L’ultima preda del vampiro

Italia 1960
con Walter Brandi, Lyla Rocco, Alfredo Rizzo, Maria Giovannini, Tilde Damiani, Erika Di Centa, Corinne Fontaine, Antonio Nicos, Leonardo Botta, Marisa Quattrini
regia di Piero Regnoli



L'ultimapreda del vampiro


In una notte da tregenda una compagnia di varietà, cinque ballerine, il capocomico e il pianista autista, chiedono ospitalità in un vetusto castello, il conte Gabor Kerassy vorrebbe negargliela ma cambia idea quando vede Vera, una ballerina che fin dall’ingresso nel maniero si era mossa come se conoscesse gli ambienti. Gabor invita gli ospiti a non uscire di notte dalle loro stanze ma le ragazze non seguono in consiglio e la mattina dopo una di loro viene trovata morta, pare per la caduta accidentale da una finestra. Il maltempo costringe gli artisti a prolungare la sosta al castello dove viene seppellita Katia. Vera intanto scopre di essere estremamente somigliante a un antenata del conte, Margherita ed è la prima d accorgersi che la tomba della collega è stata profanata, scopre anche il misterioso studio di Gabor che sta cercando una cura per eliminare l’antenato vampiro ma per salvare Vera sarà costretto ad ucciderlo ponendo fine alla maledizione che grava su Kerassy



L'ultimapreda delvampiro


Gotico di serie B (ma anche Z) che pare avere il merito di essere il primo a introdurre uno stilema horror diventato un classico: quello del gruppo di viaggiatori bloccati in un luogo sinistro.
Per il resto la fama della pellicola si deve al fatto che venne acquistata dal produttore di origine inglese Richard Gordon ed ebbe una distribuzione americana con titolo di The Playgirls and the Vampire.
La storia è piuttosto bislacca trascurando alcuni passaggi interessanti: essendo stata morsa dal vampiro Vera avrebbe potuto far rivivere la maledizione creduta sconfitta, sarebbe stato un bel colpo di scena finale invece la ragazza parte sulla sgangherata corriera assieme al resto della compagnia annullando anche lato romantico della vicenda: lei e Gabor si promettono di ritrovarsi quando lui sarà riuscito a vendere il castello.
Castello per altro poco orrorifico: gli interni sono molto contemporanei, niente ragnatele e ammennicoli vari solo una cripta dai sacelli palesemente di cartapesta. Anche il conte Gabor e l’antenato vampiro sono gli epigoni più tristi di una categoria nota per l’eleganza e la sensualità e a smorzare molto il fascino del povero Walter Brandi è proprio l’abbigliamento, un completo impiegatizio, nero per il vecchio vampiro, un principe di Galles per Gabor.



Theplaygirlsandthevampire


La scena più surreale resta la prova coreografica nel salone nobiliare con improvviso spogliarello di una delle ballerine, ma la componente sexy pesa molto di più di quella horror: la Katia vampira gira nuda, anche se rigorosamente coperta da un gioco di ombre che pure lascia intravedere il seno in due occasioni, per il resto grande sfoggio di baby doll e camicie da notte trasparenti e molta insistenza su piedi e gambe fin dalla scena d’apertura, un feticismo che farebbe felice Quentin Tarantino.

Plan 9 from Outer Space

USA, 1959
con Gregory Walcott, Mona McKinnon, Duke Moore, Tom Keene, Carl Anthony, Paul Marco, Tor Johnson, Dudley Manlove, Joanna Lee, Lyle Talbot, Conrad Brooks,
Bela Lugosi, Vampira, Criswell
regia di Ed Wood


Plan 9 from outer space


Un aereo in fase di atterraggio vede un UFO ma l’ordine è quello di tacere sull’incontro con il disco volante, intanto in un cimitero vicino alla casa del pilota Jeff Trent, protagonista dell’incontro alieno, due becchini vengono uccisi mentre seppelliscono una donna. Il marito della defunta muore poco dopo e nuovi fatti misteriosi accadono al cimitero che portano alla morte dell’ispettore Clay, anche la moglie di Trent viene aggredita in casa dal vecchio revenant: è l’attuazione del Piano 9 di una civiltà extraterrestre, resuscitare i morti per convincere i terrestri ad accettare la loro presenza e a recedere dalle ricerche di armi sempre più potenti che finiranno per distruggere l’Universo. Il colonnello Edwards, Jeff Trent e il tenente Harper salgono sull’astronave e discutono con gli alieni, l’arrivo di altri poliziotti fa scatenare una rissa che porta all’incendio dell’astronave mentre i terrestri si mettono in salvo.



Plan9 fromouterspace


Incoronato il film peggiore di tutti i tempi, Plan 9 from Outer Space deve la sua fama (anche) al film di Tim Burton, Ed Wood che ne racconta la genesi.
Il film è veramente bizzarro, un incrocio tra horror e sci-fi, con vampiri-zombie riportati in vita dalla solita invasione aliena tipica dei B movie anni ’50, una di quelle realizzazioni talmente fuori dagli schemi a cui non si può non voler bene, nonostante gli evidenti difetti tecnici e di scrittura.
Il valore aggiunto è ovviamente quello di essere il film postumo di Bela Lugosi: il regista riciclò alcune riprese dell’attore girate poco prima della sua morte e integrate con una controfigura (lontanissima da Lugosi per altezza e fisionomia) che gira con il mantello da vampiro sul volto per non farsi riconoscere.
Gli effetti speciali dei dischi volanti sono risibili però la partenza dell’UFO incendiato mi ha divertito.
Bizzarri anche gli alieni: civiltà evoluta che vuole mettere in guardia l’umanità dalle follie atomiche ha un governo monarchico e le donne non hanno diritto di parola ma soli scopi riproduttivi (!), vabbè diamo la colpa al perbenismo anni ’50 e ai fondi ottenuti da gruppi religiosi…

Signore e signori, buonanotte

Italia 1976
con Marcello Mastroianni, Monica Guerritore, Lucrezia Love, Vittorio Gassman, Eros Pagni, Camillo Milli, Carlo Croccolo, Angelo Pellegrino, Gianfranco Barra, Andrea Bosic, Gabriella Farinon, Paolo Villaggio, Ugo Tognazzi, Adolfo Celi, Senta Berger, Nino Manfredi, Mario Scaccia, Franco Scandurra, Sergio Graziani, Andréa Ferréol, Felice Andreasi, Luigi Uzzo
Regia di Luigi Comencini, Nanni Loy, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ettore Scola



Signoreesignori buonanotte


Un palinsesto televisivo tenuto insieme dal telegiornale: dalla tv dei ragazzi al quiz, dalle inchieste agli spot, dai servizi in diretta allo sceneggiato, lo spaccato di un’Italia corrotta e vittima dei giochi di potere.



Signore esignori buonanotte


Non uno dei capolavori della commedia all’italiana ma la descrizione di una nazione allo sbando i cui problemi permangono ancora oggi ed è agghiacciante osservare che quella che era una satira sopra le righe e a tratti grossolana abbia profetizzato il futuro della televisione e della politica italiana,



Sigreesigribuonanotte il santosoglio


La scelta di legare il palinsesto con il telegiornale, un fantomatico TG3 che sarebbe nato solo nel 1979, anticipa il concetto contemporaneo di infotainment cioè l’informazione spettacolo, il contenitore televisivo che mischia l’approfondimento giornalistico ai programmi più leggeri. Scola dirige le parti del TG3 con l’indolente giornalista Paolo Fiume che finisce per flirtare con la segretaria di produzione, esasperato dall’assurdità delle notizie, fra tutte l’intervista al senatore indagato che rifiuta di dimettersi ammettendo di essere stato eletto perché prevaricatore: se il popolo avesse voluto una brava persona a governarlo non avrebbe certo scelto lui
Comencini dirige i due episodi con Vittorio Gassman, l’episodio della tv didattica Una lingua per tutti – La lezione d’inglese che in un ineccepibile inglese tradotto per favorire l’apprendimento, si narra di uno scontro tra spie CIA e DIA dopo l’omicidio di un ambasciatore africano; Gassman e Comencini tornano per l’episodio della tv dei ragazzi con il telefim L’ispettore Tuttumpezzo che narra in rima, tipo Signor Bonaventura, le avventure di un ufficiale di finanza che né si spezza nè si piega almeno fin che non incontra chi lo frega, in questo caso il faccendiere Vladimiro Palese che con l’aiuto della moglie riesce ad “addomesticare” (nel senso che gli fa fare il cameriere alla festa) l’integerrimo gendarme.
Monicelli dirige il telefilm La Bomba: in una stazione di polizia il ticchettio di una sveglia dimenticata da un’anziana, viene scambiata per una bomba, per non perdere la faccia e far sparire alcune magagne (un geometra trattenuto da tre anni per offesa a pubblico uffiale) il commissario e il prefetto preferiscono far esplodere davvero un ordigno.
Ancora Monicelli alla regia dell’episodio Il generale in ritirata in attesa che parta la parata militare, un generale va in bagno, la medaglia gli casca nella tazza dove i suoi bisogni non sono stati eliminati per la rottura dello sciacquone, finendo per immerdarsi tutto (bella metafora della guerra) al generale esasperato non resta che il suicidio.
Nanny Loy dirige l’inchiesta sul pensionato che vive con trentaduemila lire e Sinite Parvulos inchiesta sui bambini napoletani che si apre con un discorso contro l’aborto a favore dell’infanzia tenuto da un vescovo che premia una serie di ragazzini, tra questi un ragazzino primogenito di una famiglia numerosa, mentre torna a casa il suo sguardo indugia sulle condizioni di sfruttamento dell’infanzia nei vicoli, dopo aver aiutato la madre allettata per l’ennesima gravidanza, il bambino si suicida mentre ritira i panni sul balcone.
Il commento al reportage è affidato a un sociologo americano che propone seriamente di attuare quel che Jonathan Swift espose in un suo scritto satirico: mangiare i bambini poveri
Segue il dibattito in studio con quattro politici napoletani, stranamente omonimi ma, a detta loro, non parenti che dopo aver espresso una marea di luoghi comuni sulla città partenopea finiscono per divorarne il plastisco (anticipato anche Vespa!) in una feroce parodia de Le mani sulla città
Dopo il quiz Disgraziometro in cui vince chi tra i concorrenti ha la disgrazia peggiore, parodia dei quiz di Mike Bongiorno, interpretato da Villaggio che saluta con Malinconia al posto di Allegria in cui si anticipa beffardamente la tv del dolore o il fatto di esporre qualsiasi cosa di sé nei reality, arriva lo sceneggiato Il Santo Soglio dove Magni torna alla sua amata Roma papalina con Manfredi che interpreta un cardinale che si finge moribondo per essere eletto mentre i due rivali sono in perfetto equilibrio e il conclave opta per una figura di transizione che duri poco.
Ottenere il potere e conservarlo il più a lungo possibile, è quello che ci testimonia il servizio dalla Sala delle Cariatidi dove si sta inaugurando l’Anno Pregiudiziario; le alte figure istituzionali sono vecchissime e malate ma non intendono cedere il posto a una classe dirigente più giovane.
Classe dirigente corrotta, pensionati che non arrivano a fine mese, stigmatizzazione dell’aborto e sfruttamento dei bambini, l’intervallo che mostra l’assalto agli ospedali che avvisano di avere solo posti in piedi: com’è lontana l’Italia del 1976, vero?

Il Grande Freddo

Ilgrandefreddo

The Big Chill
USA 1983 Columbia
con Tom Berenger, Glenn Close, Jeff Goldblum, William Hurt, Kevin Kline, Mary Kay Place, Meg Tilly, JoBeth Williams, Don Galloway, James Gillis
regia di Lawrence Kasdan

Sette trentenni, compagni di università, si ritrovano per il funerale del loro amico Alex che si è suicidato. Trascorrono il weekend insieme rievocando i vecchi tempi, raccontandosi le delusioni del presente e le speranze per il futuro.

Commedia agrodolce, cult degli anni ’80 per una diversa serie di motivi.
Sicuramente la storia è molto coinvolgente, grazie a un raffinato gioco di scrittura e da vita al genere reunion in cui in gruppo di persone si ritrova per confrontarsi, più o meno consapevolmente sulle proprie esperienze.
Ne Il grande freddo il confronto tra gli ex compagni di università è, non solo uno scavo sull’amicizia giovanile e su come (e se) sopravvive alle responsabilità dell’età adulta, ma è anche lo studio di una generazione, quella dei sessantottini, che voleva cambiare il mondo e poco più di dieci anni dopo si ritrova a rinnegare gran parte degli ideali giovanili in nome del denaro: il nascente edonismo reaganiano porta sì la sicurezza economica ma anche una grande insoddisfazione: droga alcol e propositi suicidi per affrontare l’aridità della vita adulta, fatta di delusioni amorose e compromessi; da questo punto di vista, più che i dialoghi tra i personaggi sono interessanti le “nature morte” cioè gli oggetti che escono dalle valigie dei personaggi che si stanno sistemando in camera, dalle droghe ai medicinali, dagli oggetti di lavoro ai condom, tutto mostra la necessità di supplire in qualche modo alle delusioni della vita che ha presentato il conto a tutti e ora li chiama a confrontarsi con il suicidio del più puro di loro.
Una caratteristica del film è la colonna sonora che è passata alla storia, vedere il film oggi ha un effetto straniante: bastano pochi accordi e la mente si distrae cercando di ricordare gli innumerevoli spot a cui i brani della soundtrack hanno fatto da jingle per tutti gli anni ’80.
Il grande freddo vanta anche il personaggio assente più famoso della storia del cinema, o per lo meno degli anni ’80 e ’90: ad interpretare Alex, l’amico suicido. fu chiamato Kevin Kostner che doveva comparire in alcuni flash back poi eliminati in fase di montaggio per sottolineare l’aspetto intimistico della riunione tra amici, l’attore che divenne una sex symbol degli anni’80 non compare mai, solo parti del suo corpo vengono mostrate durante la scena della vestizione iniziale della salma.

I gangsters

The Killers
USA 1946 Universal
con Burt Lancaster, Ava Gardner, Edmond O’Brian, Albert Dekker, Sam Levene, Vince Barnett, Virginia Christine, Charles D. Brown, Jack Lambert, Donald MacBride, Charles McGraw, William Conrad, Phil Brown, Queenie Smith, Jeff Corey, Harry Hayden, Bill Walker, John Miljan, Gary Owen
regia di Robert Siodmak



Igangsters


Due killer arrivano in una sperduta cittadina per uccidere un benzinaio, Pete Lunn detto Lo svedese; l’agente assicurativo Jim Reardon indaga sulla misteriosa morte dell’uomo e scoprendo il suo passato riesce a risolvere una grossa rapina rimasta insoluta per anni.



Thekillers


Con La scala a chiocciola e Lo specchio oscuro, I gangsters è uno dei capolavori del regista di origine tedesca Robert Siodmak e dei tre è quello che risulta fondante dell’estetica del film noir: le ombre contrastate dell’espressionismo tedesco sottolineano il destino ineluttabile che porta alla tragedia, incarnato nella bellezza glaciale di una delle più ambigue dark lady della storia del cinema, Kitty Collins.
Il film è tratto dal racconto omonimo di Ernest Hemingway e pur seguendo fedelmente solo l’inizio del racconto, fino alla morte dello Svedese, lo scrittore apprezzò molto la trasposizione cinematografica alla cui sceneggiatura parteciparono, non accreditati per appartenenza a diverse mayor, anche John Huston e Richard Brooks.



TheKillers


La pellicola è caratterizzata dall’uso del flashback: attraverso i ricordi dei diversi personaggi, Reardon riesce a ricostruire l’identità di Lunn, ex pugile finito nel giro della malavita che si lascia incastrare dalla bellissima e infida Kitty per cui perde la testa al primo sguardo. La struttura filmica è certamente mutuata da Quarto Potere a cui si deve anche l’uso dei campi lunghi ma a caratterizzare l’opera di Siodmak sono soprattutto i piani sequenza nervosi e inusuali con l’uso del dolly, su tutti la scena della rapina nella cappelleria e l’arrivo di Lunn al ritrovo dopo il colpo per portarsi via il malloppo.
I gangsters ha il merito di lanciare la carriera dei due affascinanti protagonisti: per Burt Lancaster è il ruolo del debutto mentre per Ava Gardner è il primo ruolo importante, bravo anche Edmond O’Brian nei panni dell’agente assicurativo anche se imita un po’ troppo Humprey Bogart.

Sliding Doors

GB, 1998
con Gwyneth Paltrow, John Hannah, John Lynch, Jeanne Tripplehorn, Zara Turner, Douglas McFerran, Paul Brightwell, Nina Young, Virginia McKenna, Kevin McNally
regia di Peter Howitt


Sliding doors


La P.R. Helen viene licenziata in tronco, sconsolata prende la metropolitana per tornare a casa dal compagno, Jerry. La trama si sdoppia e mostra cosa succede alla ragazza se prende la metropolitana e dopo aver conosciuto James, che aveva già incontrato in ufficio, torna a casa e sorprende il fidanzato a letto con la ex: rottura immediata, un nuovo taglio di capelli, il coraggio di aprire la propria attività e l’innamoramento con James che le è stato vicino mentre ha superato la delusione del tradimento. Se invece Helen perdesse la metropolitana e impiegasse più tempo per tornare a casa non scoprirebbe il tradimento di Jerry e si adatterebbe a un lavoro più umile e faticoso, la cameriera, per far quadrare i conti mentre il fidanzato continuerebbe la relazione con Lydia…

Avevo visto il film in sala e per quanto sia considerato un cult, ho sempre mantenuto un ricordo poco soddisfacente dell’opera. Un quarto di secolo dopo confermo la mia insoddisfazione nei confronti della pellicola.
Si tratta di una commedia romantica, molto di parola, che risolve i dialoghi piuttosto frizzanti con campi e contro campi, il punto di forza sta nella sceneggiatura, nell’idea di mostrare i due percorsi di vita di Helen a seconda che il caso le permetta o meno di prendere la metropolitana per tornare a casa. L’idea non è nuovissima, i precedenti sono altisonanti: Destino cieco di Kieślowski (1981) e Smoking/No Smoking doppio film di Alain Resnais del 1993.
Al regista Peter Howitt va quindi il merito di aver reso pop tematiche fino allora affrontate dal cinema impegnato e la commedia scorre via con freschezza, grazie anche agli attori dove spicca la grazia di Gwyneth Paltrow che l’anno dopo avrebbe vinto l’oscar per Shakespeare in Love.
Quello che non mi ha mai convinto molto è il finale: sia la Helen in grado di rifarsi una vita che quella rimasta con il fidanzato anche se con il sospetto che la tradisca, si ritrova incinta e senza il coraggio o la voglia di dirlo al compagno: la Helen di successo scopre che James è sposato quindi si sente nuovamente delusa e la giustificazione di James è un po’ raffazzonata ma vabbè.. la Helen cameriera finisce per scoprire la tresca del fidanzato perché Lydia la mette davanti al fatto compiuto, in entrambi i casi Helen subisce un incidente e perde il bambino, nel primo caso perde anche la vita. Ho sempre trovato molto pesante questa chiusa per una commedia brillante che reggeva benissimo senza questo inserto melodrammatico. James poi, non mi sembra così disperato per la perdita della donna della sua vita e un fortuito incontro con l’altra Helen che esce dall’ospedale lascia intendere la possibilità di un futuro tra i due.
La morale in fondo è ottimistica: quello che è destinato a te prima o poi ti arriverà, il destino sa aggirare la casualità. tutto molto bello e positivo ragion per cui “l’inquisizione spagnola” (cit) si poteva evitare.

Chi la dura la vince

The Passionate Plumber
USA 1932, MGM
con Buster Keaton, Jimmy Durante, Irene Purcell, Polly Moran, Gilbert Roland, Mona Maris, Maude Eburne, Henry Armetta, Paul Porcasi, Jean Del Val, August Tollaire
regia di Edward Sedwick


The passionate plumber


Parigi: l’idraulico Elmer Tuttle viene chiamato a riparare un guasto alla doccia di Patricia Alden, una ragazza del bel mondo. Il fidanzato di lei, che la tiene sulla corda facedole credere di essere sposato con un’altra, si ingelosisce e sfida a duello Elmer che sceglie come padrino Julius, il cameriere che gli aveva procurato il lavoro. Elmer è anche un inventore e ha realizzato un innovativo modello di pistola, con l’aiuto di Julius vorrebbe mostrarlo al generale Bouschay, decidono di farlo durante una serata al Casino di Parigi che ovviamente finisce malissimo ed Elmer fugge con l’auto di Patricia, distruggendola, per ripagarla la donna gli propone di aiutarla a liberarsi dalla relazione con Tony fingendosi il suo amante; Elmer prende molto seriamente il compito e scopre che Tony ingannava sia Patricia che la presunta moglie, smascherato il seduttore, l’amore tra Elmer e Patricia trionfa.



The passionate plumber


Chi la dura la vince è una delle commedie sonore che Buster Keaton girò nel suo periodo alla MGM, il plot non è originalissimo: l’ingenuo ingaggiato per allontanare il fidanzato fedifrago riesce a smascherarlo e a conquistare il cuore della bella, la cosa interessante è vedere come il grande genio del cinema muto si adatta al sonoro, usando un tono monocorde che ben si sposa con l’imperturbabilità della sua maschera.
abbastanza stridente il contrasto con la spalla Jimmy Durante la cui comicità è fatta più di parola, giochi di parole e parlantina a raffica, i due girarono insieme tre film.
Migliore il supporto del resto del cast: Gilbert Roland esaspera i toni del seduttore che ben conosceva pe i suoi ruoli da latin lover ai tempi del muto, le due rivali, la bionda Irene Purcell e la mora Mona Maris rappresentano perfettamente la svampita e la latina pasionaria sempre pronta alle scene madri con urla e lanci di piatti.



Chi la dura la vince


Non è chiaro perché l’americano Elmer si trovi a Parigi con una bottega ben avviata pur non essendo in grado di comprendere le abitudini francesi, soprattutto quelle del bel mondo, ragion per cui Elmer, per trarsi dalle situazioni imbarazzanti in cui si trova userà a sproposito lo schiaffo col guanto che indica la sfida a duello, resta memorabile -e in perfetto stile pre code– il primo schiaffeggiamento con Tony Lagorce: al tocco del guanto Elmer risponde usando l’asciugamano che lo cinge in vita per coprire le sue parti intime dopo che si è bagnato nel tentativo di riparare la doccia.
Il momento più divertente del film resta la scena della colazione, un brevissimo assolo delle tipiche gag della comicità lapstick del comico che trasformano i semplici gesti del servire a letto la colazione all’amata in un vero delirio comico, arrivando a sciabolare un uovo alla cocque.
In omaggio alla trasferta francese cambia anche il look di Keaton che sostituisce la paglietta con un basco.

Fanfan la Tulipe

Francia 1952
con Gérard Philipe, Gina Lollobrigida, Marcel Herrand, Olivier Hussenot, Henri Rollan, Nerio Bernardi, Jean-Marc Tennberg, Geneviève Page, Sylvie Pelayo, Irene Young, Hennery, Jackie Blanchot, Noël Roquevert, Jean Parédès, Georgette Anys, Gérard Buhr, Lucien Callamand, Gil Delamare, Joe Davray, Lolita De Silva, Georges Demas
regia di Christian-Jaque



Fanfanlatulipe


Sorpreso ad amoreggiare con la figlia di un contadino, il giovane Fanfan viene costretto a nozze riparatrici, mentre lo trascinano al villaggio una zingara gli profetizza le nozze con la figlia del re se intraprenderà la carriera militare. Appena arrivato in paese Fanfan s’iscrive alle liste di leva, salvandosi così dal matrimonio indesiderato. Scopre però che la bella zingara altri non è che Adeline, la figlia del reclutatore che si finge zingara per attirare i giovani all’arruolamento. Fanfan si dice convinto che nel suo destino c’è il matrimonio con la figlia del re. Mentre raggiungono la caserma i militari vedono una carrozza assaltata dai briganti, Fanfan non esita a mettere in salvo le due donne che sono Madame de Pompadour e la figlia del re. In caserma il giovane conferma la sua abilità con le armi ma è renitente alla disciplina, inimicandosi il superiore Fortebraccio, da sempre innamorato di Adeline. Scoperto che il re soggiorna a pochi chilometri, Fanfan raggiunge il castello reale e s’introduce nelle stanze della principessa, venendo condannato a morte. Adeline va a chiedere la grazia al re ma ottiene solo il permesso di salutare Fanfan per l’ultima volta. Fanfan e il commilitone Tranche-Montagne stanno per essere impiccati quando il ramo a cui sono appese le forche si schianta per il peso. Graziati i due possono tornare all’accampamento intanto il re pretende i favori di Adeline per la grazia ma la ragazza lo schiaffeggia. Nascosta in convento dalla Pompadour, Adeline viene rapita dal valletto del re con la complicità di Fortebraccio ma Fanfan, Tranche-Montagne e il padre di Adeline si gettano all’inseguimento della carrozza sfondando anche le linee nemiche e costringendo il Maresciallo di Brandeburgo a rivedere le sue tattiche e in breve i prussiani si arrendono. Per la bizzarra vittoria, l re premia i tre soldati facendoli ufficiali e a Fanfan concede la mano della nuova figlia adottiva, Adeline.



Fanfan latulipe


Celeberrimo film di cappa e spada che trasformò in star internazionali i due giovani protagonisti, Gerard Philippe e la nostra Gina Lollobrigida, la pellicola fu premiata anche a Cannes e a Berlino.
Il film si conferma ancora godibilissimo: agli atletici duelli si mescola un tono ironico e a tratti comico: alla narrazione fuori campo e alle battute pungenti il compito di irridere la grandeur francese e lo spirito guerresco, Luigi XV si deve “accontentare” di una vittoria ottenuta senza i diecimila morti sui campi di battaglia. Non mancano gag molto fisiche che richiamano le comiche: la caduta del ramo a cui doveva esser impiccato Fanfan, lo scoppio del barile della polvere da sparo durante il primo duello tra Fanfan e Fortebraccio, in cui l’eroico protagonista salva uno degli innumerevoli figli di Tranche-Montagne, momento per nulla retorico visto che più che sul salvataggio il regista si sofferma a mostraci dove sono stati spediti i vari personaggi dallo scoppio dell’ordigno: tetti o alberi da cui i militari scendono incolumi ma anneriti dalla fuliggine, proprio come in una comica.
Fanfan la Tulipe è un personaggio gradevolissimo: svagato come un Candide voltairiano, irruente e abile spadaccino, fa innamorare tutte le donne, anche il cognome gli viene dato dalla Pompadour che lo ringrazia per averla salvata dai briganti regalandogli una spilla a forma di tulipano, per cui Fanfan diventa Fanfan la Tulipe.
il film nasce in bianco e nero ma ho molto apprezzato la versione colorizzata che mi è capitato di vedere, perché i colori smorzati e luminosi richiamano quelli della pittura francese del periodo.

The northman

USA 2021, Universal
con Alexander Skarsgård, Anya Taylor-Joy, Nicole Kidman, Ethan Hawke, Claes Bang, Willem Dafoe, Ralph Ineson, Kate Dickie, Björk, Tadhg Murphy, Olwen Fouéré, Ingvar Eggert Sigurdsson, Jon Campling, Murray McArthur, Gustav Lindh, Rebecca Ineson, Eldar Skar, Ian Whyte
regia di Robert Eggers


The northman jpeg


Il re Aurvandill, tornato da una battaglia, inizia il figlio Amleth ai riti di passaggio per l’età adulta e subito dopo viene ucciso dal fratellastro Fjolnir. Mentre la madre Gudrun viene forzata a nuove nozze, Amleth è costretto a fuggire per salvarsi la vita. Si unisce a una banda di vichinghi che vive di razzie sui mari, un giorno dopo il sanguinoso saccheggio di un villaggio, Amleth incontra una veggente che gli ricorda il suo giuramento di vendetta verso l’assassino di suo padre. Scoperto che Fjolnir ha perso il regno che gli spettava di diritto e si è rifugiato in Islanda, Amleth non esita a mescolarsi agli schiavi destinati ai possedimenti dello zio. Durante il viaggio conosce Olga delle Betulle, una giovane maga, anch’essa destinata alla schiavitù presso Fjolnir. Dopo aver salvato il fratellastro Gunnar, Amleth riesce a conquistare la fiducia dello zio e inizia il suo piano di vendetta con l’aiuto di Olga ma durante un drammatico confronto con la madre che vorrebbe salvare, scopre che Gudrun non ha mai amato il padre ed è da sempre complice dello zio. Amleth uccide la madre ma poi viene catturato, liberato dai corvi, animali totemici del padre, Amleth decide di abbandonare i suoi piani di vendetta e fuggire con Olga di cui ormai è innamorato ma quando scopre che la ragazza è incinta e la sua progenie reale è destinata a continuare, preferisce finire la sua opera di vendetta



Thenorthman


Ispirandosi alle antiche saghe che dovrebbero aver ispirato anche Shakespeare, il regista americano Robert Eggers costruisce un blockbuster intriso di violenza arcaica e vendetta senza redenzione con incursioni nel fantastico. Tematiche che non sono certo innovative e seguono il solco tracciato da Il Trono di Spade: rivendicazioni di regni legittimi in un universo che mescola la più prosaica crudeltà umana alla dimensione fantasy.
L’elemento fantastico in The Northman non è dato da animali o altri esseri mitologici, ma la rappresentazione visiva del mondo spirituale della civiltà vichinga, nate dalla fede (la valchiria che trasporta l’eroe nel Valhalla) poteri paranormali (le visioni riguardanti la progenie futura di Amleth) o l’uso di allucinogeni (il rito iniziatico del giovane Amleth). Paradossalmente l’indagine del mondo spirituale dei norreni, l’elemento “autoriale” che dovrebbe distinguere The Northman dai prodotti tipicamente action, è quello che funziona meno: da una ieraticità simbolica delle scene iniziali, in particolare dell’accoglienza del re Aurvandill o la presenza iconica di Bjork nelle vesti della veggente che richiama Amleth al suo compito di vendetta, si finisce a scene di sapore lisergico fino al deludente viaggio della valchiria, realizzata con una mediocre CG e un volo iniziale che ha lo stesso andamento di quello del drago di Never Ending Story: un’apparente caduta del soggetto volante che poi ricompare in cabrata dal basso dell’inquadratura.
Ho particolarmente sofferto la rappresentazione fantastica perché l’ho trovata stridente, mella sua mediocrità, con il resto del film: i paesaggi sono indubbiamente ammalianti ma anche la dimensione sanguigna, per non dire gore dell’opera è notevole: l’immagine di Amleth prigioniero è molto potente, richiama la pittura espressionista.
Il ritorno alle origini della più nota figura shakespeariana conserva le caratteristiche del pensoso principe di Danimarca descritto dal Bardo? qualcosa si può ritrovare: il dilemma della vendetta, se perseguirla o abbandonarla è declinata in maniera diversa: la complicità della madre con lo zio sconvolge Amleth che si risolve a lasciare l’Islanda con Olga e a ricostruirsi una vita, già imbarcati sulla nave che li porta in salvo, il principe ha la visione sul futuro della sua progenie e decide di portare a termine la sua vendetta, apparentemente è un controsenso ma solo eliminando l’eterno nemico Fjolnir, Amleth può assicurare la salvezza alla sua stirpe.
Notevoli le figure femminili e le loro interpreti: la determinata Olga è interpretata da Anya Taylor-Joy, la famosa Regina degli Schacchi lanciata dal film d’esordio di Eggers, The Witch ma soprattutto Nicole Kidman, inizialmente il suo ruolo pare poco più di un cameo ma lo scontro con il figlio è il momento cruciale del film che fa di Gudrun il personaggio più shakespeariano anche se da Amleto passiamo al livore di Lady Macbeth; l’unica nota stridente è ritrovare nel ruolo di madre e figlio la Kidman e Alexander Skarsgård che avevano già lavorato insieme pochi anni fa nella miniserie di successo Big Little Lies in cui interpretavano una coppia sposata vittima di un amore violento.

La donna dai tre volti

The Three Faces of Eve
USA 1957 20th Century Fox
con Joanne Woodward, Lee J. Cobb, David Wayne, Vince Edwards, Nancy Kulp, Douglas Spencer, Terry Ann Ross
regia di Nunnally Johnson



Ladonnadaitrevolti


Una giovane donna, Eva White, madre di una bambina, lamenta emicranie e vuoti di memoria per cui inizia una cura psichiatrica, dopo un anno la situazione peggiora la remissiva casalinga inizia a comprare abiti costosi e viene sorpresa dal marito nel tentativo di uccidere la figlioletta. Lo psichiatra sospetta un raro caso di personalità multipla e fa ricoverare la donna in clinica, la personalità aggressiva e spudorata di Eva Black emerge sempre più e il marito prima comprensivo della situazione della moglie, poi sedotto dalla sua seconda personalità finisce per chiedere il divorzio. Durante una seduta d’ipnosi emerge una terza personalità, molto più equilibrata che si fa chiamare Jane. Mentre Eva White e Eva Black non hanno ricordi d’infanzia Jane confida al dottore una sensazione che è emersa giocando con la figlioletta Bonnie nella sua vecchia casa d’infanzia. E’ l’elemento che permette al dottor Luther di sbloccare la situazione: con l’ipnosi regressiva fa rivivere al Eva il trauma infantile che l’ha segnata e ricompone le tre personalità della donna in quella positiva di Jane.

Tratto da una storia vera raccontata in un libro scritto dagli psichiatri che la ebbero in cura, La donna dai tre volti è il film per eccellenza del filone “psichiatrico” in voga alla fine degli anni ’50 nel cinema americano. Narrando di una patologia piuttosto rara, la storia ha dell’incredibile e per darle credibilità il film inizia con l’introduzione del celebre cronista Alistair Cooke che spiega la natura della malattia e a necessità di celare l’identità della protagonista sotto uno pseudonimo.
Il film ebbe un grande successo e decretò la fama per la protagonista, la bravissima Joanne Woodward che per questo ruolo meritò l’oscar come miglior attrice: nella versione italiana si perde la diversa impostazione vocale con cui l’attrice caratterizza le tre personalità.
Il film è interessante come melodramma e per l’intensa prova della Woodward, dal punto di vista clinico è sicuramente superficiale, personalmente ho sempre pensato che il trauma all’origine del disturbo fosse un po’ lieve: la piccola Eva viene costretta dalla madre a baciare la nonna morta nonostante ne sia terrorizzata e il trauma causa la scissione della sua personalità. Un po’ accrocchiato anche l’happy end finale: Jane in macchina con la figlioletta e sposata con l’uomo che l’ha aspettata durante la malattia: il personaggio, anzi la personalità, di Jane esce a metà film e la sua love story rimane appena abbozzata, più interessante il personaggio di Ralph White, il marito della scialba casalinga, brav’uomo mediocre che non ha gli strumenti per gestire una situazione così complicata. Ad interpretalo c’è David Wayne, attore più noto per i ruoli brillanti, noto per aver recitato molte volte con Marilyn Monroe che sposa in Come sposare un milionario.
Curiosamente nello stesso anno esce un altro film che narra una storia molto simile di una donna con tre personalità, si tratta de La donna delle tenebre (Lizzie) tratto dal romanzo The Bird’s Nest del 1954 (titolo italiano Lizzie) della grande scrittrice horror Shirley Jackson.