E’ stato indetto per venerdi’ 14 ottobre uno sciopero delle associazioni e dei sindacati dello spettacolo per protestare contro i pesanti tagli (almeno il 40%) che la nuova finanziaria operera’ al FUS, Fondo Unico per lo Spettacolo. Venerdi’ prossimo, dunque, dovrebbero esser chiusi tutti i teatri e le sale cinematografiche nazionali, spostando al giorno seguente l’uscita dell’atteso film di Benigni La tigre e la neve.
Quello che puo’ fare ogni singola persona amante del cinema, del teatro e di ogni altra forma di spettacolo e’ firmare la petizione di protesta contro una situazione ormai insostenibile.
Anno: 2005
Sotto il sole nero
Sergio si stabilisce abusivamente in un soffitta di San Salvario, ed entra in contatto con la comunita’ multietnica del quartiere, innamorandosi anche di Judy, ex prostituta nigeriana che ora sfrutta la sorella Jennifer. Assieme alla fidanzata e a Badu, un amico musicista, Sergio inventa un canale televisivo fittizio, The Black Soul Channel, allo scopo di realizzare filmati da spedire alle famiglie dagli emigrati per attestare il successo ottenuto in Italia.
Interessante opera prima del documentarista Enrico Verra, da sempre molto attento ai problemi delle periferie torinesi e proprio da un documentario sul difficile quartiere nasce l’idea di questo film che illustra i diversi aspetti della realta’ multietnica di San Salvario, dal controverso legame tra le due sorelle nigeriane che sfocera’ in tragedia, alla distinzione morale che gli arabi fanno con il denaro guadagnato legalmente, quindi degno di essere mandato alla famiglia e quello “sporco”, guadagnato attraverso lo spaccio.
L’astensione di giudizio sul composito mondo di San Salvario si riflette anche sull’uso del media televisivo: da un lato le cassette sono utilizzate per dimostrare la propria riuscita nel mondo occidentale, provocando pero’ un aumento delle richieste economiche di chi e’ rimasto nella terra d’origine, dall’altro viene anche mostrato il potere critico del mezzo per cui se la prima realizzazione di The Black Soul Channel e’ Miss Nigeria in Italia, cioe’ il sogno di una realta’ irraggiungibile, GhettoChic dimostra gia’ una presa di coscienza, anche se giocosa, della propria situazione, l’avventura televisiva finisce con Maroc’n’roll sarcastico festeggiamento del diciottesimo anno d’eta’ che per il giovane immigrato significa la fine dei diritti legati all’infanzia e l’espulsione immediata per qualunque infrazione della legge.
Ho visto il film una settimana fa, nei giorni in cui e’ stata ufficializzata la nomina di Private come rappresentante italiano agli Oscar. Non ho visto il film di Saverio Costanzo, soprattutto per i problemi di cui parlo nel post precedente ma anche per un pizzico di pregiudizio, non lo nego.
Di certo e’ curioso che due opere prime di due documentaristi abbiano un percorso cosi’ diverso:
Sotto il sole nero continuera’ la sua distribuzione nei cineforum senza neppure una locandina a pubblicizzarlo e Private dopo aver vinto a Locarno arrivera’ fino ad Hollywood. Al di la’ delle differenze di qualita’, magari anche notevoli che potrebbero esserci (ma non credo ci siano) tra i due film, mi risulta molto difficile seguire il consiglio della saggia EmanuelaZini e non credere che il fattore ”C” abbia spianato la strada a Private molto piu’ di quel che consente la naturale curiosita’ verso il lavoro di un figlio d’arte.
Diario di una cinefila di campagna
Che non senta piu’ parlare di crisi del cinema, di calo delle vendite dei biglietti!
Le sale cinematografiche dovranno certamente combattere con altri metodi di fruizione dei film e la crisi economica non e’ certo d’aiuto, ma anche gli esercenti hanno la loro buona dose di responsabilita’ e ve lo dice una che in un solo mese ha subito ben due cocenti delusioni!
Il castello errante di Howl che come tutti sapete e’ uscito in Italia con un anno di ritardo e solo grazie al Leone d’oro alla carriera attribuito quest’anno al maestro Miyazaki, e’ arrivato in una sola sala in tutta la provincia di Alessandria, tra l’altro la peggiore, l’occasione non era certo di quelle che permettono di fare gli schizzinosi e cosi’ avevo programmato di andare a vedermi questo capolavoro dell’animazione nipponica il mercoledi’, forte della certezza che da sempre i film stanno in cartellone una settimana e vengono cambiati il venerdi’. Non vi dico la trepidazione con cui ho atteso che arrivasse il giorno fatidico, ma la sera in questione ho avuto uno strano presentimento e cosi’ prima di uscire ho telefonato alla sala per avere conferma, mi ha risposto la segreteria telefonica che con voce serafica annunciava che il cinema era chiuso per ferie mercoledi’ e giovedi’ e avrebbe riaperto venerdi’ con la proiezione de I fantastici 4… Ferie?FERIE??? Era la seconda settimana di settembre e tutti i cinema di Alessandria erano stati chiusi da meta’ luglio ad una decina di giorni prima!!!
L’ultima disavventura l’ho avuta ieri sera: avevo deciso di vedere I giorni dell’abbandono che nonostante i fischi della critica mi incuriosiva. Avevo organizzato di andarci in solitaria al primo spettacolo previsto alle 20,15, ero uscita prima per fare anche la spesa all’Esselunga e all’ora convenuta sono davanti al cinema. Che trovo sprangato.
Ora, per una serie di motivi che e’ troppo lungo spiegare tutti i miei orologi sono avanti dagli 8 ai 3 minuti per cui avendo sempre un’idea molto vaga del tempo, presumo di essere arrivata troppo presto e decido di restare ad aspettare.. Il cinema in questione e’ quello del dopolavoro ferroviario nei cui locali sono ospitati anche una palestra, un bar piuttosto squallido e corsi di diversa natura, evidentemente molte di queste attivita’ iniziano alle 20,30 perche’ nel parcheggio (privato) inizia un viavai di macchine e ovviamente l’unica babbea che se ne resta seduta in auto con fare sospetto e’ la sottoscritta, suscitando gli sguardi incuriositi dei passanti: nella migliore delle ipotesi mi hanno preso per una che faceva la posta al fidanzato, nella peggiore per una terrorista, ovviamente il problema non e’ il giudizio degli altri ma il senso di ridicolo autoreferenziale, il chiedersi sempre piu’ insistentemente che cavolo ci sto facendo qui? Per farla breve dopo le 20,40 faccio un altro giro di ricognizione davanti alla porta sempre sprangata del cinema e poi me vado con le pive nel sacco. Non contenta, appena rientrata in casa provo a chiamare al cinema il cui telefono squilla inesorabilmente a vuoto ed io giuro (braccio alzato verso il cielo come Scarlett O’Hara) di frequentare solo multiplex d’ora in poi, ecco!
La bestia nel cuore
Il film della Comencini mi ha lasciato del tutto insoddisfatta, anche se ho apprezzato la storia principale dei due fratelli molestati dal padre nell’infanzia; non capisco perche’ con un tema cosi’ scottante da approfondire ci sia stata la necessita’ di disperdersi in storie parallele molto piu’ convenzionali: forse si avvertiva l’esigenza di alleggerire i toni della pellicola, un modo come un altro per giustificare la mancanza di coraggio.
Non ho capito assolutamente la continua diatriba tra cinema e televisione che coinvolge il marito della protagonista ed i suoi colleghi impegnati in una fiction: credevo che avesse una qualche valenza particolare visto che nel primo incubo relativo alla propria infanzia, Sabina inizia a prender coscienza di cio’ che ha subito vedendolo su uno schermo, invece le frustrazioni artistiche di attori e registi costretti a ripiegare sulla banalita’ della tv per campare diventano solo uno sterile refrain, addirittura un po’ ridicolo se si pensa che Alessio Boni e’ arrivato al successo con Incantesimo, seriale medical-televisivo tra i piu’ melensi.
Non mi ha convinto del tutto neppure l’amore lesbo tra l’amica cieca di Sabina e la cinquantenne abbandonata dal marito interpretata da Angela Finocchiaro, l’ho trovato piuttosto stereotipato e la scena in cui la cieca si dichiara guardando in un altra direzione mi ha fatto cadere le braccia per l’evidente significato che si voleva dare all’amore che procede a tentoni e non riesce mai a centrare il proprio bersaglio e per la soluzione della scena con una battuta (scontata) della Finocchiaro.
Ma il vero grande interrogativo che mi ha posto questo film e’ il seguente:perche’ tutti i non vedenti della storia del cinema, da Audrey Hepburn in poi, devono vivere in un seminterrato?!?
The L world
Forse e’ presto per giudicare dopo soli quaranta minuti di visione, ma il primo episodio della “serie lesbo-chic” trasmessa da La7 non mi ha entusiasmato. A predispormi sfavorevolmente ha contribuito lo stile molto classico del telefilm: la prima inquadratura mostrava lo skyline notturno di Los Angeles, la citta’ in cui e’ ambientato il serial.
Ho trovato molto poco scandalose le situazioni proposte finora, le scene di sesso erano piu’ realistiche in Sex and the city e rese piu’ divertenti da una buona dose di ironia.
Al dil la’ dei caratteri del gruppo di protagoniste lesbiche (per la cronaca ho provato un’istintiva antipatia per il personaggio di Beth interpretato da Jennifer Beals, mentre mi piace molto la butch sciupafemnmine) i personaggi di contorno non escono dalla macchiettismo: i gay sdolcinati, il maschio disposto a donare il proprio seme solo attraverso l’accoppiamento rifiutando categoricamente l’inseminazione..
Ma il personaggio piu’ insopportabile e quello della ragazza di provincia, Jenny, venuta a convivere con fidanzato, gia’ dalla prima inquadratura si capisce che vivra’ un amore saffico con una delle protagoniste, l’unica a non rendersene conto e’ lei: spero vivamente che tutta la prima serie non sia incentrata su questa sua presa di coscienza!
live fast, die young
Forse il piu’ grande mito che cinema ha saputo creare e’ stato James Dean, che da cinquant’anni rappresenta l’ideale della ribellione avendo all’attivo solo tre film: La valle dell’Eden (1955) esordio fulmineo che gli valse una candidatura postuma agli Oscar, Gioventu’ Bruciata (1955) film considerato maledetto perche’ tutt’e tre i protagonisti morirono prematuramente e di morte violenta, ed Il gigante (1956) epopea texana tra allevatori di bestiame e petrolieri che Dean aveva appena terminato di girare quando la notte del 30 settembre 1955 mori’ schiantandosi con la sua Porsche 550 argentata. Aveva solo 24 anni.
Comunista sono!
Mi interesso a fatica della politica italiana ed in particolare non so bene di cosa si occupino i vari ministeri, seguendo la diatriba sul Montalbano comunista ho evinto che un ministro delle comunicazioni non si occupa di libri altrimenti da tempo sarebbe stato a conoscenza di quella difesa delle vittime della scuola Diaz messa in bocca a Montalbano da Camilleri. Evidentemente il buon Landolfi si e’ talmente infuriato a sentir tali frasi in prima serata che le sue orecchie, presumo bordo’, non han sentito la seconda parte della invettiva del commissario che investiva anche il precedente governo di sinistra.
In ogni caso mi preme ricordare a tutti i compagni, se non di ideali politici, almeno di letture e di gusti televisivi, di non perdere stasera l’occasione per trovarsi davanti alla tv dove, forse per l’ultima volta, Il commisario Montalbano ci deliziera’ con le sue sparate contro la politica, (gia’ il titolo dell’episodio, tratto da alcuni racconti, promette bene: Par Condicio) poi da domenica prossima, tornera’ il piu’ neutrale Maresciallo Rocca.
Cinderella man
Questo film e’ l’esatto prototipo del cinema che non amo: buoni sentimenti in una confezione leccata.
Non so se si possa neppure parlare di veridicità storica e verosimiglianza dato che dubito che gia’ nei primi anni ‘30 l’Everlast ponesse il suo bel marchione sui guanti e i pantaloncini dei boxeur, e mi sembra alquanto strano che un pugile se ne torni regolarmente a casa dopo incontri massacranti con appena due punti sopra l’occhio.
Ma il difetto peggiore che imputo alla regia di Ron Howard e’ quello di ragionare per topos: la stamberga dove vive la famiglia Braddock non e’ per nulla dissimile da quella in cui vive la famiglia del Charlie de La fabbrica di cioccolato: sostituite tre pargoletti al quartetto di nonni e il gioco e’ fatto, le stesse atmosfere, le stesse brodaglie allungate con l’acqua, peccato che il film di Burton sia una fiaba e questo la biografia di un eroe della Grande Depressione!
Il film procede cosi’, in maniera del tutto olografica, per luoghi comuni: esempi di estrema onesta’ e dedizione alla famiglia che pero’ non riescono a far amare i protagonisti di questa vicenda.
La boxe e’ lo sport del riscatto per antonomasia, fatto di sudore e polvere ma in questa pellicola il sudore e il sangue mancano, addirittura Russel Crowe, attore molto fisico e sanguigno viene quasi sublimato nella sua aureola di sacrificio.
Le scene di pugilato sono poi il peggio che si sia mai visto sugli schermi per questo sport: gia’ in partenza si sa che Braddock vince (altrimenti non si sarebbe fatto il film) quindi manca la suspance, se poi ogni pugno viene fermato in un rallenti, in una radiografia del colpo subito, la noia regna sovrana grazie anche al peggior esempio di montaggio parallelo mai visto: mezza scena sul ring, stacco sulla moglie fremente, o sulla chiesa orante o sul pubblico esultante.. da rimpiangere il quindicesimo sequel di Rocky!
La fabbrica di cioccolato
Il remake di Tim Burton di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato firmato nel 1971 da Mel Stuart ed interpretato da Gene Wilder si distingue dal primo film gia’ dal titolo che diventa Charlie and the chocolate factory a sottolineare che se nella precedente pellicola Willy Wonka e’ la guida di un percorso iniziatico che insegna ai bambini ad esser migliori, nel lavoro di Tim Burton Charlie diventa l’elemento che permette a Willy Wonka di riconciliarsi con la sua parte infantile e con il suo vissuto familiare. Il cioccolatiere di Burton infatti e’ un creatore pazzo che da oltre un decennio vive recluso nella sua fabbrica in compagnia degli strampalati Ompa-Loompa. Quando decide di misurarsi nuovamente con il genere umano il suo imbarazzo e’ evidentissimo: per superare l’impasse deve leggere degli appunti. Il personaggio e’ reso benissimo da un Johnny Depp in stato di grazia che con le sue risatine nervose, gli atteggiamenti infantili a molti ha ricordato Michael Jackson, ma la presunta fonte d’ispirazione questa volta non e’ stata confermata.
Willy Wonka e’ una sorta di evoluzione di Edward Mani di Forbice, a cui rimanda la fabbrica misteriosa, incombente sulla citta’ come lo era il castello in cui Edward fu creato. Se allora il confronto era tra il freak e la comunita’, oggi Burton analizza la costruzione dei rapporti personali e a chiudere simbolicamente il cerchio c’e’ la rappacificazione con il vecchio padre: del resto Willy Wonka sta cercando un erede cioe’ sta passando dal ruolo di figlio a quello genitoriale e il superamento del conflitto con il padre e’ un passaggio obbligato. La figura paterna e’ interpretata ancora una volta da un grandissimo del cinema horror, Christopher Lee che sostituisce Vincent Price, il padre che in Edward Mani di Forbice moriva lasciando irrisolto il conflitto generazionale.
Spostando l’attenzione sul cioccolatiere il film guadagna un raro equilibrio tra gli aspetti comici e quelli orrorifici: anche in questa versione Willy Wonka sembra ben conoscere i difetti dei bambini che sta accompagnando in giro per la sua fabbrica e va ancora sottolineata la bravura di Depp che con semplici occhiate sa trasformare il suo personaggio da un insicuro nevrotico ad un saputo conoscitore delle debolezze infantili.
Un altro aspetto che ho amato molto di questa pellicola e’ stato il gioco con le citazioni cinematografiche: Tim Burton lo trasforma in un codice per iniziati per cui chi conosce il cinema capisce in cosa si trasfomera’ la tavoletta ben prima di vederlo sullo schermo e anche l’omaggio a Psyco sebbene in modo diverso, rispetta questo modulo.
Quindi dopo aver rivisto il film una seconda volta ribadisco il mio giudizio iniziale: capolavoro!
Come ti sbatto il drogato in prima pagina
E cosi’ anche l’Italia ha avuto la sua vittima da sacrificare in questa lotta mediatica contro la cocaina: l’attore Paolo Calissano, arrestato perche‘ una giovane donna e’ morta di overdose in casa sua.
Ieri sera il TG2 delle 20,30 ha dato la notizia definendo Calissano “la star di Vivere” (la soap di Canale5) dimenticando bellamente che l’attore e’ stato anche protagonista di una fiction di successo, Vento di ponente, trasmessa proprio da Rai2 ed ha partecipato anche ad un’edizione de L’isola dei famosi.
Lo scandalo di Kate Moss ha portato alla ribalta il problema della cocaina, di facilissima reperibilita’ tra i giovani, io non ho soluzioni da dare ne’ nutro particolari simpatie per i protagonisti di queste vicende, ma sono assolutamente convinta che questo orrido perbenismo di facciata che allontana come reietti i vip che sono stati colti in fragrante non e’ certo un deterrente ne’ un esempio valido per distogliere le persone dall’uso della droga.