Laputa- Il castello nel cielo

LaputailcastellonelcieloTenku no shiro Rapyuta
1986 Studio Ghibli.
regia di Hayao Miyazaki

Prigioniera del colonnello Muska ed inseguita dai pirati che vogliono impossessarsi del suo prezioso ciondolo, Sheeta finisce per cadere dall’aeromobile ma la gravipietra che ha al collo trasforma la sua caduta in una lenta discesa che finisce tra le braccia di Pazu, un ragazzino minatore che sogna di volare per dimostrare l’esistenza di Laputa, il castello nel cielo visto dal padre. Quando scopre che anche il destino di Sheeta è legato alla misteriosa isola volante, Pazu decide di aiutare la ragazzina a sfuggire dai suoi inseguitori..

Laputa, il castello nel cielo, terzo lungometraggio di Miyazaki è il più rocambolesco dei film del maestro d’animazione giapponese.
C’è qualcosa di epico nel destino di Sheeta, appartenente alla famiglia regnante di Laputa ritiratasi sulla Terra per disinnescare il potenziale terribile dell’isola volante. Come sull’omonima isola de I viaggi di Gulliver, gli abitanti di Laputa hanno saputo creare una civiltà avanzatissima senza però essere in grado di indirizzarne le potenzialità a sole finalità benefiche. Laputa è un meraviglioso giardino che fluttua nel cielo ma anche una terribile macchina da guerra che permette di dominare il mondo e a questo scopo Muska, anche lui discendente dai sovrani di Laputa, vuole ritrovare il castello nel cielo ed impossessarsene.
Lo scontro tra forze del bene e quelle del male è molto esplicito nel film, mitigato solo dalla presenza pasticciona dei pirati che da nemici di Pazu e Sheeta si rivelano essere i loro più fedeli alleati, in nome di uno spirito anarchico che va oltre al tornaconto economico d’impossessarsi del tesoro di Laputa.
La piratessa Dola e Sheeta sono in fondo due facce della stessa medaglia, due aspetti complementari del femminile: lo dimostrano le trecce che portano entrambe e la perplessità dei pirati, tutti innamorati di Sheeta, nel pensare che la dolce e determinata fanciulla potrebbe diventare una virago imperiosa come la loro madre.
Ancora una volta Miyazaki sa declinare in una veste diversa, più avventurosa, i temi che gli sono cari, il pessimismo sul destino dell’uomo votato alla guerra, l’ecologismo e il potere libertorio del volo, mai espresso in maniera così fantasmagorica nei vari mezzi volanti messi in scena. Le ispirazioni artistiche per il film del resto arrivano prevalentemente da Magritte e Brueghel Il Vecchio per la città volante mentre il naturalismo misterico di Corot ispira i boschi di Laputa, le cui rovine riprendono le classiche vedute del Macchu Picchu. 

Il giovane favoloso

Ilgiovanefavoloso Pur apprezzando molto l’immagine che si delinea di Leopardi nell’ultima fatica di Mario Martone, ci sono alcune scelte registiche che non ho apprezzato fino in fondo: una certa mancanza di originalità autoriale che mi ha rimandato ad altri registi, ad esempio ho ritrovato un afflato un po’ troppo alla maniera di Malick nelle sequenze del poeta estasiato dalla natura e poi mi ha urtato la colonna sonora che invece leggo essere molto apprezzata o quanto meno citata: le sonorità sono belle ed adatte al film ma mi ha sconcertato il fatto i testi fossero in inglese in un film su uno dei massimi poeti italiani ambientato in un periodo storico in cui la nascita dello stato italiano era un’impellenza, in altre parole trovo che la lingua italiana sia un tema portante della pellicola che dovrebbe rientrare anche nella colonna sonora.
Il Giovane Favoloso è film diviso in due parti speculari, la prima racconta l’infanzia e ancor più l’adolescenza di Leopardi, la seconda si concentra sul soggiorno fiorentino e soprattutto sugli ultimi anni di vita del poeta trascorsi a Napoli, dove morì nel 1837.
La prima parte racconta la costrizione del giovane Leopardi nell’angusto mondo recanatese, soggetto alle oppressive leggi familiari imposte dall’austera madre Adelaide Antici e dal reazionario padre Monaldo che spingeva i figli a istruirsi salvo poi impedire loro la libertà di pensiero e soprattutto d’azione. Se Giacomo, in virtù delle sue qualità osa infrangere il rigore paterno, in quanto donna tutta la mia comprensione è andata a Paolina Leopardi destinata a obbedire ancor più rigorosamente e l’impazienza mista a rassegnazione ben trapelavano dall’interpretazione di Isabella Ragonese.
Alla prima parte in cui è l’ambiente natale a frenare gli slanci di Leopardi fa da contraltare la seconda dove è la società e la salute a rendere infelice il protagonista: pur riconoscendogli il merito di essere un ottimo poeta anche il mondo letterario si stanca ben presto del pessimismo leopardiano attribuendolo alle sue disgrazie fisiche. Con lo stesso slancio Leopardi si ribella alle diverse costrizioni che segnano la sua parabola esistenziale e dal film di Martone emerge la figura di un uomo che nel suo pessimismo cosmico non viene meno alla capacità di amare anche quelli che sono involontariamente i suoi carnefici, il padre e l’amico Antonio Ranieri con cui condivide gli ultimi sette anni di vita anche se è il suo peggior rivale in amore in forza della sua prestanza fisica ottimamente resa da Michele Riondino.

The road

Theroad In un futuro apocalittico un Uomo e un Bambino attraversano le lande desolate di un pianeta dove ogni forma di vita sta scomparendo per cercare di raggiungere il mare e una speranza di vita migliore. L’Uomo e il Bambino sono padre e figlio, la madre si e’ lasciata morire nel gelo, incapace di accettare un mondo dove gran parte degli uomini hanno ceduto al cannibalismo pur di sopravvivere.

Una settimana infelice per l’uscita di questo film che omette di specificare quale sia l’evento catastrofico che ha distrutto il pianeta, ma inquinamento o esplosione nucleare, che importa? Tra l’oscena falla petrolifera americana e i deliri omicidi israeliani, il terribile futuro descritto dalla pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy non e’ poi cosi’ lontano.

The roadThe road ha alimentato di angoscia il mio pessimismo e non sono riscita a cogliere appieno il senso di speranza avvolta nella figura del Bambino, vero protagonista della pellicola che vediamo all’inizio del viaggio timoroso e completamente dipendente dal padre (un bravissimo Viggo Mortensen il cui volto sembra scolpito nel legno). Dopo la scoperta del rifugio con le scorte di cibo, la sua figura si fa piu’ autonoma rivelando uno spirito compassionevole e salvifico in netto contrasto con lo stato d’animo del padre, che la sua ossessione parentale rende sempre piu’ pessimista lasciandogli come unica via di fuga il rifugiarsi nei propri ricordi del mondo prima della catastrofe. Per raccontare questa evoluzione si ricorre a un mezzuccio, a un certo punto il padre si rivolge al Bambino con un aggettivo al femminile e il bagno rivela tratti femminei nel volto del ragazzo, l’attenzione dello spettatore si concentra sul Bambino pensando che forse la sua unicita’, che richiede cosi’ tante cure stia nel suo sesso, forse e’ l’unica ragazza sopravvissuta, ma alla fine scopriremo che non e’ cosi’.