Daniele Formica – Il teatro e’ finzione

DanieleformicaNiente di meglio che una serata a teatro per uscire dalle paturnie elettorali: ieri la stagione teatrale del Comunale di Alessandria si chiudeva con lo spettacolo di Daniele Formica che ha divertito lo scarso pubblico presente in sala; le capacita’ ironiche e affabulatorie di Formica non sono certo state scoraggiare da questo fatto e con il sarcasmo che lo contraddistingue, l’attore ha raccontato del suo rifiuto alla proposta di partecipare a L’isola dei famosi, rinunciando a una vetrina che sicuramente avrebbe fatto riempire i teatri che stanno ospitando la sua tournee’ (ma da quanto ho capito ha partecipato all’ultimo film di Mel Gibson sui Maya).
Lo spettacolo e’ una bella alchimia tra monologo e improvvisazione tanto che ho avuto l’impressione che alla fine da dietro le quinte sia arrivato il consiglio di mettere un freno alla sua straripante dialettica che aveva incantato il pubblico: personalmente sarei stata altre due ore ad ascoltarlo mentre faceva rivivere i grandi del teatro italiano partendo dal monologo del Riccardo III di Shakeaspeare (Ora l’inverno del nostro scontento..) che Formica ha interpretato alla maniera di tutti i grandi da Gassman ad Albertazzi, da Romolo Valli a Carmelo Bene, fino ad arrivare alle versioni di Paolo Stoppa o ad immaginare quella di Aldo Fabrizi; il monologo shakespeariano in realta’ era solo il pretesto per dar vita ad un’ affettuosa storia del teatro italiano che raccontando teneramente vizi e debolezze di grandi artisti ne metteva in risalto le grandi qualita’ artistiche ed umane (ad esempio non sapevo che Vittorio Gassman ha inventato il teatrotenda, portando cosi’ i classici fuori dai paludati templi della cultura e avvicinandoli al pubblico piu’ popolare, che magari era a rischio di abbiocco, ma il pericolo veniva scongiurato dalla roboante voce di Gassman).
Uno spettacolo molto intelligente e divertente che con leggerezza racconta la storia di cinquant’anni di teatro italiano e il rapporto controverso tra teatro, dove si paga per andare a sentire delle bugie, sapendo che ti verranno raccontante e la televisione dove si tenta, magari gratuitamente, di spacciare per verita’ assoluta le fandonie piu’ impensabili.

Sensazioni

La baldanzosa speranza del pomeriggio che si trasforma in un mesto rientro sotto la pioggia dopo aver sentito per radio la sesta proiezione Nexus e le illusioni svaniscono come lacrime nella pioggia, per citare un altro Nexus6; una mezza tromba d’aria nella notte, il risveglio nella confusa certezza (?) di una vittoria risicata e un nervoso fremente che non si placa neppure adesso perche’ la certezza e’ una sola: il berlusconismo ha vinto (che mi frega a me del nanerottolo!).
Ha vinto nella celebrazione che tutti i politologi e massmediologi fanno delle capacita’ comunicative di Berlusconi esaltando la sua eccezionale (?) campagna politica incentrata sull’eliminazione dell’ICI, quindi su una bugia: e questa sarebbe la politica? la Res Publica trasformata in una merce da baraccone in mano ad un imbonitore che nel vecchio West sarebbe stato impiumato ed incatramato, appena scoperto?
Ha vinto nella triste parata della sinistra alle tre di notte con Prodi che scandisce la vittoria, giocando ancora una volta con le parole e le immagini, seguendo lo squallido solco tracciato dal demonizzato nemico, dalla sua eredita’ che ci pesera’ sulle spalle per anni: quanto sarebbe stato piu’ dignitoso mandare la gente a casa e rinviare il tutto a spoglio completato!
Ha vinto in quel riscatto venuto da lontano, da quegli italiani d’oltremare che invece di rimpiangere pizza e mandolini con uno scatto d’orgoglio cercano di liberare il Paese natio dal pantano di ridicolo in cui affonda a livello internazionale.
Ovviamente spero con tutte le mie forze che la coalizione duri e possa governare dimostrando onesta e dignita’ politica, ma oggi e’ davvero difficile non sentirsi sconfitti, comunque.

La fuga

Lafuga_1Dark Passage
USA 1947
regia di Delmer Daves,
con Humphrey Bogart; Lauren Bacall; Agnes Moorehead

Vincent Parry riesce a fuggire da San Quintino dove era stato incarcerato per un’ingiusta accusa di uxoricidio. Aiutato da Irene Jensen, Parry si sottopone ad una plastica facciale e con il nuovo volto va alla ricerca del vero assassino..

Film celeberrimo per la lunga soggettiva iniziale che permette di non vedere il volto del protagonista fin dopo l’operazione chirurgica e crea una forte identificazione nello spettatore, con momenti di grande suspance come quando vediamo le mani di Parry ritirarsi da quelle del poliziotto che fruga a tastoni sotto la coperta che nasconde il fuggitivo.
L’uso geniale della tecnica fa accostare Dark Passage a Una donna del lago, il film girato tutto in soggettiva fatto uscire dalla MGM nel 1946: in realta’ il soggetto di Daves e’ precedente al film di Robert Montgomery, ma Jack Warner non approvava l’idea che uno degli attori di punta della sua major, Bogart, comparisse de visu solo a tre quarti del film, cosi’ il film fu prodotto solo dopo il successo del film targato MGM; in realta’ la prova a volto fasciato che consente all’attore di recitare solo con gli occhi, conferma ulteriormente le grandi capacita’ attoriali dell’”impassibile” Bogey, qui al terzo film dei quattro girati accanto alla stupenda Lauren Bacall; ma menzionare anche la prova di Agnes Moorehead, perfida come non mai.


DarkPassage


La fuga ha delle componenti che fanno pensare ad una certa specularità con Detour di Ulmer, uscito nel 1945: se nel lavoro di Ulmer gli incontri causali facevano precipitare il protagonista in una spirale di disperazione, nell’opera di Daves incontri altrettanto causali, prima quello con la ragazza che vuole riscattare l’ingiusta morte del padre, poi quello con il tassista che porta Parry dal chirurgo, forniscono al protagonista un’occasione di riscatto; anche dagli incontri con figure negative come il truffatore che tenta il ricatto, Parry riesce a ricavare informazioni che lo aiutano nel suo percorso: per Daves non e’ il destino a dominare l’uomo, ma questi ha la forza per piegare gli eventi a proprio vantaggio.
Il regista costruisce una San Francisco labirintica e a tratti metafisica dove i cartelli di senso unico stanno ad indicare la strada piu’ ovvia che il destino ha scelto, mentre il protagonista corre sempre nella direzione opposta, fino a raggiungere in maniera rocambolesca e al limite del verosimile il sospirato happy end. Avrei preferito che il film si chiudesse sul sottofinale della telefonata tra i due innamorati: la scena in Messico nel bar in stile moresco e con Bogart in giacca bianca ricorda un po’ troppo Casablanca.

Roger Corman

Roger-corman

Il regista è scomparso il 9 maggio 2024

Il re dei B movie nasce a Los Angeles il 5 aprile 1926; laureatosi in ingegneria, si licenzia dopo soli tre giorni dalla U.S. Electrical Motors di Slauson dove era stato assunto come apprendista ingegnere; dopo aver ripreso gli studi ad Oxford in letteratura, approda finalmente al cinema trovando impiego presso la Fox come fattorino. La carriera all’interno della major e’ velocissima e ben presto diventa script-analyst. Insoddisfatto dalle storie che deve valutare, inizia a scriverne di proprie: nel 1952 da un suo soggetto nasce il film F.B.I. Operazione Las Vegas (Highway Dragnet) diretto da Nathan Juran.
Con quanto guadagnato dalla vendita del soggetto, nel 1953 Corman fonda la sua prima casa di produzione, la Roger Corman Production e produce The Monster from the Ocean Floor di Wyott Barney Ordung.
Il ruolo di Roger Corman produttore (fondera’ quattro compagnie di produzione e collaborera’ spesso con Sam Z. Arkoff della AIP) sara’ fondamentale nei decenni successivi per la rinascita del cinema hollywoodiano, infatti tutti i grandi cineasti hanno iniziato sotto la sua ala: da Coppola a Scorsese, da Bogdanovich a Joe Dante, da Demme a Ron Howard. Anche il suo ruolo di distributore si rivelera’ fondamentale per far conoscere all’America degli anni ‘70 molto cinema europeo e d’autore, a partire da Fellini, Truffaut, Bergman e Kurosawa.
Nel 1955 dirige il suo primo film, Cinque colpi di pistola inizia cosi’ un decennio fecondissimo che lo portera’ a dirigere 60 film, tutti girati in tempi brevissimi e a con un budget molto ridotto. Tra questi titoli si celano molti gioielli, da La piccola bottega degli orrori del 1960 girata in soli due giorni e una notte che vede il debutto del giovane Jack Nicholson, a molti film del ciclo dedicato a Poe che ha per protagonista il grande Vincent Price.







I film girati dopo il 1964 si riveleranno fondamentali per l’inizio della New Hollywood, a partire da I selvaggi del 1966 che narra le vicende di bande di motociclisti, seguito da Il serpente di fuoco del 1967 che racconta le esperienze con LSD di un uomo in crisi: i pesanti tagli di censura a cui il film fu sottoposto allontanarono Corman dalla regia, non prima che nel 1970 girasse il bellissimo Il clan dei Baker, storia di una madre sanguinaria, (una grande Shelley Winters) e dei suoi quattro figli, uno dei quali e’ interpretato da un poco piu’ che esordiente Robert De Niro.
Nel 1971 Corman lascia la regia dopo aver girato Il Barone Rosso e vi ritorna solo nel 1990 con Frankenstein oltre le frontiere del tempo. Celeberrima la sua biografia edita in Italia dalla Lindau, Come ho fatto cento film a Hollywood senza mai perdere un dollaro, dove il regista si racconta con intelligenza ed ironia.







Antonello da Messina

Nella prima meta’ degli anni ‘90 frequentavo un corso di antiquariato in quel di Torino ed e’ li’ che mi sono innamorata di Antonello da Messina: il professor Cottino (ora direttore del Museo Accorsi) inseri’ la prima diapositiva e poi si mise a parlare con alcuni studenti.
Restai dieci minuti buoni a fissare quel volto, smarrendomi nella malinconica tristezza di quegli occhi.
Da quel giorno Antonello da Messina divenne il mio pittore preferito: praticamente un colpo di fulmine che mi avrebbe riservato le meravigliose sorprese de L’annunciata ed il Ritratto Trivulzio che e’ praticamente identico a mio zio Giuseppe.



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E’ con una fitta al cuore che ho appreso leggendo la recensione di Exibart sull’importante mostra che Roma dedica ad Antonello che l’appuntamento con il mio primo amore e’ rimandato: il Salvator Mundi e’ tra le pochissime opere non esposte .

Antonello da Messina
Roma – Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16
Dal 18 marzo al 25 giugno 2006

Il caimano

Ilcaimano Il controverso film di Nanni Moretti suberlusconi in realta’ intreccia con ottimo equilibrio tre argomenti portanti: il cinema , il privato del protagonista e la politica.
Il film si apre sulla retrospettiva dedicata ai film Paolo Bonomo (direi che il nome e’ gia’ tutto un programma per indicare una persona “normale”), ed e’ esilarante vedere Moretti scimmiottare poliziotteschi ed azioni tipicamente tarantiniane (Margherita Buy versione Aidra rammenta un po’ la Sposa di Kill Bill) ricordando che nei suoi film precedenti Nanni si scatenava contro Don Siegel o Henry pioggia di sangue.
Riponendo vecchie ubbie contro certo film di genere, Moretti ci illustra il mondo cinematografico italiano dove e’ sempre piu’ difficile sopravvivere: i piccoli teatri di posa sono riconvertiti in location per le televendite e anche quando un progetto inizia a prendere corpo (non necessariamente dev’essere un film di spinoso argomento politico), basta la chiamata di un colosso come De Laurentis perche’ registi ed attori si defilino.
Alle difficolta’ professionale si sommano i problemi personali di Bonomo che si sta separando dalla moglie, o meglio sta subendo la volonta’ dei lei di separarsi e il dramma di dover comunicare la notizia ai figli senza traumatizzarli troppo. Questa parte sentimentale e’ quella che mi ha intrigato meno, anche se le immagini piu’ coinvolgenti riguardano questo segmento del film, ad esempio la camminata del bambino sui lego che ricoprono il pavimento.
C’e’ poi la parte politica: non e’ una novita che Moretti contestualizzi saldamente le sue storie nei momenti storici ed in questi ultimi anni il Presidente del Consigio ha innegabilmente tenuto la ribalta con i suoi misteri e le sue gaffe. Significativo non e’ tanto il film che la giovane regista vuole girare, in fondo le domande sui soldi di Berlusconi sono in ballo da anni e come dice lo stesso Moretti nella parte dell’attore a cui viene proposto il ruolo del premier, chi voleva capire ha capito e gli altri continueranno a far finta di nulla, molto piu’ significativo e’ il finale del processo con reminiscenze da La Fattoria degli animali (questo cittadino e’ piu’ uguale degli altri!) angosciante per come Moretti abbia il coraggio di dire flaubertianamente che “Berlusconi c’est moi”, infatti tutti noi siamo ormai corrosi dal berlusconismo: basta pensare all’attuale campagna elettorale dove il premier ha trasformato il programma della sinistra di riformare il sistema fiscale in uno spettro che tutti cercano di placare arrivando per assurdo, quasi a giustificare l’evasione.

Le tre sepolture

Letresepolture

Texas: un vaqueros messicano, immigrato illegalmente viene trovato morto; quando il suo amico Pete scopre chi l’ha ucciso, costringe l’assassino ad aiutarlo a mantenere la promessa che aveva fatto a Melquiades: riportare la sua salma nel paese dov’era nato, in Messico.

Debutto alla regia per il sessantenne Tommy Lee Jones con un film molto complesso che rilegge il genere western per mettere a confronto gli States e il Messico, separati da un fiume che segna il confine tra due mondi completamente differenti. Con un atteggiamento vagamente pasoliniano, il regista mostra la realta’ di un piccolo paese di frontiera squallido nell’edilizia e nei costumi, dove la moderna societa’ dei consumi americana si sublima nella tecnologia, cioe’ televisori e cellulari mentre il Messico, economicamente arretrato, conserva la dignita’ delle tradizioni, delle curatrici che con le erbe possono salvarti dal morso di un crotalo.
La grandezza di questo debutto sta anche nella capacita’ dimostrata dall’attore ora regista di giocare con gli stili: l’inizio ambientato nel versante texano e’ girato secondo le piu’ moderne tendenze cinematografiche che frammentano la trama in un puzzle di flashback, lo stile si fa sempre piu’ lineare e classico quanto piu’ ci si inoltra verso il Messico, che diventa alla fine un luogo mitico, depositario dei sogni di un immigrato e dell’archetipo della cultura western.

Eclisse

Nonostante le due paia d’occhiali da sole sovrapposti (entrambi graduati, per un totale di sei diottrie) e l’uso di un filtro ( ehm..una custodia per cd arancione) ho rischiato la cecita’ cercando di fotografare l’eclissi che qui praticamente non si e’ vista. Nulla a che spartire con quella dell’agosto 1999 quando al parziale calare della luce solare i piccioni si son messi a dormire con il capino sotto l’ala risvegliati pochi minuti dopo dal gallo del vicino che ha salutato con un sonoro chicchirichì’ il ritorno della luce.
L’unico sole che mi e’ riuscito di immortalare degnamente e’ la forsithya in piena fioritura.






.. primavera non bussa, lei entra sicura..

Truman Capote: A sangue freddo

CapoteasanguefreddoNovembre 1959: il massacro di una famiglia in Kansas attira l’attenzione del celebre scrittore Truman Capote che decide di utilizzare il caso per tentare una nuova formula letteraria ibridando romanzo ed inchiesta giornalistica.

Raggelato nel suo fascino disturbante, un biopic sui generis che invece di narrare l’intera parabola esistenziale del protagonista concentra l’attenzione su un particolare episodio della sua vita che si rivela fondamentale per capirne l’esistenza.
Il personaggio in questione e’ Truman Capote controverso protagonista della letteratura e del bel mondo newyorkese che, forte delle sue capacita’ intellettive osa l’inosabile diventando amico degli assassini che compirono lo sterminio della famiglia Clutter per poter ottenere informazioni di prima mano per il suo romanzo-verita’.
Mentre nel biopic tradizionale il protagonista e’ quasi angelicato , perennemente giustificato anche nelle scelte piu’ sconsiderate , in questo film lo spettatore rimane sconcertato perche’ l’immagine che viene data di Capote non e’ molto confortante.
Il titolo che Capote sceglie per il romanzo A sangue freddo si potrebbe adattare perfettamente anche al suo lucido e spietato proposito di utilizzare un sentimento di amicizia a fini letterari; solo le didascalie finali che raccontano come lo scrittore non si sia mai veramente ripreso da questa esperienza permettono allo spettatore di simpatizzare nuovamente per il protagonista del film.
Piu’ che narrare una biografia, o parte di essa, la pellicola indaga sul superomismo che affligge l’artista costretto (?) a mettere l’arte prima dei rapporti umani, un tema assai poco presente nella cinematografia contemporanea.

Addio a Richard Fleischer


Si e’ spento a 89 anni l’eclettico regista, figlio del cartoonist Max Fleischer, creatore di Braccio di Ferro e Betty Boop.
Richard Fleischer debutta come documetarista e in seguito approda alla RKO dove firma alcuni noir molto interessanti, a partire da Bersaglio Umano nel 1949.
Nel 1954 dirige per la Disney 20 mila leghe sotto i mari dal romanzo di Jules Verne.
Nel 1955 firma un altro splendido poliziesco, Sabato tragico dove i momenti che precedono una rapina diventano motivo ddi analisi sociologica della cittadina dove si svolgera’ il colpo.
Ma e’ nel 1966 che Fleischer dirige uno dei piu’ bei film di fantascienza di tutti i tempi: Viaggio allucinante.







Nel 2004 il TorinoFilmFestival gli aveva dedicato una retrospettiva.