Boss

Il potente sindaco di Chicago scopre di avere una rarissima malattia degenerativa che lo porterà alla tomba in meno di un lustro: come reagirà di fronte a una malattia che non lascia scampo il politico senza scrupoli, impegnato a manipolare le primarie del suo partito per la corsa al governatorato dell’Illinois, impelagato in una storia di reperti indiani riemersi durante i lavori di ampliamento dell’aeroporto, con un matrimonio solo di facciata, una figlia che non vede da cinque anni e un giornalista d’assalto alle calcagna?



Boss


Anche Gus Van Sant cede alle lusinghe del serial americano producendo l’ottimo Boss di cui ha diretto anche il pilot con mano sapiente. La serie, nominata ai Golden Globe 2012 tra le migliori serie drammatiche ha visto premiare il protagonista Kelsey Grammer (noto per Frasier) come miglior attore in una serie drammatica.
Tom Kane è l’ultimo esponente, portato sullo schermo, di una serie di politici corrotti e manipolatori su cui pose l’accento proprio Orson Welles con il suo Citizen Kane (Quarto Potere) che la serie va ad omaggiare nel nome stesso del protagonista. Tra le serie di culto già arrivate in Italia potremmo fare un parallelo con l’ultimo Boardwalk Empire: la serie prodotta da Scorsese racconta le lotte di potere all’inizio del XX secolo, Kane è un Nucky Thompson del nuovo millennio, l’uomo forte a cui tutti si appoggiano per risolvere le varie beghe: lo vediamo dirigere in maniera occulta la scelta del candidato alle primarie del Governatorato dell’Illinois, prima finge di appoggiare il vecchio leader di partito e intanto prepara l’ascesa del giovane esponente rampante.
Un uomo cinico in grado di gestire tutto, compreso il matrimonio di rappresentanza con Meredith, figlia di un politico eminente: i Kane hanno fatto della carriera politica la loro ragione d’essere, disposti a pagare qualunque prezzo per riuscire, anche allontanare la figlia Emma perchè drogata. Eppure la figlia è l’unica persona che il sindaco cerca quando viene a conoscenza dell’entità della propria malattia che decide di tenere nascosta a tutti per non inficiare la carriera politica (mette i brividi il modo in cui alla neurologa di fama, che ha la sfortuna di avergli fatto la diagnosi, viene ricordato di non tradire il giuramento di Ippocrate).
Abbiamo già ricordato che il pilot è diretto da Gus Van Sant con il suo solito stile secco ed asciutto, mi è piaciuto molto il montaggio incalzante che spezzetta una stessa sequenza ma soprattutto colpisce l’uso dello sguardo. In un mondo dove tutto è apparenza e tutto viene essere deciso dall’occhio di una telecamera che può svelare un segreto o montare una falsa verità, lo sguardo rimane l’unica via per riconoscersi e il primo incontro tra Emma e lo spacciatore di colore nell’infermeria della chiesa suggellato dal dettaglio delle pupille che intuiscono immediatamente le intenzioni dei personaggi è un momento intensissimo.

UPDATE 10/11/12
Sospeso per scarsità di pubblico dopo sole due settimane (al quarto episodio) Boss tornerà sugli schermi di Rai3 dalla prima puntata da sabato 29 dicembre (per riempire il vuoto dei palinsesti festivi mi vien da malignare)

Milk

Milk

New York, 1970: nel giorno del suo quarantesimo compleanno, Harvey Milk conosce Scott, l’uomo che sconvolge la sua vita e gli consente di fare un salto di qualita’ abbandonando il lavoro da assicuratore e uno stile di vita votato a non far notare la propria omosessualita’. Harvey e Scott si trasferiscono nella citta’ piu’ libertaria d’America, San Francisco dove vivere appieno il loro amore. Quando Milk si rende conto che neppure a San Francisco i diritti gay sono rispettati, decide di darsi all’attivismo politico  e farsi leggere come consigliere comunale.. 
Gus Van Sant ci racconta la vita di Harvey Milk nel piu’ puro stile biopic: e’ Milk stesso che rievoca la propria esistenza salvandola su alcuni nastri nel timore di essere ucciso, cominciando da quell’incontro che 8 anni prima ha cambiato la sua vita. 
Il film ha il grosso difetto del genere biopic, quel tono puramente descrittivo che pone sullo stesso piano la vita privata di Milk e quella politica dell’America anni ‘70 certamente fortemente intrecciate ma si crea una distanza tra spettatore e vicenda che non permette mai di partecipare ai fatti che si svolgono sullo schermo.
La mano del Van Sant che amo torna nelle scene finali con quelle geometrie apparentemente non intersecanti tra l’ingresso di Milk in municipio e la follia di White che vaga per i corridoi.
Se Sean Penn e’ sicuramente bravo, ancora piu’ stupefacente e’ la prova di Josh Brolin, maschera dei perdenti americani, dal Giorgino Bush di W di Oliver Stone, a questo consigliere comunale impazzito per le troppe merendine.

Paranoid Park

Paranoidpark Quello che ho trovato davvero interessante in quest’ultimo lavoro di Gus Van Sant, e’ l’uso “psicologico” del racconto destrutturato che non e’ piu’ un semplice artificio stilistico ma un modo per mostrare visivamente il percorso mentale che il protagonista deve compiere per prendere coscienza dell’evento catastrofico di cui si e’ reso protagonista, e per certi versi mi ha ricordato i passaggi dell’elaborazione del lutto, anche se i sentimenti in questione qui sono altri: la prima volta che ci viene raccontata la storia e’ confusa, pochi fatti emergono e i molti rallenti e le immagini sfocate ci danno il senso di confusione che prova il ragazzo, poi la vicenda si fa piu’ chiara (emblematica la presa di coscienza davanti al notiziario?) e in si fa strada in Alex il bisogno di comunicare a qualcuno cio’ che lo opprime, ma non puo’ certo confrontarsi con un mondo adulto con sole funzioni di controllo (la scuola, la polizia) mentre dal punto di vista affettivo e’ costantemente assente (i genitori che non si vedono mai in faccia), una speranza potrebbe essere rappresentata da Macy di cui il protagonista segue il consiglio di mettere il proprio malessere su carta, ma terminata la fase di scrittura, ancora uno sguardo sospeso di Alex che non trova il coraggio di inviare il suo scritto: resta solo il fuoco, una fiamma che si alza a coprire tutto il volto del protagonista, per rinchiuderlo nel suo inferno di solitudine.

Alpha dog

Alphadog Johnny Truelove, figlio di un boss malavitoso e’ il capo di una banda di giovanissimi spacciatori dei quartieri alti losangelini, quando Jake, uno dei suoi sottoposti si ribella, tra i due inizia una guerra che portera’ Johnny a rapire il fratellastro di Jake..

Per cane alpha si intende il capobranco e Nick Cassavetes, nel suo film vuole sostenere la tesi che tutta la tragica vicenda che nel 1999 scosse l’America e che sta avendo in questo periodo il suo ultimo risvolto processuale, fosse nata dal desiderio di Johnny di dimostrare che con lui non si poteva sgarrare, cosa molto probabilmente vera, ma purtroppo questa tesi finisce per affossare un film che aveva un grande potenziale; diventa troppo lungo il prologo che vuole spiegare perche’ l’esecutore materiale ha questo rapporto di completa sudditanza con Johnny e altrettanto inutile e’ il finale che ci mostra il protagonista in fuga.
AlphadogQueste parti cozzano con uno stile che vuole essere molto secco e freddo, in alcuni momenti certe atmosfere mi hanno ricordato Elephant di Gus Van Sant, e anche le interviste con i genitori dei protagonisti mi sono parse superflue: la storia aveva una tragica assurdita’ intrinseca che non necessitava di nessuna sottolineatura, per questo motivo non sono rimasta particolarmente colpita dalla prova di Sharon Stone, che si fa ricordare piu’per gli effetti speciali del trucco, ma devo riconoscere che non sono una grande amante delle scene madri, soprattutto quando, ribadisco, non aggiungono nulla alla pellicola, ho di gran lungo preferito la prova contenuta di Bruce Willis, anche il cast dei giovani protagonisti e’ azzeccato, eccetto forse Emile Hirsch (Johnny Truelove): sembra David Silver di Beverly Hills 90210 e tenta palesemente di imitare Di Caprio.

Bubble

BubbleMartha fa l’operaia in una fabbrica di bambole. E’ grassa, ha piu’ di quarant’anni, nessuna vita sentimentale, solo un padre di cui occuparsi, l’unico legame significativo e’ con Kyle, un collega della fabbrica piu’ giovane di lei; l’assunzione di Rose sconvolgera’ il fragile equilibrio di Martha..

L’eclettico Soderbergh gira il primo capitolo di una serie di sei film a basso costo, filmati in digitale, per indagare la provincia americana piu’ profonda e con essi sperimenta nuove tecniche di mercato facendo uscire contemporaneamente la pellicola al cinema, al videonoleggio e sulla tv via cavo. La sperimentazione distributiva riguarda esclusivamente gli Usa, per cui possiamo commentare solo la qualita’ artistica del progetto.
Il risultato e’ buono, non tanto come film di genere, un piccolo thriller ridotto all’osso, ma per la forte valenza di denuncia sociale e l’opera potrebbe essere riassunta con una battuta, Elephant a Twin Peaks: dal capolavoro lynchiano Soderbergh sembra catturare l’atmosfera straniata della vita in fabbrica (uno stabilimento dove si assemblano bambolotti, oggetti che confermano ancora una volta la propria inquietante natura cinematografica) mentre dal lavoro che Gus Van Sant ha dedicato alla strage di Columbine arriva lo stile di ripresa, incollato ai personaggi che camminano sui tracciati geometrici e ripetitivi della loro follia.
La pazzia di Martha e’ pero’ obnubilata da un’esistenza anonima dove la coscienza di se’ e’ completamente assente, persa nelle giornate tutte uguali, nel pessimo cibo da fast food e nel suo bisogno di rendersi utile agli altri nella speranza di lasciare una traccia, ma dopo l’orrore il piccolo mondo di provincia dimentica in fretta e tutto riprende a scorrere uguale a se’ stesso.

Birth – Io sono Sean

La recensione del film e’ su ImpattoSonoro, con questa pellicola le azioni  Kidman in casa mia sono di nuovo scese ai minimi storici..




Anna e’ rimasta vedova troppo presto, dopo dieci anni di lutto sta per risposarsi con Joseph, il suo nuovo compagno, quando nella sua quieta vita alto borghese irrompe un ragazzino che dice di essere il suo defunto marito, Sean e la invita a non risposarsi…




Premesso che nella pellicola non c’e’ nulla di soprannaturale ed e’ gia fastidioso assistere a una proiezione che promette qualcosa che non mantiene assolutamente, bisogna aggiungere che il film e’ anche brutto.
Come nei capolavori di Hitchcock il significato ci viene anticipato dalla frase iniziale pronunciata dalla voce fuoricampo del protagonista assente, quel Sean che dopo dieci anni la moglie non riesce ancora a dimenticare, purtroppo il regista non e’ riuscito ad apprendere dal maestro del brivido il senso della suspance. Il suo intento sarebbe quello di coniugare il thriller d’autore (Rosemary’s baby) con l’opera d’introspezione alla Bergman ma, ahime’, non basta usare i colori spenti degli interni del capolavoro di Polanski, pettinare la Kidman con una zazzera che ricordi sia Mia Farrow che Bibi Andersson e soffermarsi su eterni primi piani dei volti dei protagonisti per fare ”un film d’autore” ne’ basta filmare Central Park in inverno con gli alberi spogli e contorti per palesare la desolazione dell’anima e soprattutto non basta una bella scena finale per salvare un film: oltre alla grammatica filmica, che Glazer dimostra comunque di non maneggiare pienamente, bisogna avere dei contenuti da proporre e soprattutto una storia sensata (o quantomeno avvincente) da raccontare, elementi che mancano totalmente al lavoro in questione.



Birth


Birth si muove sul filo del pessimo gusto, arrivando in qualche occasione a sfiorare il risvolto pedofilo non tanto nella chiacchieratissima scena di Nicole Kidman nuda nella vasca con il bambino che nella sua perfetta inutilita’ non ha nulla di scabroso, quanto nell’avvalorare la tesi che una persona smarrita nella propria follia possa innamorarsi di un bambino.
Il film si e’ rivelato una pessima scelta per la Kidman non solo per la bruttezza della pellicola, ma anche perche’ mostra alcuni suoi limiti recitativi: la bella attrice e’ sempre piuttosto leziosetta ma nel personaggio di Anna, donna fragile ed insicura che vive all’ombra di una famiglia ingombrante, stonano molto gli ammiccamenti e le mossette vezzose tipiche della Kidman che infatti ha dato il meglio di se’ nel ruolo di Satine in Moulin rouge! e nell’aspirante giornalista di Da Morire di Gus Van Sant e se si paragona il suo primo piano a teatro, pieno di sospiri e boccucce, con quello commovente di Charlotte Rampling ne Le chiavi di casa si vede che la diva hollywoodiana ha ancora qualcosa da imparare.
Da citare il cammeo di Lauren Bacall, splendida ottantenne nel ruolo della matriarca gelida che tra le sue poche battute ha le uniche due ironiche di un inutile film che si prende troppo sul serio.

Elephant

Elephant

Una scuola vista come una citta’ che istiga alla solitudine, con corridoi immensi percorsi da adolescenti solitari chiusi nel loro mondo, nelle loro ossessioni.
Una macchina da presa li rincorre con lunghi piani sequenza, si sofferma con insistenza su primi piani, spesso di spalle, nel vano tentativo di capire una follia che ha trovato un modo come un altro per esplodere.
Il film di Gus Van Sant si ispira ai fatti della Columbine High School che sconvolsero l’America, gia alla base del documentario di Michael Moore vincitore dell’Oscar lo scorso anno. Questa pero’ diventa una discesa nell’inferno del disagio giovanile, dove gli adulti sono solo persone sfocate sullo sfondo, e i coetanei parallele con cui raramente ci si incrocia.

Genialmente raggelante.

Gus Van Sant

Con la proiezione della sua opera prima, Mala Noche mai
distribuita in Italia, si inaugura martedì 7 ottobre al Lumière Sala 1 Auguste
la retrospettiva dedicata all’opera di Gus Van Sant, recente
trionfatore
dell’ultimo Festival di Cannes con il film Elephant, in questi
giorni nelle sale italiane. La rassegna rientra nell’ambito delle iniziative di
Fronte del Pubblico e del Comitato Regionale di Coordinamento per le attività
cinematografiche in Emilia-Romagna.

La filmografia
completa:

Elephant (2003)
Gerry (2002)
Jay & Silent Bob …
Fermate Hollywood! (2001)
Scoprendo Forrester (2000)
Psycho (1998)

Will Hunting – Genio Ribelle (1997)
Da Morire (1995)
Cowgirl il
Nuovo Sesso (1993)
Belli e Dannati (1991)
Drugstore Cowboy (1989)

Mala Noche (1985)