Noi e la Giulia

NoiELaGiulia Tre quarantenni in fuga dalle loro vite fallimentari, Diego, Fausto e Claudio, si ritrovano senza conoscersi, a visitare un casale col medesimo sogno di trasformarlo in agriturismo. Finiranno per mettersi in società e a loro si uniranno Sergio comunista indefesso a cui Fausto deve dei soldi ed Elisa, ex impiegata di Claudio che una serie di delusioni ha trasformato in una sciroccata per giunta incinta.
Per quanto improbabili i neo imprenditori sono pieni di buona volontà ma ben presto si presentano i camorristi a chiedere il pizzo..

Una commedia divertente e surreale, perfetta soprattutto nella prima parte con la delineazione precisa dei tre protagonisti: Claudio obeso e depresso, Diego pavido e senza slanci, Fausto coatto e razzista. L’incontro scontro tra tre (più due) personalità così diverse è l’occasione di battute fulminanti e spassossime. Lo sviluppo della trama regge pur essendo del tutto improbabile e il film raggiunge momenti di poesia surreale con la musica che viene da sottoterra.
Eccessivo è il pistolotto che giustifica il bisogno di un “piano b” di un’intera generazione (spero che non passi alla storia come il monologo di Accorsi in Radiofreccia!). L’ho trovato del tutto superfluo perché il messaggio emerge benissimo dalla trama e non viene soffocato dai risvolti surreali dello script.
Noi e la Giulia è una commedia di gioioso ottimismo, un invito a una popolazione profondamente delusa a riprendersi la propria vita prima ancora che i propri diritti e a darsi da fare più per sé stessi che per la necessaria ripresa economica.
Più che gli squinternati protagonisti, tutti adorabili, mi è rimasta molto impressa la figura di Abu, il ghanese che fin da subito aiuta silenziosamente i nuovi proprietari del casale: non è solo una figura che contestualizza questo preciso momento storico di forte immigrazione dal sud del mondo ma è quasi un totem, un esempio di vita: sempre in prima fila a lottare per quel che è giusto (la prima picconata per liberare l’auto mentre gli altri stanno ancora discutendo è la sua). Abu però non è una figura fantastica ma realistica, visto che spesso nel Sud sono proprio gli immigrati di colore i meno disponibili a scendere a compromessi col sistema mafioso.

Terraferma

Terraferma Giulietta, vedova di un pescatore e madre del ventenne Filippo, sogna di lasciare il lembo di terra a sud della Sicilia e rifarsi una vita altrove. Sfrutta l’estate imminente per affittare la casa ai turisti e racimolare il denaro sufficiente per andarsene. Ma una notte il suocero e il figlio tornano da una battuta di pesca con un carico di clandestini e Giulietta si trova costretta, altrettanto clandestinamente per non incorrere nelle sanzioni della legge contro l’immigrazione, ad aiutare la profuga Sara a partorire..

Peccato per il solito finale aperto: lo stesso Crialese fa riferimento agli stilemi della fiaba per questa sua ultima opera e allora che si sarebbe stato di male se il piano di fuga di Ernesto Giulietta e Filippo fosse andato in porto? Certo si sarebbe persa l’evocativa scena finale della barca ripresa dall’alto in mezzo ai marosi ma forse avrebbe avuto piu’ concretezza lo scontro generazionale in cui Filippo si trova implicato.
Il bello di Terraferma e’ proprio la transizione, in cui tutti i personaggi sono coinvolti: il giovane Filippo indeciso tra il rigore della tradizione marittima del nonno Ernesto che risponde alle leggi del mare, piu’ antiche e sacre della disgustosa Bossi-Fini e il modello neo imprenditoriale dello zio che fa di tutto per essere trendy e accontentare i turisti. Giulietta e Sara sono poi due donne spinte dallo stesso desiderio di fuga in cerca di una vita migliore e il volto ferino di Sara che emerge nel buio trascende la tragedia degli immigrati africani per diventare simbolo di tutte le paure e le disgrazie che l’avventura verso un nuovo mondo puo’ comportare.
C’e’ un continuo scambio di ruoli e di luoghi: la terra ferma del titolo pare essere l’isola non meglio identificata in cui si svolge il film, crocevia di turisti ed immigrati, ma da una battuta finale si capisce che la terra ferma, l’approdo sicuro, la salvezza e’ sempre altrove e il viaggio per raggiungerla e’ sempre lungo e periglioso.
Nonostante qualche pecca di sceneggiatura, Terraferma conferma il talento visivo di Crialese, il suo amore per il mare, elemento primordiale e liberatorio anche se nel film ce lo mostra insozzato da mucchi di plastica, le coste scabre e nere di una terra inospitale che sempre spinge al viaggio.

Premio speciale della Giuria alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia.

Come l’ombra

Claudia e’ una trentenne single che vive a Milano e lavora in un agenzia viaggi, anche per questo motivo studia russo, e si innamora di Boris, uno dei suoi insegnanti. Boris e’ un tipo sicuramente affascinante, ma anche sfuggente; a ridosso delle ferie estive Boris chiede a Claudia se puo’ ospitare una sua cugina che arriva da Kiev, Olga, mentre lui e’ fuori per lavoro.
Claudia accetta con alcune riserve ma ben presto la convivenza con Olga si trasforma in amicizia e quando la ragazza scompare..


Comelombra

Presentata alle Giornate degli Autori di Venezia 2006 , una pellicola firmata dalla regista Marina Spada, molto interessante per come racconta il tema quanto mai attuale dell’immigrazione senza scadere nei soliti cliche’ ma portando sullo schermo semplicemente delle persone.
Un film con un finale aperto che una volta tanto nel cinema italiano e’ soddisfacente: la storia non si chiude non per la mancanza di coraggio di portarla a termine, ma perche’ il rapporto tra Claudia e Olga e’ quasi uno schizzo, ed e’ giusto uscire dalla sala chiedendosi chi e’ veramente Boris, qual’era la natura del suo legame con Olga e quale sara’ il futuro di Claudia, che in ogni caso interessandosi alle sorti di Olga riesce a superare la sua apatia e a prendere in mano la sua vita.
Colpisce molto il modo in cui viene messa in scena la vicenda, con lunghi silenzi, Claudia viene ripresa il piu’ delle volte dietro a un vetro, della vetrina del negozio, della finestra del suo appartamento o dietro il finestrini dell’autobus, la sensazione e’ quella di una quotidianita’ che scorre senza emozioni e con scarsi contatti fisici, sottolineata anche dal mostrare sempre la protagonista sulla soglia, di casa e del negozio mentre si chiude la porta o la serranda alle spalle.
A fare da cornice a questa esistenza una Milano pulsante di vita propria che ricorda la Los Angeles di Collateral, ma con una maggior connotazione negativa: nel film di Mann la metropoli aveva una sua maestosita’, in questa pellicola la citta’ sembra piu’ un escrescenza tumorale che divora spazi e vita.

La giusta distanza

Lagiustadistanza La vita in un paesino sul delta del Po vista dagli occhi di un ragazzo poco piu’ che adolescente, Giovanni; quando arriva una nuova maestra, giovane e carina, l’ aspirante giornalista, assiste allo scompiglio che la ragazza, suo malgrado, porta tra gli uomini del paese e che culminera’ con il suo omicidio.

Sembra che il giallo sia la nuova chiave per leggere la provincia italiana, anche se il film di Mazzacurati starebbe in piedi lo stesso senza questo risvolto tanto e’ puntuale la sua descrizione della vita di provincia, di cui descrive con cura la galleria dei personaggi, interpretati ottimamente dagli attori.
Apparentemente la provincia di Mazzacurati vive in quieta integrazione con gli immigrati: il tunisino e’ proprietario dell’officina, la cinese sta al bar, il ricco sborone del paese si e’ scelto una moglie russa via catalogo che ora fa la bella vita; ma gia’ nella storia d’amore tra la maestra e il meccanico tunisino si vedono le crepe di questa apparenza: lui si innamora mentre per lei la storia e’ solo una parentesi esotica in attesa di partire per il Brasile dove l’aspetta un’attivita’ di cooperazione culturale. Intento nobilissimo, certo, ma e’ interessante come Mara trovi, superficialmente, delle analogie tra la sua scelta di viaggiare e l’emigrazione forzata di Hassan.
Quello scarto nel giallo,che arriva effettivamente troppo tardi nell’economia filmica serve solo a svelare definitivamente la precarieta’ di questa presunta integrazione: l’assassino non puo’ essere stato che Hassan, poco importa se le prove della sua colpevolezza sono facilmente smontabili, non interessa a nessuno farlo perche’ rientra nell’ottica del pregiudizio che accontenta tutti: il titolo del film che allude alla giusta distanza che il giornalista deve avere nei confronti di notizie che lo tocchino da vicino diventa quindi metafora di un modo di vivere in cui tutto va tenuto alla giusta distanza, collocato in categorie prestabilite.

Saimir

Saimir, e’ un adolescente albanese immigrato
sul litorale laziale e per vivere aiuta il padre nel trasporto di altri
immigrati clandestini. Le sue speranze di una vita normale si
infrangono quando il padre si presta per trasportare una giovanissima
immigrata russa al luogo dove verra’ avviata alla prostituzione.

Saimir
Si fa largo nella programmazione selvaggia di questa estate
cinematografica un piccolo gioiello, premiato all’ultimo festival di
Venezia come miglior opera prima.

La sospensione di giudizio sui vari personaggi che Saimir incontra
sulla sua strada permette di illustrare chiaramente l’impasse
sociopolitica che vive l’Italia sul tema dell’immigrazione, realta’
terribile che regolarmente fingiamo di non vedere.

Toccante la scena in cui il bambino di Pristina, destinato con la
sua famiglia ad essere sfruttato da imprenditori agricoli senza
scrupoli, chiede come sia l’Italia, con gli occhi luccicanti di
speranza; l’espressione chiusa e silente di Saimir gli fara’ capire che
per lui non cambiera’ nulla: la disperazione l’ha seguito fin qui.

Saimir sogna l’integrazione e cerca di stringere una relazione con
Michela, una coetanea italiana ma l’amore finisce presto per
l’impossibilita’ di comprensione tra due mondi cosi’ lontani: lui si
unisce ad una banda di ragazzi zingari che ruba nelle ville per poter
racimolare i soldi per regalarle una collana costosissima e
manifestarle cosi’ i suoi sentimenti, ma a Michela hanno insegnato
(giustamente) che rubare e’ sbagliato e non puo’ capire che per
qualcuno significhi la sopravvivenza.

Il furto nella villa e’ uno dei momenti piu’ belli del film, con i
ragazzi che arraffano tutto quello che trovano al dila’ del valore e la
loro ingenuita’ e’ testimoniata dallo stupore di trovarsi in un luogo
cosi’ bello, quasi irreale per loro, ma all’euforia che culmina nel
liberatorio tuffo in piscina si contrappone la spartizione del bottino
nelle squallide roulotte degli zingari; il furto rendera’ 200 euri, 40
a testa per ogni componente della banda.

Alle varie avventure di Saimir fa da contrappunto il rapporto
conflittuale con il padre, Edmond, che rappresenta tutta la sua
famiglia (della madre resta solo una foto): per l’adulto il compromesso
e’ l’unica via per la sopravvivenza mentre il ragazzo nutre ancora il
desiderio di una vita normale, quando Edmond si presta, malvolentieri,
al trasporto della minorenne russa convinta di andare a Milano e invece
diretta ad una squallida casa dove verra’ stuprata, la rabbia di Saimir
esplode ed anche il finale aperto lascia poco spazio alla speranza.

il sito del film