The new world

Condivido il giudizio  di Tati Sanguineti: come disse ironicamente al programma radiofonico Hollywood Party, “il film, come direbbero ad Huston, has some problem”

Newworld

1607: gli Inglesi sbarcano in Virginia per costruirvi un forte, ben presto hanno degli attriti con gi indigeni locali e la missione di pace del capitano John Smith finirebbe con la morte se non intervenisse a salvarlo la principessa Pocahontas. Smith vive per un periodo presso l’accampamento indiano e sboccia l’amore con la bella principessa; tornato al forte con la promessa di lasciare la Virginia all’arrivo della primavera, ne prende il comando e disattende gli accordi con gli indiani, grazie all’aiuto della principessa che porta provviste per superare l’inverno.
Lo scontro tra nativi e coloni e’ inevitabile e Pocahontas e’ costretta a vivere come ostaggio al forte mente Smith la lascia per continuare l’esplorazione del Nuovo Mondo. Adeguatasi a vivere all’occidentale, Pocahontas suscita l’amore di John Rolfe che sposera’ e da cui avra’ un figlio. La principessa indiana verra’ invitata a corte dal Re d’Inghilterra e qui rincontrera’ Smith e capira’ che il loro amore e’ finito per sempre.

Torna sugli schermi la vita di Pocahontas, che dopo essere stata protagonista dell’omonimo cartone Disney del 1995, va ad occupare l’immaginario di un artista fuori gli schemi come Terrence Malick.
Le vicende di questa eroina moderna, cosi’ simile alle figure mitologiche di donne come Medea o Arianna che rinunciano alla loro gente per seguire uno straniero arrivato nella loro terra, che si rivela sempre un uomo spinto dalla ricerca di nuovi orizzonti, un Ulisse, vuole essere analizzato da Malick negli aspetti simbolici del rapporto tra natura e civilta’ o ancora piu’ all’origine, tra maschile e femminile; ma purtroppo il suo lavoro si rivela ad alto rischio noia: il regista non riesce ad adeguare il suo particolare modo di fare cinema al tema trattato: se nel precedente La sottile linea rossa le disarmonie temporali, la scarsa logicita’ che lega immagini e parole ben rappresentavano l’incubo della guerra, questa volta non si piegano alla narrazione di una controversa passione amorosa.
Soprattutto la parte iniziale e’ a mio parere irritante con una rappresentazione degli indiani che sconfina piu’ nell’idiot savant, che nel buon selvaggio di Rousseau e in una fiera popolazione che vive secondo principi ben diversi da quelli utilitaristici degli europei (presunto valore politico del film e critica alla situazione odierna): vediamo gli indiani sempre ingobbiti, con movenze malferme, mentre la curiosita’ e la paura del nuovo possono essere rappresentate con immagini che lasciano integra la dignita’ dell’individuo, come avviene nella scena in cui Pocahontas annusa i libri.
Anche se il film riesce ad avvincere per la commovente bellezza della fotografia, ripresa tutta con luce naturale, i difetti rimangono evidenti: credo che il problema principale sia stata la ricerca, da parte del regista, di una estrema poeticizzazione andata a scapito del simbolismo lirico, a volte scontato e quindi deludente in quanto proveniente da un autore di questa levatura (per esempio, la scena dell’acqua sporca in cui nuota una serpe commentata dalla voce-off che racconta come le acque si siano fatte malsane).
E’ nota la tecnica di lavorazione di Malick: girare montagne di pellicola per poi vagliarla tutta al montaggio, metodo affascinante che aumenta il mito di questo grande regista che ha girato solo quattro film in trent’anni. In questa pellicola, pero’, gli esisti del montaggio sono stati alcune volte mediocri come nell’episodio della disperazione di Pocahontas quando le viene fatto credere che John Smith e’ morto e in una scena in cui lei vaga affranta nel villaggio si intuisce una sua reazione contro una persona che la sta fissando ma la scena viene improvvisamente tagliata.
Da salvare resta la gia’ citata fotografia e il coraggio del regista di procedere nel suo personale ed innegabilmente affascinante cammino artistico, cosa non da poco, di questi tempi.

recensione pubblicata su ImpattoSonoro

W la Rai

Madmax1Intorno all’Epifania StudioUniversal aveva mandato in onda la trilogia di Mad Max, di cui da tempo non si vedevano in tv i primi due episodi: indignazione e scalpore hanno colpito gli aficionados che si erano registrati la saga, quando hanno scoperto che le versioni trasmesse dalla televisione a pagamento erano state  stupidamente e malamente sforbiciate. Ci ha pensato Rai2 a supplire in parte al misfatto trasmettendo ieri notte la versione italiana di  Interceptor, alle 00,40, senza nemmeno uno stacco pubblicitario.
E questa settimana la storica soap di Canale5, Vivere, ha citato la scena de L’Atalante di Vigo resa famosa da FuoriOrario: scatti di orgoglio della tv generalista?

Lady Vendetta

Sympathyforlady1Per la nota legge che se un film non piace a Fringe io ne andro’ pazza, dopo aver letto il suo post su Lady Vendetta sono entrata in sala con la certezza di vedere un film che mi avrebbe pienamente soddisfatto, e invece si e’ trattata una di quelle rare volte in cui il mio parere collima con il pensiero dell’esimio collega e forse lo trascende: Lady Vendetta e’ una pellicola noiosa, talmente astratta da impedire di seguire la trama, con estremizzazioni di pathos tali da risultati irritanti se non offensive per talune sensibilita’.
Chan-wook Park resta sempre un grandissimo costruttore di immagini, ma la sua misoginia, gia’ latente in Old Boy qui esplode in un universo di figure femminili infingarde (e non occorre pensare alla Strega che nella sua cattiveria trova una dignita’ ma basta pensare alla sorella del bambino ucciso che chiede quando riavranno i soldi) compresa la protagonista che non riesce ad accaparrarsi la simpatia degli spettatori.
Devo pero’ ammettere che qualcosa di davvero incantevole in questo film c’e’: i titoli di testa che racchiudono perfettamente le valenze del bianco e del rosso e nella commistione di tutti gli elementi per cucinare si riesce quasi a trovare un senso a questa storia squinternata.

Brigada

Brigada Ho visto  la prima puntata dell’acclamata serie russa definita la risposta sovietica a I Soprano: purtroppo non ho mai seguito le vicende della famiglia Soprano, quindi non so giudicare questo paragone, ma il telefilm russo mi e’ piaciuto molto.
Brigada racconta le avventure di un gruppo di amici della periferia moscovita:  nell’estate del 1989 Sasha torna dopo due anni di guerra in Afganistan, e non vede l’ora  di ritrovare la fidanzata e riprendere gli studi, ma una volta a casa trovera’ una situazione assai diversa dai suoi sogni: i suoi amici sono diventati malavitosi e Lena si prostituisce.
Il ritmo della narrazione e’ piuttosto differente da quello sincopato dei serial americani ma non mancano i colpi di scena e una rappresentazione cruda della violenza: notevoli l’esplosione dell’auto in apertura di episodio e la lotta a mani nude tra Sasha e il pappone di Lena.
Colpisce molto anche la scenografia: i grigi palazzoni sovietici sorti vicino a immense ciminiere a tronco di cono che incombono sul paesaggio punteggiato da ruderi arrugginiti di attivita’ metalmeccaniche: un motivo per guardare la serie puo’ essere anche l’interesse per l’evoluzione della societa’ russa degli ultimi quindici anni.
Qui gli orari delle repliche della prima puntata della serie che va in onda tutte le domeniche alle 22.00 su Canaljimmy.

Match point

Matchpoint

L’arrampicata sociale nel bel mondo londinese di un giovane insegnante di tennis belloccio e squattrinato potrebbe essere bruscamente interrotta da una liason con la sensualissima ex fidanzata del cognato..

Un film che mi e’ piaciuto molto, forse perchè non sono mai stata "alleniana praticante" e di conseguenza non mi  ha turbata il cambio di stile operato dal vecchio maestro newyorkese che lascia Manhattan per ambientare in una Londra livida questo apologo cinico e amaro (ma veritiero) sul ruolo  preponderante che la fortuna ha nelle nostre esistenze.
Non si salva nessuno in questa pellicola: da subito la ricca famigia Hewett si rivela insopportabile e lo spettatore parteggia istintivamente per i due outsiders, la bella Nola, americana in trasferta per tentare una carriera artistica che non decollera’ mai e l’aitante Chris, irlandese, figlio di  minatori che "si e’ tirato fuori" dai bassifondi grazie allo sport, ma ben presto  anche i due protagonisti dimostrano una smania di non perdere quel che hanno ottenuto che li rende simili ai ricchi borghesi a cui si sono agganciati e la sfida puo’ essere vinta solo dalla fortuna che deciderà il risutato finale.
Nonostante ci sia molto del "classico" Allen soprattutto nelle scene d’interni dove l’alta borghesia interagisce, il film e’ intriso di cultura europea, non solo nell’ambientazione ma anche nei modelli: una storia che in fondo e’ un classico americano (giusto ieri, ricordando Shelly Winters, citavo Un posto al sole) assume i toni più lenti e assoluti della letteratura europea (nel film si leggono Dostoevskij  e Strindberg) e anche  nei referenti cinematografici Allen pare distaccarsi dai suoi maestri preferiti per concedersi un beffardo   gioco finale degno di Hitchcock.
La colonna sonora e’ composta  esclusivamente da arie d’opera e talune tornano a caratterizzare i vari momenti: un brano giocoso, da commedia, scandisce il rapporto tra il protagonista e la ricca moglie viziata, mentre un brano piu’ languido sottolinea il rapporto passionale tra Chris e Nola.
Molto piacevole la coppia di attori protagonisti la cui visibile alchimia si nota sullo schermo: soprattutto Scarlett Johansson conferma definitivamente le sue capacita’ recitative e il suo fascino.

Addio a Shelley Winters

E’ scomparsa ieri l’attrice americana Shelley Winters, al secolo Shirley Schrift, nata a East St. Louis nell’Illinois, il 18 agosto 1920. Era celebre in Italia per esser stata sposata con Vittorio Gassman.


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La Winters e’ una delle poche attrici dello star system americano ad essersi imposta piu’ per i suoi meriti artistici che per mera bellezza fisica; la sua carriera fu premiata con due Oscar (Il diario di Anna Frank nel 1959 e nel 1965 per Incontro a Central Park).
Sheleywinterslocandine0jo_1Tra i mille ruoli che ha interpretato, (memorabile la  vecchia campionessa  di nuoto che muore ne L’avventura del Poseidon del 1972) un posto significativo hanno le figure materne: a questo filone si puo’ ascrivere anche il personaggio della operaia povera, uccisa da
Montgomery Clift perche’ incinta e quindi ostacolo alle sue mire (la
ricca Liz Taylor) in Un posto al sole del 1951.
Fu l’ingenua madre dei ragazzini protagonisti de La morte corre sul fiume (1955), uccisa dal reverendo Harry Powell; stessa cruenta sorte tocca alla madre svampita della Lolita di Kubrick, ruolo che rivesti’ nel  1962; nel 1970 fu la madre sanguinaria, come recita il titolo orignale, Bloody Mama, de Il clan dei Baker di Roger Corman e nel 1975 fu la madre dominatrice del protagonista di Stop a Greenwich Village .

L’ottava moglie di Barbablu’

Bluebeard_2Bluebeard’s eighth wife, 1938
con Claudette Colbert, Gary Cooper
regia di Ernst Lubitsch

Nizza: l’incontro fortuito in un grande magazzino segna il colpo di fulmine tra la nobile e squattrinata Nicole e il ricchissimo americano Michael Brandon.
I due decidono di convolare a giuste nozze, ma proprio il giorno della cerimonia la ragazza scopre che il promesso sposo ha gia’ sette divorzi alle spalle…

Una commedia  considerata minore, del  maestro berlinese, scritta da Billy Wilder e Charles Brackett  che mette alla berlina il matrimonio, facendo scontrare le assurdita’ della concezione europea  e  di quella americana del vincolo: se Michael Brandon ha sette matrimoni alle spalle e’ perche’ e un uomo onesto, che non tradirebbe mai la moglie, ma la lascia con un cospicuo vitalizio per passare alla nuova fiamma, mentre il nobile clan dei De Loiselle non esita a organizzare un matrimono d’interesse per risollevare le sorti della famiglia, a patto che sia per sempre.
A Nicole, una spumeggiante Claudette Colbert interprete ideale della smart girl intraprendente, non resta che frustare il desidero del marito per tenerselo il piu’ a lungo possibile, facendogli credere di averlo sposato solo per interesse.
Il lieto fine rappresenta la vittoria della figura femminile e avviene dopo che il povero marito e’ stato internato in una casa di cura per esaurimento nervoso e per fargli incontrare la moglie e’ necessario mettergli la camicia di forza.
Il film  ha dei momenti esilaranti che illustrano la lotta tra i sessi: memorabile la scena di seduzione con il marito che fa bere la moglie per poterla sedurre e lei che si divora un cespo di cipolle di cui lui non sopporta l’odore per tenerlo lontano: la scena parte con tono giocoso ma si trasforma in una sarabanda folle dove escono le verita’ che si celano dietro ai rapporti d’amore.
Anche la rivisitazione de La Bisbetica domata di Shakespeare e’ divertente: il povero Michael prende ad esempio il modello di uomo shakespeariano, di cui ha appena letto, sculacciando la moglie ma questa si difende a graffi e morsi, avendo la meglio; questo episodio del film sottolinea il senso di superiorita’ che il clan mitteleuropeo di Lubitsch ha nei confronti dell’America, ricca e pragmatica ma fondamentalmente ingenua e priva di cultura che scambia la vasca da bagno di Luigi XIV per una tinozza da bucato. Del resto all’ingresso del grande magazzino dove inizia il film c’e’ un cartello che dice che nel locale si parla inglese, tedesco ed  italiano e si capisce l’americano.

Il Tesoro del castello senza nome

IltesorodelcastellosenzanomeIl parigino Jean-Loup va in vacanza nella colonia di Campo Verde, sulle Ardenne Belghe; ben presto entra a  far parte del gruppo dei Cinghiali, superando le necessarie prove di coraggio, diventando inseparabile amico del capobanda, Bruno, detto Cow-boy.
La colonia prevede ogni anno una grande caccia al tesoro da svolgersi nelle foreste: questa volta i ragazzi devono aiutare lo storico del paese sulle  tracce di un tesoro templare. Il gruppo formato da Bruno Jean-Loup, Lustrucu e Byloke, si unisce ad un altro coinvolto nella ricerca di cui fanno parte Patrick, il tedesco Franz e la bella canadese Marion. I ragazzi riescono a trovare il nascondiglio del tesoro, ma qualcuno cerca di fermarli: il tesoro trovato non e’ quello dei templari, ma il bottino di una banda di pericolosi malviventi..

E’ uscito in dvd all’inizio del 2005 il classico  per eccellenza dei telefilm per ragazzi, coproduzione franco-belga del 1969 sbarcata in Rai nel 1972.
Rivisto a distanza di decenni lo sceneggiato riesce ancora ad essere avvincente e si capisce la motivazione dell’enorme successo avuto all’epoca mescolando tutti gli aspetti che possono interessare l’infanzia: c’e’ il lato storico-misterioso dei templari, con la ricerca del tesoro tra  cunicoli ed anfratti, quello tecnico-sportivo delle gare in go-kart, l’uso dell’aeroplano telecomandato e delle fughe in moto e poi c’e’ il lato avventuroso del poliziesco che e’ forse quello che ha retto meno alla prova del tempo con una soluzione un po’ semplicistica del giallo.
Per certi versi la morale de Les Galapiats puo’ ricollegarsi ad Harry Potter spingendo il bimbo a trovare in se’ la forza e il coraggio di affrontare le situazioni piu’ impensabili,  mentre HP  deve sublimare nella magia, i primi anni ’70 permettevano ai bambini maggior liberta’ per l’azione pratica (il telefilm si basa su un vero episodio di cronaca che aveva per protagonisti due intraprendenti ragazzini che smascherarono una banda di ladri).
Lo sceneggiato  fu realizzato con molta  cura e attenzione: si tratta di una delle prime produzioni a colori della tv  francese, la colonna sonora e’ tutt’ora famosissima; venne diretto con mano sicura da Pierre Gaspard-Huit regista di film di genere dei primi anni ’60 passato alla televisione dopo il repulisti della Nouvelle Vague e i protagonisti divennero subito idoli dell’infanzia europea: personalmente stravedevo per Jean-Loup.

Tesorocastellosenzanome1cbIl dvd della Yamato offre un discreto restauro della pellicola, anche se ogni tanto si nota qualche squadrettatura, gli extra sono interessanti: raccontano la genesi e la lavorazione del film, facendo venir voglia di visitare i luoghi che hanno fatto da scenario alla vicenda: Stavelot ospita ancora oggi la congrega dei Blanc Moussi.

Sur le pont d’ Avignon

84530459_996b54ad9eMica lo sapevo che del famigerato ponte restano poche campate che non arrivano neppure all’Ile de Barthelasse! Nonostante questo e nonostante le numerose spiegazioni del fatto che, checche’ ne dica il famoso brano d’operetta, sul ponte non si e’ mai danzato ma si si ballava sotto di esso, io qualche passo di gavotta l’ho accennato (ecco i risultati di una buona educazione cattolica!)
Avignone e’ una citta’ molto affascinante permeata dalla cultura gotica (non per nulla e’ gemellata con Siena) oltre al ponte di St. Benezet e al Palazzo dei Papi, imperdibile e’ il Petit Palais con la sua quadreria di scuola italiana e avignonese del XIII e XIV secolo, in particolare, come tiene a specificare il gentilissimo  capo dei custodi  di origine italiana, la collezione vanta un Madonna del Botticelli e una Sacra Conversazione del Carpaccio; ma provo a raccontare la citta’ per immagini con il mio nuovo account flickr (ecco i risultati di un costante bloggeraggio!)
Appunto cinefilo: anche in Francia continua la quaresima cinematografica santificata da Narnia, Chicken Little e Vizi di famiglia