Il mio vicino Totoro

Totoro Tonari no Totoro
Giappone 1988
regia di Hayao Miyazaki

Satsuki e May si trasferiscono con il padre in una casa di campagna, per essere più vicini alla madre ricoverata in ospedale. La casa ha la fama di essere abitata dai fantasmi e le due bambine faranno amicizia con alcune creature magiche, soprattutto con Totoro un’enorme troll che vive in un maestoso albero di canfora..

Due giorni, ieri e oggi, per rivedere sul grande schermo uno dei capolavori di Hayao Miyazaki, il cui sonnacchioso protagonista è divenuto simbolo dello Studio Ghibli.
Come sempre il maestro dell’animazione giapponese racconta un’infanzia e una una preadolescenza che deve scontrarsi con le difficoltà della vita, in questo caso la madre malata che si aggrava e non può essere dimessa seppure temporaneamente come preventivato.
Nekobus Ad aiutare Satsuki e May è la capacità di relazionarsi con la meraviglia della natura che permette loro di fondere sogno e realtà incontrando figure magiche come Totoro e i suoi piccoli amici e salire a bordo del fantamagorico gattobus (nekobus) che ha il sorriso del gatto del Cheshire, citazione di Alice nel Paese delle Meraviglie come il ruzzolone di May nel buco che la porta alla tana del pigro Totoro.
La famosa scena alla fermata dell’autobus in cui le ragazzine prestano l’ombrello a Totoro è giustamente famosissima ma quello che mi ha colpito di più è la capacità di Miyazaki di rendere omaggio alla natura mostrandone la maestosità ma lasciandone intuire anche tutta la potenza creando veri momenti di timor panico, come quando tira il vento che fa volar via la legna raccolta da Satsuki.

#FrankSinatra100

Francis Albert Sinatra nasceva 100 anni fa a Hoboken, nel New Jersey. Sarebbe diventato The Voice, uno dei più celebri artisti musicali del XX secolo. Avrebbe avuto un ruolo importante anche nel cinema, ne ripercorriamo la carriera attraverso le 10 (+1) pellicole fondamentali.

Due Marinai e una ragazza 1945

Duemarinaieunaragazza

Frank Sinatra fa da spalla a Gene Kelly che si esibisce nel celebre balletto con Jerry, il topolino del cartoon Tom&Jerry.

Facciamo il tifo insieme 1949

Tifo

L’ultimo film diretto da Bugsy Berkley.

Un giorno a New York 1949

UngiornoaNewYork

Musical rivoluzionario perché girato tutto in esterni, dirige Gene Kelly affiancato da Stanley Donen.

Da qui all’eternità 1953

Daquialleternità

Oscar come miglior attore non protagonista a Sinatra per il ruolo di Angelo Maggio nel film antimilitarista celebre per la famosa scena d’amore sulla spiaggia.

Bulli e pupe 1955

Bulliepupe

Insolito musical diretto da Joseph L. Mankiewicz. Sinatra fa coppia con Brando la cui voce non era intonatissima.

L’uomo dal braccio d’oro 1955

Luomodalbracciodoro

Frankie Machine è un abile batterista distrutto dalla dipendenza dalla droga. Otto Preminger sfida la censura e realizza il primofilm realistico sul tema della droga.

Alta Società 1955

Altasocietà

Nel remake di Scandalo a Filadelfia Sinatra veste i panni del giornalista che furono di James Stewart.

Pal Joey 1957

Paljoey
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Cantante squattrinato seduce ricca miliardaria per trovare i fondi e aprire un locale ma s’innamora di una ballerina. Sinatra canta The lady is a tramp, Kim Novak My funny Valentine.

Qualcuno verrà 1959

Qualcunoverrà

Sinatra è protagonista di un intenso melodramma di Vincente Minnelli accanto all’amico Dean Martin e Shirley McLaine.

Va’ e uccidi 1962

Vaeuccidi

Uno dei capolavori della fantapolitica, firmato da John Frankenheimer e rifatto nel 2004 da Jonathan Demme.

La tua pelle o la mia 1965

Latuapelleolamia
L’unica prova da regista di Frank Sinatra.

Inchiesta pericolosa 1968

Inchiestapericolosa

Una delle prove migliori di Frank Sinatra in uno dei migliori film del regista Gordon Douglas.

Una dolce vita? Dal Liberty al design italiano. 1900-1940

DuLibertyaudesignitalien Avessi saputo che la mostra era la tappa italiana di un’esposizione del Musée d’Orsay forse l’avrei goduta di più, limitando le mie aspettative che invece erano molto alte: ci sta che anche una sede prestigiosa come l’Orsay realizzi un percorso puramente descrittivo e cronologico che parte dal liberty italiano e arrivi agli anni ’40 senza indagare il fil rouge che lega o contrappone i periodi artistici presi in esame, come invece si aspettava ingenuamente la sottoscritta.
Personalmente non sono rimasta molto soddisfatta dalla mostra, proprio perchè non amo le esibizioni che non forniscano una lettura scientifica del periodo storico o dell’artista preso in considerazione ma per chi ha voglia di vedere una sequela di oggetti molto belli, può rimanere soddisfatto.
Unadolcevita Le due prime sale dedicate al Liberty sono davvero molto belle e espongono tutte le declinazioni del liberty italiano, dallo stile puramente floreale alle interpretazioni personali di Carlo Bugatti o Vittorio Zecchin.
La mostra non si occupa solo di arti decorative ma anche di pittura, l’unico legame che si può trovare tra l’accostamento Liberty/Futurismo è proprio nella derivazione della pittura Futurista dal Divisionismo.
Si passa poi ad esaminare il classicismo di Giò Ponti e il realismo magico della pittura degli anni ’30/40 peccato che non si accenni al fatto che sia il Futurismo che il classicismo successivo, orgogliose espressioni del genio italiano rientrino, pur con le loro interpretazioni originali nell’art deco che non viene mai nominato.
MollinoForse la parte più intrigante è la sezione finale dove gli oggetti esposti testimoniano l’innovazione che sarebbe poi arrivata dal design italiano: le sedie di Carlo Mollino, il mobile radio destrutturato dal razionalismo di Franco Albini sembrano esempi dell’italian style anni ’60 e invece risalgono a vent’anni prima.

Una dolce vita? Dal Liberty al design italiano. 1900-1940
16 ottobre 2015 – 17 gennaio 2016
Palazzo delle Esposizioni
Via Nazionale, 194
Roma

Puccini

Italia 1953 Dear
Con Gabriele Ferzetti, Marta Toren, Paolo Stoppa, Nadia Gray
regia di Carmine Gallone

Puccini1

Dopo due anni trascorsi a Milano per sfondare come compositore, sostenuto dalla cantante Cristina con cui condivide la vita bohemienne, Puccini fa ritorno a Lucca e chiede ad Elvira, la donna da sempre amata, di rifiutare le nozze imposte dal padre e di seguirlo. La donna accetta ma dovrà affrontare la solitudine accanto a un uomo troppo preso dal suo lavoro e dal fascino femminile che regolarizzerà la loro situazione molto tardi, nonostante la nascita del figlio Antonio. Anche dopo il matrimonio Elvira rimane sola mentre Puccini viaggia per il mondo, decide quindi di lasciarlo e tornerà da lui solo dopo l’insuccesso del debutto della Butterfly per restargli accanto fino alla morte avvenuta nel 1924.

Come dice la didascalia iniziale, il film è un’autobiografia molto romanzata, definita una rilettura poetica della vita del celebre compositore. L’elemento più più discorde dalla realtà è certamente la figura di Elvira, angelicata nel film nel sacrificio per Puccini: sopportando in silenzio viaggi e tradimenti, si tace completamente il fatto che Elvira segue l’artista dopo il matrimonio e dopo la nascita della figlia Fosca di cui la pellicola non fa nessuna menzione.
Elvira diventa il prototipo delle eroine delle opere pucciniane di cui il film mostra sempre la morte sul palcoscenico: quella di Manon Lescaut, di Mimì, Madama Butterfly e Liù.
Il film è noto anche in Francia con il titolo di Trois amours de Puccini perché oltre ad Elvira c’è il personaggio di Cristina, la cantante innamorata ai tempi del periodo milanese che ritrova il compositore quando è un’interprete affermata, diventando l’amante ufficiale che lo segue e lo sostiene nella carriera. Oltre a questo personaggio a cui è difficile attribuire un’identità storica precisa, c’è anche l’episodio della cameriera suicidatasi per l’amore non corrisposto del musicista, in realtà sappiamo che Puccini non aveva responsabilità dirette nella tragedia come racconta il bellissimo film del 2008, Puccini e la fanciulla.
Pucciniferzetti Nonostante la biografia fantasiosa, del resto è impossibile condensare quarant’anni di storia in un film, Gallone sa rendere piuttosto bene l’atmosfera del periodo, il segmento più riuscito riguarda proprio Doria (nel film Delia) perché la pellicola esce dai teatri di posa e dai fondali di cartapesta perle riprese sul lago in plein air, ispirate alla pittura dell’ottocento italiano.
Ad interpretare Giacomo Puccini c’è Gabriele Ferzetti, scomparso ieri all’età di 90 anni. Puccini è il primo film di cui l’attore sia assoluto protagonista e traspare sullo schermo tutta l’elegante ritrosia che caratterizza l’attività di Ferzetti, piuttosto somigliante al compositore e in grado di adeguarsi alle varie fasi della sua vita. Ferzetti vestirà ancora i panni di Puccini l’anno seguente in Casa Ricordi sempre per la regia di Gallone.
Nell’insieme il film è una classica produzione del suo tempo che però non è invecchiata male, grazie al technicolor e alla caratterizzazione del personaggio di Giocondo, interpretato da Paolo Stoppa: è l’amico rivale di Puccini, da sempre innamorato di Elvira, che diventa quasi la coscienza dell’artista standogli accanto nei momenti più difficili dell’esistenza.

Il Mago – L’incredibile vita di Orson Welles

IlmagoOrsonWelles

Il documentario sulla vita di Orson Welles diretto da Chuck Workman è indubbiamente didascalico, ha però il merito di mostrare materiale poco noto inerente alla vita del grande regista: foto dell’infanzia, i luoghi dove mosse i suoi primi passi, spezzoni di opere teatrali (il famoso Woodo Macbeth del 1936) e di film invisibili come Falstaff non tanto perché non terminati, quanto per le dispute sui diritti legali che non ne permettono la fruizione.
Il viaggio nella vita di Orson Welles procede in modo cronologico utilizzando molto materiale di repertorio, soprattutto interviste allo stesso Welles, più interventi di critici, registi ed attori. Resta un’esperienza interessante in grado di far conoscere il più grande regista di tutti i tempi a chi non sa nulla di lui e anche di fornire un piacevole ripasso che può riservare qualche sorpresa agli appassionati.
Per le critiche che sostengono che il film non sveli nulla sulla personalità di Orson Welles.. bè non lo sostiene lo stesso Quarto Potere che ogni uomo si porta il segreto della sua più intima essenza nella tomba? Quali aspettative si potevano avere da un onesto documentario di 90 minuti uscito in concomitanza degli anniversari della nascita (100 anni) e della morte (30)?

Scala al paradiso

JulienTemple

Guest director del 33 Torino Film Festival è stato Julien Temple, grande protagonista della stagione britannica dei videoclip (tra tutti ricordiamo Do You Really Want To Hurt Me dei Culture Club), da sempre legato alla musica che ora approfondisce in documentari come Oscenità e Furore o Il futuro non è scritto. Il suo ultimo lavoro è The Ecstasy of Wilko Johnson, dedicato agli ultimi mesi di vita dell’attore, cantante, bassista dei Dr. Feelgood. Per rappresentare visivamente il flusso di idee di Wilko, Temple ha usato spezzoni di film che sono confluiti nella sezione da cui curata per il TFF.
Il film di apertura del ciclo è stato A matter o life and death (Scala al Paradiso) che ha dato anche il nome alla rassegna: Una questione di vita o di morte.


Scalaalparadiso.jp GB 1946 Rank
con David Niven, Kim Hunter, Roger Livesey, Marius Goring
regia di Michael Powell e Emeric Pressburger

Il due maggio 1945 Peter Carter, pilota della Raf comunica con un’ausiliaria americana d’istanza sulla Manica le sue ultime volontà: il paracadute si è lacerato durante l’attacco nemico, il secondo pilota è morto e l’aereo è in fiamme, a Peter non resta che lanciarsi e andare in contro a morte certa. Il colloquio con June assume toni sempre più intimi e tutt’e due restano turbati. Peter si risveglia miracolosamente illeso vicino alla postazione dove vive June e tra i due nasce l’amore. In Paradiso, però, attendono l’arrivo di Peter: a causa della nebbia l’incaricato di recuperarlo lo ha perduto e ora si presenta a reclamarlo ma Peter rifiuta la chiamata a cui solo poche ore prima era rassegnato e si appella in nome dell’amore nato dall’errore dell’incaricato.
Sulla Terra i suoi racconti vengono scambiati per farneticazioni e il dottor Reeves scopre che Peter soffre di una commozione cerebrale latente che poterebbe diventare letale da un momento all’altro quindi invita il pilota a sottoporsi subito ad un intervento chirurgico. Mentre Peter si appresta ad entrare in sala operatoria, il dottore muore in un incidente e diventa l’avvocato difensore di Peter nel processo in Paradiso per valutare il caso dell’aviatore.

Scala al paradiso sarebbe un semplice film di propaganda per la distensione dei rapporti tra Usa e Inghilterra dopo la guerra ma il duo Powell&Pressburger ne fa un capolavoro del genere fantasy (ricordiamo che sono gli autori del meraviglioso Scarpette Rosse).
L’idea più originale è quella di girare le scene ambientate in Paradiso in bianco e nero mentre la parte che si svolge sulla Terra è in uno smagliante technicolor. Il Paradiso del resto è un luogo ordinatissimo, dove tutti sono schedati dalla nascita in un rapporto che contiene tutti gli estremi della loro esistenza: insomma un luogo pacifico ma noiosamente burocratico. Il technicolor della Terra rappresenta invece tutta la passione della vita dove dalla rassegnazione per la morte può sbocciare improvvisamente un amore nascente: non per nulla l’adorabile incaricato, un nobile francese ghigliottinato durante la Rivoluzione, sospira sognando anche un Paradiso a colori. Va ricordato che il film è del 1946, a guerra appena finita, per cui la celebrazione della vita è quanto meno doverosa.
Il fantasy si vena di surrealismo nella celebra soggettiva dell’occhio di Peter sul tavolo operatorio, con tanto di palpebre e ciglia che si chiudono. Anche la teoria di ali che introduce al Paradiso ha un che di surreale mentre è divertente la consegna delle ali ai nuovi arrivati, imbustate come abiti freschi di tintoria.
Altre soluzioni memorabili sono i fermo immagini nel momento dei passaggi temporali tra mondo terreno e vita ultraterrena: la prima volta che accade fa pensare a uno strappo della pellicola o il pessimo sistema di fermare i film per l’intervallo nelle multisale odierne.
Il processo finale è ancora un’esaltazione dei valori universali di fraternità e amore con l’intervento di Peter e June disposti a sacrificarsi perché l’altro viva.
La scala mobile che unisce i due mondi ha dato vita al titolo italiano e americano del film, Stairway to Heaven e sì, il celebre brano dei Led Zeppelin si ispira a questo film.

MatterOfLifeAndDeath

credit per quest’immagine: Matter Shot

In fondo al bosco

Infondoalbosco

Durante la festa dei Krampus, a Croce di Fassa, si perde il piccolo Tommi di soli quattro anni. La scomparsa si trasforma in un’ipotesi di omicidio di cui è indiziato il padre, Manuel che ha problemi di alcolismo e non è originario del luogo, la madre, Linda, distrutta dal dolore, tenta il suicidio.
Cinque anni dopo, a Napoli viene ritrovato un bambino che ha lo stesso profilo genetico di Tommi ma il reinserimento in famiglia non è per niente facile..


Obbiettivamente siamo stati fortunati, la morbosa attenzione che l’infotainment televisivo riserva alla cronaca nera avrebbe potuto sfociare in qualche pessimo instant movie o qualche miniserie strappalacrime, invece nella medesima stagione abbiamo avuto la bella serie Rai Non uccidere e ora questo film prodotto da Sky, dove si mescolano gli echi di diversi delitti che hanno monopolizzato l’attenzione pubblica.
In fondo al bosco è una pellicola più complessa di quello che appare, con diversi piani di lettura legati alla famiglia: l’infanzia negata di un bambino che non ha memoria del traumatico passato, il dramma di una famiglia impossibilitata a ritrovare la pace dopo una tragedia, il legame di Manuel con il figlio ritrovato che rappresenta anche il desiderio di rivalsa dell’uomo che per cinque anni è stato creduto un mostro.
La disfunzionalità della famiglia e delle piccole comunità dove è più facile attribuire al diavolo le più banali (!) colpe umane trova la sua ragion d’essere nel racconto di genere, un noir dai toni e dai ritmi sospesi, sfumati che lascia spazio all’allusione horror per trovare una soluzione molto realistica e quanto mai attuale nel finale, ben più terribile di qualsiasi favola demoniaca.
Ottima la prova degli attori, soprattutto di Filippo Nigro.

Humandroid

Humandroid Chappie, 2015
con Dev Patel, Hugh Jackman, Sigourney Weaver, Yolandi Visser, Watkin Tudor Jones
regia di Neill Blomkamp



Johannesburg è la prima città a dotarsi di robot poliziotti e con l’arrivo degli Scout, robot dotati di una propria intelligenza artificiale, l’emergenza criminalità diminuisce in brevissimo tempo. Una delle ultime gang rimaste decide di fare in modo di bloccare i robot per poter mettere a segno un colpo e rapisce Deon, l’ingegnere della Tetravaal, la ditta costruttrice. Proprio quel giorno Deon aveva rubato un’unità destinata al macero per testare un nuovo software di intelligenza artificiale in grado di evolversi da sola, i malviventi decidono di farne un gansta robot..



Dopo l’esperienza americana di Elysium (pessima a quanto dicono tutti ma io non ho visto il film)  Neill Blomkamp torna ad ambientare il suo ultimo film in patria, in Sudafrica, sfruttando i ghetti come nell’esordio trionfante di Distric 9 e per il soggetto sviluppa un suo corto del 2004.
Il risultato però non è esaltante anche se io l’ho trovato piacevole dopo i primi momenti di spiazzamento riguardo alle figure dei gangster dal cuore tenero che si trovano a svezzare un robot appena creato, lato buffo ovviamente sottolineato dal doppiaggio con le voci più comiche e mielose che possa offrire il settore italiano.
Il robot neonato ha le movenze di un cucciolo (tutta la mimica è affidata alle due alette/antenna che funzionano come le orecchie di un animale rivelando curiosità, paura ecc..) e da subito viene soprannominato Chappie, proprio come un cane.
Tra il creatore Deon che cerca di fare in modo che la sua personalità possa svilupparsi liberamente, la materna Yolandi e il burbero Ninja che vuole da subito un robot che sappia essergli utile per i suoi scopi, Chappie deve barcamenarsi tra diverse esperienze, sul modello di Pinocchio.
Il problema principale è che Chappie ha solo cinque giorni da vivere perché la batteria dell’unità usata per crearlo non è più ricaricabile, in questo breve lasso di tempo Chappie attraversa tutte le fasi dell’infanzia e dell’adolescenza: timido e curioso come un bambino piccolo, spaventato dall’incontro con il mondo, convinto di essere indistruttibile, in conflitto con la figura del creatore, ingannato dal padre Ninja, costretto ad affrontare l’idea della morte prima di un cane, poi scoprendo di aver poco tempo da vivere e infine dovendo affrontare la morte effettiva dei propri cari che il robot risolverà in modo geniale.
Humandroid è forse il primo film di fantascienza su un’A.I. dove il tema si coniuga con la commedia e non con il dramma, un’ibrido bizzarro ma interessante che forse aprirà un nuovo filone.

La mia spia di mezzanotte

Lamiaspiadimezzanotte The Glass Bottom Boat
USA 1966
con Doris Day, Rod Taylor
regia di Frank Tashlin

La giovane vedova Jennifer Nelson lavora presso un centro spaziale e nei fine settimana si esibisce come sirena per i clienti del padre che ha un battello turistico dal fondo trasparente. Durante una delle sue esibizioni come sirena la donna viene arpionata da Bruce Templeton, l’aitante scienziato a cui si deve il successo dell’agenzia spaziale. Ritrovatisi sul posto di lavoro tra i due nasce l’amore ma i comportamenti bizzarri di Jenny la fanno credere una spia con l’intento di trafugare i progetti di Templeton..

La mia spia di mezzanotte è uno degli ultimi film di Doris Day che si sarebbe ritirata dal cinema nel 1968 per dedicarsi al suo show televisivo. Anche per il regista Frank Tashlin, storico regista dei film di Jerry Lewis, da solo o in coppia con Dean Martin, questa pellicola rappresenta uno degli ultimi lavori.
Si tratta della classica commedia interpretata da Doris Day: donna piacente che deve salvarsi dalle avances degli uomini prima di convolare a giuste nozze con protagonista.
Tashlin cerca di dare una svolta sexy all’attrice quarantenne ma quello che funziona di più, e conferma il talento di doris Day per la commedia, sono le gag di cui l’imbranata Jenny è protagonista, diventando quasi un alter ego femminile di Jerry Lewis. Il rapporto della donna con la tecnologia domestica di cui Templeton è fanatico, mi ha fatto addirittura ricordare Mon Oncle di Jacques Tati.

Spiamezzanotterobot


Negli anni dell’esaltazione per la corsa nello spazio tutto nel film è ultramoderno e tecnologico, innestando la commedia sentimentale in un contesto giallo rosa di spie da mezza tacca e altre ben più pericolose.
Doris Day fa anche una parodia di sé stessa cantando in maniera dissacrante Que sera, sera, il brano che interpreta ne L’uomo che sapeva troppo di Alfred Hitchcock.