Il Potere del Cane

The Power of the Dog
con Benedict Cumberbatch, Jesse Plemons, Kirsten Dunst, Kodi Smit-McPhee, Thomasin McKenzie, Keith Carradine, Frances Conroy, Adam Beach, Sean Keenan, Cohen Holloway, Stephen Lovatt, Alison Bruce
regia di Jane Campion



Ilpoteredelcane


Montana, anni ’20. I fratelli Burbank gestiscono il ranch di famiglia: tanto George è indolente e gentile, tanto Phil è burbero e rude. Quando George porta a casa la donna che ha sposato, una vedova con un figlio adolescente, Phil prende di mira i nuovi arrivati convinto che Rose abbia sposato il fratello per interesse. La continua pressione di Phil e la solitudine del ranch portano Rose all’alcolismo, quando Peter, il figlio di Rose, arriva in vacanza dal college gli equilibri cambiano: tra Phil e Peter si crea un legame che getta Rose ancora più nello sconforto e nell’alcol spingendola a regalare agli indiani le amate pelli di Phil solo per fargli un dispetto a quel punto il giovane Peter dovrà intervenire per ridare serenità alla madre come dice la sua voce off a inizio pellicola.



Il potere delcane


Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage, autore americano di romanzi western, Il potere del cane è un film molto interessante di Jane Campion dove nulla o ben poco è come appare. Il film è diviso in quattro capitoli, ognuno dedicato a uno dei quattro protagonisti. George Burbank è un uomo gentile rassegnato a sopportare l’odioso fratello, s’innamora di Rose, vedova di un suicida con un figlio troppo sensibile (?). Con l’aiuto della moglie George vorrebbe trasformare il ranch in un luogo più accogliente dove poter occuparsi anche degli affari, ma da subito l’ostilità netta di Phil mette la donna in difficoltà: Rose non è in grado di sopportare le sottili vessazioni psicologiche del cognato e fallisce la prima cena importante con il governatore, affogando noia e delusione nell’alcol.
Phil è sicuramente il personaggio più interessante del film: più colto e intelligente del fratello fa di tutto per vivere come il più rozzo dei cow boy, in memoria di Bronco Henry, il suo mentore. Dalle confidenze con il giovane Peter scopriamo il legame sessuale che lo legava a Bronco, anche se Phil ostenta la più ottusa omofobia, la venerazione per il vecchio cow boy lascia anche intendere un probabile rapporto pedofilo subito da Phil che può giustificarlo a sé stesso portando avanti il modello imposto da Bronco, ma la sua rabbia è troppa per dipendere solo da un’omosessualità rinnegata.



Powerofthefdog


Se alla psicologia contorta di Phil si può trovare una giustificazione e provare pena per lui molto più enigmatico il personaggio di Peter, il sensibile figlio di Rose che ama realizzare graziosi fiori di carta, cosa che da subito attira il feroce sarcasmo di Phil. Il gracile adolescente, imbranato ad andare a cavallo rivela però un lato oscuro: la tranquillità con cui uccide i miti coniglietti che porta a casa o cattura assieme a Phil, lasciando lo stesso stupito per il sangue freddo del ragazzo. Apparentemente il comportamento è dettato dall’amore per la scienza e la medicina ma la frase di apertura del film deve risuonare sempre nell’orecchio dello spettatore e metterlo in allerta sul colpo di scena finale.



Il potere del cane


Colpo di scena finale che non racconterò ma che è quello che salva la pellicola della Campion dando spessore psicologico alla storia su cui gravano i soliti vezzi autoriali della regista: l’indugiare sui paesaggi e le mandrie: vedere due buoi che si scornano in un film di sottili duelli psicologici non aggiunge nulla, anzi appesantisce un film dal ritmo giustamente sospeso per dare spazio all’indagine psicologica.. Detto questo il film ha un grande lavoro sulla fotografia che sottolinea il contrasto tra la vastità degli spazi aperti e l’oppressione cupa che può nascere anche nella grande residenza dei Burbank, Jane Campion si dimostra a suo agio con il genere western, non mancando di citare i classici come Sentieri Selvaggi.

Jojo Rabbit

Germania, USA 2019
con Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Taika Waititi, Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Archie Yates, Rebel Wilson, Alfie Allen, Stephen Merchant
regia di Taika Waititi


Jojorabbit


Johannes Betzler ha dieci anni nella Germania nazista del 1945, il padre è al fronte, la sorella maggiore è morta, la madre per quanto dolce ha mille impegni e Jojo, succube della propaganda, ha come amico immaginario niente meno che il führer
in persona, che lo sprona ad essere coraggioso: quando a un campo della gioventù hitleriana il ragazzino non ha il coraggio di uccidere un coniglio diventando per i compagni Jojo Rabbit, sarà proprio Hitler a incoraggiarlo a lanciare una granata per dimostrare di essere coraggioso. Il gesto costa a Jojo delle ferite sul volto e una leggera zoppìa che lo escludono dalle attività militaresche ed è proprio rientrando a casa prima del previsto che il ragazzino scopre che la madre nasconde una ragazzina ebrea. Non potendo denunciarne la presenza per non fare incriminare la madre, a Jojo non resta che cercare di studiare il pericolo esemplare giudeo con cui si trova a convivere…

Ormai è tradizione (credo tutta italiana) far uscire un film che tratti il tema del nazismo in prossimità del Giorno della Memoria, con esiti molto diversi. Jojo Rabbit è un ottimo film che appartiene al filone che osa deridere il dramma nazista, a partire da Il Grande Dittatore, il solitamente dimenticato Vogliamo Vivere! di Lubistch per arrivare a Train de Vie e a La vita è Bella; con le pellicole citate Jojo Rabbit condivide solo il spirito ironico e graffiante ma i referenti sono ben altri.
Colori e atmosfere rimandano a Wes Anderson, soprattutto l’inizio al campo della gioventù hitleriana che non ha una chiara connotazione temporale, potrebbe essere un campo estivo organizzato da nostalgici, facendo capire da subito che il film si rolge soprattutto ai rigurgiti neofascisti dei nostri tempi.



Jojo Rabbit


L’unico amico di Jojo, Yorki, ricorda molto il Piggy de Il signore delle mosche, classico film per ragazzi che analizza la nascita del totalitarismo; la somiglianza non è solo fisica ma anche nel ruolo: nel film di Peter Brook il ragazzino diventa la memoria storica del gruppo, la parte razionale che viene eliminata, anche Yorki spiega le cose a Jojo ed è quello che nei tragici giorni della caduta di Berlino comunica a Jojo che Hitler si è suicidato nel bunker.
I toni drammatici ovviamente non possono mancare: la morte della madre, inattesa e toccante con Jojo che le allaccia le scarpe, lui che non era mai in grado di farlo bene, improvvisamente si ritrova adulto e solo (o quasi) nell’inferno della resa, le immagini della città distrutta rimandano a Germania Anno Zero e una volta di più comprendiamo il suicidio di Edmund nel film di Rossellini che molto probabilmente sarebbe anche il gesto di Jojo se non avesse a casa Elsa, il vituperato nemico di cui si è innamorato.



Jojo rabbit


Il messaggio e la positività del film sta tutto nell’incontro dell’altro: la convivenza forzata che diventa amicizia e il primo amore di Jojo. Lo scoprire che quanto ci è stato insegnato ad odiare non è diverso da noi ma più simile di quanto si creda (la condivisione della solitudine) e nonostante lo strazio della perdita alla fine dell’orrore si può riuscire a ballare sulle note di Heroes di David Bowie cantata in tedesco, una canzone che ti frulla in testa dall’eroico sacrificio del capitano Klenzendorf.