Anno: 2003
Appuntamento a Belleville
Belleville e’ la citta’ di New York con una statua della Liberta’ cicciona, la
sua ricchezza si fonda sul vino e infatti molti grattacieli hanno la forma o
sono ornati da bottiglie e il motto che la contraddistingue e’ In Vino Veritas.
Qui arriva,dal lontano paesino francese, Madame Souza sulle tracce del nipote
ciclista rapito dalla mafia per gare clandestine di ciclismo indoor. Con l’aiuto
delle Triplette di Belleville, un trio jazz di arzille vecchiette che si nutrono
di rane pescate tirando nel fiume bombe a mano, e dell’incredibile cane Bruno
che ha un conto in sospeso coi treni da quando un trenino elettrico gli pesto’
la coda, il lieto fine e’ garantito.
Questa la trama surreale di un cartoon
per adulti che ha saputo esilarare il pubblico di solito compassato del
cineforum: quasi muto,ma con una colonna sonora e rumoristica eccezionale, con
molti rimandi al cinema classico (Fred Astaire divorato da un paio di
scarpette.. forse rosse?) e una sapiente commistione di stili: i ciclisti
corrono davanti a un paesaggio non disegnato ma fotogratato in negativo e alla
televione a un certo punto compaiono le immagini elaborate di Un giorno di
festa di Jacques Tati, il film sa toccare vertici di comicita’ cinica e
coinvolgente.
Vivamente consigliato.
Bullet in the head
Die xue jie tou
Hong Kong 1990
con Tony Leung, Jacky Cheung, Waise Lee, Simon Yam, Fennie Yuen
regia di John Woo
Serata da videoregistratore quella su La7 per la messa in onda, per la prima volta su canali terrestri di Bullet in the head, la declinazione piu’ amara del tema dell’amicizia concepita da John Woo.
La storia iniza nel 1967 ad Hong Kong e narra le vicende di tre amici inseparabili che si vedono costretti a fuggire in Vietnam per un regolamento di conti tra bande. Il vicino paese in guerra sembra la meta piu’ adatta a Paul, quello dei tre che e’ divorato da un ‘immensa avidita’. L’esistenza a Saigon e’ molto piu’ difficile di quel che i giovani pensino e finiranno in mano ai Vietcong, in un campo di pringionia molto simile a quello che Cimino rappresenta ne Il Cacciatore, la citazione che Woo fa dei cruenti giochi dei soldati comunisti avra’ un epilogo molto piu’ tragico:infatti, per salvare il suo oro, Paul non esistera’ a sparare in testa a uno dei suoi migliori amici, Frank. L’epilogo si avra’ Hong Kong anni dopo, quando l’ultimo dei tre , Ben tornera’ insieme ai profughi nel paese natio, scoprira’ la vita da vegetale a cui Frank si e’ ridotto per la pallottola che porta ancora nel cranio e dopo aver posto fine alle sue sofferenze andra’ a chiedere la sua vendetta a Paul che nel frattempo e’ diventato un potente boss della triade.
Capolavoro indiscusso, al pari di The Killer, Bullet in the head e’ un film molto piu’ pessimista, dove la violenza appare piu’ cruda del solito registro stilistico di Woo. I motivi sono da trovare nel amareggiamento del regista per la rottura con Tsui Hark (le scene dell’arrivo a Saigon, sia di Marc in A better tomorrow III e quella dei tre amici in Bullet in the head sono molto simili) ma soprattutto per i fatti sconvolgenti di Tienanmen dell’estate ‘89: piu’ volte sullo sfondo della vicenda vediamo studenti manifestare e venire caricati dalle forze dell’ordine.
La costruizione del film e’ tutta su anticipazioni e rimandi sempre tesi a sottolineare il pessimismo: Frank nella sua prima apparizione viene colpito all testa dalla madre infuriata, anticipando cosi’ lo sparo alla testa da parte dell’ amico del cuore; Ben da l’addio alla sua giovane sposa prima di fuggire a Saigon e sulle loro parole senza speranza scorre a montaggio alternato il tentativo fallito di disinnescare una bomba da parte di un artificere che finisce smembrato.
Imperdibile.
La sciabola e il fior di loto
|
Il nuovo spettacolo shaolin in tournee’ per l’Italia in questa
Scopo di questo spettacolo e’ dimostrare come la via |
Because the night
Piccoli tesori dei palinsesti notturni: stasera a Borderline,
Patty Smith raccontava come venne influenzata da Pier Paolo Pasolini, e i suoi
rapporti personali con William Borroughs, Gregory Corso e Allen
Ginzburg.
Clip brevissima ma entusiasmante.
Margherita, Violetta.. e io
La T.B.C. e’ stata sconfitta, i tubercolotici o tisici si
annoiavano attendendo la morte in lussuosi sanatori svizzeri, le demimondaine
malate di petto ispiravano la letteratura: per loro la malattia prese anche un
nome romantico: morte per consunzione, che rende perfettamente l’idea di una
falena che consumi le sue ali volteggiando frenetica attorno alla fiamma.
Il
mio immaginario romantico e decadente e’ sempre stato affascinato da queste
eroine: il volto pallido acceso dal rossore della febbre: gli occhi liquidi e
febbricitanti immensi nel volto smunto: le spalle delicate scosse da dagli
accessi di tosse e il fazzoletto di batista rosa di sangue. La mano diafana e
diaccia inutilmente scaldata dall’amante divorato dai sensi di colpa…
Io
invece soffro di sinusite: basta un sabato mattino speso in qualche commissione
sotto la pioggia per rendermi uno straccio: si’, un’insistente febbriciattola
accende le mie gote ma per il resto il mio volto ha la fissita’ di un lifting
venuto male. Istintivamente le sopracciglia si sollevano nel vano tentativo di
sorreggere la massa che comprime la zona occipitale, gli occhi, resi cosi’ a
palla sono vitrei dall’intontimento e ogni tentativo di concentrazione li porta
a convergere verso la punta del naso, che ha le narici perennemente dilatate nel
tentativo di respirare. I movimenti sono rigidi e cauti come quelli di chi e’
appena uscito da un frontale con un tir.. che cosa puo’ ispirare tutto cio’? al
massimo una raccolta di barzellette..
La Corazzata Potemkin e Paolo Villaggio

Per la seconda tragica volta Paolo Villaggio ha ribadito
che secondo lui La Corazzata Potemkin e’ una boiata pazzesca: lo
interpreto come una furba operazione per legare definitivamente le sorti di un
comico che vede il suo personaggio simbolo non sopravvivergli a un capolavoro
che fa parte di diritto della storia de cinema.Se quella frase all’epoca poteva
avere un significato liberatorio dalla critica paruccona, ora che a dividere le
opinioni c’e’ un film come quello di Tarantino l’affermazione sa di stantio come
il patetico travet.
Trovo molto piu’ preoccupante che un giornalista abbia
avuto la bella pensata di chieder a Villaggio un suo commento all’uscita del dvd
deLa corazzata Potemkin in Italia. Nessuno avrebbe preteso un’esauriente
critica dell’opera, ma il sapere della qualita’ del riversamento aiudio e video,
della pulizia dell’immagine e soprattutto un dettagliato elenco degli extra,
questo credo sia oggi il compito di chi recensice un dvd.
Comunque se l’unico
riferimento che il cinema italiano ha saputo attingere da questo caposaldo della
cinematografia mondiale e’ Il secondo tragico Fantozzi, mentre il cinema
americano l’ha omaggiato con Gli intoccabili di De Palma, poi non
lamentiamoci delle cattive acque in cui nagiva il nostro cinema.
Ancora
un‘ultima cosa, che mi ossessiona da piu’ di dieci anni e che spiega il perche’
non ho mai tollerato quella che non e’ una battuta ma il diffondere
l’ignoranza:
La corazzata Potiemkin dura 50 minuti, non 4 ore
si stava meglio quando si stava peggio
Dipendera’ dal fatto che il mio amore per il cinema nasce
dalla tv, quindi da una visione solitaria dell’evento filmico, ma io rimpiango i
bei tempi (nemmeno una decina di anni fa )in cui nelle sale cinematografiche si
ritrovavano pochi sparuti adepti: ricordo di aver visto Clerks in un
cinema pressoche’ deserto dove ci si poteva rotolare sulle poltroncine adiacenti
per le risate. Ora le sale sono state tutte rimodernate, anche qui in provincia,
e la gloriosa galleria dove nei goliardici anni 80 avveniva di tutto ed era
imprudente sedersi in platea nelle file sottostanti il parapetto per evitare
piogge di materiali non ben identificati, e’stata trasformata in una seconda
sala angusta, ma con un impianto audio passabile, diciamo.. Il cinema e’
un’attivita’ che deve portare denaro, quindi quasi tutti i locali sono stati
attrezzati di baretto e distributiori di popcorn; lunedi’, vedendo Mystic
river ho scopeto che in quel cinema fanno anche una “prelibatezza” : il
popcorn al caramello, mel’ha fatto scoprire la ragazzina che era seduta di
fianco a me che mi ammorbato con gli effluvi nausenati della sua confezionie
maxi di mais tostato e caramellato e me l’hanno ricordato per piu’ di meta’ film
le sue ganasce che hanno incessantemente rumoreggiato, rivaleggiando con l’audio
del film, terminato il lauto spuntino ha pensato bene di sfogare la tensione
facendo schioccare le dita. Con ferreo sforzo di volonta’ ho evitato di rompere
ad una ad una quelle delicate falangi e il mio eroico autocontrollo e’ stato
premiato: all’uscita abbiamo visto la fastidiosa fanciulla piuttosto terrea in
viso abbandonata contro una parete vicino al bagno: la giustizia ha
trionfato!
Mystic River
Clint Eastwood torna a gettare uno sguardo severo sull’America, come ai tempi
del suo capolavoro Un mondo perfetto. Ricorrono ancora i temi
dell’infanzia del pregiudizio e del ruolo della legge, ma l’America di oggi e’
ben diversa da quella di dieci anni fa. In un quartiere di periferico di Boston,
ma claustrofobico e isolato come un paesino di provincia si consumano le
esistenze di tre uomini: Jimmy, Sean e Dave, erano amici d’ infanzia,
un’infanzia finita troppo presto e tragicamente con il rapimento di Dave, da
parte di due pedofili che, prelevatolo davani ai due amici attoniti ed
impotenti, lo tengono prigioniero per alcuni giorni. Quasi trent’anni dopo li
ritroviamo a trascinare indifferentemente le loro vite negli stessi luoghi ma
l’omicidio della figlia di Jim fara’ nuovamente convergere le loro strade e li
portera’ ad affrontare quel trauma mai rimosso.
Costruito come un thriller
dalla suspence quasi hitchcockiana, il film e’ un gelido spaccato sull’ America
di oggi, dove il pregiudizio fa perseguire un innocente e dove i rappresentanti
della legge, forse non limpidi fino in fondo come lascia presagire il finale
aperto, devono trovare i colpevoli prima che la giustizia privata faccia il suo
crudele corso.
Cast in stato di grazia, anche se Sean Penn, nel ruolo del
piccolo boss malavitoso talvolta ricorda un po’ troppo De Niro, regia
impeccabile e di solida costruzione classica con montaggi alternati e una
sublime profondita’ di campo dove uno dei personaggi e’ fuori dal campo di
ripresa ma riflesso in uno specchio.
Da non perdere.
Kill Bill volume I
Esaltante. Non trovo altri aggettivi per commentare la visione dell’ultimo Tarantino, anche se in fondo questo epiteto mette in luce
solo l’aspetto ludico e scorrevole del film e non evidenzia il fatto che l’opera si faccia ricordare, lasciando un segno nella mente.
Parlare di capolavoro mi pare prematuro, in fondo abbiamo assistito solo alla prima parte del film, che però getta ottime premesse.
Se scopo dell’arte è interpretare e precedere le pulsioni del proprio tempo, l’autore raggiunge l’intento, non tanto per la sapienza con cui sa elaborare un materiale basso e popolare, anche se l’uso della musica o i passaggi dal colore al bianco e nero scanditi da un battito di ciglia sono, se non geniali, quantomeno magistrali. Però, come diceva Welles la tecnica è alla portata di tutti, altro distingue l’artista.
Le tematiche principali di questo film sono a mio avviso due: il senso dell’onore e il ruolo della donna.
In una civiltà come quella occidentale dove l’unico valore rimasto è il denaro in nome del quale tutto è lecito, il sacrificio della vita per un ideale (buono o cattivo che sia) appare un concetto talmente ridicolo che una vicenda incentrata su questo tema, dev’essere ambientata in un mondo lontano, storicamente o geograficamente. Paradossalmente questo già accadeva nei film dei telefoni bianchi in cui l’adulterio si consumava solo in paesi quali l’Ungheria o la Bulgaria, allora considerati esotici e ben lontani dalla corretta e cattolica Italia fascista. Il motivo della fascinazione che la
cultura orientale sta avendo su di noi in questi anni, è il coraggio di esaltare tradizioni e valori per noi ormai inconcepibili, motivo egregiamente
illustrato in Ghost Dog, il codice del Samurai di Jim Jarmush, del 1999 dove un sicario di colore esercita la sua professione ispirandosi ai principi degli antichi Samurai, mentre i vecchi padrini della mafia italiana piangono la scomparsa del loro codice d’onore dimenticato dai nuovi capi che pensano esclusivamente al mero profitto.
In Kill Bill vi è un forte senso dell’onore, l’esempio migliore eè il dialogo che si svolge durante il magnifico combattimento sulla neve tra O-ren Ishii e Black Mamba: la donna divenuta capo indiscusso della yakuza, saggiato il valore della sua avversaria le dice: “Prima
ti ho schernita, ti chiedo perdono” e la sposa che la affronta per ottenere la sua vendetta: “Perdonata”. Lo scambio di battute riesce ad essere commovente, anziche’ ridicolo.
Il cast del film è composto da attrici bellissime che interpretano donne letali come vipere assassine, Tarantino ha il coraggio di spingere questi personaggi all’estremo: quanto e’ distante il ruolo di Lucy Liu in questo film da quello che interpreta nelle Charlie’s Angels! Non solo perche’ questa volta sta dalla parte del cattivo, ma perche’ i personaggi escono dal prototipo sessuale della cinematografia attuale, divenendo protagoniste di una consapevole sessualita’ disturbata e disturbante: l’inquadratura che apre il film sul volto tumefatto di Uma Thurman richiama inequivocabilmente l’immagine di uno stupro ad opera di un maniaco, le violenze sessuali che verosimilmente la protagonista subisce durante il coma sanno di necrofilia.
Le origini di O-ren Ishii sono raccontate attraverso un anima non solo per una geniale commistione di stili, ma per risolvere altrettanto genialmente la censura che la rappresentazione di una scena di pedofilia avrebbe comportato; Gogo, la diciassettene guardia del corpo
di O-ren e’ una folle vergine che penetra a colpi di spada i maschi da lei provocati e tutte le donne del film danno l’impressione di appartenere in maniera senziente all’harem di Bill, di cui per ora abbiamo avuto solo modo di vedere la mano masturbare la spada durante la telefonata con Darryl
Hannah..
Nei titoli di coda si accredita il film come ispirato al manga (fantomatico?)La sposa, ma a me ha ricordato anche un’opera di Truffaut
del 1968, La sposa in nero dove cinque ricconi uccidono per una bravata uno sposo all’uscita dalla chiesa, la vedova, interpretata da Jeanne Moreau li ammazzera’ implacabilmente. Coincidenza? Non credo, dato che anche la lista di Uma Thurman consta di cinque nomi, e le due attrici richiamano uno stereotipo simile di imperfetta bellezza. In ogni caso quella della donna la cui ira funesta sia scatenata dall’uccisione dell marito o dell’amante sull’altare o sul talamo penso sia un archetipo, anche se la vera spinta alla determinata vendetta della sposa di Tarantino e’ la presunta morte della figlia.
Rappresentare questo aspetto selvaggio e violento del femminile in un epoca in cui la cinematografia porta sullo schermo le incertezze dei supereroi piu’ che le loro imprese e mentre la pubblicita’ e la televisione impongono un modello di erotismo compiacente e rassicurante il maschile, e’ molto di piu’ che la provocazione di un ragazzaccio talentuoso come Quentin Tarantino, è la percezione di una nuova forma di femminilità, raccontata nella maniera
iperbolica, non scevra di ironia che distingue questo regista. Solo il volume II
con lo scontro tra Black Mamba e Bill ci svelera’ quanto l’autore abbia avuto il coraggio di spingere avanti il limite dell’eterna lotta tra i sessi.
