Pur apprezzando molto l’immagine che si delinea di Leopardi nell’ultima fatica di Mario Martone, ci sono alcune scelte registiche che non ho apprezzato fino in fondo: una certa mancanza di originalità autoriale che mi ha rimandato ad altri registi, ad esempio ho ritrovato un afflato un po’ troppo alla maniera di Malick nelle sequenze del poeta estasiato dalla natura e poi mi ha urtato la colonna sonora che invece leggo essere molto apprezzata o quanto meno citata: le sonorità sono belle ed adatte al film ma mi ha sconcertato il fatto i testi fossero in inglese in un film su uno dei massimi poeti italiani ambientato in un periodo storico in cui la nascita dello stato italiano era un’impellenza, in altre parole trovo che la lingua italiana sia un tema portante della pellicola che dovrebbe rientrare anche nella colonna sonora.
Il Giovane Favoloso è film diviso in due parti speculari, la prima racconta l’infanzia e ancor più l’adolescenza di Leopardi, la seconda si concentra sul soggiorno fiorentino e soprattutto sugli ultimi anni di vita del poeta trascorsi a Napoli, dove morì nel 1837.
La prima parte racconta la costrizione del giovane Leopardi nell’angusto mondo recanatese, soggetto alle oppressive leggi familiari imposte dall’austera madre Adelaide Antici e dal reazionario padre Monaldo che spingeva i figli a istruirsi salvo poi impedire loro la libertà di pensiero e soprattutto d’azione. Se Giacomo, in virtù delle sue qualità osa infrangere il rigore paterno, in quanto donna tutta la mia comprensione è andata a Paolina Leopardi destinata a obbedire ancor più rigorosamente e l’impazienza mista a rassegnazione ben trapelavano dall’interpretazione di Isabella Ragonese.
Alla prima parte in cui è l’ambiente natale a frenare gli slanci di Leopardi fa da contraltare la seconda dove è la società e la salute a rendere infelice il protagonista: pur riconoscendogli il merito di essere un ottimo poeta anche il mondo letterario si stanca ben presto del pessimismo leopardiano attribuendolo alle sue disgrazie fisiche. Con lo stesso slancio Leopardi si ribella alle diverse costrizioni che segnano la sua parabola esistenziale e dal film di Martone emerge la figura di un uomo che nel suo pessimismo cosmico non viene meno alla capacità di amare anche quelli che sono involontariamente i suoi carnefici, il padre e l’amico Antonio Ranieri con cui condivide gli ultimi sette anni di vita anche se è il suo peggior rivale in amore in forza della sua prestanza fisica ottimamente resa da Michele Riondino.
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Macchie Solari
Italia 1975 Titanus
con Mismy Farmer, Barry Primus, Ray Lovelock
regia di Armando Crispino
Titolo internazionale Autopsy
Nel caldo agosto romano, Simona lavora in obitorio per approfondire i suoi studi sulla distinzione tra suicidio reale e quello apparente. Sembra essere un’estate molto proficua per la ricerca della ragazza: l’intensa attività solare sta causando un aumento di suicidi ma all’improvviso il cerchio di morti si concentra sulle conoscenze di Simona, forse sulla donna stessa..
Celebre tra i cultori del macabro italiano per la sarabanda di morti portati alla Morgue e la conseguente allucinazione della protagonista, il film di Crispino si distingue per i sottili tocchi d’ironia già evidenziati nella sequenza iniziale. La trama è molto prosaica ma l’autore sa intricarla per bene portando lo spettatore lungo derive che non centrano nulla con le cause dei delitti. Le motivazioni della spirale di morte che si innesca attorno a Simona diventano secondarie, verranno svelate solo nel finale mentre tutta la pellicola cerca (o finge di cercare?) di indagare sulla personalità disturbata dei protagonisti: la frigidità di Simona, dovuto al suo legame morboso per il padre play-boy, la follia latente di Paul Lenox, fratello di una delle vittime e diventato prete dopo aver causato un gravissimo incidente a Le Mans quando faceva il pilota.
Divertente anche la serie di personaggi secondari, a partire dall’inquietante portinaio sciancato.
Forse il gioco di depistaggio è un po’ lungo e a tratti la storia perde mordente ma viene riscattata dalla magnifica colonna sonora di Morricone e dall’eleganza formale di Crispino che avevamo già riconosciuto a L’Etrusco uccide ancora.
Il fantasma galante
GB 1935
The Ghost Goes West
con Robert Donat, Jean Parker, Eugene Pallette, Elsa Lanchester, Ralph Bunker, Everly Gregg, Patricia Hilliard
regia di René Clair
Nel XVIII secolo, Murdoch Glourie morto da codardo, è condannato a infestare il castello di famiglia fino a quando non si vendicherà sul clan rivale dei MacClaggan; nel XX secolo i Glourie sono ormai in rovina e per far tronte ai debiti il giovane Donald deve vendere il maniero, lo comprano dei ricchi americani, i Martin, che smontano il castello per ricostruirlo pietra su pietra in Florida. Con le pietre si trasferisce anche il fantasma che nel nuovo mondo troverà la sua vendetta mentre Donald, l’ultimo dei Glourie conquisterà l’amore di Peggy Martin.
Graziosa commedia del periodo inglese di Renè Clair che unisce il suo gusto per il fantastico alla satira sui ricchi americani e Eugene Pallette, specializzato in ruoli di ricco banchiere padre di “smart girl” nelle commedie brillanti degli anni ’30, non è mai stato così divertente, come quando dimena la sua mole in costume scozzese.
Al castello scozzese ricostruito in Florida viene aggiunta anche una gondola, giusto per sottolineare lo spirito europeo,almeno come lo intendono ancora oggi negli Usa, basta pensare a Las Vegas e ai suoi resort tematici.
Il recupero del castello non è certo filologico: la radio viene inserita ovunque, anche sul pettorale di una storica armatura e la colonna sonora sottolinea i diversi personaggi più che le ambientazioni: la musica tradizionale scozzese viene interrotta dal jazz che esce dall’autoradio di Peggy quando arriva per la prima volta al castello, il tutto si fonderà in un improbabile mix suonato dalla banda di musicisti di colore.
Se la rielaborazione storica non è il punto forte della cultura americana, il pragmatismo non difetta alle Colonie (come le chiama ancora Murdoch) e anche l’apparizione di un fantasma aitante e galante come Murdoch sul transatlantico spaventa solo le signore, gli uomini d’affari pensano subito al possibile sfruttamento pubblicitario mentre il governo si lamenta dell’invasione di spiriti che infettano la pura aria americana mentre il popolo accoglie in parata all’arrivo della stravagante novità.
Comparsata di lusso per Elsa Lanchester nei panni meravigliosamente deco della medium Miss Shepperton; i costumi sono firmati da René Hubert.
Ashes to Ashes
La programmazione estiva di Rai4 ripropone Ashes to Ashes con tre passaggi quotidiani, mattutino pomeridiano e notturno dello spin off della serie inglese Life on Mars.
Life on Mars che vanta anche un remake americano, raccontava le avventure di Sam Tyler, un poliziotto che per un incidente si trova sbalzato nel 1973; constava di due serie e il finale è stata una delle cose più scioccanti proposte dalla televisione: dopo tanto lottare per tornare nel suo tempo Sam Tyler decide di tornare indietro dai suoi nuovi amici, una chiusa che si poteva anche leggere come un placet al suicidio. Ovviamente la serie americana che ha avuto scarso successo è molto più conciliante: il Sam Tyler targato USA è un astronauta che nel sonno di un viaggio stellare ipotizza questa fantasiosa vicenda ambientata nel 1973.
Tra i personaggi più riusciti del telefilm c’è Gene Hunt (interpretato da Harvey Keitel nella versione americana) il capo della sezione detective a cui viene assegnato Sam Tyler, burbero e dai modi spicci entra subito in contrasto con un poliziotto del XXI secolo le cui tecniche investigative e i rapporti con gli indagati sono molto più… delicati.
Le tre serie di Ashes to ashes sono costruite attorno alla figura di Gene Hunt, “Gene Genie” (Gene il genio) è lui l’artefice di questa realtà parallela come si scoprirà nella terza stagione. A fare da contraltare ai suoi modi bruschi e alla sua misoginia questa volta c’è una donna Alex Drake, una detective che ha studiato il caso di Sam Tyler e che, a causa di una pallottola conficcata nel cervello, si ritrova nel 1981. Tra i due personaggi saranno scintille basti pensare che lui la chiama “mutandine” (ma il gioco di parole inglese tra lips e slip è ben più sottile). Alex aiuterà la sezione guidata da Gene a risolvere i casi e intanto cercherà di tornare indietro nel suo tempo dove la aspetta la figlia Molly.
Il contrasto tra gli anni ‘80 e la trama orizzontale del serial intrisa di morte è notevole, personalmente sono rimasta molto colpita dal finale della prima stagione in cui Alex crede che salvando i suoi genitori dall’attentato che li uccisero in quel 1981 in cui è stata nuovamente catapultata, potrà tornare a casa, scoprirà invece che il vero artefice di quella tragedia è una persona di famiglia.
A questi elementi e alla trama poliziesca si unisce la ricostruzione dei favolosi anni ‘80 con una colonna sonora eccezionale, è uscita una compilation della soundtrack composta da tre CD ma vi sono tantissimi brani anche solo accennati della gloriosa stagione canora inglese da Rio dei Duran Duran a London Calling dei Clash, da No more hero degli Stranglers a Came on Eileen dei Dexy’s Midnight Runners.
Da sottolineare anche la presenza della Quattro, l’Audi rosso fiammante guidata sempre in controsterzo da Gene Hunt; a chi ha fatto notare l’errore storico in quanto l’auto è uscita qualche anno più tardi, l’attore Philip Glenister, aderendo perfettamente al personaggio di Hunt ha risposto all’incirca così “chi se ne importa? a noi piaceva”
Pirati! Briganti da strapazzo
Capitan Pirata, amatissimo dalla sua strampalata ciurma, non è certo il terrore dei sette mari e sogna da decenni, invano, di vincere il premio di Pirata dell’Anno. Un giorno assale il Beagle con a bordo un timido Charles Darwin e scopre così che l’amato pappagallo Polly in realtà è un rarissimo Dodo considerato estinto da oltre un secolo. Capitan Pirata pensa di mettera frutto i guadagni della scoperta scientifica per vincere l’agognato trofeo dei pirati e per farlo si reca fino a Londra, dove impera la regina Vittoria, acerrima nemica dei Fratelli della Costa..
L’ultimo lavoro della casa di produzione Aardman che segna anche il debutto dei maestri della plastilina nel 3D, si ispira al romanzo per ragazzi Pirati di Gideon Defoe (l’autore ha anche collaborato alla sceneggiatura). L’opera si distacca dal filone corrente dei cartoon perchè non sfrutta il solito gioco cinefilo di riproporre in chiave comics scene di celebri film. Per gli adulti il divertimento ò dato da un surreale pastiche senza soluzione di continuità dove si ritrovano insieme protagonisti ed atmosfere dell’età vittoriana che in realtà non hanno nulla d spartire tra loro. Darwin è un represso sessuale che vorrebbe rubare il Dodo e accaparrarsi il merito della scoperta. Vive in una casa-studio degna del Dottor Jekyll in compagnia di Bobo, uno scimpanzè che funge da servitore muto. Le notti londinesi sono animate da Jane Austen e la popolarità di capitan Pirata eclissa quella della precedente attrazione, il povero Elephant Man che ormai siede solitario a un tavolo del pub con il suo telo a coprirgli la faccia. Il gioco sul positivismo londinese è la parte più divertente del film; la scoperta del lato oscuro della regina Vittoria segna una cesura nella trama e forse anche un calo nelle proposte di soluzioni fantastiche e surreali nonostante si sconfini nello steampunk.
Da sottolineare la colonna sonora che vanta perle della musica inglese, dai Pogues ai Clash, gruppi decisamente insoliti per la soundtrack di un cartone animato.
Anche il doppiaggio italiano è soddisfacente, se Christian DeSica aveva già convinto in Ortone, la scoperta di Pirati è probabilmente la Littizzetto che caratterizza molto bene la perfida regina Vittoria.
Drive
Stuntman di giorno e autista per bande di rapinatori di notte, potrebbe sistemare la propria vita sfruttando l’innegabile talento al volante in regolari corse automobilistiche ma l’amore e il destino si mettono di traverso..
Ottimo noir metropolitano che coniuga atmosfere rarefatte a improvvisi scoppi di violenza (mai troppo splatter comunque) con un disperato romanticismo di fondo ben supportato da Carey Mulligan, gli occhioni piu’ liquidi del cinema contemporaneo.
Ryan Gosling, il protagonista maschile e’ perfetto per questo ruolo di straniero solitario e senza nome piovuto in una tentacolare e crudele Los Angeles non si sa da dove.
Molto si e’ detto dello stile del regista Nicolas Winding Refn, che fonde atmosfere europee a stilemi americani, si puo’ forse approfondire le definizioni chiarendo che il gusto europeo e’ di matrice profondamente nordica: i silenzi e i colori mi hanno ricordato i finlandesi Kaurismaki, mentre dalla Svezia arrivava Lasciami entrare altra pellicola notturna rarefatta in cui la violenza esplodeva improvvisa di cui in questi giorni e’ nelle sale il remake americano, Blood Story.
Per quanto riguarda il lato americano della vicenda, lasciando in sospeso i debiti con Driver l’imprendibile di Walter Hill di cui Refn dice di non esser stato a conoscenza fino all’inizio delle riprese, di certo possiamo trovare una stilizzazione di modelli che risalgono al genere americano per eccellenza, il western di cui ritroviamo i topoi piu’ simbolici: il cavaliere solitario e senza nome, la rapina, il sacrificio in nome di un valore piu’ alto che porta all’eroismo (significativa in questo senso l’ultima canzone della bellissima colonna sonora di Drive, A real hero)
Di certo lo strabismo di Refn che guarda al cinema americano e allo stile europeo, trova un suo equilibrio personale che si esprime al meglio nell’uso delle luci, con interni dai forti chiaroscuri illuminati spesso da luci laterali rappresentata magistralmente nel gioco di luci dentro l’ascensore prima del bacio e della rissa a cui ancora una volta si oppone la lotta finale con Berny girata in uno spazio aperto e raccontata attraverso i movimenti e le deformazioni delle ombre dei due antagonisti riflesse sull’asfalto.
London Boulevard
Mitchell esce di prigione dopo tre anni per lesioni aggravate e ha intenzione di abbandonare la malavita. Avrebbe per le mani anche un lavoro interessante, fare da bodyguard-factotum alla star cinematografica piu’ amata d’Inghilterra ma proprio la possibilita’ di sfruttare Mitchell per impadronirsi delle ricche collezioni della donna spinge il boss, Gant, a stringere la sua morsa sull’ex galeotto. Tra Gant e Mitchell nascera’ uno scontro senza esclusioni di colpi.
Bel noir inficiato da una prima parte un po’ farraginosa ma riscattato da un crescendo esplosivo quando lo scontro tra Mitchell e Gant si fa diretto e concluso da un amarissimo colpo di scena finale che in parte potrebbe giustificare alcuni punti deboli della prima parte: la facilita’ con cui Mitchell lega con Jordan, il produttore amico di Charlotte e l’innamoramento per la donna, sono dovuti a una certa superficialita’ del plot o questi personaggi hanno una qualche responsabilita’ nella discesa all’inferno del protagonista? Mistero, come e’ giusto che sia.
L’esordio dietro la macchina da presa di William Monahan si segnala anche per un certo humour nero rigorosamente british ed e’ interessante la negazione delle scene di violenza piu’ efferate di cui vediamo l’antecedente e le immediate conseguenze, Questo permette di enfatizzare per celazione le scene suddette e dà il giusto spessore (in genere comico) alle scene di violenza “minore” che vengono messe in scena.
Per quanto riguarda il cast, l’ho trovato convincente solo in parte forse perche’ molti dei comprimari sono legati a precedenti ruoli molto incisivi, quindi potremmo dire che Mitchell e’ il fratello di Chuck Charles (Pushing Daisies), ha come confidente Al Capone (Boardwalk Empire) mentre la divina Charlotte (una Keira Knightley senza slanci) gode dell’incondizionata protezione di Remus Lupin (Harry Potter).
Intrigante la fotografia di Londra, soprattutto quella notturna e molto bella la colonna sonora anche se London calling e’ presente solo nel trailer.
Il petroliere
Probabilmente il film non e’ scevro da difetti, ma la bellezza della fotografia, la bravura di Daniel Day Lewis e la potenza della musica rendono il film un’esperienza tangibile, facendo lo spettatore partecipi della fatica e dell’odore del petrolio.
Plainveiw e il suo antagonista, Eli sono due aspetti dello spirito “that built america” (per citare una famosa pubblicita’): il capitalismo e il fanatismo religioso ed e’ di gran lunga meglio il primo, anche se riesce (quasi) regolarmente a distruggere i propri adepti, che finiscono i propri giorni solitari in enormi case vuote, piene solo di carabattole, come insegno’ da par suo Orson Wells.
Daniel Day Lewis e’ semplicemente perfetto: il lungo corpo contratto nella fatica e nello sforzo di volonta’, gli occhi troppo furbi e vivi in una faccia altrimenti di pietra. L’ho trovato davvero impressionate nel suo primo incontro con Eli, quando si finge ancora un cacciatore di quaglie, il ragazzo se n’e’ andato dopo aver portato del cibo e lui continua a fissarlo, un po’ gobbo e pur restando immobile sembra che si srotoli come un serpente che ha individuato la preda.
Della musica solitamente non parlo mai, ammetto che molto difficilmente gli presto attenzione, ma ne Il petroliere e’ un elemento cosi’ significativo che arriva anche a una distratta come la sottoscritta, la secca nota della sirena iniziale portata allo spasimo, e l’inquietante gioco di percussioni quando brucia il pozzo di petrolio.. da brividi!
Io la conoscevo bene
Italia, 1965
con Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Jean-Claude Brialy
regia di Antonio Pietrangeli
La parabola esistenziale di Adriana, che dalla provincia arriva a Roma in cerca del successo cinematografico.
Capolavoro del cinema italiano degli anni ‘60 che si contraddistingue per l’inconsueta costruzione ad episodi, il film di Pietrangeli e’ un’amarissima riflessione sull’Italia del boom economico.
Il ritmo spezzato degli episodi, che talvolta non rispetta neppure l’andamento cronologico e si perde nei flashback, e’ funzionale alla storia e al personaggio di Adriana che procede a tentoni nella sua esistenza, senza avere uno scopo se non l’illusione del cinema.
Adriana, interpretata da una Stefania Sandrelli perfetta, e’ quasi la metafora dell’Italia che si butta via affidandosi a maneggioni di varia natura.
Notevole la colonna sonora composta dalle tipiche hits del periodo che con le loro marcette urlate e trionfalistiche stridono fortemente con la realta’ fatta di delusioni e amarezze.
Specchio dei tempi di allora, ma tragica anticipazione della situazione odierna: mi ha colpito l’episodio dell’intervista per il cinegiornale montata con il chiaro intento di schernire l’aspirante attricetta, nel film e’ l’inizio della crisi della protagonista che la portera’ al suicidio, mentre nel sottobosco artistico di oggi e’ all’ordine del giorno: basta pensare a programmi come Veline dove la ragazza e’ costretta a subire gli sberleffi per dimostrare di essere ironica; anche gli ex famosi che tentano di rilanciare una carriera mangiando scarafaggi non sono poi dissimili dal personaggio interpretato da un Tognazzi veramente notevole: il vecchio Bagini che pur di ottenere una parte prima balla fino allo sfinimento e poi si presta a far da lenone al divo di turno.