Dieci inverni

Dieciinverni
Dieci inverni e’ il lasso di tempo che ci mette a maturare l’amore tra Camilla e Silvestro che si conoscono sul traghetto appena arrivati a Venezia per intraprendere gli studi universitari. Dieci anni in cui il tempo del cuore dei due giovani non collima mai, tra altre storie, orgoglio e incomprensioni.
Il debuttante Valerio Mieli realizza un piccolo gioiello che coniuga la semplicita’ degli amori giovanili narrati da Eric Rohmer con l’andamento circolare della storia che trovera’ compimento dove era iniziata dieci anni prima con una notte d’amore negata (omaggio a Mitchell Leisen?) nella piccola casa sulla laguna.
L’inverno come metafora del freddo del cuore: infatti il giorno in cui il gioco tra Silvestro e Camilla si scioglie c’e’ finalmente un bellissimo sole.
Oltre a un clima poco cinematografico, anche la Venezia illustrata nel film non e’ quella turistica, ma la Venezia dimessa di chi ci vive quotidianamente, soprattutto dagli studenti che si devono arrangiare in appartamenti scrostati a prezzi esosi (vedi la sorta di basso “capolavoro di logistica”).
La fotografia di una Venezia insolita e perennemente nebbiosa salta all’occhio perche’ ormai gli angoli piu’ caratteristici e le belle giornate sono le location tipiche di film e fiction, soprattutto italiane e sinceramente colpisce anche la rappresentazione di una gioventu’ universitaria diversa dal modello imperante di Moccia o di quello di veline e tronisti: Isabella Ragonese non ha una scena in minigonna ma recita sempre in pantaloni e maglioni oversize. Finalmente sullo schermo un mondo che sappiamo esistere ma che non vediamo mai rappresentato e recuperare questo film al cineforum giusto il 25 marzo, e’ una lancia per spezzare l’omologazione tanto quanto guardare Santoro via web.

Io la conoscevo bene

Italia, 1965
con Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Jean-Claude Brialy
regia di Antonio Pietrangeli




Iolaconoscevobene


La parabola esistenziale di Adriana, che dalla provincia arriva a Roma in cerca del successo cinematografico.

Iolaconoscevobene
Capolavoro del cinema italiano degli anni ‘60 che si contraddistingue per l’inconsueta costruzione ad episodi, il film di Pietrangeli e’ un’amarissima riflessione sull’Italia del boom economico.
Il ritmo spezzato degli episodi, che talvolta non rispetta neppure l’andamento cronologico e si perde nei flashback, e’ funzionale alla storia e al personaggio di Adriana che procede a tentoni nella sua esistenza, senza avere uno scopo se non l’illusione del cinema.
Adriana, interpretata da una Stefania Sandrelli perfetta, e’ quasi la metafora dell’Italia che si butta via affidandosi a maneggioni di varia natura.
Notevole la colonna sonora composta dalle tipiche hits del periodo che con le loro marcette urlate e trionfalistiche stridono fortemente con la realta’ fatta di delusioni e amarezze.
Specchio dei tempi di allora, ma tragica anticipazione della situazione odierna: mi ha colpito l’episodio dell’intervista per il cinegiornale montata con il chiaro intento di schernire l’aspirante attricetta, nel film e’ l’inizio della crisi della protagonista che la portera’ al suicidio, mentre nel sottobosco artistico di oggi e’ all’ordine del giorno: basta pensare a programmi come Veline dove la ragazza e’ costretta a subire gli sberleffi per dimostrare di essere ironica; anche gli ex famosi che tentano di rilanciare una carriera mangiando scarafaggi non sono poi dissimili dal personaggio interpretato da un Tognazzi veramente notevole: il vecchio Bagini che pur di ottenere una parte prima balla fino allo sfinimento e poi si presta a far da lenone al divo di turno.

American gigolo’

Fameg USA 1980
Richard Gere, Lauren Hutton
regia di Paul Schrader





Il film che ha lanciato Richard Gere ha una trama che pare essere uscita da un romanzo di Balzac o di Maupassant: l’ascesa e la caduta di un gigolo’ nell’America rampante del 1980 non e’ poi diversa da quella dei tanti arrampicatori sociali che si muovevano all’ombra della classe dirigente francese del Secondo Impero.
Trama a parte, American gigolo’ e’ un film cult perche’ rappresenta l’estetica di uno stile di vita che predomina ancora oggi: il culto della bellezza fisica e della cura di se’.
Infatti le scene che sono entrate nell’immaginario collettivo sono quelle di Gere che studia lo svedese mentre fa ginnastica appeso al soffitto con delle cavigliere e quelle in cui sceglie il look per la serata cercando di abbinare camicia e cravatta a quattro o cinque completi buttati sul letto: tutti abiti di sartoria italiana e l’italian style vedra’ sorgere la sua stella con Armani, Versace proprio nei primi anni ottanta.
Anche gli ambienti in cui si muove Giulian Kay lanceranno una moda: non tanto i grandi aberghi e le ville signorili dove svolge il suo lavoro, quanto per il suo appartamento: un loft minimalista, con attrezzature hi tech e tanto di panca ginnica che fa bella mostra di se: credo, senza tema di smentita, che in Italia, prima di questo film non si sia mia visto un arredo simile, dai colori freddi tono su tono.
Di grande impatto la colonna sonora di Giorgio Moroder, che sa trasformare gi accordi pop di Blondie in musica dal forte senso espressivo.
L’estetica coinvolge anche l’etica e al personaggio di Richard Gere non viene assegnata nessuna valenza negativa: e’ un ragazzo che si arrangia, che fa quello che gli piace (sta nascendo l’edonismo reaganiano, ragazzi!) sfruttando la sua prestanza fisica per fare carriera (ometto ogni riferimento al mondo odierno delle veline perche’ ormai e’ un tema veramente trito e, come sto tentando di dimostrare, anche pluriventennale).
Del resto a redimerlo arriva la forza salvifica dell’amore (interpretato dalla piu’ modella che attrice Laureen Hutton) e questo e’ uno dei paradossi (o forse un’ipocrita copertura?) degli eighties: sesso.. potere.. ma tutti sognando il grande amore, la passione che cambia la vita.
Ultima annotazione di costume: l’unica cosa a fare “scandalo” furono le chiappette nude di Gere, e visto che vent’anni dopo Clooney si scompone per il nudo di Solaris, possiamo definitivamente bollare American Gigolo’ come epocale.