Me and you and everyone we know

MeChristine e’ una videoastista che per mantenersi fa la tassista per anziani; accompagnando uno dei suoi clienti in un centro commerciale per acquistare un paio di scarpe, si innamora a prima vista del commesso del reparto calzature, ma l’uomo ha una storia complicata alle spalle: si e’ appena separato ed ha  un rapporto conflittuale con i due figli..

Un film delizioso. Uno sguardo originale sulla vita, l’arte, l’amore , il sesso, la morte: temi ingombranti raccontati con tenerezza e malinconia dal punto di vista degli anziani, dei bambini e degli adulti.
Non mancano stilettate di pungente ironia che sdrammatizzano nelle risate il ruolo ossessivo che il sesso ha nella nostra societa’ dove le ingenue allusioni alla cacca  da parte di un bambino, forse un po’ regredito psicologicamente per la separazione dei genitori, vengono scambiate per perversioni sessuali in chat mentre due ragazzine pianificano scientemente le loro iniziazioni sessuali strumentalizzando un loro coetaneo: certo, raccontata cosi’ sembra un incrocio tra il primo John Waters e Rocco Siffredi, invece la regista, Miranda July, riesce a permeare il tutto con uno sguardo poetico ed innocente.
Divertente anche la parodia del mondo dell’arte moderna con una scenetta che ricorda quella della moglie di Sordi addormentata alla Biennale di Venezia.
Assolutamente da recuperare.

Artaud. Volti / Labirinti

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Il Pac di Milano dedica una mostra ad Antonin Artaud nel centodecimo anniversario della sua nascita, mostra che intende indagare i vari aspetti della vita dell’artista che fu pittore, poeta, scrittore teatrale e attore cinematografico, mettendo in mostra  foto, scritti,  disegni, lettere e spezzoni dei film a cui partecipo’; pur ritenendo il cinema un mestiere orribile Artaud vanta ventidue partecipazioni ad opere cinematografiche in un periodo che va dal 1924 al 1935, lavorando per autori come Pabst  e Lang ma da menzionare sono soprattutto il ruolo di Marat nel Napoleon di Abel Gance (regista con cui collaboro’ sovente) e quello di Massieu ne La passione di Giovanna D’Arco di Dreyer.

CameraelettroshockPurtroppo la vita di Artaud fu segnata dalla pazzia e lo spazio dell’esposizione e’ pervaso dalla voce urlante dell’artista che recita in un provino per la Fin du mond di Abel Gance, un suono che lungo tutto il percorso ci rammenta la condizione di sofferenza ed alienazione di Artaud che culmina nell’intenamento in case di cura psichiatriche nel decennio ’37/48; dal 1943, anno in cui la tecnica fu introdotta in Francia, Artaud fu sottoposto a durissimi trattamenti di elettroshock che gli causarono gravi lesioni alla colonna vertebrale: la ricostruzione  della camera ddell’artista nella  clinica di Rodez dove veniva messa  in atto questa cura, scuote profondamente il pubblico.
Pazzo o profeta?  Facendo riferimento alle teorie sulla schizofrenia di Deleuze che ritiene il malato mentale prodotto della societa’  in cui vive e non  tanto di debolezze  psicologiche personali e trasmettendo  nell’ultima sala   un brano tratto da Per farla finita con il giudizio di dio, ultima piece radiofonica dell’autore, censurata fino al 1968 che   non e’ altro che una lucida e spietata profezia del mondo attuale dove la guerra serve ad incentivare la produzione e il prodotto di sintesi vuole sostituire la bellezza e la verita’ della natura, l’allestimento prende una posizione ben precisa verso la vita di un genio del XX secolo.

Artaud. Volti / Labirinti
Pac Padiglione d’arte contemporanea
Via Palestro 14, Milano
Fino al 12 febbraio 2006

Munich

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1972: dopo l’attentato palestinese ai danni della delegazione olimpica israeliana, avvenuto all’interno del villaggio olimpico di Monaco, il governo israeliano guidato da Golda Meir fa partire un’azione di rappresaglia contro esponenti palestinesi considerati le menti dell’attentato.
Il film racconta la storia dei cinque agenti usciti dal Mossad per compiere questa missione.


Con un raro equilibrio tra veridicita’ storica e invenzione Spielberg ci racconta quello che avvenne in seguito all’attentato di Monaco: l’andare oltre la verita’ storica permette al cineasta di Cincinnati di costruire un film che ha forti valenze anche sul momento storico che stiamo vivendo.
Le concitate fasi di ricostruzione dell’attentato si alternano alle immagini trasmesse dalle televisioni: la strage di Monaco segno’ l’inizio dell’utilizzo del mezzo mediatico da parte dei terroristi; il montaggio alternato delle reazioni degli arabi e degli ebrei davanti alla tv mette in scena l’universalita’ del dolore umano e l’assurdita’ della vendetta.
Israele sconfessa da sempre la rappresaglia sulle presunte menti di Settembre nero, l’organizzazione terrorista che compi’ l’attentato di Monaco’72, ma partendo dal romanzo Vengeange Spielberg ricostruisce le azioni e le motivazioni del commando israeliano, che si costituisce in nome di un sentimento di rivalsa verso il torto subito e nelle prime missioni e’ ben attento a colpire solo la vittima designata, a non macchiarsi di sangue innocente, la mattanza pero’ trasformera’ quelli che si considerano giustizieri in brutali assassini.
La discesa nella spirale dell’odio e’ resa magistralmente da Spielberg utilizzando i topos dei film di genere: la perfetta ricostruzione degli anni ‘70 ci immerge nell’atmosfera cinica dei polar (i polizieschi francesi) e il rovesciamento del mondo glamour dei film di spionaggio rende ancora piu’ grottesca la violenza: il costruttore i giocatoli esperto di esplosivi ha si’ l’inventiva del costruttore di marchingegni per 007, ma i suoi colpi rischiano di non andare a segno o sono tarati malamente; quando l’esercito israeliano approda sul litorale e inizia a slacciarsi la muta da sub ci si aspetta quasi che sotto sfoderi lo smoking bianco di 007 invece questa volta i soldati si travestono carnevalescamente da donne e gli agenti in missione non fanno la bella vita, ma sperano prosaicamente di tornare a casa, sognando davanti alle vetrine di un negozio che espone cucine.
Quanto Spielberg stigmatizzi l’assurdita’ degli assassinii, da una parte e dall’altra, e’ sottolineato da un elemento piuttosto raro nella filmografia del cineasta americano: l’uso del nudo, un nudo volgare di corpi scomposti nella morte che neppure nell’orrore della follia nazista rappresentata in Schindler’s List era cosi’ manifesto.
Altro punto di forza sono i dialoghi: il film segue gli spostamenti del gruppo per tutta l’Europa, da Roma a Cipro, da Londra ad Atene con puntate in Medio Oriente ed in America e nelle diverse lingue i vari personaggi si riempiono la bocca delle stesse parole: la casa, la famiglia il tempo che rendera’ giustizia.. purtroppo il doppiaggio italiano, che pure mantiene le voci originali di fondo, penalizza il film eliminando questa babele di lingue ed accenti che potrebbero sottolineare l’incomprensibilita’ e la voglia di non capirsi in cui viviamo.
Quasi sprofondato nell’abisso di follia generato dalla violenza, il capo del commando, Avner si salva rinnegando cio’ per cui ha combattuto rifugiandosi tra le braccia della moglie e della figlia, esiliandosi volontariamente in America e l’ultimo dialogo con il suo referente israeliano avviene a Brooklyn di fronte allo skyline ancora intatto di New York dove svettano le torri gemelle un po’ sbiadite, quasi un fantomatico monito a non ripetere gli errori del passato.

Hans

Hansloc7ka<<Chi e’ quest’uomo e perche’ uccide?>> recita il trailer di questa opera seconda di Louis Nero, non aspettatevi una risposta logica nell’evoluzione della pellicola che punta a mostrare  il percorso psicotico del protagonista attraverso immagini oniriche e deragliamenti sensoriali.
C’e’ qualche buona intuizione cinematografica nel lavoro di Nero che con quest’ultima fatica conclude la trilogia che indaga le tecniche cinematografiche concentrando la sua attenzione sulle inquadrature e infatti il film e’ un profluvio di inquadrature sghembe e dettagli;  purtroppo la pellicola si perde in un’eccessiva cerebralita’ del racconto che pare non appoggiarsi a una sceneggiatura degna di questo nome.
Il lavoro ha come referente David Linch: Hans Scabe tra le sue molte allucinazioni ha anche quella di un nano rossovestito che sui titoli di coda si allontana su una strada deserta con le strisce gialle illuminta dai fari di un auto.
Il giovane regista pare molto sicuro di se’ e delle proprie qualita’ tanto da far citare i titoli della sua trilogia  in un’emblematica risposta che lo scolaretto Hans  da alla domanda della maestra delle  elementari che qui perde la penna rossa per  riciclarsi in un look estremamente dark.
Di estremo interesse il lavoro sulla musica che inquieta molto piu’ delle immagini.
Solo per spettatori dai gusti  cerebrali forti e poco ortodossi, si testimoniano fughe di spettatori dalla sala.

Buster Keaton

BusterkIl 4 ottobre 1895 nasce a Piqua, in  Kansas, Joseph Francis Keaton, genio della comicita’ cinematogafica  noto al pubblico con il nome di Buster Keaton. "Buster" significa rompicollo e  secondo la leggenda  fu il Mago Houdini ad attribuire questo soprannome al bambino che si esibiva nei vaudeville con i genitori acrobati facendosi scagliare qua e la’ come una palla di gomma.
Keaton_e_arbuckleNel 1917 viene assunto alla Keystone, la casa di produzione cinematografica di Mack Sennett che mette il giovane Keaton in coppia con Roscoe "Fatty" Arbuckle. Il duo comico raggiunge ben presto i vertici del successo: la malizia infantile del rubizzo "Fatty" Arbuckle ben si lega con l’imperturbalita’ dello smilzo Buster (che ancora aveva il diritto di ridere). La coppia si scioglie nel 1920 in seguito al terribile scandalo che coinvolse Arbuckle accusato di aver stuprato ed ucciso un’aspirante attrice in una notte brava. La carriera di Fatty e’ bruciata e solo Keaton che aveva fondato una sua casa di produzione,  la Buster Keaton Comedies offre qualche lavoretto al decaduto re delle comiche.

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La maschera di Keaton e’ perennemente impassibile (lo chiamavano faccia di pietra) e i suoi film sono caratterizzati dai ritmi concitati di un’azione catastrofista e pericolosissima: arrivando persino a lasciarsi imperturbabilmente crollare addosso la facciata di una casa, posizionandosi  con precisione millimetrica nello spazio di una finestra.
Buster Keaton e’ una  maschera quanto mai attuale di un’umanita’ che cammina sul baratro della follia cercando di ritagliarsi un’oasi di pace che la ripari da una natura e una tecnologia che non riesce a dominare.
All’apice del successo Keaton passa alla MGM: la rinuncia alla propria indipendenza artistica nasce dai problemi economici che affliggono il comico:ad una certa ingenuita’ per gli affari si uniscono le pretese da jet-set della prima moglie, Natalie Talmadge, appartenente ad una influente famiglia hollywoodiana.
I rapporti con la MGM sono conflittuali per le limitazioni che la politica dei grandi studios impongono all’artista che per giunta non riesce ad adattarsi all’avvento del sonoro.
Da indiscusso protagonista delle sue opere Keaton si vede declassato a ruoli sempre meno importanti fino a ridursi a scrivere battute per altri; nel frattempo nel 1932 divorzia dalla Talmage che si prende ogni bene e gli impedisce di vedere il figlio a cui viene addirittura cambiato il cognome.
Per Buster Keaton inizia la discesa negli inferi dell’alcolismo con soggiorni in case di cura.
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Il ritorno sugli schermi avviene nel 1950 con un cameo in Viale del tramonto, nel ’52 Chaplin lo chiama per  Luci della ribalta e leggenda vuole che per evitare il confronto con  la bravura del collega limitasse al minimo la gag che li vedeva recitare insieme.
Nel 1964 e’ il protagonista di Film di Samuel Beckett, capolavoro dove la comicita’ del grande genio si coniuga perfettamente con il teatro dell’assurdo del drammaturgo.
Nel 1965 Keaton e’ in Italia per partecipare ad uno sgangherato film di Franco&Ciccio, Due marines e un generale: il film e’ banalissimo ma quando i due marines rivestono il generale nazista in fuga con gli abiti di uno spaventapasseri, ovviamente la paglietta piatta, il cravattino stringato e i pantaloni troppo larghi, vera divisa di Buster Keaton, la commozione e’ assicurata.
Nel 1966 esce Dolci vizi al foro per la regia di Richard Lester, ma il grande comico si era spento il primo febbraio 1966.

Lo scenografo monferrino nel paese dei pistoleros

CimiterobuonobruttocattivoCarlo Leva e’ una gloria cittadina e un maestro del cinema italiano che ha firmato le scenografie di film come Il gatto a nove code, Tre passi nel delirio ma soprattutto e’ stato grande amico di Sergio Leone con il quale ha collaborato nella Trilogia del dollaro e in C’era una volta il west: il  capolavoro inventivo di Leva  e’ sicuramente il cimitero circolare, con oltre 250 tombe ricostruite  (e uno scheletro vero, ma questa e’ un’altra storia) ne Il buono il brutto e il cattivo che va in onda stasera su Rete4 alle ore 21.
La mostra che Asti dedica al maestro scenografo e’ stata curata dall’appassionato cinefilo Armando Brignolo e si concentra sui bozzetti creati per i film di Leone gettando uno sguardo interessante sul lavoro del grande maestro dei western all’italiana e dei suoi collaboratori.
In particolare stride l’appellativo di spaghetti western nato con una connotazione dispregiativa e il certosino lavoro di ricostruzione storica compiuto da Leva nel realizzare le scenografie della vita di frontiera, in un’epoca in cui la fedelta’ storica non era cosi’ fondamentale come nella cinematogafia odierna: le scene di costruzione della ferrovia di C’era una volta il West nascono dallo studio di foto dell’epoca e il refuso che compare su alcune divise operaie non e’ una distrazione  ma la fedele riproduzione di un linguaggio sgrammaticato.
La rielaborazione italiana del mito del West e’ in realta’ piu’ fedele alla storia che alla leggenda esaltata dalla cinematografia americana.

«Lo scenografo monferrino nel paese dei pistoleros» 
Asti, Casa Buneo (piazza Cattedrale 12)
Fino al 2 febbraio (martedì 18,30-19,30; da mercoledì a domenica, 17,30-19,30).

Clara Sheller

ClarashellerVisto che Rai2, la rete dei serial, si prepara ad essere canale
ufficiale delle Olimpiadi di Torino 2006, tocca rivolgersi ai canali
satellitari per soddisfare la propria fame di fiction, cosi’ si presta
attenzione alla  nuova serie francese appena iniziata su Foxlife che si
ispira al filone ironico-sentimentale di Sex and the city e Allie McBeal.
La protagonista e’ una ventinovenne single che ha una rubrica su un giornale parigino ed una grande passione per le scarpe come la Carrie di Sex and the city (anche la voce, talvolta off e’ la medesima, quella di Barbara De Bortoli), che si fa film romantici sui ragazzi che la intrigano come Allie McBeal e divide un grande appartamento con il suo migliore amico gay, Jean Philippe, come  in Will&Grace.
Clara e’ la copertura di JeanPhilippe, detto JP, presso i genitori di lui e anche in ufficio tutti  li credono fidanzati:  nella prima puntata scappa una notte di sesso  tra i due che rischia di mettere in crisi la loro amicizia e nei prossimi episodi un bel vicino di casa turbera’ i sogni di entrambi.
L’aria di deja-vu e’ molto forte ma comunque la prima puntata promette bene: Parigi e’ lo sfondo ideale per questi sghiribizzi sentimentali delle upper class e  poi bisogna riconoscere che la protagonista, Melanie Doutey e’ davvero deliziosa!

I segreti di Brokeback Mountain

I-segreti-di-Brokeback-MountainChe il film sia  un’operazione furbetta,  lo sostengono anche i puristi che non riconoscono nel film un western perche’ ambientato negli anni ’60 e non ai tempi della Frontiera  e perche’ i due protagonisti sono due pecorari anziche’ due vaccari, (lasciamo perdere il fatto che sia poi il primo western gay). Piu’ che queste esatte distinzioni accademiche a non convincermi e’ lo scarso sviluppo psicologico dei personaggi che mi ha fatto vedere il film come un drammone sentimentale degli anni’50 (anche il nome di uno dei protagonisti, Ennis Del Mar, sembra quello di una pessima attricetta di BMovie).
Ho sentito la mancanza di un approfondimento storico, la resa di un mondo omofobico  ancora latente oggigiorno se il film trova difficolta’ ad essere distribuito in alcune cittadine americane, che doveva essere ben piu’ esasperato quaranta anni fa. Se agli omosessuali veniva riservata una sorte tragica come quella a cui assiste Ennis da bambino (che ha qualche reminescenza di Improvvisamente l’estate scorsa) mi domando come mai un episodio cosi’ traumatico abbia un peso cosi’ scarso nell’economia filmica, non necessariamente nel rapporto tra i due amanti ma  anche nel fatto che tutti, per lo meno molti, sappiano e facciano semplicemente finta di nulla.
Che qualcosa non scorra perfettamente negli ingranaggi della vicenda lo dimostrano anche le risate certamente non volute che scoppiano in sala, al dila’ di qualche spettatore  piu’ attento al lato morboso della vicenda (ammesso che ce ne fosse uno), il momento in cui la moglie di Ennis scopre la tresca tra i due uomini e’ piuttosto ridicolo, forse anche per il fatto che la seppur bravina Michelle Williams sfodera un’espressione attonita, tanto cara al mondo televisivo da cui proviene (per chi non se lo ricordasse era la biondina di Dawson’s Creek) ed anche descrivere la nuova donna di Ennis l’attrice  Linda Cardellini, protagonista  di E.R., come una cameriera che vuole prendere il diploma da infermiera non e’ stata una scelta geniale.
Scenari mozzafiato e una storia senza scossoni che sdogana i lati  abitudinari dell’amore omosessuale: tanto basta per fare incetta di premi.

Caravaggio e l’Europa

CatalogocaravaggioC’e’ pure La Madonna dei Pellegrini, quella che al Freddo pare fiera in Romanzo Criminale, tra le poche tele del maestro lombardo effettivamente presenti nella mostra dedicata al Caravaggio e ai caravaggeschi. Un allestimento che sfrutta il trend corrente delle mostre d’arte, quello di attirare il pubblico con un nome di richiamo nel titolo dell’evento e circondare le poche opere con un gran contorno di seguaci (la primavera scorsa la mostra pisana sul Cimabue presentava addirittura la sola diapositiva della Maestà di Cimabue che sta al Louvre).
Tra le anguste sale del Palazzo Reale di Milano la delusione e’ ancora piu’ palpabile perche’ per vedere una sezione di anonimi cavareggeschi bisogna pagare un supplemento di cinque euri e allora nel corpus principale dell’evento ti aspetti di trovare solo lui, il Caravaggio di cui si vantava la presenza di una trentina d’opere; invece dopo le prime due sale dove si affolla il pubblico stritolato tra i gruppi accompagnati dalla guida, inizia una sequela di epigoni e l’irritazione monta, almeno finche’ non scopri questa meraviglia

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Vanitas, Maestro del lume di candela


Caravaggio e l’Europa. Il movimento caravaggesco internazionale. Da Caravaggio a Mattia Preti – Dal 15/10/2005 al 6/02/2006
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano

(dal 5 marzo al 9 luglio 2006 la mostra’ sara’ a Vienna)