Giulietta e Romeo

Giuliettaeromeo loc Romeo and Jiuliet
USa 1936 MGM
con Leslie Howard, Norma Shearer, John Barrymore, Basil Rathbone
regia di George Cukor

Non si contano più le versioni cinematografiche del dramma shakespeariano Romeo e Giulietta, questa trasposizione del 1936, fortemente voluta dal produttore Irving Thalberg, si segnala per essere stato il film sonoro più costoso realizzato (fino a quel momento ovviamente) marchiando definitivamente le produzioni MGM come grandiose e lussuose: negli studi della casa di produzione fu ricostruita l’intera piazza e la chiesa di Verona, con una verosimiglianza notevole con la chiesa di San Zeno. Della casa di Giulietta vine ricostruito non solo il celebre balcone ma s’immaginano vasti giardini protetti da mura che Romeo deve attraversare per giungere dall’amata.

Romeoandjuliet Furono usate oltre mille comparse per i cortei dei Montecchi e dei Capuleti, le scene di piazza, i duelli, il funerale di Giulietta e la festa dove avviene il primo incontro tra i due amanti.
Le documentazioni storiche e iconografiche ordinate da Thalberg si coniugano con lo stile deco dell’epoca: interni spaziosi e abiti sfarzosi (Rosalina al ballo disdegna Romeo indossando un copricapo che sembra arrivare direttamente dalla Cleopatra di Cecil B.De Mille).
Il problema del film, com’è noto, è l’età dei protagonisti: Norma Shearer, imposta dal marito Irving Thalberg, aveva 34 anni quando recitò il ruolo di Giulietta e Leslie Howard ne aveva 43 e resta ancora oggi il Romeo più vecchio della storia del cinema. Marcuzio poi era interpretato dall’ultracinquantenne John Barrymore la cui gigioneria era esaltata dalle perenni sbronze.
I limiti d’età sono però sopperiti dalla bravura: la Shearer resta l’unica Giulietta cinematografica ad aver guadagnato una nomination agli Oscar, e Howard mostra un certo nerbo, più vicino a La Primula Rossa che ai romantici personaggi che lo hanno reso celebre ne La Foresta pietrificata, Intermezzo per tacer di Ashley di Via col Vento.

Cripta

Un film che merita una visione, se non altro per curiosità verso la commistione tra puro romanticismo hollywoodiano e un certo rigore storico, molto inconsueta per l’epoca.

L’ammaliatrice

Theflameofneworleans The Flame of New Orleans
Usa 1941 Universal
con Marlene Dietrich, Bruce Cabot, Roland Young, Mischa Auer
regia di René Clair

1840: l’avventuriera Claire Ledeux arriva a New Orleans spacciandosi per una contessa e riesce a conquistare un ricco banchiere. Per il denaro rinuncia all’amore per un aitante ma spiantato marinaio. Quando un personaggio del suo passato rischia di mandare a monte il matrimonio, la donna attribuisce i disdicevoli trascorsi a una cugina fittizia, Lili, facendo anche in modo che il promesso sposo la incroci. La vede anche il marinaio che finisce per capire il doppio gioco della donna che, nelle vesti di Lili, gli ha rivelato i suoi veri sentimenti.

Il primo film americano di René Clair parte come il flash back di una leggenda, quello della contessa che si suicidò il giorno del matrimonio, nata vedendo un abito da sposa che galleggia sulle acque del Mississippi, lo sviluppo sarà completamente diverso da quel che promette la leggenda: una pochade comica e ben poco romantica che ha per protagonista una donna senza scrupoli e il continuo gioco sul doppio, di ruoli e di sentimenti è già anticipato dal cognome della presunta contessa.
Lammaliatrice Il film è piacevole senza essere particolarmente rimarchevole: il bel mondo del Sud sembra quasi parodiare Via col vento con zie sorde e zitelle inacidite; tra i momenti più riusciti merita di essere citata la sequenza in cui si svela l’equivoco passato di Claire, raccontanto mentre la donna sta cantando e nonostante il brano sia molto romantico assistiamo dal suo punto di vista al dilagare dell’informazione che arriva ben presto alle orecchie del futuro sposo, il tutto si svolge come una comica e la scabrosità di quanto comunicato è espresso solo dai volti sbalorditi o maliziosi dei diversi personaggi.
C’è un evidente sbilanciamento nel cast, Marlene è circondata di attori di fama molto inferiore, e se Roland Young è esilarante nelle vesti del banchiere Giraud, il marinaio Robert La Tour, interpretato da Bruce Cabot, ricorda troppo Clark Gable, sia nella recitazione che nel look, per essere un degno coprotagonista di Marlene.
La Dietrich si trova per la prima volta alle prese con un ruolo di pura commedia e se la cava più che discretamente velando d’ironia le mossette ammaliatrici del suo personaggio mentre porta con la consueta classe i costumi fantasiosi e improbabili della pellicola.

Merle Oberon

Merle_oberon Il 23 novembre 1979, moriva a Malibù, a soli 68 anni di età, Merle Oberon, stella di prima grandezza degli anni ’30 la cui vita sembra uscita da un melodramma, tanto che il nipote Michael Korda a metà anni ’80 le dedicò una biografia romanzata dal titolo Queenie che lessi all’epoca: i ricordi sono vaghi ma positivi. Dal romanzo fu tratta anche una miniserie televisiva.

Queenie Estelle Merle O’Brien Thompson nasce a Bombay il 19 febbraio 1911 da una coppia mista, padre ufficiale britannico e madre originaria di Ceylon. Recentemente si è scoperto che quelli che Estelle aveva considerato i suoi genitori erano in realtà i suoi nonni e la vera madre della bambina era quella che lei riteneva la sorella maggiore.
Dopo la morte improvvisa del padre nel 1914, la famiglia si riduce a vivere nella più completa povertà a Calcutta. La piccola Estelle si innamora ben presto del cinema e nel ’29 incontra un personaggio che le promette di farle fare carriera ma l’uomo scompare quando scopre che è di sangue misto. La ragazza non si perde d’animo e si trasferisce comunque a Londra ma per tutta la vita cercherà di tenere nascoste le proprie origini razziali, presentando la madre come la cameriera e figurando di esser nata in Tasmania: la località australiana risultava più prestigiosa dell’India.
Oberonbolena A Londra inizia a lavorare nei night club e a fare la comparsa con il nome d’arte di Queenie O’Brien; la sua carriera decolla grazie all’incontro con il regista Alexander Korda che la vuole per il ruolo di Anna Bolena nel suo capolavoro, Le sei mogli di Enrico VIII del 1933. L’anno seguente sempre Korda, in veste di produttore, la sceglie per il ruolo di Lady Marguerite Blakeney per La primula rossa con Leslie Howard e la regia di Harold Young. Questi sono i due titoli più famosi dei diversi che l’attrice interpreta in quel bienno, nel 1935 è già a Hollywood sotto contratto per la MGM. Esordisce a Hollywood con una commedia musicale accanto a Maurice Chevalier ma è con L’angelo delle tenebre, sempre del 1935, melodramma su due fratelli innamorati della stessa donna, Kitty Vane, che Merle Oberon guadagna la candidatura agli Oscar


Angelodelletenebre

La sua carriera è in continua ascesa con film come La Calunnia, la commedia brillante L’avventura di Lady X, fino al ruolo che la consacra all’olimpo cinematografico, quello di Cathy ne La voce nella tempesta, trasposizione cinematografica di Cime Tempestose del 1939 diretta da William Wyler. Nel ’39 sposa il suo mentore, Alexander Korda con cui resta legata fino al 1945 e, come tutte le star di grido, si propone per il ruolo di Rossella in Via col Vento.

Lavocenellatempesta

Nonostante i successi, una tragedia si abbatte sull’attrice: nel 1937, un grave incidente automobilistico le lascia brutte cicatrici sul volto tanto che viene sospeso il kolossal Io, Claudio, in cui doveva interpretare Messalina di nuovo accanto a Charles Laughton, con la regia di Josef von Sternberg. Per permettere all’attrice di continuare a recitare, oltre all’uso del trucco, viene inventato un riflettore compatto che smorza le luci che accentuano i tratti del volto, il disposito si chiama Obie, diminutivo di Oberon ed è progettato dal direttore della fotografia Lucien Ballard, che divenne poi il secondo marito della diva.
Oberongeorgesand La carriera dell’attrice risente comunque dell’incidente e negli anni ’40 le interpretazioni si diradano: nel 1941 viene diretta da Lubitsch in Quell’incerto sentimento, remake di un film del ’25 del maestro berlinese, Baciami Ancora. Nel 1944 è protagonista del thriller Il Pensionante per la regia di John Brahm; la pellicola è tratta dallo stesso romanzo che aveva ispirato l’omonimo film di Hitchcock del ’27.
Nel 1945 è George Sand nel biopic sulla vita di Chopin, interpretato da Cornell Wilde, L’eterna armonia di Charles Vidor.

Oberondesiree Dopo una serie di film minori e di apparizioni televisive, la ritroviamo nel 1954 nei panni di Joséphine de Beauharnais in Desirée, regia di Henry Koster, accanto al Napoleone di Marlon Brando.
Nel 1949 è fidanzata con Giorgio Cini (a cui è dedicata la famosa Fondazione veneziana) e lo vede morire sotto i suoi occhi nell’incidente aereo che lo coinvolge. Il suo terzo marito è un altro italiano, l’industriale Bruno Pagliai a cui segue un quarto con cui rimane legata fino alla morte dovuta ad attacco cardiaco.

Il ponte di Waterloo

Waterloo Bridge
Usa 1940 MGM
con Vivien Leigh, Robert Taylor, Maria Ouspenskaya
regia di Mervyn LeRoy

IlpontediWaterloo

A Londra, durante la Prima Guerra Mondiale, Roy e Myra s’incontrano sul ponte di Waterloo durante un allarme bomba: lui è un ufficiale in licenza lei è una ballerina classica e nel poco tempo trascorso nel rifugio scoppia l’amore. I due si vorrebbero sposare prima che Roy torni al fronte ma la sfortuna ci mette lo zampino: la partenza dell’ufficiale è anticipata, Myra perde il lavoro e poco dopo scopre che l’amato è morto in azione. Per sopravvivere alla povertà la ragazza finisce per prostituirsi e quando rincontra Roy, creduto morto per aver perso la piastrina, si illude che la vita possa ricominciare e accetta di sposarlo ma ben presto Myra capisce che l’onore ormai perduto potrebbe macchiare anche l’amato e i suoi famigliari che l’hanno accettata senza riserve. Rinunciato al matrimonio, alla ragazza non resta che il suicidio.

Il film è girato nel 1940 e si apre con una cornice contemporanea: Roy, ufficiale di alto grado e ormai anziano, prima di partire per il nuovo fronte, si fa portare sul ponte di Waterloo dove ricorda l’infelice amore della Prima Guerra Mondiale. Il flashback dona alla pellicola un tono ancora più malinconico sottolineato dalla colonna sonora che gira attorno al celebre refrain de La morte del Cigno e il Walzer delle Candele o dell’Addio, reso famosissimo proprio da questa pellicola.
Tutto serve ad anticipare la sfortunata conclusione della tragica storia d’amore di Roy e Myra ma le parole di Madame Kirova, direttrice del corpo di ballo “la guerra non scusa la sconvenienza” sembrano un monito non solo per Myra e Kitty ma anche per le spettatrici del 1940 che il nuovo conflitto bellico avrebbe potuto porre nella medesima condizione della protagonista.
Il ponte di Waterloo ha per protagonista Vivien Leigh, reduce dall’enorme successo di Via col Vento. L’attrice si sforza con successo di liberarsi del fantasma di Rossella O’Hara -anche se lo spettatore di oggi cercherà di più le inevitabili somiglianze con l’eroina di Margaret Mitchell- e ha sempre reputato il personaggio di Myra (italianizzato in Mara) tra le sue migliori interpretazioni. Accanto a lei doveva recitare il marito Laurence Olivier ma è stato degnamente sostituito dall’aitante Robert Taylor che rende molto bene l’entusiastica vitalità dell’ufficiale contrapposta al quieto pessimismo di Myra: Olivier era indubbiamente un grandissimo attore ma il cinema ce lo ha restituito magnificamente nei ruoli cupi ed introversi.

Vento selvaggio

Reap the wild wind
USA 1942 Paramount
con Ray Milland, Paulette Goddard, John Wayne, Raymond Massey, Susan Hayward
regia di Cecil B. De Mille

Florida 1840, la bella Lucy si innamora del capitano Jack Stuart sopravvissuto al naufragio pilotato della propria nave da parte del perfido Culter che organizza naufragi comprando l’equipaggio per poi rivendere il carico recuperato. Il naufragio costa a Stuart il sogno di guidare la Stella del Sud uno dei primi battelli a vapore della compagnia. Per perorare la causa dell’amato, Lucy, in visita a Charleston da una zia, non esita a flirtare con l’avvocato Tolliver che la chiede in sposa. Lucy rifiuta la proposta ma Stuart, raggirato da Culter teme che Tolliver, appena diventato il nuovo capo della compagnia di navigazione, gli intralci la carriera e così si accorda con Culter per far affondare la Stella del Sud. Nel naufragio muore Dorina, cugina di Lucy che si era imbarcata clandestinamente sul battello per tornare dal proprio innamorato. La resa dei conti tra Stuart e Tolliver, rivali in amore, avverrà in fondo al mare, sulle tracce del cadavere della fanciulla..


Paulette

Impossibile non cogliere il nesso tra Via col vento e Vento selvaggio nonostante l’azione del secondo film si svolga vent’anni prima del celeberrimo capolavoro; del resto Paulette Goddard fu tra le attrici provinate per il ruolo di Rossella e come Bette Davis in Jezebel paga con quest’opera il tributo al grande ruolo mancato. Non deve stupire quindi se l’indomita Lucy di Paulette Goddard non teme di scandalizzare la buona società di Charleston con lascive canzoni marinaresche, accompagnata da una Mamy (Louise Beavers) disperata perché non riesce a trasformarla in una perfetta signora e come Rossella Lucy crede di essere ciecamente innamorata dell’uomo sbagliato. Tolliver è derivazione di Rhett: anche se l’avvocato di Charleston è un damerino azzimato (ci vuole un po’ per accettare l’ondulata capigliatura di Ray Milland) però non esita a sculacciare la ribelle Lucy che lo rifiuta.
Nella prima parte del film il triangolo amoroso tra Lucy, Tolliver e il capitano Stuart tiene banco con divertenti scaramucce tra Tolliver e Lucy o Tolliver e Stuart, mentre nella seconda parte prevalgono i temi drammatici con il capitano Stuart che cede alle lusinghe di Culter per fare carriera, la morte di Dorina e lo svolgimento del processo. Il sospetto che una donna possa esser morta nel naufragio porta i due antagonisti a scendere sul fondo del mare per scoprire la verità. Quando si ritrova lo scialle di Dorina, Stuart è ancora disposto a seguire il suggerimento di Culter e fa il segnale convenuto perché il tubo che porta l’aria a Tolliver venga tagliato. La comparsa del calamaro gigante spinge Stuart a riscattarsi salvando Tolliver dai tentacoli della piovra e sacrificando la sua vita.
Cecil B. de Mille conferma la propria abilità di autore modulando questa vicenda marinara secondo i temi che caratterizzano la trama: si parte con una scanzonata commedia romantica e si finisce in un’avventura sottomarina dalle riprese subacquee spettacolari che valsero al film l’Oscar per gli effetti speciali.
Il capitano Stuart è interpretato da John Wayne: se è insolito vedere il Duca recitare in un film che non sia western è ancora più raro che interpreti il ruolo di un cattivo che si redime solo attraverso la morte.
La sfortunata Dorina è interpretata da Susan Hayward, qui in una delle sue prime prove, anche l’attrice diventerà famosa per ruoli di ben altro temperamento rispetto a quello di dolce innamorata interpretato in Vento Selvaggio.

Miriam Hopkins

Miriamhopkin Tipica bellezza del Sud, candida come una magnolia, Ellen Miriam Hopkins nasce a Savannah, in Georgia il 18 ottobre 1902. Si trasferisce a New York per studiare danza e a vent’anni debutta sui palcoscenici teatrali dove si fa notare per il talento e l’eleganza, oltre che per la notevole bellezza.
Nel 1930 ottenie una scrittura dalla Paramount e inizia l’ascesa a Hollywood dove debutta nel lungometraggio Fast and Loose di Fred C. Newmeyer.
La nota Ernst Lubitsch che la vuole per il suo L’allegro tenente accanto a Maurice Chevalier nel 1931. Il sodalizio con Lubitsch è assai proficuo e l’attrice sarà la protagonista di due dei capolavori del maestro berlinese Mancia Competente del ‘32 e Partita a quattro nel 1933.
Ancora nel 1931 la troviamo nel ruolo di Ivy Pearson oggetto delle attenzioni de Il dottor Jekyll diretto da Rouben Mamoulian, il regista la dirige anche nel 1935 in Becky Sharp riduzione cinematografica dell’adattamento teatrale del capolavoro letterario di W.M. Thackeray, La fiera delle vanità. Il film in questione è la sesta versione cinematografica del romanzo a cui seguirà 69 anni dopo, l’ultima versione del 2004 diretta da Mira Nair La fiera della vanità che ha per protagonista Reese Witherspoon.
Nel 1936 Miriam Hopkins, accanto a Merle Oberon è protagonista de La calunnia di William Wyler; si tratta della prima versione cinematografica del dramma teatrale di di Lillian Hellman The Children’s Hour (1934) che narra le conseguenze dell’illazione di una perfida bambina sul presunto rapporto lesbico tra le due insegnanti che gestiscono una scuola. Nel 1962 sempre Wyler girerà una nuova versione meno censurata del film, si tratta di Quelle due con Shirley MacLaine e Audrey Hepburn e, un piccolo cameo, ancora la Hopkins.

Grande amore

La leggenda vuole che ci fosse una certa rivalità tra Miriam Hopkins e Bette Davis quel che è certo è che la grande Bette sceglieva con cura le sue comprimarie tra quelle che considerava di pari talento artistico. Miriam Hopkins è la prima attrice che la Davis accetta come comprimaria (non senza aver provato a proporsi nel doppio ruolo) La coppia Davis/Hopskin gira due grandiosi melodrammi: nel 1939 Il grande amore tratto da un romanzo di Edith Warhon per la regia di Edmund Goulding. Narra la vicenda di due cugine innamorate dello stesso uomo (George Brent) che muore durante la Guerra di Secessione. Charlotte (Bette Davis) si ritrova a dare alla luce la figlia illegittima dell’uomo e per garantirle un futuro la fa adottare dalla cugina ben maritata interpretata dalla Hopkins.
Nel 1943 le due attrici sono sul set di un altro grande “women’s picture”, L’amica diretto da Vincent Sherman. La pellicola racconta l’amicizia tra una donna ricca e di buona famiglia (Davis) e una di umili origini. Nel 1981 ne fu girato un remake Ricche e famose interpretato da Jacqueline Bisset e Candice Bergen.

L'amica



Dopo L’amica Miriam Hopkins decide di lasciare le scene (pare per la cocente delusione di non aver vinto il provino per interpretare la Rossella O’Hara di Via col vento).
La ritroviamo sul grande schermo nel 1949 nel ruolo della frivola Lavinia Penniman che favorisce l’amore tra la nipote bruttina (Olivia de Havilland) e il bel cacciatore di dote Montgomery Clift ne L’ereditiera film diretto da William Wyler e ispirato al romanzo Washington Square di Henry James.
Ancora per la regia di Wyler, Miriam Hopkins partecipa a Gli occhi che non sorrisero nei panni della moglie lasciata da Laurence Olivier per la bella provinciale Carrie Meeber (Jennifer Jones) in cerca di fortuna a Chicago.
Nel 1964 è la tenutaria di bordello Mrs Maude Brown ne La cugina Fanny, rilettura cinematografica di Fanny Hill diretta da Russ Meyer. Nel 1966 interpreta la madre dell’evaso a cui tutto un paese da la caccia ne La caccia di Arthur Penn.
Pur centellinando le apparizioni cinematografiche, Miriam Hopkins è una pioniera della televisione in cui appare fin dal 1949 soprattutto in adattamenti teatrali.
L’ultima sua apparizione la riserva comunque al grande schermo nell’horror del 1970 Savage Intruder.
L’attrice muore a New York il 9 ottobre 1972.

Marilyn

Marilyn Il giovane rampollo inglese Colin Clark lascia il castello avito per cercare fortuna a Londra nel mondo del cinema: diventerà terzo aiuto regista ne Il principe e la ballerina il film che Marilyn Monroe girò in Inghilterra accanto a Lawrence Olivier, accaparrandosi le simpatie della diva americana.

Nel cinquantesimo anniversario della scomparsa, il mondo del cinema non poteva esimersi dal celebrare la sua stella più splendente e lo fa con quest’opera inglese tratta dal libro di memorie di Colin Clark Il principe la ballerina ed io.
E’ la classica pellicola inglese che sfoggia i suoi grandi interpreti, l’immancabile Judy Dench, Kenneth Branagh nei panni di Sir Olivier, Emma “Hermione” Watson nel ruolo della costumista Lucy per cui batte il cuore di Colin prima di perdersi nella fantasia bionda di Marilyn. Della diva americana si dipinge un ritratto poco piacevole per i cultori del suo mito: le fragilità diventano insicurezze enfatizzate e tra le righe (i continui ammonimenti al giovane Colin) filtra l’immagine di una donna scaltra, che odia la solitudine e non esita ad usare scientemente gli uomini per trovare l’affetto che le è sempre mancato. Nella seconda parte del film i toni si fanno più accomodanti e prevale la piacevolezza ingenua del pomeriggio di fuga dagli studios.
Peccato che l’attenzione sia stata morbosamente posta sulla Monroe perchè ci sono sprazzi molto interessanti sulla lavorazione del film: le confessioni di Olivier che rivedendosi sullo schermo accanto a Marilyn si trova vecchio mentre sperava di rubare e riflettere un po’ della sua luminosa giovinezza. Anche Vivien Leigh è costretta ad accettare di vedersi portar via da un’attrice più giovane un ruolo che pure aveva interpretato con successo a teatro .
L’attenzione è morbosa anche nei confronti di Michelle Williams a cui tocca il compito di far rivivere Marilyn sul grande schermo e in certi momenti la magia riesce, la Williams riesce a cogliere le fragilità della donna più famosa del mondo, risulta meno credibile nel ricrearne la magica luminosità dei “momenti buoni” ma le movenze, il modo di toccarsi i capelli ecc.. sono studiati alla perfezione anche se è ben visibile il posticcio sui fianchi che l’attrice deve indossare per mostrare le morbide curve della Monroe.
Certi che l’attenzione fosse per la Williams gli altri attori han riposato un po’ sugli allori: bravo Branagh a interpretare Olivier anche se trovo irritanti certi piccoli particolari, il più grande attore inglese era bruno di capelli e di occhi, costava poi molto al buon Branagh indossare un paio di lenti colorate e risultare più fedele all’originale? Riesumata Julia Ormond per la parte di Vivien Leigh a cui non assomiglia per nulla, esagerato il reticolato di rughe sul volto dell’attrice allora quarantatreenne di Via col vento, spero che siano veramente della Ormond, così impara a rovinare Rossella dopo averci già provato con Sabrina!

Biancaneve

Biancaneve Tarsem Singh vorrebbe ribaltare la fiaba di Biancaneve ma la rivoluzione riesce solo a metà e questo inficia lo spettacolo la cui trama risulta altalenante e questo è un vero peccato perchè il film è una vera gioia per gli occhi.
Dovrebbe essere la storia della matrigna di Biancaneve, donna bellissima che ha fatto innamorare il padre della sua figliastra con la magia per poi eliminarlo e usare le ricchezze del regno per la propria vanità, sulla soglia della bancarotta la regina è pronta a sposare il principe Alcott più per il suo denaro che per la sua avvenenza. Purtroppo come ci dice anche lo specchio nel finale, il film ritorna ad essere la storia di Biancaneve in versione eroina moderna che si salva da sola, archetipo di ragazza contemporanea a cui ci hanno già abituato le ultime eroine di casa Disney


Mirrormirror

Spostare l’attenzione sulla Regina crea un’interessante e quanto mai attuale lettura della fiaba: il rapporto conflittuale tra una fanciulla in fiore e una donna matura che non vuole rinunciare la proprio fascino (azzeccata la scena della cura di bellezza a base di guano di uccelli e altre bestioline disgustose e la precisa citazione di Via col Vento nella scena del busto). Che la matrigna sia più vanitosa che cattiva lo dimostrano gli evidenti riferimenti al mito di Narciso: come il bel giovane la donna ama specchiarsi (Mirror Mirror è il titolo originale della pellicola) e il magico specchio parlante è riposto sulle rive di un lago in un’altra dimensione dove emerge la regina per i suoi colloqui, al pari di Narciso che cadeva nell’acqua per raggiungere il proprio riflesso. Col procedere della storia l’attenzione si sposta verso altri aspetti più convenzionali e il confronto tra le due donne, vero motore del film, viene a mancare..


Mirror mirror

Resta comunque il divertimento dei dialoghi e di alcune scene molto spassose grazie al segretario personale Brighton interpretato da Nathan Lane degna spalla comica di una Julia Roberts che regala la prova più interessante della sua carriera.
La pellicola è un’ulteriore conferma del talento visivo del regista e l’apoteosi (purtroppo postuma) della costumista Eiko Ishioka (autrice anche dei costumi di Dracula di Bram Stoker) che se stupisce con i trampoli pressurizzati dei nani, riesce a incantare con l’elmo delle guardie ispirato ai comignoli modernisti di Casa Milà a Barcellona. Di derivazione art nouveau sono anche parte delle magnifiche scenografie (di Tom Foden) che ci riportano all’epoca d’oro di Hollywood: ormai il film storico pretende una minuziosa ricostruzione filologica quindi le fiabe e le storie fantastiche restano l’ultimo baluardo per fantasmagoriche scenografie.

Venere peccatrice

Thatstrangewoman The strange woman
Usa 1946
con Hedy Lamarr, George Sanders
regia di Edgard George Ulmer

A Bangor, nel New England della prima meta’ del XIX secolo, Jenny Hager cresce con un padre alcolizzato, sicura pero’ del potere che la sua bellezza esercita sugli uomini. Poco piu’ che adolescente Jenny sposa il vecchio ma ricco mercante Isaiah Poster anche se ha sempre avuto un legame molto stretto con suo figlio Ephraim. Quando il giovane torna dal college Jenny lo seduce ma ben presto alla pusillaminita’ del ragazzo Jenny preferisce il fascino virile di John Evered anche se promesso alla sua amica Meg Saladine..

Melodramma in costume in cui Ulmer tratteggia un’ambigua dark lady: Jenny Hager fin da piccola si dimostra manipolatrice e attratta dal denaro ma quando diventa la moglie del ricco Poster non esita a distinguersi in citta’ per il suo spirito caritatevole. Il passaggio ricorda molto Via col vento quando Rossella e Rhett decidono di conquistarsi le simpatie della societa’ bene di Atlanta per il bene di Diletta. Un’altra reminiscenza di Via col vento l’ho avuta quando Jenny viene definita una signora perche’ si prende cura di una donna malata ed indigente come faceva la madre di Rossella, del resto una certa somiglianza tra le due attrici, Vivien Leigh e Hedy Lamarr e’ innegabile.
Se della ricchezza Jenny sa fare buon uso, non e’ altrettanto in grado di gestire il suo rapporto con gli uomini: dopo la morte del padre riesce a farsi sposare dal ricco mercante ed e’ molto interessante la scena in cui i notabili del paese, tra cui il futuro marito, decidono le sorti della ragazza rimasta sola arrivando a proporle il matrimonio con Poster per garantirle la sicurezza economica. Appagato il desiderio di ricchezza Jenny pensa di poter appagare i sensi con il giovane Poster (emblematica la stretta sul braccio di Ephraim quando Lena e’ inseguita dagli ubriachi) ma per quanto il ragazzo ceda alla seduzione arrivando forse ad uccidere il padre non ha abbastanza nerbo per la capricciosa Jenny che si innamora di John Everd facendosi sposare incurante del fatto che l’uomo sia promesso alla sua cara amica Meg.
Purtroppo sul finale la vicenda cosi’ complessa scappa di mano al regista e la risoluzione, ovviamente drammatica, affidata al senso di colpa scatenato in Jenny dalle parole di fuoco di un predicatore capitato in citta’, e’ deludente; resta un uso affascinate del bianco e nero con delle ombre di gusto espressionista e una buona prova attoriale dei protagonisti con un insolito George Sanders in un classico ruolo da bell’attor giovane.

Quando la citta’ dorme

Quandolacittadorme While the City Sleeps
USA 1956 RKO
con Dana Andrews, Vincent Price, George Sanders, Ida Lupino
regia di Fritz Lang.

Kine e’ un grande magnate dei media: possiede un importante giornale newyorkese e una serie di quotidiani di provincia, una televisione e un’agenzia fotografica ed anche un figlio inetto, dedito solo al gioco e alle belle donne. Quando il magnate muore sara’ proprio il figlio a succedergli e dovendo scegliere un direttore generale tra i dirigenti dei vari settori dell’impresa lancia una sfida: il prestigioso posto sara’ assegnato a chi riuscira’ a scoprire l’identita’ del killer del rossetto, efferato serial killer che uccide giovani ragazze sole.

Nel penultimo film americano di Lang, torna il fattore K dei media (quanto e’ breve il passo da Kane a Kine?) ma stavolta ad essere analizzata e’ la spietata vita di redazione. Il risvolto thriller e’ solo un pretesto per rappresentare un mondo cinico, desideroso di far carriera senza farsi scrupoli e con una buona dose di misoginia: non si esita a mandare le amanti a sedurre chi potrebbe esser utile per la carriera o si trasforma la propria promessa sposa nell’esca per attirare il killer senza neppure interpellarla. Una categoria che agisce prevalentemente di notte, quando la citta dorme, appunto, e, come insetti operosi, si muove all’interno del grande palazzo Kine, dove non manca neppure il bar. Il senso di claustrofobia si aggiunge cosi’ al quadro negativo dei personaggi, che non viene smorzato neppure dal lieto fine di prammatica.
Grande prova per un cast di tutto rispetto con alcuni attori in ruoli piuttosto insoliti per loro; se Thomas Mitchell (il padre di Rossella O’Hara in Via col vento) indossa i panni non nuovi del direttore del giornale burbero ma in fondo di buon cuore e George Sanders come sempre e’ tagliato per la parte del cinico, anche John Barrymore Jr. ha la faccia giusta per il belloccio Robert Manners, direttore dell’agenzia fotografica che riesce a diventare direttore generale portandosi a letto la moglie del capo, di cui e’ anche il migliore amico. Rimane piuttosto insolito il ruolo di Dana Andrews, simpatica canaglia un po’ indolente, vero risolutore del caso e anche Ida Lupino veste i panni di una donna in carriera e senza scrupoli, forse per l’unica volta nella sua carriera.
Eccezionale Vincent Price nel ruolo di Kine jr. il ruolo e’ piccolo ma soprattutto nelle prime inquadrature Price riesce a ricreare la fisionomica perfetta del volto del ragazzo viziato ed inetto.