Un mese prima delle nozze, dopo l’ultima prova dell’abito da
sposa, Stella viene violentata da quattro uomini incappucciati. La sua vita
subisce una svolta drammatica: il rapporto con suo fidanzato si incrina,
abbandona gli studi. Dopo un anno sembra essersi ricostruita una vita, accanto
al titolare dell’atelier che le aveva realizzato l’abito da sposa, ma scoprira’
che lui faceva parte del quartetto di stupratori.
Raccontata cosi’ la trama
sembra quella di un thriller americano, ma a Fiorella Infascelli, che si e’
liberamente ispirata a una storia vera interessa seguire l’evoluzione della
personalita’ di Stella, con uno sguardo distaccato nei momenti piu’ drammatici e
alcune scene di forte valenza psicologica (tra tutte il primo piano dell’oblo’
della lavatrice mentre l’abito nuziale si tinge di rosso avvoltolandosi su se’
stesso).
Il vestito da sposa e’ il simbolo di una vita tranquilla, protetta,
socialmente appagante (spesso dopo la fine della relazione la ragazza chiede
cosa la gente dica del fatto che il matrimonio sia andato a rotoli). Lo stupro
sottolinea come la vita della protagonista fosse delegata (anche prima) alle
decisioni della madre e del fidanzato: sono loro che la consigliano di non
denunciare il fatto, che proteggono la sua voglia di isolarsi dicendo che e’
malata, ma il fidanzato non e’ in grado di condividere con lei il suo dolore e
sparisce lasciando solo una lettera di commiato. Piu’ che un film
sull’incomunicabilita’ tra i sessi mi pare che il tema centrale sia
l’incomunicabilita’ del dolore e il lavoro su se’ stessi necessario per uscirne:
anche la madre non e’ sempre in grado di entrare in contatto con la figlia e la
scelta di ambientare la storia in provincia, sullo sfondo di una natura
bellissima ma matrigna che assiste indifferente al travaglio di Stella e degli
altri protagonisti, sottolinea questo aspetto.