Non essere cattivo

Nonesserecattivo Ostia 1995: le vicende di Vittorio e Cesare, amici fraterni cresciuti nella noia e nella disperazione dell’hinterland romano tra sballo e i soldi facili dello spaccio e dei furti e i tentativi più o meno riusciti di mettere la testa a posto.

Opera postuma di Claudio Caligari, Non essere cattivo è il film che l’Italia aveva proposto alla selezione degli Oscar 2016 per il film straniero e come è risaputo la pellicola non è riuscita a entrare nella cinquina. Un vero peccato perché il film ha la capacità di attaccarsi allo spettatore e farsi ricordare, con la stessa foga di vita che troviamo nei suoi protagonisti, per altro interpretati magistralmente: Alessandro Borghi, Vittorio, è tra i protagonisti di Suburra dove interpreta Numero 8, il killer ostiense che da inizio a tutta la faida.
Se si muovono spesso critiche a film o serie come Romanzo Criminale, Gomorra perché rendono epica la vita dei malavitosi,va riconosciuto a Non essere cattivo il merito di raccontare con un afflato pasolinano le storie della più bassa manovalanza della malavita organizzata e anche del lavoro onesto, perché per certe vite ai margini non c’è speranza come dimostra il finale aperto sul sorriso del neonato figlio di Cesare quando ti sovviene che quel bimbo avrà vent’anni del 2015, durante la peggior crisi economica del dopoguerra.

Sherlock – L’abominevole sposa

Sherlock L’episodio speciale della serie Sherlock, rivisitazione contemporanea della figura di Sherlock Holmes, trasporta gli amatissimi protagonisti, Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, nel periodo vittoriano in cui agì l’acutissimo detective e il suo scrittore, Arthur Conan Doyle.
Sherlock e il fido Watson sono alle prese con il caso dell’abominevole sposa: una donna, Emelia Ricoletti, suicidatasi in pubblico che però torna dalla tomba prima per uccidere il marito poi per compiere altri inspiegabili delitti.
Non solo l’ambientazione rievoca fedelmente l’epoca vittoriana, come spiega Steven Moffat nell’introduzione alla puntata, ma anche il tema scelto ha le precise connotazioni gotiche di un racconto vittoriano sospeso tra suggestioni sovrannaturali e spiegazioni logiche, un revival vittoriano che abbiamo già avuto modo di incontrare qualche mese fa nella pellicola di Guillermo del Toro, Crimson Peak.
L’episodio inizia riproponendo l’incontro tra Sherlock (sociopatico come sempre) e John e la loro decisione di condividere l’appartamento al 221B di Baker Street, ma questo non significa che l’episodio sia completamente estraneo al punto in cui è arrivata la serie televisiva: la scoperta che l’acerrimo nemico di Sherlock, Moriarty non è realmente morto e lo speciale cinematografico riserva delle sorprese di loop temporale che non sono nuove allo stile di Moffat, autore anche del nuovo Doctor Who.
Ovviamente è un’opera pensata per un pubblico preciso, che conosce la serie ma comprensibile anche a chi fosse stato completamente digiuno di Sherlock, di certo colpisce vedere in provincia una sala strapiena al secondo giorno di programmazione (per giunta un mercoledì!) di un prodotto di nicchia.

Il ponte delle spie

La cattura di una spia russa a New York nel 1957 getta gli Stati Uniti nell’isteria collettiva ma per garantire che il giusto processo a Rudolf Abel, la difesa viene affidata a James Donovan, un avvocato di punta di un grosso studio legale. Per Donovan il processo ad Abel non è solo una facciata ma si impegna a fondo per il suo assistito mettendo a rischio l’incolumità della propria famiglia. Quando il pilota di un U 2 americano che stava fotografando il territorio russo, viene catturato: Donovan, ancora una volta suo malgrado, diventa il negoziatore dello scambio tra le due spie ma proprio in quei giorni a Berlino Est si costruisce il muro e un giovane studente americano finisce nelle prigioni della DDR..

Pontedellespie

La prima inquadratura del film mostra il flemmatico Abel intento a dipingere il proprio autoritratto con l’ausilio di uno specchio: vediamo l’uomo di spalle e abbiamo di fronte le due rappresentazioni, così diverse tra loro. In questa inquadratura c’è tutto il significato del film: la doppia vita della spia, di chi la gestisce, di chi la deve condannare ma non troppo per poi avere in mano qualcosa da proporre in un possibile scambio. C’è la difficoltà della mediazione, della diplomazia che si nasconde dietro una sua teatralità.
C’è anche il registro stilistico della pellicola che dietro una perfetta rievocazione d’epoca parla del nostro presente, un film che sembra hitchcockiano ma in realtà è fordiano: l’uomo solo, sicuro di quanto ritiene giusto pronto a battersi per ciò in cui crede anche a costo di andare contro i propri interessi e la luce quasi divina che inonda le aule di tribunale deriva da Il giudice un film del 1934 di John Ford. Anche a quella luce viene dato un valore ambiguo nel film: se nella prima parte illumina Donovan nei momenti in cui esprime i suoi alti ideali, la ritroviamo anche a Berlino nello studio dell’avvocato doppiogiochista Vogel, perché anche lo strumento più nobile in tempi loschi si presta a usi pessimi.
Un’altra immagine che mi ha molto colpita è quella di Donovan sulla metropolitana mentre tutti stanno leggendo in prima pagina dei suoi tentativi per ricorrere in appello per conto di Abel e improvvisamente la gente inizia a riconoscerlo e a mostrargli il suo disappunto, questa scena mi è parsa una perfetta rappresentazione dei social media dove ogni notizia diventa l’occasione per esprimere il proprio disappunto senza mai riflettere o ragionare. Ancora una volta è l’uomo solo, che non ha neppure scelto quella situazione ma ci si è trovato per caso, a dover far affidamento sulle proprie convinzioni ed andare avanti, senza badare agli altri come dice espressamente Donovan al pilota Powers che dopo la prigionia russa si trova a dover affrontare il disprezzo dei suoi connazionali.
Pur così odiato, Powers va salvato per quello che potrebbe rivelare mentre lo studente Frederic Pryor, che ha avuto la sfortuna di trovarsi dalla parte sbagliata del muro è una pedina sacrificabile ma non per Donovan che nella sua umanità riconosce il valore di ogni singola vita.
Il finale è un’ po’ appesantito dalla retorica dell’antiretorica con il rientro a casa e nella normalità dell’eroe per caso ma la pellicola riesce a instillare una lezione morale e a divertire al contempo.

Carol

New York 1952, nella confusione di un grande magazzino si incrociano gli sguardi di Carol, elegante donna borghese sul punto di separarsi dal marito e Therese, una ragazza poco più che ventenne che lavora come commessa anche se sogna di fare la fotografa. Basta uno sguardo per riconoscersi, un paio di guanti dimenticati (apposta?) come scusa per un incontro e poi sarà quel che sarà: come dice Carol all’amica complice non ha mai programmato nulla in vita sua e stavolta quello che trova sembra essere l’amore della vita ma il marito usa il coraggio della donna che non gli ha mai nascosto la propria natura lesbica per cercare di toglierle la figlia…

Carol

Il film si inserisce nel filone di rilettura del melodramma classico che Haynes ha costruito con Lontano dal paradiso e la miniserie Mildred Pierce ma Carol non è una pellicola speculare a Lontano dal Paradiso dove era una donna a scoprire l’omosessualità del marito: il regista supera il tributo, la rivisitazione del melò classico per costruire un’opera dove ogni inquadratura sembra richiamare il mood del periodo storico: la vicenda si conclude oltre un anno dopo e Therese che ha finalmente ha trovato la sua strada, sfoggia l’acconciatura di Audrey Hepburn in Vacanze Romane che fu un must dopo l’uscita del film. Non solo i riferimenti storici sono ineccepibili ma ci sono anche tantissimi altri riferimenti, ad esempio in un momento del primo passaggio in auto il volto di Carol si trasforma quasi in quello di Autoritratto nella Bugatti verde, il quadro più famoso di Tamara De Lempicka, artista bisex molto amata dal mondo lesbo.
In un cinema Therese e i suoi amici “bohemiens” sbirciano alcune scene de Il viale del Tramonto e Cate Blanchett ha lo stesso sguardo ferino di Norma Desmond e la sua stessa caparbietà nel non volere rinunciare a nulla della sua vita: maternità e orientamento sessuale, cosa che se non è ancora facilissima oggi, figuriamoci nell’America perbenista degli anni ’50.
Insomma Carol è un film perfetto anche troppo per i miei gusti, per i quali è un po’ troppo freddo, celebrale e troppo pensato: costruito per vincere e stasera alla premiazione dei Golden Globe potremmo avere la prima conferma di una strada spianata per gli Oscar.

Giotto, l’Italia

Giottolocandina Chiuderà domenica prossima 10 gennaio la mostra milanese dedicata al genio di Giotto. Piccola perché gran parte delle opere del grande maestro del trecento giunte fino a noi sono affreschi, la mostra segue un criterio cronologico per raccontare l’arte del pittore. Si inizia con una chicca l’opera giovanile la Madonna con il Bambino di Borgo San Lorenzo. Un frammento di tempera su legno di quella che doveva essere una Maestà, resta solo il volto severo della Madonna e le mani del Bambino: una accarezza il volto materno e l’altra gioca con la mano della Vergine.
Un’opera giovanile che racchiude già tutta la grandezza di Giotto che la mostra va a spiegare nelle opere esposte: la monumentalità e la naturalezza del gesto. Il gusto per il colore, l’espressività dei volti si rivelano già nel Polittico di Badia, opera che risale agli ultimi anni del Duecento.
Dalla Cappella degli Scrovegni di Padova arriva un Dio Padre in Trono, una grande tavola che aveva il compito di celare un passaggio come una porta. Ora nella cappella vi è una copia e il dipinto è conservato presso i Musei Civici di Padova.
Come sottolinea il titolo dell’esposizione, la mostra vuole sottolineare l’attività imprenditoriale di Giotto, attivo in tutta Italia dal regno di Napoli fino a Padova, passando per Bologna, Milano, spesso con cantieri aperti contemporaneamente come Roma e Assisi. Quindi la grandezza di Giotto non sta solo nella sua abilità tecnica e nella sua originalità ma anche nella capacità di influenzare tanti regionalismi del trecento italiano.

Polittico baroncelli

Tra le varie opere la mia preferita rimane il Polittico Baroncelli che qui troviamo riunito almeno idealmente: dal Museum of Art di San Diego arriva la cuspide con Dio Padre tagliata nel tardo quattrocento per ornare il polittico con una cornice rinascimentale francamente molto pesante.
Nonostante le manomissioni il polittico resta un trionfo di colori, le tavole laterali con le teste dei santi, tutte diverse avvolte dall’oro delle aureole sono meravigliose e indirizzano lo sguardo verso la serena composizione centrale dell’incoronazione della Vergine.

Giotto, l’Italia
2 settembre 2015 – 10 gennaio 2016
Palazzo Reale
Piazza del Duomo 12, Milano

Zoran, il mio nipote scemo

Zoranlocandina Italia / Slovenia 2013
con Giuseppe Battiston, Rok Prašnikar, Robero Citran, Marjuta Slamič, Teco Celio
regia di Matteo Oleotto

Paolo Bressan è un alcolista bugiardo che il fallimento sentimentale e lavorativo ha incattivito. Un giorno riceve una richiesta d’appuntamento da un notaio sloveno in seguito alla morte di una zia. Convinto di ricevere un’eredità, Paolo si ritrova a dover accudire per alcuni giorni il nipote sedicenne Zoran che non ha altri parenti in vita oltre lui. Scoperta l’abilità del ragazzino con le freccette, Paolo decide di sfruttarlo e per poterlo fare chiede l’affido di Zoran..

Opera prima di Matteo Oleotto intrisa di alcol (la tagline era “una commedia ad alto tasso alcolico”) e di provincia friulana al confine con la Slovenia, dove scorrono ancora sotterranee le tensioni razziali (Paolo ad esempio rifiuta di parlare la lingua slovena e di partecipare al coro che recupera il dialetto); Zoran il mio nipote scemo è una commedia di chiara derivazione dalla commedia indie americana, quella che esce dal Sundance per interderci: il racconto radicato nel territorio, i protagonisti disadattati: se Paolo è cattivo Zoran è di un’ingenuità e di una timidezza disarmante resa ancora più buffa dal linguaggio arcaico imparato su due romanzi d’amore della nonna che risalgono all’inizio del secolo scorso.
Se i topos della commedia indie americana sono oramai diventati mainstream, vedi Little Miss Sunshine, Zoran conserva una certa originalità anche nel lieto fine con un sottile ribaltamento dei ruoli che imbriglierà Paolo in una nuova occasione di rinascita (suo malgrado, dimostrando che spesso, chi urla è più debole di chi sembra scemo).
Un film divertente e ben girato: mi ha colpito la fotografia di Ferran Paredes Rubio; Zoran il mio nipote scemo regala inoltre un’altra grande prova di Giuseppe Battiston.
Sylvain Chomet, l’autore di Appuntamento a Belleville e L’illusionista è il Guru delle freccette.

Zoran

Giulietta e Romeo

Giuliettaeromeo loc Romeo and Jiuliet
USa 1936 MGM
con Leslie Howard, Norma Shearer, John Barrymore, Basil Rathbone
regia di George Cukor

Non si contano più le versioni cinematografiche del dramma shakespeariano Romeo e Giulietta, questa trasposizione del 1936, fortemente voluta dal produttore Irving Thalberg, si segnala per essere stato il film sonoro più costoso realizzato (fino a quel momento ovviamente) marchiando definitivamente le produzioni MGM come grandiose e lussuose: negli studi della casa di produzione fu ricostruita l’intera piazza e la chiesa di Verona, con una verosimiglianza notevole con la chiesa di San Zeno. Della casa di Giulietta vine ricostruito non solo il celebre balcone ma s’immaginano vasti giardini protetti da mura che Romeo deve attraversare per giungere dall’amata.

Romeoandjuliet Furono usate oltre mille comparse per i cortei dei Montecchi e dei Capuleti, le scene di piazza, i duelli, il funerale di Giulietta e la festa dove avviene il primo incontro tra i due amanti.
Le documentazioni storiche e iconografiche ordinate da Thalberg si coniugano con lo stile deco dell’epoca: interni spaziosi e abiti sfarzosi (Rosalina al ballo disdegna Romeo indossando un copricapo che sembra arrivare direttamente dalla Cleopatra di Cecil B.De Mille).
Il problema del film, com’è noto, è l’età dei protagonisti: Norma Shearer, imposta dal marito Irving Thalberg, aveva 34 anni quando recitò il ruolo di Giulietta e Leslie Howard ne aveva 43 e resta ancora oggi il Romeo più vecchio della storia del cinema. Marcuzio poi era interpretato dall’ultracinquantenne John Barrymore la cui gigioneria era esaltata dalle perenni sbronze.
I limiti d’età sono però sopperiti dalla bravura: la Shearer resta l’unica Giulietta cinematografica ad aver guadagnato una nomination agli Oscar, e Howard mostra un certo nerbo, più vicino a La Primula Rossa che ai romantici personaggi che lo hanno reso celebre ne La Foresta pietrificata, Intermezzo per tacer di Ashley di Via col Vento.

Cripta

Un film che merita una visione, se non altro per curiosità verso la commistione tra puro romanticismo hollywoodiano e un certo rigore storico, molto inconsueta per l’epoca.

Monster University

Monsteruniversity Usa 2013 Pixar
regia di Dan Scanlon

Monster University è il primo prequel firmato Pixar e racconta la nascita dell’incrollabile amicizia tra Mike e Sulley, i protagonisti di Monster & Co., uno dei capolavori della casa di produzione, uscito nel 2001.
Come avviene spesso nelle grandi amicizie gli inizi sono conflittuali: Mike e Sulley si conoscono il primo anno di università e non potrebbereo essere più diversi. Mike, Michael Wazowski, sogna dall’infanzia di diventare uno spaventatore e la sua totale determinazione gli impedisce di accorgersi di essere un mostro che non fa paura; Sulley, James P.Sullivan, al contrario, è figlio d’arte ed è convinto che gli basti il suo terrificante ruggito per spaventare chiunque. Impareranno a proprie spese a conoscere i propri limiti e a superarli unendo le loro forze e contando sulla confraternita più sfigata dell’università.
Il film ricalca perfettamente il teen movie ambientato al college con le confraternite, la forte competizione tra studenti, la derisione dei più deboli (una scena deriva direttamente da Carrie – Lo sguardo di Satana solo che nel momento della celebrazione, ai mostri non piove in testa una secchiata di sangue ma una pioggia di peluche e coriandoli). Seguendo passo passo un genere così noto nelle sue peculiarità, Monster University risulta un po’ prevedibile, si riscatta nella parte finale quando esce dagli schemi: Mike si introduce nel mondo degli umani per scoprire se veramente non fa paura e Sulley lo segue nonostante il divieto della rettrice dell’ateneo, Abigail Tritamarmo, l’unico personaggio memorabile del film, delineato a tutto tondo perché antagonista dei due protagonisti.

James Tissot

Tissotbramante Merita di essere presa in considerazione la mostra romana dedicata a Tissot, non fosse altro perché è la prima monografica italiana dedicata al pittore francese, nato a Nantes nel 1836 che godette di grande fama in vita ma finì per essere dimenticato nel XX secolo poiché la sua pittura non pare avere aderenze né con l’Impressionismo né con i Preraffaelliti, nonostante i contatti dell’artista con entrambe le cerchie.
James Tissot viene riscoperto solo agli inizi degli anni ’70 da critici inglesi e da allora la complessità della sua arte sta venendo lentamente riscoperta.
Tissot visse come un dandy e fu tra i primi collezionisti di arte giapponese: il suo unico nudo conosciuto s’intitola La giapponese al bagno. Il pittore viene di solito ricordato come un artista interessato a rappresentare soprattutto la moda del suo tempo; la mostra romana pur sottolineando questo aspetto, offrendo così un compendio della moda femminile dell’età vittoriana, pone l’attenzione sullo sguardo spesso ironico dell’artista, che stigmatizzava l’ipocrisia del suo tempo (in Troppo presto un padre con le figlie è arrivato con largo anticipo al ballo dove certamente spera di trovare un genero) rivelando come Tissot fosse un fine indagatore di psicologie, molto attento alla condizione femminile. Questa caratteristica della sua opera emerge soprattutto nei quadri dedicati al Tamigi, (Il Ponte dell’HMS Calcutta, Il Tamigi, Portsmouth Dockyard) che alludono ai rapporti sessuali tra i marinai e le donne dipinte, solitamente si tratta di triangoli amorosi dove la tensione erotica è affidata al gioco di sguardi. Il capolavoro è certamente La figlia del capitano dove la ragazza diventa l’oggetto di una trattativa tra il vecchio marinaio e il giovane che fissa la ragazza valutandola.

TissotLafigliadelcapitano

Arrivato in Inghilterra nel 1871 dopo la repressione della Comune parigina, Tissot diventa un pittore di successo, amato dal bel mondo, fino all’incontro nel 1875 con Kathleen Newton, che diventa la sua musa. I due vanno a vivere insieme anche se lei è già sposata e ha due figli, il ritiro dallla vita pubblica corrisponde a opere più intimistiche, di vita familiare (La colazione sull’erba) ma nel 1882 a soli 28 anni Kathleen muore di tubercolosi e Tissot ritorna a Parigi.
Il nuovo ciclo dedicato a La Donna a Parigi non sembra interessare il pubblico francese (La più bella di Parigi è il quadro che chiude la mostra e a cui è dedicata anche un’istallazione); deluso Tissot decide di abbandonare i temi mondani per dedicarsi alle tematiche del sacro che lo hanno interessato anche in gioventù.
In mostra vediamo la serie de Il Figliol prodigo nella vita moderna, dove accanto all’afflato religioso, Tissot rivela tutto il suo interesse per la cultura giapponese (Nel Paese straniero) accanto ai quadri degli anni ’80 troviamo un’opera del 1963, La partenza del figliol prodigo, che dimostra l’interesse giovanile dell’artista per il tema e ricorda i suoi inizi con opere di carattere storico d’ambientazione medievaleggiante dove poteva dimostrare la sua passione per i pittori fiamminghi e il rinascimento italiano.
Oltre alle opere di Tissot, sono esposti anche alcuni quadri di De Nittis: i due erano amici ed entrambe le loro parabole artistiche sono segnate dalla compagna: Leontine è fondamentale per De Nittis come Kathleen lo è per Tissot.

James Tissot
26 settembre 2015 – 21 febbraio 2016
Chiostro del Bramante
Roma

Star Wars Il risveglio della Forza

Starwarsilrisvegliodellaforza Trent’anni dopo la sconfitta dell’Impero Galattico, la Repubblica vacilla sotto la spinta del Nuovo Ordine che tenta nuovamente di riprendere il potere con il lato oscuro della Forza. A guidare la Resistenza c’è Leia Organa, alla ricerca del fratello, Luke Skywalker scomparso da tempo, dopo che uno dei suoi migliori allievi ha ceduto al lato oscuro..

La visione dell’anteprima di Star Wars dimostra quanto questa saga sia entrata nell’immaginario collettivo: essendo il sequel della prima saga avrebbe dovuto attirare prevalentemente un pubblico di cinquantenni invece le sale sono piene di un pubblico eterogeneo che durante la visione si mette ad applaudire alla comparsa sullo schermo di ogni protagonista della vecchia serie, a partire dal Millenium Falcon per finire con C3P0 e R2D2. Gli applausi a scena aperta sono un fenomeno piuttosto raro al cinema, almeno di questi tempi, quindi nel pubblico c’è la soddisfazione di ritrovare un mondo intatto di essere tornati a casa, come dice la prima battuta di Han Solo. Questo è lo spirito giusto per vedere Il risveglio della forza, almeno per questi primi giorni: l’idea di partecipare a un happening gioioso punteggiato dalla luce delle spade laser dei fan più sfegatati.

Spadelaser arcadia

Che ad alimentare il mito della saga abbia contribuito l’oculato spirito imprenditoriale di George Lucas è ovvio: più che al ciclo del prequel, la fama di Guerre Stellari si deve probabilmente alla riedizione dei tardi anni ’90 che precedette l’uscita della saga di Anakin, l’internalizzazione della comunicazione grazie ad internet ha inoltre fatto sì che i protagonisti abbiano recuperato i nomi originali senza suscitare nessun problema, quindi addio alla Principessa Leila, a Jan Solo e C1-P8.
Venendo al film per quel poco che si può dire senza fare spoiler, è un classico film in stile J.J.Abrams che ancora una volta come per Star Trek o Super 8, dimostra la sua capacità di rielaborare i temi fondamentali della pellicola ispiratrice e presentarli in una veste nuova che non intacchi, casomai rafforzi il fascino dell’opera precedente. L’incipit del film richiama, per specularità, il terzo episodio, La vendetta dei Sith: se allora la repubblica moriva in uno scroscio d’applausi, qui è la ribellione di un singolo, del più umile degli strormtrooper a mettere in moto una serie di eventi che riporterà appunto, al risveglio della Forza.