Belleville e’ la citta’ di New York con una statua della Liberta’ cicciona, la
sua ricchezza si fonda sul vino e infatti molti grattacieli hanno la forma o
sono ornati da bottiglie e il motto che la contraddistingue e’ In Vino Veritas.
Qui arriva,dal lontano paesino francese, Madame Souza sulle tracce del nipote
ciclista rapito dalla mafia per gare clandestine di ciclismo indoor. Con l’aiuto
delle Triplette di Belleville, un trio jazz di arzille vecchiette che si nutrono
di rane pescate tirando nel fiume bombe a mano, e dell’incredibile cane Bruno
che ha un conto in sospeso coi treni da quando un trenino elettrico gli pesto’
la coda, il lieto fine e’ garantito.
Questa la trama surreale di un cartoon
per adulti che ha saputo esilarare il pubblico di solito compassato del
cineforum: quasi muto,ma con una colonna sonora e rumoristica eccezionale, con
molti rimandi al cinema classico (Fred Astaire divorato da un paio di
scarpette.. forse rosse?) e una sapiente commistione di stili: i ciclisti
corrono davanti a un paesaggio non disegnato ma fotogratato in negativo e alla
televione a un certo punto compaiono le immagini elaborate di Un giorno di
festa di Jacques Tati, il film sa toccare vertici di comicita’ cinica e
coinvolgente.
Vivamente consigliato.
Categoria: ArCine
Mystic River
Clint Eastwood torna a gettare uno sguardo severo sull’America, come ai tempi
del suo capolavoro Un mondo perfetto. Ricorrono ancora i temi
dell’infanzia del pregiudizio e del ruolo della legge, ma l’America di oggi e’
ben diversa da quella di dieci anni fa. In un quartiere di periferico di Boston,
ma claustrofobico e isolato come un paesino di provincia si consumano le
esistenze di tre uomini: Jimmy, Sean e Dave, erano amici d’ infanzia,
un’infanzia finita troppo presto e tragicamente con il rapimento di Dave, da
parte di due pedofili che, prelevatolo davani ai due amici attoniti ed
impotenti, lo tengono prigioniero per alcuni giorni. Quasi trent’anni dopo li
ritroviamo a trascinare indifferentemente le loro vite negli stessi luoghi ma
l’omicidio della figlia di Jim fara’ nuovamente convergere le loro strade e li
portera’ ad affrontare quel trauma mai rimosso.
Costruito come un thriller
dalla suspence quasi hitchcockiana, il film e’ un gelido spaccato sull’ America
di oggi, dove il pregiudizio fa perseguire un innocente e dove i rappresentanti
della legge, forse non limpidi fino in fondo come lascia presagire il finale
aperto, devono trovare i colpevoli prima che la giustizia privata faccia il suo
crudele corso.
Cast in stato di grazia, anche se Sean Penn, nel ruolo del
piccolo boss malavitoso talvolta ricorda un po’ troppo De Niro, regia
impeccabile e di solida costruzione classica con montaggi alternati e una
sublime profondita’ di campo dove uno dei personaggi e’ fuori dal campo di
ripresa ma riflesso in uno specchio.
Da non perdere.
Kill Bill volume I
Esaltante. Non trovo altri aggettivi per commentare la visione dell’ultimo Tarantino, anche se in fondo questo epiteto mette in luce
solo l’aspetto ludico e scorrevole del film e non evidenzia il fatto che l’opera si faccia ricordare, lasciando un segno nella mente.
Parlare di capolavoro mi pare prematuro, in fondo abbiamo assistito solo alla prima parte del film, che però getta ottime premesse.
Se scopo dell’arte è interpretare e precedere le pulsioni del proprio tempo, l’autore raggiunge l’intento, non tanto per la sapienza con cui sa elaborare un materiale basso e popolare, anche se l’uso della musica o i passaggi dal colore al bianco e nero scanditi da un battito di ciglia sono, se non geniali, quantomeno magistrali. Però, come diceva Welles la tecnica è alla portata di tutti, altro distingue l’artista.
Le tematiche principali di questo film sono a mio avviso due: il senso dell’onore e il ruolo della donna.
In una civiltà come quella occidentale dove l’unico valore rimasto è il denaro in nome del quale tutto è lecito, il sacrificio della vita per un ideale (buono o cattivo che sia) appare un concetto talmente ridicolo che una vicenda incentrata su questo tema, dev’essere ambientata in un mondo lontano, storicamente o geograficamente. Paradossalmente questo già accadeva nei film dei telefoni bianchi in cui l’adulterio si consumava solo in paesi quali l’Ungheria o la Bulgaria, allora considerati esotici e ben lontani dalla corretta e cattolica Italia fascista. Il motivo della fascinazione che la
cultura orientale sta avendo su di noi in questi anni, è il coraggio di esaltare tradizioni e valori per noi ormai inconcepibili, motivo egregiamente
illustrato in Ghost Dog, il codice del Samurai di Jim Jarmush, del 1999 dove un sicario di colore esercita la sua professione ispirandosi ai principi degli antichi Samurai, mentre i vecchi padrini della mafia italiana piangono la scomparsa del loro codice d’onore dimenticato dai nuovi capi che pensano esclusivamente al mero profitto.
In Kill Bill vi è un forte senso dell’onore, l’esempio migliore eè il dialogo che si svolge durante il magnifico combattimento sulla neve tra O-ren Ishii e Black Mamba: la donna divenuta capo indiscusso della yakuza, saggiato il valore della sua avversaria le dice: “Prima
ti ho schernita, ti chiedo perdono” e la sposa che la affronta per ottenere la sua vendetta: “Perdonata”. Lo scambio di battute riesce ad essere commovente, anziche’ ridicolo.
Il cast del film è composto da attrici bellissime che interpretano donne letali come vipere assassine, Tarantino ha il coraggio di spingere questi personaggi all’estremo: quanto e’ distante il ruolo di Lucy Liu in questo film da quello che interpreta nelle Charlie’s Angels! Non solo perche’ questa volta sta dalla parte del cattivo, ma perche’ i personaggi escono dal prototipo sessuale della cinematografia attuale, divenendo protagoniste di una consapevole sessualita’ disturbata e disturbante: l’inquadratura che apre il film sul volto tumefatto di Uma Thurman richiama inequivocabilmente l’immagine di uno stupro ad opera di un maniaco, le violenze sessuali che verosimilmente la protagonista subisce durante il coma sanno di necrofilia.
Le origini di O-ren Ishii sono raccontate attraverso un anima non solo per una geniale commistione di stili, ma per risolvere altrettanto genialmente la censura che la rappresentazione di una scena di pedofilia avrebbe comportato; Gogo, la diciassettene guardia del corpo
di O-ren e’ una folle vergine che penetra a colpi di spada i maschi da lei provocati e tutte le donne del film danno l’impressione di appartenere in maniera senziente all’harem di Bill, di cui per ora abbiamo avuto solo modo di vedere la mano masturbare la spada durante la telefonata con Darryl
Hannah..
Nei titoli di coda si accredita il film come ispirato al manga (fantomatico?)La sposa, ma a me ha ricordato anche un’opera di Truffaut
del 1968, La sposa in nero dove cinque ricconi uccidono per una bravata uno sposo all’uscita dalla chiesa, la vedova, interpretata da Jeanne Moreau li ammazzera’ implacabilmente. Coincidenza? Non credo, dato che anche la lista di Uma Thurman consta di cinque nomi, e le due attrici richiamano uno stereotipo simile di imperfetta bellezza. In ogni caso quella della donna la cui ira funesta sia scatenata dall’uccisione dell marito o dell’amante sull’altare o sul talamo penso sia un archetipo, anche se la vera spinta alla determinata vendetta della sposa di Tarantino e’ la presunta morte della figlia.
Rappresentare questo aspetto selvaggio e violento del femminile in un epoca in cui la cinematografia porta sullo schermo le incertezze dei supereroi piu’ che le loro imprese e mentre la pubblicita’ e la televisione impongono un modello di erotismo compiacente e rassicurante il maschile, e’ molto di piu’ che la provocazione di un ragazzaccio talentuoso come Quentin Tarantino, è la percezione di una nuova forma di femminilità, raccontata nella maniera
iperbolica, non scevra di ironia che distingue questo regista. Solo il volume II
con lo scontro tra Black Mamba e Bill ci svelera’ quanto l’autore abbia avuto il coraggio di spingere avanti il limite dell’eterna lotta tra i sessi.
Anything else
Non sono mai stata un’ammiratrice dei film di Woody Allen, e anche in quest’ occasione il giochino delle battute scoppiettanti ha finito con l’annoiarmi ben presto: sara’ un mio limite ma nel suo stile ci trovo qualcosa di forzato, come se le battute non stessero al servizio della storia, ma fosse la vicenda a prendere certe direzioni per dar modo ad Allen di mostrarci i suoi artifici verbali.
Premesso cio’ mi ha colpito il pessimismo latente di questa storia, incarnato dal ruolo del sessantenne svitato che Allen si e’ ritagliato: allergico alla psicanalisi (!), ossessionato da complotti inesistenti e spaventato dalla violenza imperante in America. Alla fine, dietro suo consiglio il protagonista lascera’ New York alla volta della California: se anche il cantore per eccellenza della Grande Mela e’ spaventato, quanto sono feriti gli USA?
Terminator 3

Sono andata a vedere questo film, conscia di quello che mi
poteva accadere e puntualmente e’ successo: un profondo senso di delusione,non
tanto per le qualita’ filmiche, quanto per le modifiche che il corpus della saga
poteva subire: non dimentichiamo che Terminator e’, anzi era, uno dei pochi casi
il cui sequel e’ all’altezza, se non superiore allo script originale.
In
questo terzo episodio ritroviamo Schwarznegger nel ruolo del T1, il primo
modello di macchina assassina riprogrammata per proteggere gli uomini, tornato
indietro nel tempo per proteggere il capo della futura resistenza terrestre da
un’agguerrita e giunonica Terminatrix arrivata nel nostro tempo per un nuovo
attentato a John Connors. La delusione del film e’ proprio la figura di John
Connors dipinta come un ragazzotto sparuto, che nulla ha a che spartire con
l’eroico personaggio che tutti ci saremmo aspettati dalla sua nascita quasi
messianica e dalla educazione impartitagli dalla madre che lo addestro’ ad ogni
tipo di guerriglia per prepararlo al suo futuro ruolo. Per dirla tutto e’ un
povero sfigato passato dalle gonne della coriacea Sarah Connors a quelle della
futura moglie (una Claire Danes invecchiata proprio male).
Il prezzo da
pagare ai tocchi ironici del moderno action movie e’ piuttosto fastidioso per i
cultori della saga, soprattutto il giochino degli occhiali (Terminator con gli
ochiali glam a forma d stella potevano proprio risparmiarcelo).
Adatto a chi
nel 1984 non aveva piu’ di tre anni.
Liberi
Di Tavarelli avevo visto Un amore, il film diventato un
piccolo cult per esser stato girato in 14 piani sequenza. Al di là del virtuosismo tecnico, in quel fim c’era uno scavo dei personaggi quasi bergmaniano, forse il fatto che in scena c’erano quasi sempre solo loro due, chissa’…
Forse è sbagliato farsi l’idea del lavoro di un regista attraverso un solo film, in ogni caso la sua nuova opera, Liberi, e’ alquanto deludente.
Forse un film e’ come una maionese e impazzisce nonostante gli elementi ci siano tutti, ma resta il fatto che usciti dal cinema l’unico commento che riece a strapparti e’ un “caruccio”, perché è difficile capire cosa ci sia che non funziona, forse una certa previdibilità.
Racconta la classica estate di formazione di un ragazzo che vuole scappare di un paesino alle pendici del Gran Sasso, dove il padre ha perso il lavoro ed è caduto in depressione, in seguito anche all’abbandono della madre. In attesa di sapere se accettato all’università, Vince va a lavorar come aiuto cuoco in un ristorante di Pescara dove conosce la cameriera che soffre di crisi di panico, l’aiuta a guarire, aiuta i genitori se non a riconciliarsi, almeno a capirsi e ovviamente vincera’ anche l’ingresso all’universita’.
Troppo buonismo forse?
La maledizione della prima luna
Il film racconta di un prodigioso tesoro che gli aztechi avevano donato a Cortez nel tentativo di placare la sua furia distruttrice, su di esso grava una tremenda maledizione: chi ne entra in possesso viene trasformato in una sorta di zombi, le cui vere sembianze sono rivelate solo dalla luna piena. La ciurma che lo aveva depredato faticosamente riesce a rimettere insieme il tesoro e a trovare la persona da sacrificare per tornare alla vita. Ma uno scambio di persona manda all’aria i loro piani, mentre un baldo giovane che non conosce le sue vere origini si mette sulle tracce della fanciulla rapita con l’aiuto del pirata Jack Sparrow.
Film non solo prodotto dalla Disney ma ispirato a un’attrazione di Disneyland, Pirates of the caribbean (che è anche il titolo originale) sarebbe solo un piacevole film per famiglie, in cui le due ore e mezza di durata scorrono senza intoppi verso il lieto fine, se non fosse per la geniale interpretazione di Johnny Depp. L’attore che ha scelto di partecipare a una produzione Disney solo per dar modo ai suoi figli di vederlo finalmente al cinema, costruisce il suo personaggio fanfarone e stralunato sul modello del chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards, sostenendo che i bucanieri del XVIII secolo rappresentavano un ideale di libertà e trasgressione che nel nostro secolo è impersonato dalle sregolate star del rock, concetto molto romantico e poco storicizzato ma non del tutto inesatto se si pensa alla mitologia costruita intorno a certi eroi dei sette mari.
In ogni caso il film si rifà alle grandi produzioni di cappa e spada che nell’epoca d’oro di Hollywood ebbero come protagonisti Douglas Fairbanks e soprattutto Errol Flynn, dal cui maestro di spada ormai ottuagenario Depp ha preso lezioni.
La regia di Gore Verbinski, salito alla ribalta la scorsa stagione con l’horror campione di incassi, The ring, riesce ad emozionare soprattutto quando la figlia del governatore si rende conto di essere prigioniera di una nave fantasma e da vita a una scena che sarebbe degna di una danse macabre.
Nel complesso un film di cassetta senza troppe velleità, a differenza di Hulk, che mantiene quel che promette e che, lo ripeto ancora una volta, da modo di assistere ad una grande prova attoriale: non poco di questi tempi.
Cabin Fever
Se il genere horror ha sempre portato sulla scena le paure e psicosi del suo tempo, il nuovo horror americano evidenzia le paure di una super potenza che si sente in ginocchio.
Anche il ritorno a moduli visivi e a stilemi dei tardi anni ‘70, quando la grande epopea gore stava iniziando con le saghe di Venerdì 13 e Nightmare sottolinea un bisogno di tornare al passato, gettando lo sguardo sulla profonda provincia USA, ma se nei film di allora la causa scatenante del “male” si sarebbe trovata in qualche tara o abominio familiare tenuto nascosto, oggi il male si infiltra subdolamente, esplode senza
ragione. Come ne L’acchiappasogni della passata stagione il tema della malattia infettiva e’ rappresentato nella devastazione che questa fa del corpo umano: corpi ricoperti di sangue, che non possono non richiamare alla memoria lo scempio dell’11 settembre. Cabin Fever potrebbe rappresentare la paura di una nazione che si sente lasciata sola, scoperta ad attacchi che non sa da dove possono giungere e e di cui, soprattutto, non si capisce la ragione.
Detto questo, il film resta comunque un brutto film, slegato, che non ti fa mai sobbalzare e soprattutto con dei pessimi
dialoghi.
Era un film con delle potenzialita’: il tema dell’allontanamento dal gruppo di chi e’ infetto avrebbe potuto essere meglio sviluppato e avrebbe avuto maggior effetto se i giovani vacanzieri si fossero trovati in una situazione piu’ claustrofobica, invece di farli vagare per un bosco, non solo denso di insidie, ma pieno di personaggi che paiono usciti, senza ragione, da Twin Peaks (David Linch e’ il produttore).
Un’ occasione sprecata, non fate altrettanto coi vostri soldi.
Hulk: verdi di noia
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Premesso che non ho mai letto un fumetto della Marvel, ne’ tantomeno visto il telefilm interpretato da Lou Ferrigno, ieri sera al cinema sono stata colta piu’ volte da calamenti di palpebra, il che e’ tutto dire, dato che soffro regolarmente di insonnia.
Il film era lento, cosa che non ti aspetti in un blockbuster d’azione e effetti speciali, i personaggi neppure abbozati, era come essere coricati in un prato e guardare le nuvole: puoi vederci quello che vuoi.
La casa di produzione e’ la Universal, madre di tutto l’immaginario di mostri filmici che da questo Hulk sono tutti richiamati: guarda con tenerezza la sua amata come King Kong e viene attaccato dagli aerei quando si trova su una guglia del Golden Gate a San Francisco, ha un padre naturale e genetico che prima lo rinnega e con cui si dovra’ scontrare in un implosione di energia che causera’ un immenso ghiacciaio come Frankestein. La sua mutazione corre nel sangue, con gran profusione di immagini di globuli e piastrine che non puo’ richamare alla mente Dracula, sicuramente ci sara’ qualche rimando anche all’Uomo Lupo ma con mio grande rammarico non ho visto nulla di questa saga; ma quel che e’ peggio questo mostro non suscita ne’ odio ne’ tantomeno simpatia: ti auguri solo che quei 137 minuti passino in fretta.
Vivamente sconsigliato.
Buongiorno, notte
PROVOCAZIONE
Ho notato che ieri nella blogosfera l’anniversario dell’armistizio e’ passato praticamante sotto silenzio: nessuno si e’ chiesto dove fosse il capo del governo e soprattutto il suo vice in un giorno estremamente adatto a quella pacificazione da tutti auspicata.
Io sono andata di proposito a vedere Buongiorno, notte di Bellocchio :giusto per commemorare in una volta sola due esempi di latitanza da parte del potere e al suo interno ho trovato rimandi, neppure tanto latenti all’ 8 settembre 1943: se la storia di quei giorni non fosse cosi’ misconosciuta la figlia di un partigiano avrebbe potuto far parte delle BR.
Se dovessi inserire il discusso film di Bellocchio in un genere cinematografico, lo definirei un horror d’introspezione come lo Spider di Cronemberg.
L’incipit e’ gia’ un pugno nello stomaco: l’agente immobiliare mostra ai brigatisti l’appartamento e tu ti chiedi con sgomento come una tragedia simile sia potuta avvenire in una tranquilla palazzina romana di 6 appartamenti, oggi che i terroristi arrivano da lontano. La scena seguente mostra la coppia che attende il capodanno davanti alla televisione e sorridi un po’ sbigottito perche’ mai avresti immaginato che le BR guardassero la tv, soprattutto programmi d’intrattenimento che oggi non guarderesti neppure sotto tortura.Ricordi con fastidio quegli anni bui, cupi dai vestiti con i colori spenti, gli elettrodomestici ingombranti, le pessime scenografie televisive; osservi la rappresentazione della lucida follia di una rivoluzione che aspetta un riconoscimento dalla citazione televisiva, supportandosi con mantra ossessivi come se fosse una setta.
Il finale, pudico nei confronti della sorte dello statista, raggiunge il suo apice d’orrore nelle immagini di repertorio dei funerali di Moro, con la carrellata sui volti dei politici presenti alle esequie: facce impassibili, occhi spenti, vuoti che richiamano quelli dei bambini alieni de Il villaggio dei dannati e ti accorgi come in quella tragedia di venticinque anni fa ci sia gia’ in nuce tutto lo sfacelo della realta’ contemporanea: l’indifferenza, sia essa delle istituzioni che del vicino di casa.
La scelta di incentrare tutto il film sulla ragazza brigatista che inizia a dubitare delle sue scelte, non riuscendo ad accettare la dicotomia della sua duplice esistenza, e’ fondamentale per rendere la spaccatura tra le esigenze della vita e le regole deliranti del potere, istituzionale o rivoluzionario che sia. L’unica scelta registica che ho trovato pesante e’ l’introduzione di elementi simbolici: il gatto nero nella scena della vista all’appartamento, i canarini in gabbia che a un certo punto fuggono: la tragica notorieta’ della storia li rende pleonastici. Nell’insieme un film onesto, ricco di umanita’, meritevole del successo di pubblico che sta avendo.
Chiudo con la segnalazione di un bloopers storico: durante la scena del sogno in cui Aldo Moro se ne va libero viene inquadrata un’ Alfa Romeo 164, che all’epoca non era ancora in produzione.

