La
vendetta, come aveva predetto Hattori Hanzo, ha un percorso tortuoso e cosi’
capita che alcuni nemici si eliminino a vicenda e altri siano talmente indegni
da non meritare neppure la morte, ma la determinazione condurra’ La Sposa faccia
a faccia col suo piu’ acerrimo nemico (?):Bill.
Chiudevo il mio post su KillBill vol.
I chiedendomi come si sarebbe risolto il conflitto tra i due sessi,
Tarantino ancora una volta riesce a sbaragliare tutte le aspettative e in un
secondo capitolo con maggiore unita’ stilistica (tutte le due ore di film sono
risolte in campi e contro campi, esclusa l’incursione horror) e musicale che gli
permette di approfondire meglio la psicologia dei personaggi, supera la dualita’
tra maschile e femminile per porci dinnanzi alla complessita’ della persona:
l’affascinante teoria dei supereroi non e’ sufficiente per Beatrix Kiddo che
forse merita la sua sofferta vendetta non tanto per l’eccelsa bravura con le
arti marziali ma perche’ riesce a vivere i molteplici aspetti della personalita’
di un individuo: infatti se nei titoli di coda i suoi antagonisti hanno come
alterego il solo nome di battaglia (ad esempio Bill, AKA Incantatore di
Serpenti), la donna interpretata da Uma Thurman nel film e’ stata La Sposa,
Black Mamba, Mamma: in una parola Beatrix Kiddo.
Anno: 2004
Il vestito da sposa
Un mese prima delle nozze, dopo l’ultima prova dell’abito da
sposa, Stella viene violentata da quattro uomini incappucciati. La sua vita
subisce una svolta drammatica: il rapporto con suo fidanzato si incrina,
abbandona gli studi. Dopo un anno sembra essersi ricostruita una vita, accanto
al titolare dell’atelier che le aveva realizzato l’abito da sposa, ma scoprira’
che lui faceva parte del quartetto di stupratori.
Raccontata cosi’ la trama
sembra quella di un thriller americano, ma a Fiorella Infascelli, che si e’
liberamente ispirata a una storia vera interessa seguire l’evoluzione della
personalita’ di Stella, con uno sguardo distaccato nei momenti piu’ drammatici e
alcune scene di forte valenza psicologica (tra tutte il primo piano dell’oblo’
della lavatrice mentre l’abito nuziale si tinge di rosso avvoltolandosi su se’
stesso).
Il vestito da sposa e’ il simbolo di una vita tranquilla, protetta,
socialmente appagante (spesso dopo la fine della relazione la ragazza chiede
cosa la gente dica del fatto che il matrimonio sia andato a rotoli). Lo stupro
sottolinea come la vita della protagonista fosse delegata (anche prima) alle
decisioni della madre e del fidanzato: sono loro che la consigliano di non
denunciare il fatto, che proteggono la sua voglia di isolarsi dicendo che e’
malata, ma il fidanzato non e’ in grado di condividere con lei il suo dolore e
sparisce lasciando solo una lettera di commiato. Piu’ che un film
sull’incomunicabilita’ tra i sessi mi pare che il tema centrale sia
l’incomunicabilita’ del dolore e il lavoro su se’ stessi necessario per uscirne:
anche la madre non e’ sempre in grado di entrare in contatto con la figlia e la
scelta di ambientare la storia in provincia, sullo sfondo di una natura
bellissima ma matrigna che assiste indifferente al travaglio di Stella e degli
altri protagonisti, sottolinea questo aspetto.
Jean Pierre Leaud
Il 28 maggio 1944 nasce a Parigi Jean-Pierre Léaud, storico alter-ego di molti film di François Truffaut.
Il regista lo sceglie nel 1959 per interpretare il ruolo di Antoine Doinel ne I quattrocento colpi e il quattordicenne Jean Pierre non e’ poi molto diverso dal ragazzo difficile che porta sullo schermo. Il legame instauratosi sul set fa si che Truffaut si prenda cura del giovane anche negli anni successivi. Nel 1962 ritorna ad interpretare Doinel per Truffaut nell’episodio francese de L’amore a vent’anni. Inizia la sua collaborazione con Jean-Luc Godard: Agente Lemmy Caution, missione Alphaville, Il bandito delle ore undici girati nel 1965, Il maschio e la femmina, Una storia americana entrambi del 1966, La cinese e Un weekend, un uomo una donna nel 1967, e La gaia scienza del 1968.
Torna ad essere Antoine Doinel in Baci rubati (1968) sempre per Truffaut. Dopo aver lavorato con Pasolini in Porcile nel ‘69, riveste i panni di Doinel nel 1970 con Non drammatizziamo e’ solo questione di corna. Lavora ancora con Truffaut ne Le due inglesi e in Effetto notte, rispettivamente nel 1971 e nel 1973, e conclude il ciclo di Doinel nel 1979 con L’amore fugge.
Dopo essere stato il protagonista della nouvelle vague per quasi vent’anni, l’attore cade in una forte depressione che si acutizza quando nel 1984 muore il padre elettivo François Truffaut.
Convinto da Godard a non abbandonare la carriera di attore, e’ tornato negli anni ‘90 ad ottimi lavori come Ho affittato un killer (1990) di Kaurismaki ed Irma Vep del ‘96.
Questa seconda foto e’ tratta da Le depart del 1967 per la regia di Jerzy Skolimowski, che oggi compie 66 anni.
Fino alla fine del mondo

Stasera sul canale satellitare PLANET andra’ in onda la versione integrale e
rimasterizzata in digitale del capolavoro di Wim Wenders. La pellicola che
durera’ circa quattro ore e mezza sara’ preceduta da una lunga intervista
rilasciata dal regista a Giovanni Spagnoletti.
Il film e l’intervista
verranno replicati anche il 6 , il 9, il 10 e il 13 maggio
Il Vangelo secondo Matteo
E’ nuovamente nelle sale la versione restaurata (in maniera non eccelsa) del capolavoro pasoliniano del 1964 che narra la vita di Cristo dall’apparizione dell’Angelo a Giuseppe per convincerlo della santita’ della gravidanza di Maria fino al nuovo incontro di Gesu’ con gli Apostoli dopo la Resurrezione.
Pasolini riesce a rendere tutta la sacralita’ e l’inconoscibilita’ del mistero dell’Incarnazione, con un raro equilibrio che non cerca mai di interpretare la storia narrata dal Vangelo. Le riprese spesso di spalle o di sghimbescio di Gesu’ Cristo sottolineano l’incapacita’ dell’uomo di comprendere a pieno la sua mistica se non con la fede.
Mirabili i rimandi all’iconografia della pittura del quattrocento e l’alternanza di primi piani quasi statici a momenti convulsi, in particolare la memorabile scena della Strage degli Innocenti.
Eccezionale anche la scelta delle musiche che alterna brani sinfonici a canzoni tradizionali a gospel.
La scelta di attori non professionisti acutizza il senso di assistere a una sacra rappresentazione: Gesu’ Cristo e’ interpretato da un giovane studente spagnolo, la Madonna anziana dalla stessa madre di Pasolini, Susanna.
Personalmente sono stata folgorata dai primi fotogrammi del film che inquadrano il volto della Madonna in attesa del Figlio: un volto di rara compostezza per cui non si puo’ usare che la la parola verecondia, che rimanda se non nei lineamenti, nella sua purezza a L’annunziata di Antonello da Messina.
La ieratica staticita’ e’ prodoma di un cineasta che viene da molto lontano con una cultura molto diversa che pero’ condivide la stessa teoretica pasoliniana: Sergej Paradzanov.
Bing Crosby
arte Bing Crosby, vellutata voce del jazz swing americano, il cui piu’ grande
successo canoro fu White Christmas.
La sua attivita’ recitativa
inizia al seguito delle grandi orchestre, ma la sua fortuna e’ l’incontro con
Bob Hope, con cui da vita nei primo anni 40 ad una delle piu’ celebri coppie da
commedia nella serie di film “Road To…”.


per l’interpretazione di Padre ‘O Malley ne La mia vita, e l’anno
seguente ottenne un’altra nomination per il sequel Le campane di Santa
Maria, accanto a Ingrid Bergman.
Altro suo celebre film e’ Alta
societa’ del 1954, remake di Scandalo a Filadelfia, dove Grace Kelly
interpreta la parte che consacro’ Katharine Hepburn, mentre per lei si tratta
dell’ultima apparizione sugli schermi prima del matrimono col il Principe
Ranieri. Accanto a Bing Crosby e Frank Sinatra nei ruoli che furono di Cary
Grant e Jim Stewart, anche Louis Amstrong.

Dopo Mezzanotte
Martino e’ il custode notturno del Museo del Cinema di
Torino e vive in un mondo tutto suo fatto di vecchi film, un giorno la cameriera
di un fastfood, della quale e’ segretamente innamorato, si rifugia nel museo per
sfugire alla polizia e nasce l’amore, ma la ragazza ha gia’ un
fidanzato..
A volte il pulviscolo che danza nel fascio di luce si mescola perfettamente e crea una meraviglia: e’ il caso dell’ultimo film di Davide Ferrario.
Amanda sfugge alla polizia e a una vita banale riparando nella Mole, come nel Medioevo i malfattori trovavano asilo politico nelle cattederali e Martino, novello gobbo di Notre Dame, la aiuta rivelandole i segreti dell’edificio e le meraviglie che contiene: il potere immaginifico del cinema.
Dopo mezzanotte racconta una storia d’amore ma soprattutto e’ un atto d’amore verso il cinema, principalmente quello ormai dimenticato. Dedicato a Buster Keaton, e’ una commedia che mescola i ritmi delle comiche con la satira, con un’ ottima narrazione fuori campo di Silvio Orlando, riesce a toccare vertici di pura commozione con “semplici” giochi di luci (che cos’e’ il cinema se non una rifrazione della luce?).
Torino e’ una magnifica citta’, spesso scelta come luogo cinematografico, ma i suoi notturni non sono mai stati cosi’ belli e cosi’ magici come in questo film.
Stupefacente anche la prova di Giorgio Pasotti: nei suoi esordi mucciniani e in Distretto di Polizia ci aveva abituato ad una mediocre recitazione convulsa, qui e’ taciturno e misurato nella goffa ed ingenua fisicita’ alla Buster Keaton, di cui
arriva anche ad imitare l’andatura.
Il film e’ girato completamente in HD e mostra spezzoni degli esordi del cinema che partendo dai Fratelli Lumiere, arrivano a Pastrone e soprattutto a Buster Keaton: imperdibile.
Almanacco
Oggi, 29 aprile, iniziamo col fare gli auguri all’attuale
regina del box office, Uma Thurman che arriva al suo trentaquattresimo
genetliaco, mentre Daniel Day Lewis compie 47 anni, uno di piu’ la bellissima
Michelle Pfeiffer e arriva al suo 58° compleanno il re del trash John
Waters.
Sul fronte delle novita’ cinematografiche si segnala la
notizia che sono in preparazione ben due biopic sulla vita di Janis Joplin, il
primo sara’ interpretato da Renée Zellweger che scarmigliata e urlante
sicuramente avra’ l’ennesima nomination agli oscar, il secondo sara’
interpretato dalla cantante Pink e diretto da Penelope Spheeris, la regista di
Fusi di testa, il mio commento e’: grama Janis.
Invece Steven
Spielberg ha in progetto un film sui tragici avvenimenti dell’Olimpiade di
Monaco ’72 quando un commando palestinese prese in ostaggio e poi trucido’ parte
della delegazione sportiva israeliana, siamo sicuri della sensibilita’ del
cineasta americano, ma l’argomento scelto e’ sicuramente spinoso, vista la
situazione mediorientale.
Concludiamo con una segnalazione televisiva
(rivolta soprattutto a Spider): sabato 1° Maggio Fuoriorario dedichera’
la nottata al rock con la trasmisione in prima visione di Velvet Goldmine
seguito dal documentario Kurt e Courtney e dal film di Wharhol su Nico e
i Velvet Underground
Heidi, un mito della montagna
Se (come me) pensavate che Heidi fosse solo la protagonista di un cartone animato
giapponese, sbagliavate di grosso.
La mostra che si tiene al Museo della Montagna di
Torino
fino a domenica prossima, 2 maggio, getta uno sguardo inedito
sulla piccola montanara.
Heidi e’ il personaggio svizzero piu’ famoso, ancor
piu’ di Guglielmo Tell, tanto che la zona dove sono ambientate le sue avventure,
nel Cantone dei Grigioni, ha preso il nome di Heidiland ed e’ meta perenne di
turisti sulle tracce della bimba nata nel 1880 dalla penna di Johanna Spyri, che
nel romanzo per l’infanzia nasconde temi piu’ profondi, come la contrapposizione
tra mondo agreste portatore di sani valori esistenziali e il piu’ cinico
ambiente cittadino.
Da subito il libro diventa un best seller in tutto il
mondo e nel museo sono esposte copie del volume pubblicato nelle varie lingue:
dal russo all’israeliano, al messicano.
Ben presto inizia anche la fortuna
cinematografica del personaggio, sono visibili per la prima volta in Italia,
nell’ambito di questa esposizione i fotogrammi di Heidi of the Alps film
del 1920 gia’ a colori. Altro caposaldo per l’avventura cinematografica della
piccola svizzera e’ la versione del 1937 interpretata da Shirley Temple la cui
versione italiana e’ assurdamente intitolata Zoccoletti olandesi la
versione di maggior spessore artistico e’ quella del 1952, diretta da Luigi
Comencini Son tornata per te, i lungometraggi che la vedono protagonista
si susseguono fino ai giorni nostri, attenendosi piu’ o meno fedelmente al
romanzo della Spyri, bizzarra l’ultima versione del 2001 dove il Nonno e’
interpretato da Paolo Villaggio e le avventure di Heidi sono ambientate ai
giorni nostri, con una Klara non piu’ malata ma ribelle che smania per andare a
un concerto rock.
La consacrazione del personaggio e’ dovuta comunque al
cartone giapponese, creato nel 1974 quando l’industria delle anime era ancora
agli esordi, Heidi e’ il primo progetto di una certa importanza, infatti
consta di ben 52 episodi, la scelta del soggetto fu fatta perché rispecchiava un
processo di urbanizzazione che in quel momento avveniva nella societa’
nipponica. Va ricordato che tra gli autori del cartone c’e’ anche Miyazaki, il
celebre regista di La citta’ incantata, uno dei migliori film della
scorsa stagione cinematografica.
Dietro al successo planetario del cartone
c’e’ un attento lavoro di ricostruzione filologica, e’ interessante notare come
anche i tratti somatici di Heidi tornano ad essere piu’ mediterranei (occhi e
capelli scuri) caratteristiche che il cinema wasp americano e il mito della
razza ariana avevano cancellato da subito nell’iconografia cinematografica del
personaggio.
Kill Bill vol II
Se il primo capitolo della saga vendicativa
della Sposa si faceva amare od odiare di primo acchito, ben diverse sono le cose
per questo secondo episodio il cui stile totalmente diverso richiede
riflessione e tempo per essere assimilato. I due volumi risultano essere
talmente differenti che forse potrebbero deludere le aspettative di certo
pubblico. La stessa protagonista, da erinni invincibile che da sola sgomina gli
88 folli, rischia ora di essere eliminata da un povero ubriacone. Anche
l’iconografia cinematografica citata cambia completamente: Tarantino passa per
il kung fu cinese in costume, l’horror e soprattutto il noir-melo’ anni ’40 che
forse e’ il carattere distintivo di questo secondo volume : lo spezzone stesso
che compare nei trailer con Uma Thurman alla guida di una decappottabile,
fotografata in un bianco e nero d’antan rimanda a Gun Crazy (la
sanguinaria) o a Detour.
In ogni caso il film scioglie tutti i
nodi del primo capitolo: perche’ e’ avvenuto il massacro nella cappella di El
Paso, come Ellen Driver ha perduto il suo occhio, oltre che, ovviamente, la resa
dei conti tra Black Mamba e Bill.
Personalmente non mi ero scandalizzata piu’
di tanto per il fatto che il film venisse diviso in due parti: del resto il film
“a puntate” e’ una pratica vecchia come il cinema (basti pensare alle serie di
Fantomas e di Les Vampires, rispettivamente del 1915 e del 1916,
trasmessi in queste settimane da FuoriOrario) soppiantata dall’avvento
della televisione. Il talento di Tarantino gli ha permesso ancora una volta di
stupire il suo pubblico creando da un unica storia due film completamente
diversi ed indipendenti.