluzione si ricorre a un mezzuccio, a un certo punto il padre si rivolge al Bambino con un aggettivo al femminile e il bagno rivela tratti femminei nel volto del ragazzo, l’attenzione dello spettatore si concentra sul Bambino pensando che forse la sua unicita’, che richiede cosi’ tante cure stia nel suo sesso, forse e’ l’unica ragazza sopravvissuta, ma alla fine scopriremo che non e’ cosi’.

Addio ad “Arnold”

Non ho mai amato molto i serial televisivi che nei primi anni ‘80 riempirono i palinsesti delle tv private nazionali, preferivo decisamente i cartoni e quindi non ho mai visto una puntata di A- Team o Magnum P.I.. Una delle poche eccezioni era la situation comedy Il mio amico Arnold, forse perche’ ci trovavo dei punti di contatto con Tre nipoti e un maggiordomo che mi piaceva molto; in entrambi i casi un ricco signore si trova ad adottare dei fratellini rimasti orfani, in Tre nipoti e un maggiordomo e’ uno zio scapolo che adotta i nipoti riuscendo a preservare la propria liberta’ grazie all’aiuto fondamentale del signor French, il maggiordomo; ne Il mio amico Arnold un ricco uomo d’affari con una figlia, si prende cura dei figli della sua governate di colore quando questa muore e dai ghetti di Harlem li porta a vivere in un attico della Quinta Strada con vista su Central Park.



Ilmioamicoarnold

Il mio amico Arnold (titolo originale Diff’rent Strokes) e’ stato un programma di sicuro successo internazionale ma sembra destinato ad entrare nel mito per un cupo destino che ha colpito i giovani protagonisti della serie.
Dana Plato, la bella Kimberly figlia naturale di Philip Drummond si e’ suicidata nel 1989 dopo aver finito la sua carriera in squallidi filmetti pornografici.
Todd Bridges che interpretava Willis Jackson ha avuto problemi con la droga e ha scontato alcuni anni di carcere.
Charlene Duprey, la dolce fidanzatina di Willis era interpretata da una giovanissima Janet Jackson, nome altisonante del pop che si porta dietro la tragedia di Michael.
E’ di ieri la notizia della scomparsa di Gary Coleman, il vispissimo Arnold protagonista della serie. L’attore se ne e’ andato a soli 42 anni per i postumi di un’emorragia celebrale, ma la sua vita e’ sempre stata caratterizzata dalla malattia, una forma di nefrite che ne ha impedito la crescita normale. A questi problemi di salute si sono aggiunte le questioni legali con i genitori adottivi che l’attore accusava di averlo defraudato del patrimonio ottenuto con il successo televisivo. Il rancore si e’ trasformato in aggressivita’ che ha portato Gary Coleman ad avere diversi problemi con la giustizia.

Shadow

Shadow Kevin, giovane soldato americano appena tornato dall’Iraq, si regala il viaggio che ha sempre sognato nel paradiso per bikers sulle Alpi, il Passo delle Ombre. Qui conosce la bella Angeline, con la stessa passione per le bici; tra i due sta per nascere l’amore ma la coppietta attira le attenzioni malevoli di due cacciatori fuori di testa che passano dalla caccia ai cervi a quella dei bikers. L’inseguimento porta i quattro ad addentrarsi in zone sconosciute del bosco su cui aleggiano fosche leggende..

Federico Zampaglione, ex leader dei Tiromancino, torna dietro la macchina da presa dopo l’esperienza fallimentare di Nero bifamiliare dimostrando di aver ben assimilato le regole del genere horror con la costruzione di una storia carica di tensione che nella valida spiegazione finale si trasforma in un j’accuse contro gli orrori della guerra.
Il regista fa affidamento sui topos classici del genere, dal bosco al casolare isolato dove abita il solito pazzoide sadico, che questa volta si fa ricordare per uno dei volti piu’ inquietanti visti sul grande schermo da tempo immemorabile, quello dell’attore svizzero Nuot Arquint.
Anche lo stile di ripresa dimostra una certa abilita’ passando dai concitati inseguimenti della prima parte della pellicola a soluzioni molto classiche, come l’omicidio fuori campo raccontato attraverso il dettaglio dell’arma e lo spruzzo di sangue sul terreno.
Per l’originalita’ con cui maneggia i diktat dell’horror, Zampaglione si candida a diventare il Rob Zombie italiano, seguendone l’esempio anche nel firmare l’aggressiva colonna sonora del film, ma la vera chicca venata di ironia e’ l’uso del classico La strada nel bosco durante la cattura notturna di Kevin.