Genuine

Genuine

Germania 1920
con Fern Andra, Hans Heinrich von Twardowski, Ernst Gronau, Harald Paulsen, Louis Brody
regia di Robert Wiene

titolo alternativo Genuine, die Tragodie eines Seltsamen Hauses

titolo inglese Genuine: A Tale of a Vampire

Da quando ha dipinto il ritratto della sacerdotessa Genuine, Percy, un giovane pittore è diventato cupo e solitario, rifiuta la compagnia degli amici e di vendere il quadro passando le giornate fantasticando su Genuine.
Un giorno si addormenta e la donna esce dal dipinto per narrargli la sua storia: sacerdotessa di riti sanguinari venduta come schiava dopo che la sua tribù è stata sconfitta, comprata da un vecchio e bizzarro Lord che la tiene segregata in un ambiente sotterraneo, benché confortevolissimo perché non si contamini con le brutture del mondo.
Genuine riesce a fuggire dalla sua prigione e incontra Florian, il nipote del barbiere che proprio quel giorno sostituisce lo zio, con i suoi poteri mentali Genuine induce Florian ad uccidere Lord Melo suo carceriere e fa del giovane il suo amante ma nell’estasi della passione pretende che lui si uccida per lei. Il servo del palazzo fa fuggire Florian; poco tempo dopo arriva Percy, nipote del lord; anche lui viene ammaliato da Genuine che gli chiede l’abituale sacrificio di sangue. Un amico di Percy annuncia alla donna che il suo amato è morto, Genuine si dispera capendo la follia delle sue abitudini e quando scopre che Percy è ancora vivo capisce di essere innamorata e gli rivela tutto il suo passato. Florian intanto nel delirio confida allo zio l’omicidio, avvertite le autorità la folla si dirige verso il palazzo dalla fama sinistra e uccide Genuine che oramai aveva capito i suoi errori ed era votata all’amore.
Il pittore si risveglia dal terribile incubo e vorrebbe distruggere il quadro ma in quel mentre torna l’acquirente (che ha le fattezze di Lord Melo) e lo acquista a un prezzo spropositato.




Genuine è il film immediatamente successivo al famoso film di Wiene, Il gabinetto del Dottor Caligari, la pellicola non ebbe lo stesso successo del film precedente e rischiò di andare perduta.
La copia attualmente visibile risale a un restauro del 1996 unendo due copie sopravvissute, mancano comunque circa 600 metri di pellicola.
Il film è una fantasmagoria visivamente molto più folle de Il Gabinetto del Dottor Caligari e sarà visibile stasera a Milano musicata dal vivo da Alberto Ferrari, front man dei Verdena, ultima delle quattro date della musicazione da vivo dell’artista.
Devo dire che si tratta di una delle musicazioni più belle a cui abbia mai assistito, musica molto contemporanea, ben suonata che si adatta perfettamente al film. Il cantante vi aggiunge in alcune scene, sooprattutto riguardanti Lord Melo, una specie di gramelot estremamente efficace e coinvolgente. Qualora il film non interessasse più di tanto vale la pena assistere all’ottimo spettacolo offerto dall’artista.



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Ma Genuine è una pellicola di un tale delirio visionario che non può non coinvolgere lo spettatore anche se la trama è oggettivamente complicata.
Il film è molto più espressionista del capolavoro precedente di Wiene, i costumi di Genuine sono stupefacenti, degni della Vivienne Westood più punk: strappi, pizzi, trasparenze, piume borchie, addirittura una scarpa diversa dall’altra.
Le riprese sono meno sghembe di quelle de Il Gabinetto del Dottor Caligari ma le decorazioni espressioniste, con riferimento all’arte primitiva sono molto più esplicite e non si limitano solo alle scenografie dove culmina l’orologio/testa dello scheletro, ma caratterizzano con tratti grafici anche il trucco dei personaggi, ad esempio la decorazione bianca sul petto nudo del servo di colore.
La trasformazione di Florian quando lo zio barbiere lo chiama in città è altrettanto d’impatto: un taglio di capelli geometrico con due ciuffi uno sulla fronte e uno sulla guancia che potrebbero essere usciti da una sfilata contemporanea.




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Inquietante la figura di Lord Melo, ingobbito da una palandrana svergola, costretto a camminare su minuscole scarpe coi tacchi sembra anticipare il conte Orlok che Murnau avrebbe portato sullo schermo nel 1922 in Nosferatu.

Il gabinetto del Dottor Caligari

Loccaligaridalverme Das Cabinet des Dr.Caligari
Germania 1920
con Friedrich Fehér, Werner Krauss, Conrad Veidt, Lil Dagover
regia di Robert Wiene

Il folle Francis confida come lui e la sua fidanzata siano finiti in manicomio: alcuni anni prima durante la fiera di Holstenwall, paese natìo dei protagonisti, arriva una strana attrazione, il dottor Caligari e il sonnambulo Cesare che solo il medico è in grado di risvegliare per fargli predire il futuro. Cesare profetizza l’imminente morte di Alan, amico fraterno di Francis anche se rivale in amore per le grazie della bella Jane. Alan muore effettivamente nella notte e Francis sospetta che sia stato lo stesso sonnambulo ad aver compiuto gli efferati delitti che si sono verificati dall’arrivo in città di Caligari ma un altro criminale viene arrestato in flagrante mentre sta per compiere un terzo omicidio anche se si professa innocente per i due precedenti. Francis si mette a sorvegliare attentamente la roulotte di Caligari e vede che il dormiente Cesare non esce mai dalla sua bara anche se Jane, sfuggita a un tentativo di rapimento che la condurrà alla pazzia, asserisce che il rapitore fosse proprio il sonnambulo.
Si scopre che quello dentro la bara è solo un manichino e inseguendo il Dottor Caligari i poliziotti lo vedono rifugiarsi dentro il manicomio: Caligari non è altro che il direttore della struttura ossessionato dalla figura del Dottor Caligari tanto da voler reincarnare l’imbonitore italiano che un secolo prima era riuscito a far compiere al sonnambulo Cesare azioni violente che l’uomo non avrebbe mai compiuto di sua spontanea volontà.

Ilgabinettodeldottorcaligari Non avevo mai visto Il Gabinetto del Dottor Caligari quindi non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di vederlo al Teatro dal Verme in occasione del Gran Festival del Cinema Muto milanese con orchestrazione dal vivo su partitura originale.
Il film è uno dei capolavori fondanti dell’Espressionismo Tedesco e per originalità di soluzioni compositive e di ripresa è ancora oggi uno un caposaldo da vedere per chi volesse fare regia: già il fatto che un film del 1920 inizi con un flashback è molto innovativo.
La pellicola è girata in un teatro di posa ma le scenografie sghembe riescono a creare un’atmosfera angosciante che mi hanno fatto tornare alla mente le geometrie impossibili tante volte citate da Lovecraft nei suoi racconti.
I fondali dipinti seguono i dettami dell’Espressionismo Tedesco pittorico: anche se la pellicola è in bianco e nero (quasi sempre virata in blu, rosso e giallo) i tratti fortemente impressi sui fondali possiedono tutta l’energia dei lavori di Ernst Ludwig Kirchner (non per nulla alla fine della recente mostra genovese sull’Espressionismo Tedesco Il Gabinetto del Dottor Caligari passava tra gli spezzoni dei film derivati dal genere artistico fondato da Kirchner).
Caligarimanicomio Oltre che una valenza simbolica le linee hanno anche un significato compositivo: attraggono l’attenzione dello spettatore sull’attore che si trova al centro delle geometrie create (il cortile del manicomio, la piazza di Holstenwall) o ne segue le linee a zig zag (la scala degli uffici pubblici) e sanno creare sia spazi angusti e claustrofobici che dimensioni più ampie e spaziose conservando sempre con un senso di irrealtà.
Il gioco delle ombre così caratteristico dell’espressionismo tedesco anticipa la scena del Nosferatu di Murnau: l’omicidio di Alan inizia con l’ombra dell’assassino riflessa sul muro e incombente sul letto del dormiente esattamente come avviene per la visita notturna del vampiro alla bella Helen Hutter.
La macchina da presa è fissa ma Wiene non opta quasi mai per una ripresa frontale classica, posiziona la cinepresa o di lato o leggermente in alto, sempre slittamenti minimi poco percepibili dallo spettatore ma che contribuiscono al senso di straniamento che esplode nella delirante bolgia del sottofinale nel manicomio: il racconto di Francis è vero o è solo la paranoia di un folle?
L’inquietante domanda per lo spettatore si è trasformata in una tragica realtà: dietro quello che viene considerato il primo horror della storia del cinema si nasconde una riflessione sulla Germania post-bellica: il dottor Caligari rappresenta l’ordine prestabilito che cerca di manipolare la volontà del cittadino portandolo a compiere azioni orrende che non avrebbe mai compiuto spontaneamente, il riferimento degli sceneggiatori era alla Prima Guerra Mondiale, non immaginavano che pochi anni dopo un ben più terribile burattinaio sarebbe arrivato a manipolare il popolo tedesco.

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Dracula il vampiro

Horror of Dracula
GB 1958 Hammer Film
con Peter Cushing, Christopher Lee, Michael Gough
regia di Terence Fisher


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Jonathan Arker si fa assumere dal Conte Dracula come bibliotecario ma le sue reali intenzioni sono quelle di uccidere il conte e porre fine alla maledizione vampirica. Dopo esser stato morso e destinato a diventare un non morto, Arker riesce ad uccidere la sposa di Dracula ma il conte gli sfugge e per vendicarsi trasforma Lucy, la fidanzata di Jonathan, nella sua nuova sposa. Nel frattempo Van Helsing, impensierito dalla mancanza di notizie di Arker si reca presso il castello di Dracula e trova il diario dell’amico ma il suo ritorno a casa non è abbastanza rapido per salvare Lucy, riuscirà però a salvare Mina Holmwood, la moglie del fratello di Lucy, anche lei caduta vittima delle attenzioni di Dracula che verrà definitivamente vinto, bruciato dalla luce del sole.


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Dracula il vampiro è il primo dei sei film della Hammer in cui Christopher Lee veste il panni di Dracula. La pellicola è anche interessante per capire come la casa cinematografica britannica e Terence Fisher in particolare, procedano per rielaborare i classici dell’orrore già portati sullo schermo dalla Warner negli anni ’30. Si tratta di un lavoro di asciugatura della trama: i protagonisti restano gli stessi (e con lo stesso destino) del romanzo di Bram Stoker ma vengono sparigliati i rapporti: nel testo originale Mina è la fidanzata di Arker che è un incauto ospite di Dracula di cui il conte si serve per organizzare il suo trasloco a Londra. Il destino di Lucy e Mina però resta lo stesso: la prima finisce vittima del vampiro mentre la seconda viene, ancora una volta, salvata in extremis.


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Nella versione del 1958 l’ambientazione è tutta nell’Europa centrale: la nazione di Dracula e quella dei suoi nemici sono confinanti e alle scene alla frontiera viene riservato un tocco comico per alleggerire la tensione.
Anche l’azione si riduce fondamentalmente allo scontro tra Dracula e Van Helsing che diventano due archetipi dell’Inghilterra vittoriana: il dottor Van Helsing è un freddo razionalista dedito alla scienza e certi suoi marchingegni anticipano lo stile steam punk mentre il conte Dracula è passionale e decadente come dimostra l’arredamento kitsch del suo castello senza neppure una ragnatela ma ricco di orpelli architettonici. Se già il Dracula di Tod Browning sapeva essere seducente a differenza dell’orrido Nosferatu di F.W. Murnau, il vampiro di Christopher Lee esaspera i toni sensuali che diventeranno basilari nei vari sequel: da subito entra in scena la procace compagna del Conte ma la scena più interessante è quella in cui Lucy aspetta l’arrivo di Dracula, che ricalca i preparativi di una notte d’amore. Anche Mina, perfetto esempio di composta lady vittoriana, dopo il primo incontro con Dracula perde la modestia del volto per lanciare sguardi ricchi di malizia e sottintesi.

Draculailvampiro

L’uso del colore permette di sottolineare il rapporto fondamentale del vampirismo con il sangue, non per nulla la scena più celebre è quella in cui Dracula mostra i denti sporchi del sangue appena bevuto e, per inciso, i lunghi canini retrattili compaiono per la prima volta in questa pellicola, ennesima dimostrazione di quanto l’opera sia seminale per la figura del vampiro che abbiamo conosciuto in film e serie tv: Buffy l’ammazzavampiri, ad esempio, deve certamente molto a Dracula il vampiro.

Circo de los horrores

Venerdì 6 giugno a Torino riprenderà la tournée italiana del Circo degli Orrori, Circo de los Horrores, variante gotica del Cirque du Soleil, cioè uno spettacolo circense senza animali improntato tutto sull’abilità degli acrobati.

Circodegliorrori

Il genere horror al cinema sta vivendo una stagione piuttosto fiacca dove gli effetti speciali hanno sostituito i meccanismi che fanno scattare la paura, ben venga allora questo spettacolo circense che gioca con molta allegria con il repertorio classico del genere horror: la colonna sonora è composta da urla, ululati, tuoni e cancelli cigolanti, ad accogliere il pubblico in sala gli inservienti vestiti da monaci, i clown e i giocolieri con le maschere inquietanti che rincorrono il pubblico con la motosega entrata nell’immaginario horror grazie a Non aprite quella porta. Il presentatore ha ovviamente le fattezze di Nosferatu e inizia lo spettacolo uscendo dalla sua bara, tutti gli esercizi sono introdotti da una cornice gotica e se ho apprezzato molto la braura dei due ginnasti con stupefacenti esercizi di equilibrio, vedere a pochi metri le due contorsioniste asiatiche che camminano velocemente facendo il ponte fa molta impressione, proprio perché è un classico del l’horror contemporaneo solo che sulla pellicola l’effetto è ottenuto al computer.
Esorcizzare la paura con la paura è un rito antichissimo che include anche lo sberleffo (soprattutto con allusioni sessuali) e la risata e il finale è davvero esilarante giocando con il pubblico invitato ad interagire e simulando di girare un film, speriamo che ancora una volta il vaudeville faccia ripartire la Settima Arte.

Hotel Transylvania

Rimasto solo con la piccola Mavis, dopo la morte della moglie Marta, Dracula diventa un padre super apprensivo che teme per l’adorata figlia lo stesso infausto destino della madre, uccisa dagli umani furenti. Il Conte trasforma il castello in un hotel dove i mostri possano trovare un’oasi di serenità lontani dall’aggressività degli uomini. Per oltre un secolo il lussuoso rifugio rimane segreto ma proprio in occasione del centodiciottesimo compleanno di Mavis un umano, il ventenne Johnny, riesce a introdursi fortuitamente nell’Hotel Transylvania..

Hoteltransylvania

Favola frizzante che invita a lasciar andare chi si ama, riconoscendogli il diritto di vivere la propria vita. Al di là della facile morale e dell’happy end di prammatica, l’opera di Genndy Tartakovsky ha il merito di possedere alcune caratteristiche che la distinguono dai cartoni che siamo abituati a vedere di solito. Hotel Transylvania esce completamente dal cliché del citazionismo cinefilo esasperato, obiettivamente passato un po’ di moda. A parte un‘inquadratura iniziale che riprende l’ombra espressionista di Nosferatu riflessa sulla culla, non si gioca a riproporre in cartoni le scene classiche dell’horror, il riferimento cinefilo è più raffinato: i migliori amici di Dracula sono Frankenstein, l’Uomo Lupo, la Mummia e l’Uomo Invisibile, i capisaldi della grande stagione horror della Warner negli anni ‘30 (che hanno diviso lo stesso cofanetto DVD). Si preferisce anche ironizzare su alcuni blockbuster del presente: Dracula che disprezza Twilight mentre il cuoco francese Quasimodo (il Gobbo di Notre Dame) è una chiara parodia di Ratatouille visto che la sua fedele Esmeralda è una perfida pantegana.
Notevole anche lo stile di ripresa estremamente movimentato simulando dolly e panoramiche degli ambienti che sono estremamente accurati: il salone del castello dove si svolge la gara sui tavolini è una magnifica riproduzione di una sala rinascimentale con volte affrescate secondo lo stile dell’epoca.
Pellicola di pura evasione soddisfacente per adulti e bambini.

Harry Potter e i doni della morte- parte 2

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C’e’ da chiedersi se quest’ultimo episodio sia un vero e proprio film, basato su una sceneggiatura sensata o sia solamente un bignami per immagini dell’ulima avventura di Harry Potter. Si segue il film con l’attenzione dimezzata, l’altra parte del cervello e’ impegnata a richiamare alla memoria il perche’ e il per come si e’ arrivati a quel punto, l’esempio piu’ emblematico e’ il boccino che racchiude la pietra della resurrezione, per chiarire al lettore cio’ che sta succedendo Harry deve mormorare il nome dell’oggetto estratto dal boccino d’oro con buona pace della suspense per il suo imminente sacrificio.. mortale.
In questa specie di trance necessaria per seguire la pellicola avvengono le connessioni piu’ strane, a un certo punto (quando Voldemort sta per attaccare Hogwarts) ero convinta di assistere a una scena de Il signore degli anelli e questa e’ la cosa piu’ deludente della saga cinematografica di Harry Potter: un decennio passato in compagnia di un soggetto che non ha lasciato niente nel nostro immaginario visivo, visto che in ragione del profitto ha sempre preferito appoggiarsi agli immaginari preesistenti piu’ in voga (negli ultimi tempi e’ emerso anche un certo gusto alla Twilight) . Anche l’immersione nei ricordi di Piton, che forse e’ uno dei segmenti migliori del film, inizia sotto un albero contorto da cui spunta un giovanissimo Severus conciato come un epigono degli eroi di Tim Burton, omaggio alla consorte del maestro del fantastico, Helena Bonham Carter, che nella saga veste i panni di Bellatrix Lestrange?
Per quanto riguarda il mio amato Ralph Fiennes poi, mi sono ritrovata a pensare con rimpianto alla scena del suo esordio, quando in Schindler’s List sparava agli ebrei dal terrazzo della residenza a capo del lager. La sua interpretazione in HP resta dignitosa, non tanto il tono con cui e’ stato doppiato il lancio la maledizione mortale che ha strappato le risate del pubblico. Ho avuto comunque tutto il tempo per notare che il trucco di Voldemort si ispira a Nosferatu ma rivisitato con qualcosa dello stile di Rabarama e questa e’ cosa buona e giusta.

Le avventure del topino Despereaux

Despereaux

Il regno di Dor e’ famoso per la bonta’ della sua zuppa, almeno fino a quando il ratto Roscuro non cade accidentalmente nel pentolone provocando la morta della regina. Il re, sconvolto da dolore, bandisce i ratti e la zuppa, gettando una cappa di tristezza sul regno, ma la nascita dell’indomito topolino Despereaux, che preferisce leggere le storie cavalleresche piuttosto che mangiare i vecchi libri della biblioteca, riportera’ il giusto ordine delle cose. 
Anche la Universal si accosta al cartone animato in computer grafica con la trasposizione del racconto di Kate DiCamillo. 
Il film e’ piacevole anche se la trama, un po’ troppo complessa per l’interazione del mondo umano con quello dei ratti e quello dei topi, a volte accusa qualche lungaggine. 
Il protagonista e’ un topo, gia’ fisicamente diverso dagli altri, piu’ piccolo della media e con orecchie alla Dumbo che pero’ sfoggia una curiosita’ per il mondo che lo circonda cosi’ forte da sfidare le convenzioni della sua razza, che vuole che un topo possa sopravvivere solo grazie alla paura. 
Oltre al coraggio di Despereaux, la pellicola esalta il senso di comprensione per gli altri: il perdono nasce dal capire quelllo che di male noi possiamo aver fatto al prossimo per spingerlo ad essere cattivo nei nostri confronti, un tema decisamente insolito per una pellicola, in particolare destinata ai ragazzi. 
La vera originalita’ del film pero’ sta nel costruire un differente immaginario visivo: l’ultima generazione di cartoon deve la sua fortuna al continuo rimando cinefilo ai classici del grande schermo e anche ne Le avventure del topino Despereaux, il perfido capo dei topi richiama il Nosferatu di Murnau, ma a parte questa concessione lo stile del disegno si rifa’ espressamente alla storia dell’arte in particolare alla pittura fiamminga: il volto della principessa Pea ripropone l’ovale allungato di di una madonna gotica, l’arena dei ratti richiama La torre di Babele di Bruegel il Vecchio e per finire il cuoco di corte ha un aiutante magico fatto di frutta e verdura il cui nome e’ Boldo, chiaro omaggio al nostro fantasmagorico Arcimboldo.

Il divo

Ildivo

Con il suo solito stile personale e grottesco, con una vena piu’ sgargiante del solito nei colori decisi, Sorrentino mette in scena la vita di Giulio Andreotti, come dire la storia della Repubblica Italiana.
Una repubblica che si e’ arrabattata per 50 anni tra i blocchi atlantici, che convive da trenta con il fantasma del proprio figlio migliore sacrificato alla ragion di stato.
Andreotti c’era quando Marshall stanzio’ i fondi per la ricostruzione post bellica, e’ impossibile pensare che non abbia avuto contatti con la mafia, il cui ruolo strategico nella guerra di liberazione e’ ormai assodato: gli Americani ci fanno pesare ancora oggi il loro intervento risolutivo, come si puo’ pensare che la mafia per decenni non abbia preteso lo stesso occhio di riguardo? (di qua e di la’ dall’Atlantico).
Pero’ e’ interessante notare come il film si sviluppi attorno all’unica sconfitta di Andreotti, la mancata elezione a Presidente della Repubblica nel 1992 e proprio la strage mafiosa di Capaci fa saltare i giochi di potere tra le correnti della DC, quindi forse anche l’uomo che ha fatto il lavoro sporco per il Paese alla fine era uscito/voleva uscire dalle logiche mafiose? Ai posteri (forse) l’ardua sentenza.
A noi resta un film capolavoro che trasforma Andreotti in un’icona non tanto del male ma di un modo paternalistico e clientelare di gestire la res pubblica: la scena che piu’ mi e’ rimasta impressa e’ quella in cui il Divo Giulio riceve i postulanti e uno nel prendere la mazzetta tiene la testa girata con evidente disgusto e vergogna; nel gioco cavaraggesco di luci e ombre quella scena mi si e’ impressa nella mente con la forza di un quadro.
Strepitosa la prova di Servillo che sa portare sulla scena un monstrum patetico quando arretra con il suo passo saltellante ma capace anche di movenze orrorifiche che ricordano il Nosferatu di Murnau.

I fratelli Grimm e l’incantevole strega

Ifratelligrimmincantevolestrega Inizi del XIX secolo: Will e Jack Grimm sono una coppia di farabutti che campano sulla superstizione popolare sconfiggendo streghe e altri personaggi fantastici creati da loro stessi grazie a macchinari di varia natura. Scoperti dalle forze napoleoniche che dominano la Germania, vengono costretti ad occuparsi delle continue e misteriose sparizioni di fanciulle in un paesino della Turingia, ma questa volta la strega che dovranno combattere esiste davvero.

Un film che ha diviso molto critica e pubblico, a me e’ servito poco per schierarmi dalla parte di chi ha apprezzato questa pellicola: mi sono bastate le scene iniziali in cui, dopo la sconfitta di una paurosa strega, vengono svelati tutti i trucchi usati dai due fratelli e dai loro aiutanti, per leggere il film come un bizzarro omaggio al mondo del cinema, fatto di trucchi e d’inganni. Mi hanno anche molto divertito le citazioni stravolte di film classici: l’ingresso dei soldati francesi nella bettola germanica costretta a suonare la Marsigliese e’ il perfetto rovesciamento della scena di Casablanca dove l’inno francese simboleggia la voglia di liberta’ contro i nazisti e l’entrata in scena del bislacco Mercurio Cavaldi (la cui fisionomia mi ricordava Vincent Price) avviene con la sua ombra che incombe sul letto dove dormono i Grimm, esattamente come quella del Nosferatu di Murnau si proietta nella camera di Ellen: Terry Gillian non si e’ divertito solo a giocare con le favole, ma anche con il cinema.
Certo, il film ha evidenti difetti di sceneggiatura soprattutto nella parte centrale che va un po’ per conto suo e lo stile grottesco tende a sfuggire di mano al regista, anche se nel finale si riprende con battute degne dei migliori Monty Python; pero’ il gioco e’ cosi’ scanzonato e le immagini talmente perfette nella loro citazione della pittura fiamminga (notevoli sugli sfondi delle scene di tortura) che molto si puo’ perdonare.

Auguri ad Isabelle Adjani

HistorieAdeleH

Il 27 giugno 1955 nasce l’ultima grande star del cinema francese, Isabelle Yasmine Adjani, la cui fragile e luminosa bellezza e’ stata esaltata da Francois Truffaut in Adele H. Una storia d’amore (1975).

Nel 1978 e’ la donna che si sacrifica per fermare il vampiro, nel gelido remake che  Werner Herzog fa del Nosferatu di Murnau.
Nel 1988 veste ancora i panni di una donna divorata dalla passione amorosa in Camille Claudel
L’unica volta che  l’ho vista sul grande schermo e’ stato nel 1981 in Possession di Zulawski film che testimonia la folle vitalita’ dell’horror dei primi anni ‘80  (notevolissima anche la qualita’ delle locandine!) ed anche i gusti bizzarri di tre quindicenni.

Nosferatupossesion