I quattro cavalieri dell’Apocalisse

USA 1921
con Rodolfo Valentino, Alice Terry, Pomeroy Cannon, Josef Swickard, Brinsley Shaw, Alan Hale, Bridgetta Clark, Mabel Van Buren, Nigel De Brulier
regia di Rex Ingram



I 4 cavalieri dell'apocalisse


Madariaga, il più ricco latifondista argentino, ha una predilezione per il nipote Julio Desnoyres mentre non sopporta i rigidi nipoti di origine prussiana; alla sua morte le due figlie si spartiscono l’eredità e tornano a vivere in Europa nei paesi dei rispettivi mariti: i von Hartrott si trasferiscono in Germania e i Desnoyers in Francia. Qui Julio e i suoi parenti conducono una vita sopra le righe, il padre Marcelo investe quasi tutti i beni in opere d’arte che conserva in un castello sulla Marna, il figlio studia arte e si mantiene frequentando il Tango Palace dov’è il re incontrastato del ballo. Julio s’innamora di Marguerite Laurier, la giovane moglie di un amico del padre che li sorprende. I Laurier divorziano mentre incalza la Prima Guerra Mondiale, Julio non ha l’obbligo di arruolarsi perché straniero mentre Margherite diventa crocerossina e scoperto che il marito è diventato cieco in battaglia, decide di tornare da lui. Julio allora parte volontario facendo la gioia del padre il cui castello è stato depredato e distrutto dai tedeschi. Julio morirà in missione trovandosi davanti il cugino tedesco, dilaniati dalla stessa cannonata.



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Il film che regala la notorietà a Rodolfo Valentino, grazie alla sensualità dei suoi balli e il magnetismo del divo è innegabile già solo per essere credibile nell’improbabile abbigliamento da gaucho con cui appare nella scena iniziale.
I quattro cavalieri dell’Apocalisse è tratto dall’omonimo romanzo di Vicente Blasco Ibáñez sceneggiato da June Mathis a cui va anche il merito di aver scelto Valentino per il ruolo principale.



Thefourhorsemen of apocalypse


Il film parte come in dramma sentimentale poi, con lo scoppiare della guerra s’innesta una vena surreale con le profezie dell’esule russo Tchernoff: i quattro cavalieri dell’Apocalisse vengono rappresentati in maniera sempre più terribile, Conquista e Guerra sono due cavalieri medievaleggianti ma Carestia ha già un aspetto orripilante che introduce al definitivo teschio di Morte.
La Bestia che li scatena è un mostro metallico ispirato al Moloch di Cabiria.
Il film fu un’opera costosa ed imponente che ebbe un grande successo al botteghino grazie alla varietà di scenografie: l’Argentina, Parigi, il castello e il borgo sulla Marna, le scene in trincea.
Ci sono tocchi comici anche nei momenti più drammatici: i beni di una contadina che sta lasciando la casa cadono dalla finestra, sulla testa di un uomo in fuga.



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Interessante l’uso degli animali metaforico di alcune situazioni: il litigio tra Chichi, la sorella di Julio e il fidanzato viene seguito da una baruffa tra un gatto e un cane, animali infiocchettati e da salotto, a significare la piccolezza della baruffa tra i due esponenti del bel mondo. Julio ha invece una scimmietta ammaestrata che la madre gli spedisce anche al fronte mentre quando Margherite sta per lasciare nuovamente il marito e tornare da Julio c’è un criceto che gira nella ruota. La decisione di lasciare per sempre Laurier è bloccata dall’apparizione di Julio, appena morto in guerra: il sentimentalismo e la retorica dell’intervento americano, non tolgono potenza a un film magmatico che riesca ancora ad appassionare lo spettatore.

Ladyhawke

USA 1985
con Matthew Broderick, Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer, Leo McKern, John Wood, Ken Hutchison, Alfred Molina, Giancarlo Prete, Loris Loddi
regia di Richard Donner

 

 

Il ladruncolo Philippe Gaston riesce a fuggire dalle carceri di Aguillon e si salva dagli sgherri del Vescovo grazie all’intervento di un cavaliere, Etienne Navarre che lo prende con sé. Ben presto Gaston si accorge che fatti misteriosi riguardano la vita di Navarre ma solo quando il falco che lo accompagna sempre viene ferito in battaglia il ladruncolo scoprirà la verità da Imperius, un vecchio frate a cui viene affidato il falco che di notte torna ad essere  Isabeau D’Anjou, l’amata di Navarre. I due amanti sono separati da una maledizione lanciata proprio dal Vescovo. Navarre sta tornando ad Anguillon per ucciderlo ma Imperius ha scoperto come porre fine alla maledizione…

 

 

Un classico della cinematografia anni ’80 tutto giocato sugli opposti come la maledizione che ha colpito Isabeau ed Etienne “sempre insieme eternamente divisi”: l’estremo romanticismo fantastico della storia d’amore contrapposto alle scene d’azione rese realistiche anche dall’ambientazione tutta italiana caratterizzata dai castelli: quello di Soncino, Vigoleno Castell’Arquato e Torrealta offrono gli scorci di Aguillon mentre  Rocca Calascio, parzialmente modificata, è il castello diroccato dove si è rifugiato Imperius. Castelli e radure (sempre degli Appennini italiani) esaltati dalla fotografia di Vittorio Storaro.

I temi opposti sono legati dal lato comico rappresentato da “il topo” l’abile ladruncolo che diventa suo malgrado protagonista dell’avventura che riunisce i due amanti assieme a Imperius, il frate che, per colpa dei fumi dell’alcol, ha tradito Isabeau e Navarre scatenando l’ira del Vescovo.
Navarre non crede che l’eclisse potrà mettere fine alla maledizione e decide comunque di affrontare il suo nemico e porre fine alla sua sofferenza e quella di Isabeau, solo vedendo coi propri occhi l’evento astronomico comprende il proprio destino: ancora una volta l’opposizione tra un maschile diurno e logico contrapposto al femminile dolce e notturno di Isabeau che famigliarizza da subito con Philippe, anche se la donna ha la determinazione di uccidere con le sue mani Cezar, il cacciatore di lupi inviato dal Vescovo per liberarsi di Navarre.

 

 

Alita – Angelo della battaglia

Alita: Battle Angel
USA 2019
con Rosa Salazar, Christoph Waltz, Jennifer Connelly, Ed Skrein, Mahershala Ali, Jackie Earle Haley, Keean Johnson, Eiza González, Michelle Rodriguez, Lana Condor, Casper Van Dien, Jeff Fahey, Marko Zaror
regia di Robert Rodriguez


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Anno 2563, trecento anni dopo la guerra con l’Unione delle Repubbliche di Marte, la Terra sconfitta è un luogo desolato, alla “Caduta” sopravvive solo l’ultima delle città sospese ai cui piedi si stende la Città di Ferro dove la gente si arrabatta tra i rifiuti di Zalem, luogo di eletti dove tutti sognano di arrivare. In una discarica il dottor Ido Dyson trova il nucleo di un cyborg dormiente e la porta a casa per ripararla. La ragazzina si sveglia senza ricordare nulla di sé ma ha un’innato istinto alla battaglia. Una delle sue conoscenze nel nuovo mondo è Hugo, un ragazzo con cui nasce una forte simpatia che presto diventa amore. Un giorno Hugo e i suoi amici portano Alita a vedere il residuato di un’astronave marziana e Alita sente l’istinto di entrarvi e qui trova una tuta che sembra reagire ai suoi comandi. Alita chiede a Ido di inserire il suo nucleo nella tuta ma il dottore si rifiuta spiegando alla ragazza le sue origini: il Berserker resta però l’unica opzione quando il corpo di Alita viene distrutto nella battaglia con Grewishka, un cyborg al servizio dell’entità a capo di Zalem e che vuole la distruzione di Alita. Anche Hugo viene coinvolto nello scontro tra Nova e Alita e alla ragazza non resta che diventare una campionessa di motorball per poter accedere alla città sospesa e regolare i suoi conti.



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Non conosco il manga a cui è ispirato il film che ho trovato piacevole anche se non perfetto e con il solito problema che mi allontana dal filone fantastico: a partire da Star Wars, Blade Runner, Terminator, Matrix, fino a Il Signore degli Anelli questo genere cinematografico era sicura fonte iconografica in grado di creare stili e costumi ora è tutto un grande dejà vu, senza più nessuna voglia di creare nuovi immaginari e per Alita è un peccato perché la Città di ferro si ispira alle città dell’America Latina, riconoscibile la cattedrale dell’Avana, e il confronto tra la Città di Ferro e l’irraggiungibile Zalem avrebbe potuto avere una lettura politica molto attuale invece lo stelo che collega Zalem al suolo mi ha ricordato l’Albero della Vita dell’Expo di Milano, evito di elencare tutti i rimandi a Blade Runner e la motocicletta monoruota di Hugo ereditata da Star Wars.
Detto questo il film, pur sfiorando velocemente i temi, risulta intrigante nel viaggio della ricerca di sé, nel tema del rapporto uomo macchina, “fissa” di James Cameron, che avrebbe dovuto dirigere il film posticipando il progetto per anni e finendo per ritagliarsi il ruolo di produttore e affidando la regia a Robert Rodriguez.



Alita battle angel



Si alternano scontri epici con il romanticismo dell’amore adolescienziale tra Alita e Hugo ed è molto bello anche il rapporto paterno che si instaura tra la cyborg e il dottor Ido che la chiama Alita come la figlia che ha perduto e per cui aveva costruito il primo corpo robotico indossato dalla ragazza.
I misteri irrisolti della trama: Alita riemerge dopo trecento anni dalla rumenta o è stata gettata di recente da Zalem? avranno credo, una spiegazione nell’inevitabile sequel con la quasi certezza di trovarci davanti all’ennesima trilogia.
Da menzionare il notevole livello d’interazione tra la live action e la computer grafica con cui sono stati alterati i tratti del volto di Rosa Salazar.

Mia moglie è una strega

Italia 1980 Cineriz
con Eleonora Giorgi, Renato Pozzetto, Helmut Berger, Lia Tanzi, Renzo Rinaldi, John Stacy, Sonia Otero, Raimondo Penne, Vittorio Bisogno, Rita Caldana, Sandro Chiani, Sveva Altieri
regia di Castellano & Pipolo



Mia moglieèunastrega


Nel XVI secolo la strega Finnicella viene mandata al rogo dal cardinale Emilio Altieri che l’ha fatta confessare con l’inganno. Asmodeo, che ha una predilezione per la strega, le concede di tornare sulla Terra dopo trecentotrentatrè anni per vendicarsi sulla discendenza del cardinale. Finnicella si riseglia così nel mondo contemporaneo e incontra l’omonimo discendente del cardinale, broker di borsa. Invece della vendetta scatta l’amore e a rimetterci sarà il diavolo in persona.



Miamoglie è una strega


Benché il rifermento sia rinnegato da Castellano e Pipolo, il film trae spunto dal film di René Clair Ho sposato una strega del 1942 e Eleonora Giorgi ne omaggia la protagonista -Veronica Lake- nella caratteristica pettinatura allo schiaffo, spettinato quando Finnicella compare in tv in bianco e nero inserendosi in Casablanca.
Malignamente potremmo pensare che sia la produzione originale a impedire che si vanti la citazione perché Mia moglie è una strega è un film decisamente bruttino: battute senza mordente, effetti speciali malfatti: il volo in scopa su Parigi è di una tristezza unica anche se sembra ispirarsi a Miracolo a Milano.



Miamoglieèunastrega


Fa simpatia l’effetto trash della ricostruzione del sabba iniziale in cui Asmodeo scopre che la prediletta Finnicella è stata arrestata dalla Santa Inquisizione. Helmut Berger è l’unico ad avere la presenza scenica e l’ironia per giocare con il personaggio del diavolo e gli assurdi travestimenti che gli tocca indossare. Pare che tra le giovani streghe ci sia anche Serena Grandi in vesti di comparsa.
Se non si trattasse di un film del 1980, verrebbe da pensare a una produzione televisiva targata Mediaset: quella prima colazione con i barattoli di marmellata in bella vista, ancorché con la marca girata, ricordano tutta la produzione delle sitcom del Biscione, da Casa Vianello in giù.
Le uniche gag che funzionano ancora sono la macchina che va per conto suo, macchina d’epoca, grande passione di Pozzetto e le mitiche azioni fallite delle Canistracci Oil: anche la Borsa e l’alta finanza stava per affacciarsi nelle case degli italiani con le “bluuu chips” di Everardo Dalla Noce

La confessione della signora Doyle

Clash by Night
USA 1952 RKO
con Barbara Stanwyck, Robert Ryan, Paul Douglas, Marilyn Monroe, Keith Andes, J. Carrol Naish, Silvio Minciotti
regia di Fritz Lang



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Martha Kent torna disillusa nel paese natio dopo una decina d’anni in cui ha cercato di sfruttare il suo fascino e ottenere una vita migliore. Finisce per sposare l’ingenuo Jerry Doyle per la stabilità che l’uomo può offrirle anche se da subito è scattata una forte attrazione per l’inquieto amico di lui, Fred. I Doyle hanno una figlia e Fred ottiene il divorzio. Inevitabilmente scoppia la passione trattenuta dal primo incontro. Jerry lo scopre e rischia di uccidere Fred, Martha capisce che l’amante non è contento di portare con loro la figlioletta e preferirebbe che rimanesse con Jerry, la scoperta riporta la donna sui suoi passi e torna dal marito.



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La confessione della signora Doyle è un melodramma sentimentale che si può considerare minore nella filmografia di Lang ma stiamo sempre parlando di un maestro del cinema che sfrutta l’occasione di trasformare l’ambientazione in un anonimo villaggetto di pescatori quasi in un documentario sulla pesca e la sequenza d’apertura è anticipatoria e offre una profonda corrispondenza tra gli animali mostrati e il senso del film: al ritorno delle barche si tuffano in acqua le foche allontanando i gabbiani, Jerry Doyle è un ormone buono e gentile fino a rasentare l’ingenuità, il corrispettivo di una foca, la sua presenza ingombrante e impacciata allontana gli uccelli, simbolo di libertà e anche la cinica Martha finirà per rinunciare ai suoi sogni di fuga perenne per prendersi la responsabilità della figlioletta.



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Lang sa creare le atmosfere da par suo, come abbiamo detto anche grazie agli elementi naturali, nubi che coprono il cielo e mari tempestosi quando l’attrazione tra la donna e Fred si fa insostenibile. Dopo aver rischiato di uccidere l’amante della moglie Jerry si rifugia sul peschereccio con la figlia, il dubbio che l’uomo possa compiere un’insano gesto è stato insinuato da dialoghi apparentemente casuali che nel corso del film riportano per ben due volte le notizie di bambini affogati.



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Ottimamente recitato il film presenta anche dei personaggi non banali: Barbara Stanwyck incarna una donna disillusa, vicina alla mezz’età che ha ancora la forza di mettersi in gioco, Robert Ryan amico idolatrato da Jerry, è il più debole, anticipazione dei loser che caratterizzeranno gli anni ’50 e di cui sfoggia già la canottiera.



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Marilyn è la fidanzata di Joe, il fratello di Martha: i problemi sentimentali della cognata rischiano di influire anche sul rapporto dei due che però si dimostrano una coppia più solida (potere della gioventù?). Nonostante quello di Peggy sia un ruolo piuttosto concreto, Marilyn si fa notare per la sensualità che emana in uno degli ultimi ruoli da comprimaria.

Favolacce

Italia 2019
con Elio Germano, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani, Gabriel Montesi, Justin Korovkin
regia dei F.lli D’Innocenzo



Favolacce


In un quartiere residenziale di Spinaceto s’intrecciano le vicende di alcune famiglie i cui figli sono compagni di scuola: chi ha una buona carriera, chi è in cerca di lavoro, chi vive ai margini della società. Nell’apparente bonomia del buon vicinato covano rabbie e insoddisfazioni represse che avranno tragiche e inattese conseguenze

Non è un film facile, Favolacce, direi che è un film respingente che però cresce a poco a poco nella mente dello spettatore diventando indimenticabile.
Ti spiazza con quell’introduzione della voce off (Max Tortora) che racconta di aver trovato il diario di una ragazzina preadolescente, il racconto delle suggestioni di un’estate, racconto che s’interrompe bruscamente, altrettanto brusco il cambio di passo introdotto dal bizzarro calembour “Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata”.
Altrettanto fuorviante è la fotografia, che ha un vago sapore retrò e la storia potrebbe anche essere ambientata negli anni ’70. In un certo senso questo film è ambientato negli anni ’70 perché racconta gli adulti che sono diventati i bambini di quegli anni, soprattutto come li vedono i loro figli e il giudizio è impietoso: lo sguardo su una generazione che non ha voluto crescere, ha dato per scontato certi privilegi che ostenta nelle villette a schiera, status symbol piccolo borghese dove ormai si alligna anche la povertà.
Il mondo della zona suburbana che doveva essere la realizzazione della famiglia, diventa un luogo di noia dove si è costretti a fare i conti con sé stessi e si entra in contatto con chi quella realtà non l’ha scelta ma la vive da emarginato: Geremia, il compagno di scuola sfigato che vive in un camper e Virna adolescente già incinta, povera che campa di lavoretti assieme alla madre.
Lasciando da parte le motivazioni, i D’Innocenzo raccontano la rabbia montante di questi anni, il sessismo dei padri che sbavano per una scosciata a una festa, le madri rassegnate, i figli distanti, sperduti in questo presente che non regala nemmeno più illusioni ai bambini, in una canzone pop che diventa spunto per una delle tragedie.
L’originalità del film sta nel modo di raccontare questo dramma sociale che attraversa innegabilmente il nostro Paese. è uno sguardo laterale, la violenza è fuori campo, arriva attraverso i rumori, il vociare spesso incomprensibile, la colonna sonora magnetica e sperimentale, la secca aderenza ai modelli contemporanei dei bambini e la loro più o meno velata tristezza. Il colpo di scena sta nella reazione inattesa delle nuove generazioni, il rifiuto drastico di una realtà che mi ha ricordato Il giardino delle vergini suicide.

L’uomo invisibile

The Invisible Man
USA 1933 Universal
con Claude Rains, Gloria Stuart, William Harrigan, Henry Travers, Una O’Connor. Dwight Frye, Forrester Harvey, Dudley Digges, Holmes Herbert, E.E. Clive, Walter Brennan, John Carradine
regia di James Whale



Luomoinvisibile


Nella locanda di Imping arriva un personaggio misterioso, sempre avvolto in bende. I suoi modi bruschi portano i locandieri a cacciarlo e Mr.Griffin rivela la sua natura: è completamente invisibile! Griffin è un chimico che ha sperimentato su di sé la monocaina, un principio che rende invisibili ma anche folli. Dopo aver portato lo scompiglio nel villaggio, Griffin si rifugia dal collega Kemp per farsi aiutare nel recuperare gi appunti rimasti nella locanda. Kemp chiede aiuto al dottor Cranley, il loro capo e arriva anche Flora, la figlia innamorata di Griffin che riesce a calmare i deliri dell’uomo invisibile. Quando scopre che Kemp ha rivelato il suo nascondiglio alla polizia, Griffin promette di ucciderlo il giorno seguente e mantiene la promessa macchiandosi anche di altri inutili delitti, come il deragliamento di un treno. Alla fine, per colpa delle tracce rimaste sulla neve, la polizia riesce a fermarlo.



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L’uomo invisibile è un altro mostro classico della Universal diretto da James Whale, già autore di Frankenstein. Ad interpretarlo doveva esserci nuovamente Boris Karloff che rinunciò all’ultimo minuto, sostituito da Claude Rains il cui volto è visibile solo nella sequenza finale, in punto di morte. Per facilitare gli effetti speciali, che risultano sorprendenti ancora oggi, l’attore doveva recitare indossando una sorta di scafandro che gli rendeva difficile anche la respirazione, una fatica immane che però lanciò la carriera del 43enne attore, che aveva colpito il regista per la sua voce.
L’uomo invisibile rientra nel filone degli scienziati pazzi ma ha una peculiarità che lo distingue dagli altri mostri Universal: il camuffamento, con bende e occhiali scuri non serve a nascondere una deformità a a rivelare la presenza, è l’unico modo in cui Griffin può affermare la sua esistenza e relazionarsi con gli altri.



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L’invisibilità portata su un medium che vive solo di ciò che visibile è un tema molto molto interessante, spunto di molte riflessioni.
Il film è anche quello più vicino alle commedie horror come Il Castello degli spettri di Paul Leni o Il castello maledetto, diretto da Whale nell’anno precedente. L’invisibilità del protagonista si presta a scherzi degni delle più classiche storie fantastiche, di fantasmi o folletti. Il tono comico è anche un passaggio per mostrare l’evoluzione verso la follia del protagonista vittima della monocaina: dagli scherzi dispettosi si arriva allo scambio dei binari facendo precipitare il treno nel vuoto solo per affermare il delirio d’onnipotenza dato dall’invisibilità.
A sottolineare il tono giocoso c’è la grande caratterista Una O’Connor che torna a lavorare per Whale ne La moglie di Frankenstein.
Non manca il lato romantico della storia: sia Kemp che Griffin sono innamorati di Flora, ma la ragazza riama Griffin e gli sarà accanto anche in punto di morte. Nei panni dell’eroina c’è Gloria Stuart famosa per aver interpretato Rose da anziana in Titanic nel 1999.

Medea

Italia, 1969
con Maria Callas, Massimo Girotti,Giuseppe Gentile, Laurent Terzieff, Sergio Tramonti, Paul Jabara
regia di Pier Paolo Pasolini



Medea


Cresciuto dal centauro Chirone, Giasone rivendica il regno di Iolco e lo zio Pelia chiede in cambio il vello d’oro. Giasone e gli argonauti partono per la Colchide intanto Medea s’innamora del giovane tramite una visione del suo arrivo. Convince il fratello a rubare il vello e quando il padre la insegue smembra  Apsirto e segue Giasone in Grecia. Pelia, ottenuto il vello d’oro si rimangia la promessa di cedere il regno e la coppia si trasferisce a Corinto. Dopo dieci anni Giasone è disposto a lasciare Medea e i suoi figli per sposare Glauce, la figlia di Creonte. La vendetta di Medea sarà funesta: spinge al suicidio di Glauce e il padre e uccide i figli avuti da Giasone.



Medea


Dopo Edipo Re del 1967, Pasolini torna a confrontarsi con la mitologia classica in quello che forse è il più ideologico dei suoi film in cui mette in scena lo scontro a lui caro tra il mondo arcaico e quello moderno.
La Colchide di Medea è rappresentata come un mondo antico dove il legame con il sacro è totalizzante ed espresso in maniera barbara con il sacrificio umano per ingraziare il raccolto. Il mondo greco rappresenta il mondo occidentale, moderno dove un re – Pelia – può rimangiarsi la promessa di un regno e per lo stesso Giasone, l’oggetto che ha lottato per conquistare ha perso ogni valenza simbolica diventando solo la pelle di una vecchia capra.
L’evoluzione da mondo antico a quello moderno è raccontata nel prologo affidato a Chirone, il centauro che alleva il ragazzo in attesa di riconquistare il regno paterno, anticipandogli l’esito della sua avventura. L’immagine stessa di Chirone muta: quando Giasone è bambino e adolescente il centauro appare nella sua figura mitica di mezzo uomo e mezzo cavallo perché la meraviglia del mondo è insita negli occhi dei bambini mentre a Giasone adulto Chirone appare come un maestro, saggio ma con sembianze umane. Pasolini ripropone la doppia figura del centauro in una visione che fa da cesura tra la prima parte del film e l’abbandono di Medea per Glauce dove la trama riprende la tragedia di Euripide. Lo stesso regista in un’intervista afferma che la figura sacra e quella dissacrata del centauro possono convivere perché l’essenza di Chirone non dipende dalla sacralità del personaggio che diventa muta rappresentazione degli aspetti inconsci e subconsci di quell’essenza.
Medea snatura sé stessa non nel momento in cui abbandona il suo popolo per amore di Giasone ma quando si lascia uniformare alle leggi greche accettando di perdere ogni contatto con la natura. E’ attraverso un gesto estremo come l’omicidio dei figli che la maga recupera il senso del sacro dove il dolore per la perdita del marito e il timore del futuro dei figli reietti si sublimano nel raccapriccio della morte esplicitando gli aspetti inconsci che il mondo moderno vorrebbe cancellare.
Il film è celebre per essere l’unica apparizione sul grande schermo di Maria Callas, già Dreyer la voleva per un progetto su Medea ma non se ne fece nulla. Sulla carta doveva essere pessimo anche il rapporto tra il regista italiano e la diva invece nacque un rapporto di profonda stima e amicizia che durò fino alla morte di Pasolini.
Medea è un film molto cerebrale e ideologico ma funziona perfettamente sul piano visivo grazie ai costumi di Piero Tosi, la presenza scenica della Callas e soprattutto l’ambientazione: i paesaggi rocciosi della Cappadocia sono perfetti per rappresentare il mondo arcaico della Colchide, nella laguna di Grado è ambientata Iolco e il contrasto tra il paesaggio roccioso e verticale della Cappadocia con la piattezza lagunare segna la diversità dei due mondi. La piazza dei Miracoli di Pisa è utilizzata per rappresentare Corinto: i muri si fanno possenti e gli spazi angusti come il destino che incombe su Medea e la sua famiglia.

La tentatrice

The Temptress
USA 1926 MGM
con Greta Garbo, Antonio Moreno, Armand Kaliz, Marc McDermott, Roy D’Arcy, Lionel Barrymore, Robert Anderson, Virginia Brown Faire
regia di Fred Niblo


Latentatrice


A Parigi, durante un ballo in maschera Manuel Robledo incontra una donna misteriosa e si giurano amore eterno ma il giorno dopo, in visita all’amico, il marchese di Torre Bianca, Robledo scopre che la donna di cui si è invaghito, è Elena, la moglie del marchese. Robledo non può esimersi dall’accompagnare la coppia a una cena di gala dal banchiere Fontenoy che conclude il festino annunciando il proprio fallimento per colpa di Elena e si suicida davanti alla tavolata. Robledo sconvolto anticipa il rientro in Argentina dove è a capo dei lavori di costruzione di una diga senza ascoltare le ragioni della donna.
La reputazione dei Torre Bianca oramai è rovinata e raggiungono Robledo in Argentina, anche qui Elena porta scompiglio e morte. Quando un bandito locale fa saltare la diga, Elena decide di lasciare Robledo, che pure le ha dichiarato il suo amore. Sei anni dopo la diga è terminata e Robledo torna a Parigi con Celinda, la fidanzata. Tra la folla scorge Elena abbrutita dall’alcol ma quando la avvicina, la donna finge di non riconoscerlo.


The temptress


La Tentatrice è il secondo film film americano della Garbo che ne decreta il successo e come la protagonista del film, al suo trionfo si sacrifica Mauritz Stiller, il regista mentore dell’attrice che avrebbe dovuto dirigere la pellicola ma fu licenziato dopo una decina di giorni e dopo qualche altra fallimentare esperienza con gli Studios tornò in Svezia.



La tentatrice


La regia passa in mano a Fred Niblo che è molto abile nell’alimentare il mistero femminino della femme fatale. Il film si apre con il rifiuto di Elena a Fontenoy poi vediamo la donna tristissima coinvolta nella sarabanda delle danze fino all’incontro con Robledo. La donna che il mattino dopo si presenta come Elena di Torre Bianca è ben diversa, lasciando stupito anche lo spettatore. Elena resta impassibile anche di fronte al suicidio del banchiere ma ben presto scopriamo che è il marito che per mantenere il suo tenore di vita, ha spinto la moglie tra le braccia di Fontenoy.


Latentatrice


Quando raggiunge l’Argentina con il marito, Elena vuole solo recuperare il rapporto con Robledo ma tra i compagni dell’ingegnere scatta una rivalità che porta all’omicidio e per salvare Elena dalle rudi avances del bandito Manos Duras, Robledo accetta un duello all’argentina, cioè a colpi di frusta, una sequenza molto potente che fa il paio con l’inquadratura sotto il tavolo durante la cena di Fontenoy dove i vari intrecci di gambe raccontavano le tresche segrete tra i vari commensali: continua l’antitesi tra il frivolo mondo parigino e il rude mondo del lavoro in una terra da domare.



Thetemptress


Il film ha due finali, uno drammatico e uno con l’happy end, io ho visto il primo e ancora una volta ho ritrovato l’ambiguità che caratterizza il mistero di Elena: molto probabilmente la donna finge di non riconoscere l’amato per non rovinargli il momento di gloria ma quando resta sola e trasfigura il beone del tavolo accanto in Gesù Cristo a cui dona l’anello di Robledo, è la follia dettata dal dolore del sacrificio o i vaneggiamenti di un’alcolizzata? Di certo Elena, omen nomen, richiama l’antesignana omerica, impotente prima vittima dei guai attirati dalla sua bellezza.

Miracolo a Milano

Italia 1951
con Francesco Golisano, Emma Gramatica, Paolo Stoppa, Guglielmo Barnabò, Brunella Bovo, Arturo Bragaglia, Anna Carena, Alba Arnova, Flora Cambi, Erminio Spalla, Virgilio Riento, Riccardo Bertazzolo, Angelo Prioli
regia di Vittorio De Sica



Miracoloamilano


La buona vecchina Lolotta trova un bambino sotto un cavolo e lo alleva come fosse suo figlio, quando muore Totò finisce in orfanatrofio, ne esce adulto ma senza aver perso la sua bontà per cui saluta calorosamente tutti quelli che incontra, applaude all’elegante pubblico della Scala e lascia la sua valigetta al ladro che gliela aveva rubato. In cambio Alfredo ospita il ragazzo nella sua tenda in una baraccopoli. La buona volontà di Totò incita gli altri poveri a creare un vero e proprio villaggio. Il commendator Mobbi che dovrebbe comprare il terreno rifiuta il terreno facendo appello alla fratellanza universale ma quando si scopre un filone di petrolio non esita a comprare il terreno e a rivolgersi alle forse dell’ordine per lo sgombero. Dal cielo interviene Lolotta che porta a Totò una colomba che esaudisce tutti i desideri, dopo diverse peripezie Totò ei suoi amici inforcano le scope dei netturbini e lasciano Milano verso un luogo “dove buongiorno voglia davvero dire buongiorno”.



Miracoloamilano


Dopo Sciuscià e Ladri di Biciclette, De Sica accantona il neorealismo che riprenderà l’anno successivo con Umberto D. per realizzare un film dai toni favolistici, tratto dal romanzo Totò il Buono di Cesare Zavattini, sceneggiatore e sodale del regista.
Le intenzioni fiabesche sono evidenti dall’esordio: Totò viene trovato sotto un cavolo, come nella più classica delle fiabe. La sua naturale bontà non viene svilita dalle traversie della vita e il furto dei pochi averi da parte di Alfredo si trasforma nell’occasione per trovare la propria vita e anche l’amore,  Edvige, la domestica di una famiglia snob decaduta che ora vive nella baraccopoli.
Il film attirò critiche da destra e da sinistra: evidentemente da più fastidio un povero che accetta dignitosamente la sua condizione che una massa furiosa da gestire a piacere. Credo però che le accuse di “cattocomunismo buonista” rivelino una lettura superficiale, non vedo l’esaltazione del povero che non fa nulla: Lolotta muore insegnando le tabelline a Totò e per fare in modo che i bambini del villaggio non restino ignoranti Totò cambia la toponomastica con le tabelline (Via Granda diventa Via 5X5 =25) e tra i vari desideri espressi c’è anche quello del balbuziente che desidera una dizione perfetta per poter essere assunto dalla ditta di cioccolato che stipendia le persone che chiedono l’elemosina perché ringrazino ricordando la bontà del loro cioccolato.
Ovviamente colpiscono di più i personaggi negativi nella varia umanità dipinta da De Sica e Zavattini come il malmostoso Rappi che fa la spia sul giacimento del petrolio per avere un cappello nuovo come quello di Mobbi ma a me commuove sempre la coppia mista che non riesce a realizzare il suo sogno d’amore: lei chiede di diventare nera e lui bianco ritrovandosi così al punto di partenza.
De Sica e Zavattini inseguono con questo film un lirismo surreale che si richiama al cinema muto e anticipa certi aspetti del mondo felliniano, è anche uno dei primi film ad affidare gli effetti speciali agli americani facendo lievitare i costi di produzione che non furono ripagati dal successo al botteghino ma è ormai noto che il volo finale sulle scope fu d’ispirazione per il volo delle biciclette di E.T.