Il regista di matrimoni

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Franco Elica e’ un regista di successo che sta progettando una nuova versione de I promessi Sposi, quando decide di abbandonare tutto, anche per problemi con la legge. Si ritrova a Cefalu’ ospite di un regista di matrimoni suo ammiratore..

Il film di Bellocchio e’ sicuramente interessante nella sua riflessione sul cinema, dal dilagare del filmino matrimoniale che fa sentire gli sposi delle star tanto che sono disposti a tutto, fino alla figura grottesca di Orazio Smamma, regista misconosciuto dalla critica che si finge morto pur di ottenere l’ambito premio David di Michelangelo.
Nelle parole amare di Smamma molti hanno visto una rivalsa contro il mancato Leone per Buongiorno notte, il precedente lavoro di Bellocchio; io invece credo che lo scegliere un’attore come Gianni Cavina per il ruolo del regista disprezzato, cosi’ legato alla cerchia di Pupi Avati, punti anche l’attenzione sul regista bolognese, ingiustamente dimenticato dalla corsa agli Oscar stranieri e dai recenti David di Donatello per il suo La seconda notte di nozze.
Alla satira sul cinema italiano, incapace di comunicare sentimenti e situazioni attuali (lo stesso Elica sta riproponendo l’ennesima versione de I promessi Sposi mentre sullo schermo compaiono framnti della versione del 1941 di Mario Camerini) si intreccia una storia d’amore dai toni fantastici con una bella principessa siciliana costretta a un matrimonio d’interesse per salvare le sorti del casato.
Se Bellocchio si fosse limitato a un rovesciamento dei moduli stilistici de I promessi Sposi: evitare un matrimonio d’interesse che s’ha da fare per forza, il film sarebbe stato sicuramente molto interessante e piacevole, purtroppo il regista cade nella solita trappola della psicanalisi (e’ noto il legame che unisce le sceneggiature di Bellocchio allo psicanalista Massimo Fagioli) cosi’ la pellicola si appesantisce di vecchie suggestioni psicanalitiche: il farsi guidare da un vecchio pazzo o una giovane fanciulla attraverso oscuri passaggi e’ un allusione archetipa francamente superata e stravista.
Si finisce cosi’ per frammentare e irrigidire un’opera che poteva essere in grado di gettare uno sguardo lucido e grottescamente divertito sulla situazione cinematografica italiana.

Buongiorno, notte

PROVOCAZIONE

Ho notato che ieri nella blogosfera l’anniversario dell’armistizio e’ passato praticamante sotto silenzio: nessuno si e’ chiesto dove fosse il capo del governo e soprattutto il suo vice in un giorno estremamente adatto a quella pacificazione da tutti auspicata.
Io sono andata di proposito a vedere Buongiorno, notte di Bellocchio :giusto per commemorare in una volta sola due esempi di latitanza da parte del potere e al suo interno ho trovato rimandi, neppure tanto latenti all’ 8 settembre 1943: se la storia di quei giorni non fosse cosi’ misconosciuta la figlia di un partigiano avrebbe potuto far parte delle BR.

Buonongiorno notte

Buongiornonotte

Se dovessi inserire il discusso film di Bellocchio in un genere cinematografico, lo definirei un horror d’introspezione come lo Spider di Cronemberg.
L’incipit e’ gia’ un pugno nello stomaco: l’agente immobiliare mostra ai brigatisti l’appartamento e tu ti chiedi con sgomento come una tragedia simile sia potuta avvenire in una tranquilla palazzina romana di 6 appartamenti, oggi che i terroristi arrivano da lontano. La scena seguente mostra la coppia che attende il capodanno davanti alla televisione e sorridi un po’ sbigottito perche’ mai avresti immaginato che le BR guardassero la tv, soprattutto programmi d’intrattenimento che oggi non guarderesti neppure sotto tortura.Ricordi con fastidio quegli anni bui, cupi dai vestiti con i colori spenti, gli elettrodomestici ingombranti, le pessime scenografie televisive; osservi la rappresentazione della lucida follia di una rivoluzione che aspetta un riconoscimento dalla citazione televisiva, supportandosi con mantra ossessivi come se fosse una setta.
Il finale, pudico nei confronti della sorte dello statista, raggiunge il suo apice d’orrore nelle immagini di repertorio dei funerali di Moro, con la carrellata sui volti dei politici presenti alle esequie: facce impassibili, occhi spenti, vuoti che richiamano quelli dei bambini alieni de Il villaggio dei dannati e ti accorgi come in quella tragedia di venticinque anni fa ci sia gia’ in nuce tutto lo sfacelo della realta’ contemporanea: l’indifferenza, sia essa delle istituzioni che del vicino di casa.
La scelta di incentrare tutto il film sulla ragazza brigatista che inizia a dubitare delle sue scelte, non riuscendo ad accettare la dicotomia della sua duplice esistenza, e’ fondamentale per rendere la spaccatura tra le esigenze della vita e le regole deliranti del potere, istituzionale o rivoluzionario che sia. L’unica scelta registica che ho trovato pesante e’ l’introduzione di elementi simbolici: il gatto nero nella scena della vista all’appartamento, i canarini in gabbia che a un certo punto fuggono: la tragica notorieta’ della storia li rende pleonastici. Nell’insieme un film onesto, ricco di umanita’, meritevole del successo di pubblico che sta avendo.
Chiudo con la segnalazione di un bloopers storico: durante la scena del sogno in cui Aldo Moro se ne va libero viene inquadrata un’ Alfa Romeo 164, che all’epoca non era ancora in produzione.