Alice nel Paese delle Meraviglie

Alicenelpaesedellemeraviglie

Alice in Wonderland
USA 1951 Walt Disney
regia di Clyde Geronimi, Hamilton Luske e Wilfred Jackson

Durante una noiosa lezione di storia, impartita dalla sorella maggiore, Alice si distrae con suo gattino Oreste e quando vede passare un frettoloso Bianconiglio decide di seguirlo dentro una tana, cadendo letteralmente in un mondo fantastico dove incontra una serie di strani personaggi che la guidano nel suo viaggio surreale.

Ispirato ai due romanzi di Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, il cartoon è l’opera più originale di Walt Disney che alla figura di Alice si era dedicato fin dagli esordi. Il progetto della pellicola fu accarezzato a lungo e accantonato per dedicarsi a opere che decretarono il successo della casa d’animazione americana e solo nel 1945 Walt Disney ritenne che fosse arrivato il momento per cimentarsi con il classico di Carroll. Fantasmagorico e surreale, con una vena anarcoide, Alice nel paese delle meraviglie risultò comunque in anticipo sui tempi e non ottenne un grande successo al botteghino, fu riscoperto all’avvento della cultura hippy che vedeva nell’avventura della ragazzina un viaggio lisergico ovviamente la conformista Disney cercò di prendere le distanze da questa lettura, resta il fatto che ancora oggi per apprezzare il cartone conviene mettere da parte la razionalità (soprattutto se si guarda la versione con il doppiaggio originale in cui la vocetta querula della protagonista è particolarmente odiosa) e abbandonarsi al piacere delle creazioni fantastiche che ci hanno regalato figure indimenticabili come il Brucaliffo, Lo Stregatto e i non compleanni del Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile.

Il mio vicino Totoro

Totoro Tonari no Totoro
Giappone 1988
regia di Hayao Miyazaki

Satsuki e May si trasferiscono con il padre in una casa di campagna, per essere più vicini alla madre ricoverata in ospedale. La casa ha la fama di essere abitata dai fantasmi e le due bambine faranno amicizia con alcune creature magiche, soprattutto con Totoro un’enorme troll che vive in un maestoso albero di canfora..

Due giorni, ieri e oggi, per rivedere sul grande schermo uno dei capolavori di Hayao Miyazaki, il cui sonnacchioso protagonista è divenuto simbolo dello Studio Ghibli.
Come sempre il maestro dell’animazione giapponese racconta un’infanzia e una una preadolescenza che deve scontrarsi con le difficoltà della vita, in questo caso la madre malata che si aggrava e non può essere dimessa seppure temporaneamente come preventivato.
Nekobus Ad aiutare Satsuki e May è la capacità di relazionarsi con la meraviglia della natura che permette loro di fondere sogno e realtà incontrando figure magiche come Totoro e i suoi piccoli amici e salire a bordo del fantamagorico gattobus (nekobus) che ha il sorriso del gatto del Cheshire, citazione di Alice nel Paese delle Meraviglie come il ruzzolone di May nel buco che la porta alla tana del pigro Totoro.
La famosa scena alla fermata dell’autobus in cui le ragazzine prestano l’ombrello a Totoro è giustamente famosissima ma quello che mi ha colpito di più è la capacità di Miyazaki di rendere omaggio alla natura mostrandone la maestosità ma lasciandone intuire anche tutta la potenza creando veri momenti di timor panico, come quando tira il vento che fa volar via la legna raccolta da Satsuki.

L’Africa delle meraviglie

L'Africadellemeraviglie Credo che questa sia una delle mostre piu’ intelligenti che mi sia capitato di vedere: la semplificazione del tratto che l’arte del novecento ha operato, ha sicuramente adeguato il nostro senso del bello al primitivismo dell’arte africana suscitando un certo interesse per i manufatti del continente africano. La mostra allestita al Palazzo Ducale di Genova pero’ non vuole fare un excursus delle varie esperienze artistiche che contraddistinguono le diverse culture africane, confrontare i Dogon con Baule, tanto per fare un esempio. La mostra curata da Ivan Bargna e Giovanna Parodi da Passano propone al pubblico opere africane presenti in collezioni italiane, l’indagine allora si sposta dal compendio storico geografico al cercare di capire cosa stia alla base del collezionismo in genere e in particolare in un settore artistico che non ha una grande tradizione in Italia per il il nostro radicatissimo senso estetico classico e per i scarsi rapporti che la nostra nazione ha avuto in passato con le popolazioni subsahariane. Accanto ai manufatti in mostra ecco allora le videointerviste ai piu’ grandi collezionisti privati di arte africana che raccontano le loro motivazioni intrigando lo spettatore anche con la visione degli interni delle loro abitazioni arredati con uno stile che ci e’ assolutamente familiare ma arricchito e distorto dalla presenza di oggetti completamente alieni alla nostra quotidianita’.
Anche il sottolineare in maniera insistita che si stanno guardando opere africane che pero’ trovano la loro ragion d’essere in Italia, decontestualizza in un certo senso l’oggetto che non rappresenta piu’ il reperto di un certo periodo storico o di una certa area geografica ma diventa pura espressione artistica su cui e’ possibile proiettare le proprie fantasie, ecco allora che la sottoscritta puo’ associare una maschera dalle lunghissime orecchie di legno dipinto di bianco al Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie e probabilmente il rimando nasce dalle emozioni disordinate che opere cosi’ insolite mi suscitano, simili a quelle che mi procura la lettura del racconto di Carroll.
Lodevole anche il fatto di aver distaccato parte della mostra al Castello D’Albertis, sede del Museo delle Culture del Mondo, dando cosi’ l’occasione di visitare il bellissimo edificio neogotico che domina le alture genovesi voluto dal capitano della marina mercantile come scrigno per le sue raccolte di oggetti esotici, ricordi dei suoi viaggi attorno al mondo.

L’Africa delle meraviglie. Arti africane nelle collezioni italiane
31 dicembre – 5 giugno 2011
Palazzo Ducale, Castello D’Albertis
Genova

Alice in Wonderland

Alice Kingsleigh e’ una ragazza diciannovenne decisamente troppo emancipata per l’epoca vittoriana: il giorno in cui il giovane lord Ascot la chiede in moglie, la ragazza decide di seguire un bianconiglio con l’orologio e si rituffa nell’avventure della sua infanzia che credeva essere solo un sogno…

AliceInWonderland

Tim Burton rilegge i personaggi di Alice nel paese delle meraviglie secondo la sua poetica: sono tutti freak con un lato oscuro ed anche i personaggi piu’ perfidi hanno un risvolto umano. Cosi’ non si puo’ non provare simpatia per la macrocefala Regina Rossa la cui crudelta’ nasce dal senso d’inferiorita’ verso la bellissima sorella, la leziosissima Regina Bianca. Anche nei nomi, Iracebeth e Mirana, la lotta tra le due sorelle regine richiama lo scontro tra Elisabetta I e Maria di Scozia, si intravede anche il quadro di un antenato ispirato al notissimo ritratto di Enrico VIII. Burton omaggia nella sua Regina Rossa Bette Davis, che vesti’ per ben due volte i panni dell’augusta sovrana ne Il conte di Essex e ne Il favorito della grande regina, fim che narrano i tormentati amori di Elisabetta con i suoi sottoposti, ripresi dalla passione che Iracebeth nutre per Stayne, il Fante di Cuori. E in fondo anche Anne Hathaway interpreta una regina Bianca che potrebbe ricordare la Maria Stuarda di Katherine Hepburn, esasperando le movenze che per un certo periodo fecero della Hepburn il veleno dei botteghini.
Johnny Depp, nei panni del Cappellaio Matto dimostra per l’ennesima volta la qualita’ della sua collaborazione con Tim Burton dando alla follia del cappellaio una vena drammatica perche’ la sua pazzia e’ frutto del dolore provocato dalla guerra e dalla distruzione.
Purtroppo la seconda parte del film trasforma il possibile ennesimo capolavoro in un‘opera minore. Man mano che la vicenda procede ci si discosta dalle peculiarita’ visive burtoniane, ad esempio mancano i suoi vertiginosi dolly verticali o a volo d’uccello, per sostituirle con un immaginario fantasy di mostri e scontri con armi magiche che hanno il sapore gia’ visto de Il signore degli anelli o Le cronache di Narnia e addirittura un retrogusto alla Harry Potter. Anche il finale cosi’ accomodante e la morale dell’essere quel che si e’, molto disneyana, tradiscono la teoretica burtoniana per sconfinare nel prodotto mainstream piu’ attuale testimoniato anche dalla canzone di Avril Lavigne piazzata in malo modo sui titoli di coda ad interrompere le musiche stranianti del fidato Danny Elfmann.
Andrebbe indagato se queste pecche nascono da pressioni della casa di produzione, in ogni caso possiamo accontentarci di quel che resta comunque un ottimo film firmato Tim Burton.

Tideland

Jeliza-Rose ha dieci anni ed e’ figlia di due tossici a cui e’ abituata a preparare regolarmente le dosi; quando muore la madre, la piccola si trasferisce col il padre nella vecchia casa della nonna scomparsa, in una sperduta zona del Texas. La tendenza a fantasticare di Jeliza-Rose diventa l’unico modo per sopravvivere quando anche il padre muore per overdose.


Tideland


Chiaramente ispirato ad Alice nel paese delle meraviglie, un dipinto acido, tenero e a tratti orrorifico dell’immaginario infantile. Non e’ tutto da buttare in quest’opera controversa che ha nell’evoluzione della trama il punto piu’ debole: se la prima parte e’ la migliore, il rapporto tra Dickens e Jeliza-Rose non riesce ad evolvere e porta direttamente ad un finale decisamente banale.
Di buono resta la magnifica luce della prateria texana, la cui assolata solitudine trasforma l’azzurro del cielo e il giallo dell’erba in una tela che stimola ulteriormente la fantasia della piccola protagonista e soprattutto resta l’occhio di Gillian, capace di restituire tutta l’ingenuita’ del mondo infantile, anche nei suoi aspetti piu’ disturbanti, benche’ in alcuni momenti abbia avvertito un certo compiacimento da parte del regista nel giocare con questa abilita’.

Donnie Darko

Donniedarko

E’ solo un film discreto il tanto decantato cult arrivato in Italia a
tre anni dall’uscita americana sull’onda di un tam tam che ha fatto si
che venisse pubblicizzato come uno dei 100 miglior film della storia
del cinema.
Indubbia la capacita’ del giovane regista di rendere il senso di
angoscia e solitudine tipica dell’eta’ adolescenziale e interessante la
spezzettatura del ritmo attraverso rallenti o accelerazioni che rendono
la pellicola ancora piu’ straniante.
Zoppicante la storia, indecisa se seguire solo le sorti di Donnie o
diventare quasi un film corale dove le vicende scorrono parallele e si
intrecciano ogni tanto: casualita’ o destino.. del resto il grande
dilemma dell’opera. Peccato aver lasciato sullo sfondo il personaggio
di Nonna Morte, a mio parere molto interessante del coniglio zannuto.
Si pesca a piene mani nel mondo degli archetipi strizzando l’occhio
ad Alice nel Paese delle Meraviglie, aggiungendo una spruzzatina di
Stephen King, l’ incipit che ricorda Twin Peaks e la scena delle biciclette di E.T..
Terribile la ricostruzione della fine degli anni ‘80, non tanto per
gli interni piuttosto accurati, quanto per il look dei protagonisti:
non un ricciolo od una cotonatura: imperdonabile!