Master and Commander

LocAmbientato durante il periodo napoleonico, narra la storia del Capitano Humbley, detto Jack il fortunato, che trascende i limiti del dovere inseguendo la nave
francese nemica lungo il periplo del continente sudamericano, trascinando i suoi
uomini in un’avventura pericolosa e straordinaria.
Solido film
d’ambientazione marinara che analizza con interesse quasi entomologico la
vita a bordo di una nave da guerra inglese del 1805: a sottolineare l’intento
documentaristico devo dire che la prima inquadratura delle vettovaglie stipate
in magazzino mi ha ricordato l’inizio de La Corazzata Potiemkin.
Il
film si trasforma poi in una riflessione potere e nello scontro tra una
mentalita’ scientifica e una guerresca, il tutto sostenuto da un accurato studio
della psicologia anche dei personaggi minori.
Il lato fantastico,
fondamentale della teoretica weiriana (e’ il regista dell’onirico Picnic ad
Hanging Rock
, ricordiamolo sempre) e’ sottolineato dall’approdo alle
Galapagos, Las Islas Encantadas, con la sua fauna unica e soprattutto il
paesaggio lunare di lava solidificata.
La vicenda si chiude con un colpo di
scena degno della miglior tradizione dei film di capa e spada con Errol Flynn,
del resto alla produzione c’e’ un tale Samuel Goldwin Jr, nome che fa sobbalzare
gli amanti dell’Hollywood classica, ricordando il ruggito del
leone.
Interessante anche il taglio che Weir sceglie per la regia,
discostandosi dal modello ormai affermato dei veloci passaggi radenti della
macchina da presa, mutuati dai videogiochi, preferisce un’iconografia classica
che ci riporta alle tele che a partire dal seicento fiammingo illustrano gli
scontri navali.

In the cut

Ho sempre pensato che Jane Campion fosse sopravvalutata: non ho visto Lezioni di piano
ma ricordo perfettamente che ai tempi Vieri Razzini presentava una
retrospettiva su Marco Ferreri con interviste all’autore e ricordo che
il grande vecchio liquido’ la nuova fulgida stella nascente della
cinematografia australiana dicendo che quei tramonti spettacolari li
sapevano fermare anche i fotografi amatoriali grazie ad un banale
filtro e che ormai la gente si faceva incantare dalla teoretica del
“carino”.


Inthecut-04


In the cut sono andata a vederlo perche’ ho la tradizione di propiziare l’anno vedendo un film erotico con la mia migliore amica.
Il thriller erotico del momento si e’ dimostrato uno dei peggiori
thriller della storia e contiene la scene piu’ antierotica che
abbia mai visto: una ballerina di lap dance intenta a lavare il palo
con un detersivo spray dopo lo spettacolo!
Nebulosamente penso di aver capito che il film sia il percorso di una
donna (una Meg Ryan del tutto fuori parte) che attraverso il sesso
giunge all’amore: quest’originalissima storia viene rappresentata dall’
atteggiamento languido delle protagoniste, degno di una diva del muto:
svenevolezza e labbruzzi protesi e poi attraverso l’immaginario
erotico femminile piu’ arcaico: voyerismo, sesso orale, la necessita’
di esser coccolate, il tentato stupro il tutto inserito in un
paesaggio altrettanto vetero simbolico: il bosco, la spazzatura, eros e
thanatos rappresentati da corone funebri che passano sullo sfondo
alternati a visioni fugaci di abiti da sposa.
Il nuovo Marlon Brando, l’attore Mark Ruffalo, e’ abbastanza calato nel
ruolo ambiguo che gli spetta, peccato che l’abbiano conciato come il
sosia di Burt Reynolds negli anni 70: petto moquettato e baffo
spiovente, sempre per la serie il nuovo immaginario erotico femminile
aggiornato.
Se il lato erotico e’ risibile, peggio ancora l’aspetto thriller del
film, indizi lampanti che non vengono mai colti altrimenti il film
sarebbe gia’ finito, la protagonista che all’inizio tiene sulla porta
il detective di polizia per ore mentre accerta la sua identita’ con la
centrale e per il resto del film si tira in casa o va per boschi con
tutti i possibili sospetti: il vero film comico di Natale, alla faccia
di Boldi e De Sica!

Sinbad – La leggenda dei sette mari

Sinbad

Certo, dal punto di vista storico la vicenda è un pastiche che solo un americano poteva inventarsi: il marinaio Sinbad e’ a capo di una nave pirata (un galeone spagnolo) che spadronegga nel Mediterraneo e tenta di
depredare un veliero diretto a Siracusa per portarvi il libro della pace: il suo intento sarebbe quello di svernare alle Fidji con il guadagno, ma l’intervento di Eris, la dea della discordia, regina del Tartaro cambia i suoi piani.
Confusione storica e mitologica a parte, il film riesce ad essere avvincente ed emozionante passando da scene d’azione degne dei migliori film di cappa e spada (orientale) in circolazione, a momenti magici e incantati come l’incontro con le sirene, o l’arrivo nel Tartaro.
Stupefacenti i mostri marini, che tengono il passo con il realismo della Pixar; il tratto del disegno è molto espressivo nei volti e la figura di Eris ha la grazia di un colpo di frusta di Olbrich.
Anche la storia e’interessante perche’ manca il solito manicheismo tra buoni e cattivi: in teoria il cattivo della situazione dovrebbe essere proprio il protagonista.
Distanziato ormai dal clamore suscitato dal pesciolino Nemo (ieri in sala, all’ultimo spettacolo eravamo in 2) questo
cartoon firmato Dreamwork meriterebbe certo maggiore attenzione.

Finding Nemo – Alla ricerca di Nemo

Nemo

Sono rimasta abbastanza delusa dal succeso del momento, le
avventure del pesciolino Nemo.
Se la Pixar continua il suo lavoro di
perfezionamento degli scenari dei cartoon che sempre piu’ spesso paiono reali,
la storia, in puro stile Disney e’, a mio avviso, sdolcinatamente
melensa.
Marlin e Coral attendono la schiusa delle loro quattrocento uova
nella nuova casa: un anemome vista oceano, quando un barracuda divora le uova e
la coraggiosa madre spinta dall’istinto materno. Si salva solo un piccolo, per
giunta con pinna atrofica e il padre ansiogeno, nel tentativo di proteggerlo dai
pericoli del mare portera’ Nemo a sfidare l’oceano finendo cosi’ nella retina di
un sub. Questo e’ il melodrammatico antefatto che sta alla base delle avventure
del pesciolino nell’acquario e del padre alla sua ricerca per il vasto
oceano.
Ci sono anche momenti esilaranti: come i tre squali che tentano di
diventare vegetariani facendo riunioni sullo stile dell’anonima alcolisti, lo
svagato personaggio di Dory, fedele compagna di Marlin durante la ricerca del
figlio (potevano anche farli fidanzare alla fine!) magistralmente doppiata dalla
svampitissima Carla Signoris, ma nel complesso l’ho trovato un film
sopravvalutato dalla critica e dal favore del pubblico, nonostante le citazioni
hitchcockiane nella musica che accompagna l’arrivo della terribile bambina Darla
e e la scena dei gabbiani che prende spunto da Gli Ucccelli. Di gran
lunga migliore il corto che lo precede: datato 1989,e’ uno dei primi esperimenti
Pixar: narra le avventure di un gruppo di souvenir da viaggio: un pupazzo di
neve tentera’ di evadere dalla sua boccia per raggiungere una bella bambolina in
bikini, ricordo di Miami, con esiti esilaranti ed imprevedibili.

Zatoichi

La vita e’ una partita d’azzardo e la fortuna puo’ girare
quando meno te l’aspetti. La banda di Ginzo e’ ormai a un passo dall’aver
conquistato ogni potere, ma in questa mano i dadi hanno un suono fesso, l’aria
cambia e i contadini zappando intonano un nuovo ritmo, accade cosi’ che due
giovani in cerca di vendetta incrocino un massaggiatore cieco e riescano a
sventare tutti i piani.

Beat
Kitano per la prima volta si misura con un chambara (storia di cappa e spada),
con un personaggio famosissimo in Giappone,eroe di di film e telefilm portato
sullo schermo da Shintaro Katsu per piu’ di vent’anni e lo declina alla sua
maniera: malinconica ironia venata di follia su un impianto visivo
eccezionale.

Cantando dietro i paraventi

Non poteva che essere ambientato nella Cina del 1700 quest’ultimo film di Ermanno Olmi, che narra un apologo sulla pace e sul perdono con la levita’ e la poesia di un detto di Lao-Tze, utilizzando gli stilemi del teatro classico orientale: il teatro delle ombre, gli incastri e le sorprese delle scatole cinesi.



Cantando dietro i paraventi

Tutto inizia ai giorni nostri con un giovane occidentale che per un errore d’indirizzo finisce in un teatrino equivoco, dove un vecchio affabulatore travestito da capitano della marina spagnola, usa le vicende della pirateria femminile come pretesto per far spogliare le ragazze davanti a un pubblico, che celato dietro apposite cortine e’ affacendato in giochi amorosi.
La piu’efferata tra le piratesse cinese fu la Vedova Ching che oso’ sfidare anche le insegne reali per l’ira che la travolse quando il suo sposo, l’ammiraglio Ching venne ucciso a tradimento, l’imperatore stesso scese in mare per affrontarla ma prima dell’attacco le propose il perdono che ella accettò facendo sì che la pace tornasse sulle coste dei 3 mari della Cina.

Cantandodietroiparaventi

Questa vicenda epica e’ il pretesto per mettere in scena un atto d’amore per il teatro, che come dice il vecchio filibustiere Bud Spencer e’ lo specchio che riflette l’esistenza umana e lo strumento per capirla. Si respirano reminescenze omeriche e salgariane perche’ la vita spesso e’ piu’ sognata che vissuta e un buon narratore puo’ trasformare quattro assi polverose in una flotta che spazia nei favolosi mari dell’estremo oriente, perche’ la vita spesso si nasconde dentro la finzione: dietro drappi di seta ricamata si avvelenano i pesci che uccideranno i valorosi, gli uccelli in gabbia imparano a cantare dagli automi e da dietro i paraventi si possono macchinare trame assassine o levarsi canti femminili, in tempo di pace.

Elephant

Elephant

Una scuola vista come una citta’ che istiga alla solitudine, con corridoi immensi percorsi da adolescenti solitari chiusi nel loro mondo, nelle loro ossessioni.
Una macchina da presa li rincorre con lunghi piani sequenza, si sofferma con insistenza su primi piani, spesso di spalle, nel vano tentativo di capire una follia che ha trovato un modo come un altro per esplodere.
Il film di Gus Van Sant si ispira ai fatti della Columbine High School che sconvolsero l’America, gia alla base del documentario di Michael Moore vincitore dell’Oscar lo scorso anno. Questa pero’ diventa una discesa nell’inferno del disagio giovanile, dove gli adulti sono solo persone sfocate sullo sfondo, e i coetanei parallele con cui raramente ci si incrocia.

Genialmente raggelante.

Matrix Revolutions

La rivoluzione e’ compiuta, e come in tutte le rivoluzioni gli eroi muoiono per un ideale che alla resa dei conti mostra la sua faccia
interessata.
Il film che alla fine del XX secolo aveva messo in guardia contro la realta’ omologata, diventando una bandiera per tutti gli hacker del mondo si era reloadato in un giocattolone dagli effetti speciali strabilianti mischiati a supposte verita’ new age. La rivoluzione e’ solo guerra e distruzione, cioe’ solo effettacci digitali per mettere in scena (male per altro) una battaglia il cui significato non sempre e’ chiaro, come nebulosa rimane la presenza di nuovi personaggi, fra tutti la piccola Saty, che si possono giustificare come anticipazioni di un nuovo capitolo.

Matrixrevolutions

Come il Neo-messia assurge all’olimpo delle macchine dopo aver scelto (con l’inganno?) di sacrificarsi per esse contro il programma ribelle Smith cosi’ lo spettatore che si attendeva ben altro viene sacrificato alla logica di mercato e forse il film gli potrebbe apparire piu’ chiaro solo se ha comprato i dvd di Animatrix edha acquistato il videogioco.
Tutto quello che ha un inizio ha
una fine
, anche l’illusione di assistere a un buon prodotto.

Caterina va in città

Caterinavaincittà

L’ultima fatica di Virzì è piacevole come sempre, ma come sempre non supera il bozzetto.
La candida Caterina e’ prima di tutto un personaggio anacronistico: con la diffusione dei media oggi non è possibile che una ragazzina tredicenne non sappia chi sono le teste rasate e pensi ai pidocchi! Forse Virzì ha pensato troppo alla sua adolescenza: anche io posso affermare “Caterina c‘est moi!” ripensando al mio ingresso al liceo di città più di una ventina d’anni orsono, quando ingenua ragazzina di campagna mi ritrovai in classe con figlie di senatori comunisti e giovani della città bene che come i pariolini portavano il nome della via in cui si ritrovavano: lo scontro non era così evidente perché la destra doveva ancora trovare una sua identità, ma lo schieramento era necessario.
Il personaggio di Margherita è troppo legato allo stereotipo di quegli anni e la sua gregaria si esprime infarcendo il discorso di “cioe’“ come lo sconvolto di Verdone dei primi anni ‘80; anche se si vuole accettare questa forzatura come “licenza poetica” per meglio mettere alla berlina i difetti della Roma di potere e di successo, devo criticare il lieto fine posticcio, con la scomparsa nel nulla e soprattutto per l’indifferenza di Caterina per la sorte del padre, che è in realtà il fulcro del film, rappresentante di un Italia media, anzi mediocre sempre disposta a compiacere chi ha avuto successo.
Ulteriore prova che Virzì non e’ Monicelli.

Alien in digitale

E’ di nuovo nelle sale un caposaldo della fantascienza
moderna: Alien di Ridley Scott, in una versione restaurata e a cui sono
aggiunte alcune scene, per altro non rilevanti ai fini della
storia.

All’Arcadia
di Melzo, una delle migliori sale cinematografiche d’Italia, di cui ho già
avuto occasione di parlare in un post , il film e’
stato proiettato in digitale; ovviamente si e’ trattato solo di un riversamento,
dato che il film e’ del 1979, ma i pregi di questa trasmissione sono stati
evidentissimi.
Un cinefilo appassionato di solito sa riconoscere il periodo
del film a cui sta assistendo anche solo dal colore: i colori fiammeggianti
degli anni 50, che sbiadiscono nel decennio successivo, per inacidirsi negli
anni 70, i colori flou degli 80.. bene tutto questo e’ cancellato dal
riversamento in digitale che permette una visione estremamente realistica del
colore: stupefacente la grana della pelle con le sue imperfezioni e i diversi
coloriti dell’incarnato, per non parlare degli occhi estremamente brillanti e
molto piu’ espressivi. La visione e’ cosi’ nitida che si ha una sensazione di
tridimensionalita’ molto piu’ accentuata.
Purtroppo talvolta i pixel sono
ancora evidenti, ma questo e’ inconveniente rilevabile soprattutto da chi
possiede tutte le sue diottrie, io con la mia ormai nota miopia difficilmente ho
notato le sbavature.
La perfetta lettura dell’immagine digitale non si e’
rivelata solo fonte di stupore per l’occhio, ma ha permesso di cogliere meglio
anche alcuni aspetti del film in questione: Alien e’ un film claustrofobico,
dove una casa, un territorio famigliare viene violato dalla presenza di un
nemico. La proiezione digitale mette in risalto i peluche, le foto, gli oggetti
del quotidiano che l’equipaggio del Nostromo tiene accanto alla propria
strumentazione, come ognuno di noi e’ solito personalizzare la propria
scrivania, e proprio la sottolineatura di questi oggetti, che la visione
analogica appiattiva sullo sfondo, accentua il senso di violazione dello spazio
personale che nel corso del film si trasforma in un luogo pieno di insidie,
aumentando cosi’ la tensione.
Un‘ ultima curiosita’: il computer che guida
l’astronave, regolando i ritmi di veglia e sonno dell’equipaggio, la macchina
che conosce la vera missione del Nostromo, con cui il personale interloquisce
chiamandola mother latinizzata nella versione italiana in mater in
video viene definita Matrix per cui e’ lecito pensar che due fratelli
adolescenti nel 1979 furono cosi’ colpiti da questo film che esattamente
vent’anni dopo si ispirarono a questa macchina per creare la piu’ grande saga
sulla realta’ virtuale… o e’ solo
fantascienza?