E’ piuttosto difficile cercare di essere obiettivi nel giudicare un film che racconta una realta’ molto vicina alla propria, anche geograficamente, tanto che alcune scene (il ristorante cinese) sono state girate a pochissimi chilometri da casa mia. L’argomento scelto e’ comunque interessante e inusuale: la periferia della provincia, la vita di quei borghi delle comunita’ montane che d’estate sono la gioia del turista e dei programmi televisivi ma che per i residenti, soprattutto se giovani, si trascinano nella monotonia senza prospettive di un mondo ancora in bilico tra una cultura contadina e una societa’ gia’ postindustriale, dove il cellulare neanche prende e l’autostrada che continua a scorrere indifferente ai piccoli grandi drammi del paese rappresenta l’unica via di fuga.
Interessante la scelta di Paravidino di illustrare una realta’ cosi’ grigia nelle situazioni e nelle condizioni atmosferiche con una fotografia molto vivida, quasi iperrealista che ben sottolinea, forse meglio dei nervosi movimenti di macchina, le tensioni sotterranee dell’apparentemente quieto gruppo di amici e degli adulti che li circondano.
Innegabile la presenza di qualche buco di sceneggiatura, che vuole condensare in pochi mesi anche la storia di Maria, la maestra tornata per insegnare in paese, dove rincontra un vecchio compagno di scuola che sposa e ben presto si ritrova insoddisfatta del suo matrimonio.
Se le introduzioni dei vari personaggi sono ironiche ed alleggeriscono una vicenda dai risvolti drammatici, mostrare il prefinale prima che il racconto sia svolto dai flashback e’ una scelta azzardata che rischia di confondere lo spettatore, anziche’ incuriosirlo.
Anno: 2005
Romanzo criminale
Quello che piu’ mi ha colpito in questo film e l’impianto romanzesco, la dimensione quasi epica dei protagonisti, personaggi per cui si sarebbe simpatizzato senza remore, se solo fossero appartenuti ad un’epoca piu’ remota. Soprattutto Il libanese ha il fascino del brigante (o del gangster anni ’30) che solo in una vita violenta puo’ trovare il riscatto di un’ esistenza, mentre Il freddo e’ un eroe romantico, dilaniato tra l’opportunita’ di un grande amore che potrebbe essere l’occasione di cambiar vita e il dovere di vendicare un amico che e’ stato tutta la sua famiglia. Il dandi no, non e’ un personaggio amabile: troppo pusillanime e disposto a scendere a patti con coloro che hanno permesso l’ascesa della banda, e’ in fondo il personaggio piu’ moderno dei tre, in grado di muoversi agilmente in un mondo dove la mala si mischia con l’alta finanza.
Alla sceneggiatura di ampio respiro, cosi’ inusuale per il cinema italiano contemporaneo, si unisce un cast in stato di grazia, rimarchevoli le prove dei protagonisti: Pierfrancesco Favino eccezionale nel portare sullo schermo la grinta ferina del libanese e Kim Rossi Stuart ottimo nella sua recitazione trattenuta, fatta di mezzi sorrisi: quando i due recitano insieme sono davvero notevoli.
Da menzionare anche il lavoro di ricostruzione storica di circa un quarto di secolo di storia italiana, perfettamente resa attraverso l’abbigliamento e un parco macchine ineccepibile.
I difetti del film stanno tutti nella regia, nelle pretese autoriali di Placido: anche la scelta di inserire i filmati d’epoca diventa ridondante: se gli spezzoni del rapimento Moro avevano una loro ragione d’essere sul grande schermo, per la strage di Bologna ho trovato molto piu’ commovente il dettaglio dell’orologio, ormai simbolo di quel tragico fatto, mentre erano del tutto pleonastiche le immagini dell’attentato a Giovanni Paolo II e della vittoria ai mondiali ‘82: il compito di scandire il tempo poteva essere sopperito anche dalle notizie date radiofonicamente.
Discutibile anche la decisione di caratterizzare l’anonimo burattinaio di tutte le vicende con i tratti fisici di Andreotti, la gobba, le orecchie a sventola e la testa incassata nelle spalle: lo spettatore si distrae dalle vicende piu’ importanti per cercare di capire se si tratta veramente dell’onorevole, risulta molto piu’ inquietante la figura del suo portaborse, l’ambiguo Carenza magistralmente interpretato da GianMarco Tognazzi.
Il regista giustifica la preferenza dell’uso di campi e controcampi come una necessita’ tecnica per non eccedere in ricostruzioni e come un omaggio a Sergio Leone, pero’ girare il 95% del film con questa tecnica rischia di banalizzare il film, facendolo scadere piu’ nella noia che nel doveroso citazionismo!
Altro referente di Placido e’ tutto il gangster movie americano, (la villa del libanese riprende quella dello Scarface di De Palma), mentre se si fosse ispirato maggiormente ai poliziotteschi italiani anni ’70 il film avrebbe sicuramente guadagnato in compattezza e tensione, soprattutto se si fosse indugiato in qualche dettaglio piu’ truculento: per essere un film sulla malavita il sangue latitava un po’.
Non fate i polli
Sia che riteniate l’incombente influenza aviara solo una montatura giornalistica o una pandemia mortale, fate una cosa intelligente: oggi e domani andate a firmare presso i tavoli della LAV contro
l’allevamento intensivo dei polli.
Carmencita 2005
Lo spot che pubblicizza il ritorno in tv di Carmencita (debutto stasera alle 19,25 su Italia1) ricorda molto le battute di Sex and the city ed infatti uno degli sceneggiatori della famosa serie e’ coinvolto in questo nuovo progetto a meta’ tra una sit-com e lo spot pubblicitario.
Pero’ credo che sara’ difficile per gli antichi estimatori delle atmosfere rarefatte del glorioso spot Lavazza, amare questa nuova Carmencita che dalla pampa sconfinata si e’ trasferita in citta’, dove fa la giornalista e speaker radiofonica, ha un gatto e delle amiche mentre il suo amato Caballero ha per amici un artista gay e un musicista di colore: l’eroina contestatrice si e’ trasformata in una donna dalla vita troppo trendy e politically correct per essere considerata ancora una ribelle; se lo fosse rimasta oggi dovrebbe comprare solo caffe’ equosolidale..
No comment
Secondo la commissione dell’Academy Award, Private il film di Costanzo jr. non puo’ rappresentare l’Italia alla selezione per il miglior film straniero perche’ la pellicola, pur essendo di produzione italiana non e’ parlata, neppure parlazialmente, nella nostra lingua. La lettera che contiene la discutibile motivazione invita il comitato italiano di selezione a scegliere un altro film che risulti conforme alle severe leggi dell’Academy Of Motion Pictures Arts And Sciences di Los Angeles.
Il trailer di Oliver Twist
Finalmente anche Oliver Twist, il film di Roman Polanski in uscita il 21 ottobre, ha un trailer degnamente scritto in lingua italiana!
Il commercial e’ molto tradizionale: immagini della pellicola alternate a didascalie su sfondo nero, nella versione piu’ lunga si dice che il film e’ diretto dal premio oscar Roman Polanski, interpretato dal premio oscar Ben Kingsley e tratto dal *capolavoro classico*di Charles Dickens…
Ora, io ho studiato francese alle medie e al ginnasio quindi non mi intendo molto di letteratura inglese, ma non sospettavo proprio che esistessero capolavori “non classici” di Dickens! Sono arrivata persino a pensare che la frase mal formulata volesse dire che il film e’ tratto dalla versione integrale del romanzo mentre il precedente film di Lean era tratto da una versione apocrifa.
Fortunatamente oggi ho visto una versione piu’ breve del trailer dove si omette di segnalare la presenza di Ben Kingsley e si dice che il film e’ tratto dal capolavoro di Charles Dickens: il mio cervellino balzano puo’ mettersi a riposo!
Viva Zapatero!
La cosa che mi e’ piaciuta meno del film e’ il tono di voce sommesso e a volte incespicante scelto dalla Guzzanti per raccontare la sua (dis)avventura con la censura italiana. Per il resto sono tra quelli che apprezzano l’impegno della pellicola al di la’ delle sue qualita’ artistiche, ma a questo proposito vi rimando alla scheda de Gli spietati che ne analizza in maniera approfondita tutti gli aspetti.
Quello che mi preme segnalare e’ che il film ad Alessandria era stato programmato solo per gli spettacoli serali di sabato e domenica ma il riscontro del pubblico ha fatto si’ che restasse in cartellone tutta la settimana. Io l’ho visto domenica alle 20,15 e sono rimasta stupita di trovar la sala gremita e ancor piu’ stupefatta quando la gente non e’ schizzata in piedi appena iniziati i titoli di coda ma ha continuato ad indugiare in sala anche a schermo vuoto: son dei simpatici segnali che inducono all’ottimismo!
Addio a Sergio Citti
Si è spento stamane Sergio Citti, attore e regista.
Era stato collaboratore di quasi tutti i film di Pasolini a cui era legato da una forte amicizia, tanto da fare indagini personali documentate da un filmato sull’omicidio del poeta. Ora quel filmato e’ agli atti della nuova inchiesta aperta per far luce sul delitto Pasolini.
Al dispiacere per la morte di un artista si aggiunge la tristezza del fatto che Citti non possa veder chiarito il mistero della morte di Pasolini, ma ad esser realisti forse non si arriverà mai ad un reale chiarimento del caso…
Citti ci ha regalato una decina film,tutti ricchi di una dolentee beffarda umanita’, quelli che io amo di piu’ sono Mortacci e I Magi Randagi. Gli altri in realtà sono praticamente invisibili sia in sala, vedi il caso dell’ultimo Fratella e sorello, che in televisione dove passa solo Casotto su Rete4.
Orson&Ed
Il caso e’ bizzarro e a volte lega nel modo piu’ insensato due personaggi agli antipodi come Orson Welles, il piu’ grande regista di tutti i tempi ed Ed Wood, il peggior regista del mondo, che il mito vuole si incontrassero solo una volta in un bar di Los Angeles.
Orson Welles si spegneva il 10 ottobre 1985: chissa’ come Ed Wood avrebbe preso la notizia che il suo idolo era scomparso proprio il giorno del suo compleanno. Non sapremo mai se nel suo folle entusiasmo avrebbe intravisto in questo avvenimento un segno del destino per continuare la sua carriera: la sua parabola si era gia’ tristemente conclusa il 10 dicembre 1978.

“Excuse me,” said Ed, anxiously. “Mr. Welles?”
“Yes?” responded Orson.
“Well, I used to be a filmmaker, and I’m a really big fan. I just wanted to shake your hand.”
“Thank you, I’m Orson Welles.”
Clean
Emily Wong, ex vj di successo, e’ la compagna di una rockstar degli anni , ’80, Lee Hauser, ormai considerato finito, anche a causa dell’influenza nefasta di lei.
Nel naufragio delle loro carriere l’unico conforto e’ l’eroina, mentre il figlio della coppia, Jay, viene allevato dai nonni paterni. Un brutto giorno il marito muore per overdose ed Emily si vede costretta a rimettere insieme i pezzi della sua vita: prima sei mesi di prigione poi il tentativo di recuperare la fiducia altrui ed un rapporto col figlio.
Il film ambizioso, girato tra Parigi, il Canada e San Francisco, si rivela un giochino costruito su misura per esaltare le doti di Maggie Cheung (nella versione originale si esprime correntemente in tre idiomi diversi), icona del cinema orientale ed ex moglie del regista. La vicenda rimane piu’ interessante sulla carta che sullo schermo: la macchina da presa incollata ai personaggi, soprattutto quella a mano che testimonia l’esistenza nervosa di Emily ed i suoi sforzi per uscire dalla droga, finisce per annoiare e non riesce mai a far appassionare alle vicende della protagonista, anche perche’ da subito si ha la sensazione che riuscira’ a venire a capo dei suoi problemi.
Irritante l’inquadratura finale con la vista di un alba serena sulla baia di San Francisco che fa da contraltare a quella iniziale che riprende un panorama di squallido degrado urbano in Canada: immagini simboliche del percorso esistenziale di Emily.
Ineccepibile la prova di Maggie Cheung che e’ stata premiata come miglior attrice al Festival di Cannes del 2004
Tirando le somme si tratta di un film discreto, di un compitino ben svolto con un cast di richiamo e una storia molto politically correct dove tutto va a posto con il minimo sforzo: cosa che nella realta’ non succede praticamente mai.
Da salvare le musiche, in gran parte di Brian Eno: le canzoni sono interpretate da Maggie Cheung che dimostra anche buone doti canore.
