Carnage

Un litigio ta ragazzini degenera in violenza e uno perde due denti per la bastonata dell’altro. I quattro genitori si incontrano per cercare di risolvere civilmente il problema ma ben presto anche il loro tentativo di rappacificazione degenera..

Carnage

Partiamo dalla fine, che vede il criceto Culetto (!) riuscire a sopravvivere nei parchi di New York e i ragazzini tornare amici come prima. La vita continua a discapito delle sovrastrutture mentali dei quattro genitori che non sanno piu’ riconoscere il giusto peso di una rissa tra ragazzini e scaricano su questo incontro chiarificatore tutte le loro ansie e frustrazioni personali. Se la conversazione era stata elevata ad arte nel tardo settecento e aveva imperato per i due secoli successivi facendo grande la cultura occidentale oggi ne constatiamo il tragico e definitivo declino: l’impossibilita’ di comunicare perche’ il dialogo e’ sempre interrotto da una telefonata al cellulare, il pregiudizio verso l’altro che cataloghiamo sempre in base a definizioni di censo o politiche: chi non si e’ schierato ad inizio pellicola per la coppia che gli era piu’ congeniale, quella piu’ liberal o quella apparentemente piu’ progressista, prima di scoprire la mediocrita’ di entrambe?
Il quadro che Polanski fa della borghesia medio alta e’ impietoso e ne mette alla berlina tutti i difetti grazie a un quartetto di attori in stato di grazia e utilizzando due generi cinematografici classici, la claustrofobia del kammerspiel in cui il regista e’ indubbio maestro e i toni grotteschi e graffianti della screwball comedy: quant’e perfida ed emblematica la scena in cui il personaggio di Kate Winslet, dopo aver vomitato nel salotto dei Longstreet si pulisce le mani con l’igenizzante immediatamente dopo essere uscita dal loro bagno in cui e’ andata a pulirsi?

L’alba del pianeta delle scimmie

Un gruppo di scimpanze’, che vive allo stato brado nella foresta, viene catturato per essere portato in un laboratorio a San Francisco dove verra’ utilizzato per sperimentare nuovi farmaci contro l’alzheimer. Una femmina risponde in maniera eccezionale alla cura ma il giorno della presentazione del prodotto agli azionisti, l’animale diventa particolarmente aggressivo. Solo dopo l’eliminizione del gruppo si scoprira’ che la rabbia della scimmia non era una conseguenza del farmaco ma nasceva dall’istinto di protezione verso il suo piccolo nato all’insaputa dei veterinari che la controllavano. Will Rodman, lo scienziato che portava avanti la ricerca, si ritrova ad occuparsi del piccolo scimpanze’ che fara’ la gioia del vecchio padre malato di alzheimer e si accorge ben presto che il cucciolo ha assorbito per via fetale i medicinali somministrati alla madre sviluppando in maniera esponenziale il proprio quoziente intellettivo. Dopo alcuni anni Cesare, per difendere l’amato padrone, aggredisce il vicino di casa e finisce in un centro di accoglienza per primati, qui lo scimpanze’, che in virtu’ della sua intelligenza si poneva gia’ delle domande sulla propria natura, si vede costretto a scegliere tra il legame con gli uomini o l’appartenenza alla propria specie..


Lalbadelpianetadellescimmie

Pur essendo un buon film di genere dagli ineccepibili effetti speciali, L’alba del pianeta delle scimmie ha il sapore dell’occasione mancata perche’ la storia e’ estremamente originale ed interessante e se tutte le parti fossero state sviluppate con la medesima attenzione ci saremmo trovati davanti ad un capolavoro, o quasi. Se la presa di coscienza di se’ da parte di Cesare e’ seguita con cura, altrettanto non si puo’ dire del personaggio di Will, lo scienziato che suo malgrado si trova a fare da padre a Cesare. Non vengono analizzati i conflitti del legame con una creatura a cui lo lega un rapporto da una parte affettivo per la convivenza e dall’altra di sfruttamento visto che appartiene alla razza che viviseziona giornalmente per i suoi esperimenti; ne’ il fidanzamento con la bella veterinaria dello zoo introduce un dibattito sul diverso modo con cui rapportarsi agli animali. Attenzione, non voglio dire che questo film dovesse essere l’occasione per riflettere sulla cattivita’ e sulla vivisezione, ma piuttosto rileggere stilemi tipici dei film di mostri della Warner anni ‘30 perche’ e’ indubbio che il legame conflittuale tra Cesare il suo creatore faccia pensare al mito di Frankentein. Di certo la figura di Will Rodman avrebbe meritato maggiore cesellatura visto che la trama si evolve anche grazie a un potenziamento del farmaco che causera’ un contagio mortale tra gli esseri umani, tema rimasto un po’ in sordina ma che avra’ certamente spazio nel probabilissimo secondo capitolo, visti gli ottimi incassi. L’unico modello a cui sembra rifarsi il regista e’ The elephant man nella presa di coscienza della propria umanita’ da parte del “mostro” e la visita notturna del guardiano con l’amico e le due ragazze da broccolare cita espressamente una scena del capolavoro lynchiano, come anche il NO urlato da Cesare: l’autodeterminazione passa sempre attraverso la ribellione, quantomeno vocale.
Il regista, Rupert Wyatt, sta molto attento a non cadere nel citazionismo del cinema legato alle scimmie o forse lo fa in una maniera estremamente sofisticata: quando Buck, il gorilla luogotenente di Cesare si lancia sull’elicottero per salvare il suo capo e’ impossibile non pensare a una rivincita metacinematografica di King Kong e tutte le volte che le scimmie maneggiano un oggetto “tecnologico” in particolare il taser del guardiano bastardo, desideri fortemente che lo lancino in alto in omaggio a 2001, Odissea nello spazio: la citazione non piu’ espressa ma solo evocata.

Drive

Drive Stuntman di giorno e autista per bande di rapinatori di notte, potrebbe sistemare la propria vita sfruttando l’innegabile talento al volante in regolari corse automobilistiche ma l’amore e il destino si mettono di traverso..

Ottimo noir metropolitano che coniuga atmosfere rarefatte a improvvisi scoppi di violenza (mai troppo splatter comunque) con un disperato romanticismo di fondo ben supportato da Carey Mulligan, gli occhioni piu’ liquidi del cinema contemporaneo.
Ryan Gosling, il protagonista maschile e’ perfetto per questo ruolo di straniero solitario e senza nome piovuto in una tentacolare e crudele Los Angeles non si sa da dove.
Molto si e’ detto dello stile del regista Nicolas Winding Refn, che fonde atmosfere europee a stilemi americani, si puo’ forse approfondire le definizioni chiarendo che il gusto europeo e’ di matrice profondamente nordica: i silenzi e i colori mi hanno ricordato i finlandesi Kaurismaki, mentre dalla Svezia arrivava Lasciami entrare altra pellicola notturna rarefatta in cui la violenza esplodeva improvvisa di cui in questi giorni e’ nelle sale il remake americano, Blood Story.
Per quanto riguarda il lato americano della vicenda, lasciando in sospeso i debiti con Driver l’imprendibile di Walter Hill di cui Refn dice di non esser stato a conoscenza fino all’inizio delle riprese, di certo possiamo trovare una stilizzazione di modelli che risalgono al genere americano per eccellenza, il western di cui ritroviamo i topoi piu’ simbolici: il cavaliere solitario e senza nome, la rapina, il sacrificio in nome di un valore piu’ alto che porta all’eroismo (significativa in questo senso l’ultima canzone della bellissima colonna sonora di Drive, A real hero)
Di certo lo strabismo di Refn che guarda al cinema americano e allo stile europeo, trova un suo equilibrio personale che si esprime al meglio nell’uso delle luci, con interni dai forti chiaroscuri illuminati spesso da luci laterali rappresentata magistralmente nel gioco di luci dentro l’ascensore prima del bacio e della rissa a cui ancora una volta si oppone la lotta finale con Berny girata in uno spazio aperto e raccontata attraverso i movimenti e le deformazioni delle ombre dei due antagonisti riflesse sull’asfalto.

Io sono Li

Shun Li e’ una giovane donna cinese che lavora duramente per far arrivare in Italia anche il suo bambino. Da una camiceria di Roma viene mandata a lavorare in un bar di Chioggia. Qui la donna fa amicizia con Bepi, un pescatore slavo da trent’anni in Italia. Il legame tra i due suscita i pettegolezzi del paese e la disapprovazione della comunita’ cinese che costringe Li ad interrompere il rapporto e la trasferisce altrove..


Iosonoli

Con pacata tenerezza lo sguardo antropologico di Andrea Segre indaga oltre che la comunita’ cinese in Italia, anche la comunita’ di pescatori di Chioggia, dove il lavoro e’ altrettanto duro e solitario. Al regista non interessa dare giudizi piu’ o meno moralistici su situazioni che intuiamo al limite della schiavitu’ e dello sfruttamento ma preferisce porre l’attenzione sulla solitudine di due vite raminghe che si incrociano per un momento. Nessuna recriminazione su cio’ che poteva essere tra Li e Bepi ma la malinconica accettazione dell’ineluttabilita’ di un destino che sembra essere proprio della storia dell’umanita’ piu’ che appartenere alla realta’ contingente di quest’ondata migratoria in Occidente, non per nulla a consolare Shun Li ci sono i versi di un antico poeta cinese a cui e’ dedicata una festa delle luci.
La malinconica dolcezza della storia trova corrispondenza nell’altrettanto malinconica bellezza della scenografia: le nebbie sulla laguna squarciate da improvvisi raggi di sole, l’acqua alta mostrata nel suo fascino inconsueto e contemporaneamente nella fatica che richiede a chi la vive quotidianamente.
E’ piuttosto inusuale che un film italiano, soprattutto d’esordio, riesca a raccontare una vicenda corale, di solito si preferisce lavorare su realta’ molto piccole, Segre, che arriva dal documentario, riesce a portare alla nostra attenzione, sempre con la delicatezza del non detto, diverse figure sia cinesi che italiane, supportato in questo versante da un cast di tutto rispetto in cui si segnala l’ennesima trasformazione di Battiston, nei panni di Davis, uno sfaccendato invischiato in faccende poco chiare e si ricorda la bella faccia da cinema di Marco Paolini, coproduttore della pellicola.

This is England

Inghilterra 1983. Il dodicenne Shaun, orfano di padre, caduto nelle Falkland e’ lo zimbello della scuola; quasi per caso diventa il begnamino di una banda di skinhead piu’ grandi di lui e la serenita’ sembra ritornare nella sua vita, almeno fino a quando non esce dalla prigione Combo, un componente della banda che chiede al gruppo di fare una scelta politica di stampo nazionalista spaccando di fatto la compagnia..




Thisisengland


Il lavoro piu’ celebre di Shane Meadows arriva nelle sale italiane con cinque anni di ritardo (il film e’ del 2006) e dopo che l’autore nel 2010 ha tratto un sequel in quatto episodi, This is England ‘86.
Ritardo o no resta la forza dirompente dello spaccato di un fenomeno sociale, quello delle gang giovanili seguito con l’interesse di un entomologo nel momento in cui gli skinhead si trasformano da fenomeno di aggregazione giovanile legato alla musica ska, a polo di attrazione per nazionalisti razzisti e xenofobi. Meadows ci descrive la vestizione, gli equilibri psicologici per cui gli elementi piu’ deboli finiscono sempre per gravitare nelle orbite dei personaggi piu’ spavaldi e spesso pericolosi, come il sociopatico Combo, interpretato da un impressionante Stephen Graham che forse molti hanno presente come Al Capone in Boardwalk Empire e lasciatemi dire che il boss italoamericano e’ una mammoletta rispetto all’energetico psicotico Combo le cui terribili esplosioni di rabbia sono dettate da futili motivi.
Interessante la scena della riunione del partito nazionalista, che per toni e concetti ricorda i comizi del fenomeno leghista italiano che nasceva negli stessi anni.
Il film e’ aperto e concluso da immagini di repertorio che sintetizzano l’inghilterra dei primi anni ‘80, dominati dalla Lady di Ferro Margaret Tatcher. Tra le icone di quegli anni, il matrimonio di Carlo e Lady D, un giovanissimo Simon Le Bon, si inseriscono crudi frammenti dei reportage sulla guerra lampo nelle Falkland. Finale forse un po’ troppo conciliante, anche se amaro, con Shaun che abbandona gli estremismi sulle immagini del ritorno glorioso degli eroi delle Falkland

Super 8

Super8 1979, in una cittadina dell’Ohio, Lillian, un gruppo di ragazzini gira un filmino sugli zombi da mandare a un festival. Durante una ripresa notturna assistono al deragliamento di un treno causato dal loro professore di scienze. Da quel momento la cittadina viene sconvolta da fatti misteriosi mentre l’esercito ne prende il controllo senza dare spiegazioni. La stampa del girato di quella notte rivelera’ quello a cui i militari stanno dando la caccia..

La frase piu’ ripetuta dai commentatori durante le celebrazioni del decennale dell’11 settembre era che gli Stati Uniti dovevano girare pagina, che in questo decennio si erano vendicati ma non era iniziato un vero processo di elaborazione del lutto. Beh se il cinema e’ il mezzo principale con cui l’America racconta il proprio mito e fa i conti con la propria coscienza, Super 8 e’ (e sara’) un tassello fondamentale per questa nuova pagina da scrivere sull’11 settembre. Lo capiamo gia’ dalla sequenza d’apertura dove l’acciaieria attorno a cui si e’ sviluppata la cittadina di Lillian deve riaggiornare il cartello con cui orgogliosamente segna da quanti giorni non succede un incidente in fabbrica ripartendo da 1: non c’e’ bisogno di narrare la disgrazia, il film comincia dal giorno dopo, dal funerale della madre del piccolo protagonista, Joe Lamb.
La scena anticipa anche uno stile piuttosto classico, che sembra uscito dalle riviste di sceneggiatura lette dall’aspirante regista Charley, che domina buona parte del film in cui la suspense e’ data dalla negazione della visione (la famosa enfasi per celazione): lo spettatore si appassionera’ cosi’ alle vicende che legano le famiglie di Joe e Alice, mentre l’alieno comparira’ in tutto il suo orrore solo nel finale dopo che il terribile omicidio del ragazzo della pompa di benzina viene nascosto dal dolly che salendo, porra’ l’insegna rotante del distributore a coprire la vetrina dietro cui si compie lo smembramento.
Non hanno bisogno di commenti la scena del deragliamento del treno, una delle piu’ efficaci scene d’azione di tutti i tempi, girata in maniera perfettamente fluida, senza gli “squadrettamenti” o le accelerazioni che di solito inficiano una scena d’azione ed e’ adorabile anche il filmino girato dalla banda di ragazzini, mandato sui titoli di coda che vi impedira’ di leggere qualsiasi informazione stia scorrendo a lato.
Tornando al film, non manca un gusto cinefilo che rilegge tutta la fantascienza a partire dagli anni ‘50: la paura dei russi, gli incidenti e le autopsie alla Roswell, le abitudini alimentari dell’alieno che conserva le sue vittime in baccelli alla Body Snatchers e ovviamente l’omaggio principale e’ al cinema di Steven Spielberg. Credo di aver visto quasi tutti i film, per lo meno quelli di fantascienza del regista, ma solo in questa rilettura mi sono accorta in pieno del potere anarchico e rivoluzionario dello sguardo innocente e curioso di un ragazzino.
Il finale di Super 8 e’ davvero un capolavoro di suggestione e commozione a partire dallo sguardo dello alieno avvilito e spaventato che fissando negli occhi Joe ritrova un barlume della tenerezza degli occhioni di E.T. e poi c’e’ il coraggio di lasciare andare il medaglione che racchiude il ritratto della madre, ultimo tassello perche’ l’astronave riparta e tutto possa tornare alla normalita’. Tra lo sguardo in quegli occhi alieni e la mano che si apre per lasciare andare il ricordo di chi non c’e’ piu’ e’ racchiuso tutto il dramma di una generazione, la mia generazione, formatasi nella tenerezza di un incontro alieno e sconfitta da uno scontro di civilta’.

L’ultimo terrestre

Lultimoterrestre-jpg La vita solitaria di Luca Bertacci, cameriere al Bingo, tra le solite angherie dei colleghi, le difficolta’ amorose e l’eccezionalita’ dell’annuncio dell’imminente sbarco degli extraterrestri.

La fantascienza, si sa, e’ il genere cinematografico piu’ filosofico , una lente che allontana i problemi contingenti per darne una visione d’insieme. Gianni Pacinotti, passa dal fumetto (dov’era noto con il nome di Gipi) al lungometraggio portando sul grande schermo la graphic novel di Giacomo Monti, Nessuno mi farà del male e attraverso l’attesa (non molto sentita, in verita’) e il contatto con i marziani mette alla berlina l’alienazione e gli orrori del mondo contemporaneo italiano. Le brutture architettoniche, l’ostentazione del richiamo sessuale, i furbi che sfruttano l’attrazione e le paure suscitate dall’imminente sbarco alieno incorniciano delle vicende personali ancora piu’ sordide, dove l’ossessione per il sesso e’ sempre al centro delle fantasie, dal cameriere che filma le tette e le cosce delle avventrici del bingo, agli amorazzi della vicina di Luca, da cui il ragazzo e’ attratto. Il protagonista, magistralmente interpretato da Gabriele Spinelli, e’ uno sfigato da manuale, senza amici e senza una vita amorosa, bloccato dall’abbandono della madre che se n’e’ andata lasciandolo con il padre quando lui era ancora bambino. La scoperta della verita’ sull’abbandono materno gli permettera’ di ricominciare a vivere, rimanendo l’ultimo terrestre, mentre tutti gli altri hanno bisogno dell’incontro con gli alieni che sara’ speculare alla loro esperienza di vita, un contrappasso extraterrestre, non sempre apprezzato: se per Luca e suo padre e’ necessaria l’eccezionalita’ della presenza femminile marziana per ricominciare ad apprezzare le gioie’ piu’ semplici e banali della vita famigliare, queste non saranno sufficienti a distogliere il padre dal vizio dell’alcol.
La bruttura estetica e morale si riflette anche nei comportamenti: qualsiasi cosa, anche la piu’ orrenda viene sempre minimizzata e giustificata: “..ma cosa vuoi che sia.. e’ successo’ trent’anni fa.. era solo un trans..” e questa acquiescenza, l’accettazione totale mi pare il malessere piu’ grave del nostro Paese.
All’interesse dello script si aggiunge la bravura degli attori, caratteristi le cui facce non sono mai state sfruttate cosi’ bene, e poi e’ notevole il gusto per l’immagine del regista, il cui taglio e’ cosi’ poco italiano e soprattutto per nulla televisivo.

Cose dell’altro mondo

Cosedell’AltroMondo Piu’ che la riflessione sul tema dell’immigrazione, a portarmi in sala a vedere Cose dell’altro mondo e’ stata la curiosita’ di capire come si sarebbe risolto l’intreccio narrativo, dato un incipit cosi prorompente come quello dell’improvvisa sparizione di tutti gli extracomunitari dal suolo italico. Il punto di partenza cosi’ tosto mi ha ricordato quella lezione di Hitchcok riportata nel libro intervista di Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, dove il grande maestro del thriller raccontava di un inizio di trama troppo avvincente (se non erro una nave che ritorna vuota o con tutto l’equipaggio morto) per mantenere il tasso di interesse dello spettatore cosi’ alto per tutta la durata della pellicola e soprattutto per trovare una chiusa degna dell’exploit iniziale. Ovviamente aveva ragione il grande Hitch e il film di Patierno finisce ben presto per avvitarsi su se’ stesso, proponendo qua e la’ alcune situazioni divertenti ma non sapendo poi trovare un finale (siamo ben oltre il finale aperto per cui personalmente sto sviluppando un’idiosincrasia).
L’incoerenza regna sovrana: la scomparsa degli immigrati comporta la salita vertiginosa dei prezzi e si ricorre a delle simil tessere annonarie, la benzina manca ma i protagonisti non risentono di questi problemi, quello del carburante in particolare. Marta, la moglie di Golfetto, si ritrova a gestire la casa e passa le ore a stirare ma lo fa con improbabili tacchi dodici e una messa in piega impeccabile, sarebbe stato logico assistere a una sciatteria progressiva nella sua trasformazione da siora a casalinga disperata.
L’antica tradizione di bruciare la vecia, ultima risorsa per far tornare gli immigrati, mi sarebbe piaciuta leggerla positivamente come una riscoperta delle proprie origini perche’ personalmente credo che chi sia sicuro delle proprie radici non abbia paura di confrontarsi con il diverso, invece il rogo diventa l’emblema di una nazione provinciale e d arretrata.
Anche il tono della pellicola mi e’ parso un po’ sfilacciato: una vena di surrealta’ piu’ spinta avrebbe di certo giovato ad imbrigliare un soggetto cosi’ traballante.

Terraferma

Terraferma Giulietta, vedova di un pescatore e madre del ventenne Filippo, sogna di lasciare il lembo di terra a sud della Sicilia e rifarsi una vita altrove. Sfrutta l’estate imminente per affittare la casa ai turisti e racimolare il denaro sufficiente per andarsene. Ma una notte il suocero e il figlio tornano da una battuta di pesca con un carico di clandestini e Giulietta si trova costretta, altrettanto clandestinamente per non incorrere nelle sanzioni della legge contro l’immigrazione, ad aiutare la profuga Sara a partorire..

Peccato per il solito finale aperto: lo stesso Crialese fa riferimento agli stilemi della fiaba per questa sua ultima opera e allora che si sarebbe stato di male se il piano di fuga di Ernesto Giulietta e Filippo fosse andato in porto? Certo si sarebbe persa l’evocativa scena finale della barca ripresa dall’alto in mezzo ai marosi ma forse avrebbe avuto piu’ concretezza lo scontro generazionale in cui Filippo si trova implicato.
Il bello di Terraferma e’ proprio la transizione, in cui tutti i personaggi sono coinvolti: il giovane Filippo indeciso tra il rigore della tradizione marittima del nonno Ernesto che risponde alle leggi del mare, piu’ antiche e sacre della disgustosa Bossi-Fini e il modello neo imprenditoriale dello zio che fa di tutto per essere trendy e accontentare i turisti. Giulietta e Sara sono poi due donne spinte dallo stesso desiderio di fuga in cerca di una vita migliore e il volto ferino di Sara che emerge nel buio trascende la tragedia degli immigrati africani per diventare simbolo di tutte le paure e le disgrazie che l’avventura verso un nuovo mondo puo’ comportare.
C’e’ un continuo scambio di ruoli e di luoghi: la terra ferma del titolo pare essere l’isola non meglio identificata in cui si svolge il film, crocevia di turisti ed immigrati, ma da una battuta finale si capisce che la terra ferma, l’approdo sicuro, la salvezza e’ sempre altrove e il viaggio per raggiungerla e’ sempre lungo e periglioso.
Nonostante qualche pecca di sceneggiatura, Terraferma conferma il talento visivo di Crialese, il suo amore per il mare, elemento primordiale e liberatorio anche se nel film ce lo mostra insozzato da mucchi di plastica, le coste scabre e nere di una terra inospitale che sempre spinge al viaggio.

Premio speciale della Giuria alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia.

L’altra verita’

Fergus e Frankie sono amici fin dall’infanzia, insieme hanno intrapreso la carriera militare poi Fergus convince l’amico ad entrare nei contractors dove il denaro scorre a fiumi. Sara’ pero’ lui ad abbandonare per primo l’Iraq disgustato dallo squallido mondo paramilitare mentre Frankie rimane e trova la morte sulla Route Irish, la strada piu’ pericolosa del mondo che unisce Bagdad al suo aeroporto. Fergus non crede alle spiegazioni sulla dinamica dell’incidente mortale occorso all’amico anche perche’ poco prima di morire Frankie gli ha fatto una strana telefonata. Il legame d’amicizia, il senso di colpa e l’amore per la vedova di Frankie, Rachel, portano Fergus ad intraprendere delle indagini personali sulla morte dell’amico..


Laltraverità

Con L’altra verita’ possiamo concludere una trilogia ideale sull’uso dei mezzi alternativi di registrazione visiva nell’ambito delle guerre contro al-Qaeda, dove il materiale registrato dalla telecamera di un cellulare diventa il motore della vicenda. I tre film sono Nella valle di Elah, classico e robusto melodramma militare, Redacted, saggio sulla visione di De Palma e quest’ultima fatica di Ken Loach in cui il maestro inglese come sempre propone una lettura politica degli eventi. In un noir disperato Loach ci apre gli occhi su una realta’ incredibilmente ancora piu’ orribile della guerra, il limbo post bellico dove un manipolo di paramilitari spadroneggia con il compito di fare sicurezza per i grossi investitori che devono siglare proficui contratti per la ricostruzione. Il paragone e’ con le bande del selvaggio West, l’impatto sulla popolazione e’ deleterio e Fergus dice chiaramente che se prima di una perquisizione una famiglia irachena non parteggiava per al-Qaeda, dopo quel sopruso in casa loro non gli resta che correre tra le braccia dei terroristi. C’e’ anche un risvolto squallido verso i clienti, che pagano fior di quattrini per la protezione e poi vengono fatti viaggiare su mezzi di fortuna perche’ l’iunico scopo delle agenzie e’ il puro lucro personale.
Disgustato da questo mondo Fergus cerca di rifarsi una vita nella sua citta’, Liverpool, aiutando i reduci di guerra ma la morte di Frankie lo costringeva’ a confrontarsi con un passato mai addomesticato che lo rendera’ vittima dei raggiri dei dirigenti dell’agenzia di cui si accogera’ troppo tardi.
Noir sporco e virulento dove solo l’acqua del fiume Mersey potra’ portare la pace ad un vendicatore solitario ed efferato, ben lontano dal modello action movie americano, ma Ken Loach ha tutti gli strumenti per darci un ritratto del tutto diverso di un personaggio che in altre mani poteva ridursi a un bidimensionale cliche’ cinematografico.