Arsenico e vecchi merletti

ArsenicoevecchimerlettiArsenic and Old Lace
Usa 1944 Warner Bros
con Cary Grant, Priscilla Lane, Josephine Hull, Jean Adair, Raymond Massey, Peter Lorre, Jack Carson, Edward Everett Horton, John Alexander
regia di Frank Capra

Mortimer Brewster, critico teatrale noto per i suoi libri contro il matrimonio, capitola e si sposa con la bella vicina di casa. Celebrate le nozze torna a casa per gli ultimi preparativi prima del viaggio di nozze e scopre che le sue adorate ziette che lo hanno cresciuto, hanno l’abitudine di avvelenare i vecchi solitari che prendono a pensione e li fanno seppellire in cantina da suo fratello Teddy, convinto di essere Roosvelt e di scavare il Canale di Panama. Nel delirio improvviso che ha scombinato la vita di Mortimer, torna a casa dopo vent’anni, l’altro fratello, Jonathan che, sadico fin dall’infanzia, è diventato un maniaco omicida con la complicità del Dr. Einstein..

Se La vita è meravigliosa è il film di Natale di Frank Capra, Arsenico e vecchi merletti è il suo film di Halloween come si capisce dalle illustrazioni con pipistrelli e gatti neri che accompagnano i titoli di testa prima che la didascalia iniziale contestualizzi la vicenda la notte di Ognissanti.
Il film è un puro divertissement tratto da una commedia di successo, una sorta di parodia della grande stagione dei mostri della Warner che produce la pellicola: Capra dimostra di saper usare sapientemente i giochi di ombre derivanti dall’espressionismo tedesco e sa gestire con grande maestria l’unità di luogo: quasi tutto il film si svolge nella casa delle adorabili (!) sorelle Brewster con vista sul cimitero.




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La commedia, una sarabanda in puro stile slapstick, è sostenuta ottimamente dagli attori: su tutti svetta Cary Grant, l’unico sano in una famiglia di pazzi -e infatti è ”figlio di un cuoco di mare”- che oltre a sottolineare da par suo l’assurdità delle situazioni, è davvero bravo nelle gag fisiche capitombolando con diverse sedie o poltrone.
Raymond Massey è il terribile Jonathan a cui il succube socio, il Dr. Einstein interpretato da Peter Lorre, ha cambiato i connotati per l’ennesima volta facendolo uguale al Boris Karloff (che interpretava il ruolo a teatro) di Frankenstein proprio perché la sera prima dell’intervento aveva visto “quel film” rimanendone impressionato.
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Molto bravo anche Jack Carson nei panni del nuovo poliziotto di quartiere che ovviamente ha una commedia nel cassetto da far leggere a Brewster ma non si accorge che il poveretto sta per essere eliminato dal fratello omicida.
Tutto il film verte attorno alle due vecchie sorelle Brewster, irreprensibili colonne della comunità che hanno ben più di uno scheletro nell’armadio (per l’esattezza dodici in cantina): la paffuta e serafica zia Abby (Josephine Hull), che si muove sempre saltellando è davvero superlativa.

Stand by Me – Ricordo di un’estate

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USA 1986
con River Phoenix, Wil Wheaton, Corey Feldman, Kiefer Sutherland, Richard Dreyfuss, John Cusack
regia di Rob Reiner

Quando lo scrittore Gordon Lachance viene a sapere dal giornale della morte dell’amico d’infanzia Chris Chambers, inizia a rievocare l’estate del 1959, quando dodicenne insieme a Chris e agli altri due amici, Teddy e Vern, partirono alla ricerca del cadavere di un ragazzino investito dal treno..

Un bellissimo film sul passaggio dall’infanzia all’età adulta dove la nostalgia per la stagione migliore della vita la fa da padrona grazie alla rievocazione di un Gordon ormai adulto e alla collocazione nel 1959, età dorata della cultura americana sottolineata da una colonna sonora perfetta la cui canzone simbolo diventa anche il titolo del film, eclissando quello proevisto, omonimo del racconto The body di Stephen King, a cui la pellicola si ispira.
La banda di dodicenni racchiude tutte le frustrazione tipiche dell’età: Gordie è un bambino troppo sensibile e fantasioso, per questo non molto considerato dal padre che aveva occhi solo per il primogenito Danny, promessa dello sport morto in un incidente solo qualche mese prima; su Chris pesa il marchio di appartenere a una famiglia di “poco di buono” che lo porta a scelte stupide come rubare dei soldi della scuola perché sa di non avere occasioni; Teddy è figlio di un reduce alcolizzato che ha rischiato di ucciderlo mentre Vern è il classico ragazzo sovrappeso e insicuro eppure è proprio lui a proporre agli amici di andare a vedere il cadavere di cui ha sentito parlare dal fratello maggiore.
Stand by mePer raggiungere il luogo dove presumibilmente si trova il corpo i ragazzi impiegano più di un giorno a piedi tra avventure umoristiche (scoprire che il cane con la nomea peggiore della città in realtà è un cucciolone) e altre drammatiche come l’esser sorpresi dal treno sul ponte che attraversa un fiume.
Avventure inframezzate da momenti intimi di confidenza, soprattutto tra Gordie e Chris, un’alternanza di ritmo che dà un grande respiro al film.
Quello che spinge i ragazzini verso la macabra scoperta non è tanto la voglia di successo che pioverà su chi ritrova Ray Brower, la cui scomparsa monopolizza i notiziari, quanto un desiderio di confrontarsi con la morte, vederla in faccia, soprattutto per Gordie che deve ancora elaborare il lutto del fratello.
Sul posto arriverà anche la banda dei ragazzi più grandi guidati da Asso Merrill, a cui appartengono il fratello di Vernon e il suo amico che alla fine hanno spifferato tutto e per la prima volta i ragazzi più giovani avranno il coraggio di ribellarsi alle angherie dei fratelli maggiori, quasi a sancire l’uscita dall’età infantile.



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La forza del film sta anche nella bravura dei protagonisti, un cast notevole anche se in ruoli molto brevi: ad esempio Richard Dreyfuss che interpreta Gordie ha pochissime scene ma resta la voce narrante del film, John Cusak è Danny, il fratello morto di Gordie, Kiefer Sutherland nel suo periodo “bad boy“ è Asso Merrill ma ovviamente a brillare su tutti e a far aumentare l’effetto malinconico della pellicola è la prova notevole di River Phoenix, al suo secondo film, nei panni di Chris Chambers.

L’impareggiabile Godfrey

My Man Godfrey
Usa 1936, Universal
con William Powell, Carole Lombard, Mischa Auer, Alice Brady, Gail Patrick, Eugene Pallette
regia di Gregory La Cava

Durante una caccia al tesoro tra i ricconi di Central Park, nella lista degli oggetti da trovare, è compreso anche un “dimenticato”, un barbone. Le sorelle Bullock trovano il clochard Godfrey in una discarica ma l’uomo indispettito dai modi altezzosi della sprezzante Cornelia, le preferisce Irene, l’eterna seconda. Quando la ragazza capisce quanto sia stato umiliante per Godfrey presenziare alla caccia al tesoro, gli offre il suo aiuto ma l’uomo chiede solo un lavoro e diventa così il maggiordomo di casa Bullock..




My Man Godfrey


Gregory la Cava è un maestro dimenticato della commedia anni ’30, con la stessa attenzione di Cukor alla psicolgia dei personaggi femminili e infatti le quattro donne di casa Bullock, madre, le due figlie e la cameriera sono un compendio perfetto di svagatezza, alterigia e falso cinismo messi in crisi dall’arrivo dell’inappuntabile maggiordomo..
Come Frank Capra, anche La Cava racconta la grande depressione ma se Capra è l’interprete dell’ottimismo del New Deal, per Gregory La Cava i soldi sono il motore del mondo e la fortuna economica è sempre traballante: Godfrey è in realtà un rampollo della buona società di Boston che si è rovinato per una donna, Mr. Bullock sta per essere rovinato da una speculazione sbagliata e sarà proprio l’acume per gli affari di Godfrey a salvarlo dalla bancarotta per sdebitarsi di avergli dato un lavoro.




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Tutto il film è basato su antinomie a partire dai titoli di testa costruiti con le luci della sfavillante notte newyorkese ma la sequenza d’apertura è sulla baraccopoli dei barboni nella discarica sotto il Queensboro Bridge.
La classe di Godfrey e l’esperienza acquisita nei rovesci della vita gli permettono di assistere imperturbabile alle follie di casa Bullock, dando al regista l’oppurtunità di mettere alla berlina lo stile di vita degli arricchiti che vivono inconsapevoli di quel che li circonda, tema questo profondamente attuale senza che oggi si sia trovato un modo per stigmatizzarlo.
L’unica variabile fuori controllo resta l’amore da cui Godfrey fugge dopo la drammatica esperienza che lo ha buttato sul lastrico: tutte le donne di casa Bullock sono un po’ innamorate di lui ma l’uomo non riesce a sfuggire all’incantevole ostinazione di Irene che se lo sposa e chissà se la pungente battuta finale “Tranquillo Godfrey.. durerà solo un minuto” allude anche al breve matrimonio occorso tra la Lombard e Powell nei primi anni ’30.




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L’impareggiabile Godfrey è il primo film ad esser nominato in tutte quattro le categorie per attori, maschile e femminile, protagonista e non protagonista. Purtroppo non vinse nessuno dei sei premi a cui era candidato (anche miglior regia e miglior sceneggiatura non originale) ma resta la bravura impareggiabile degli attori: Carol Lombard in ascesa da alcuni anni, conferma definitivamente le sue doti per la commedia, anche il carismatico protagonista William Powell avvalora la sua bravura. Fondamentale l’apporto dei due attori non protagonisti: Alice Brady, nei panni di Mrs Bullock, si interessa, più che alle figlie e ai problemi quotidiani, alla sorte del suo protégé Carlo, sedicente artista che vive alle spalle dei Bullock, interpretato da un divertentissimo Mischa Auer.

Venere e il professore

A song is born
USA 1948 MGM
con Danny Kaye, Virginia Mayo, Steve Cochran, Felix Bressart, Benny Goodman
regia di Howard Hawks


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Rinchiusi da ben nove anni nella loro accademia per scrivere una grande enciclopedia della musica con dischi annessi, sei illustri professori di musica, guidati dal musicologo Hobart Frisbee, non si accorgono che la musica è cambiata e ora il jazz e lo swing regnano nei locali notturni. Fatta la notevole scoperta grazie a due lavavetri di colore, il timido Frisbee s’avventura nella vita notturna della città per indagare il nuovo fenomeno. L’accademico chiede alla cantante Honey Swanson di rispondere ad alcune domande e la ragazza si rifiuta ma quando deve cercare un rifugio per nascondersi dalla polizia per non testimoniare contro il suo fidanzato malvitoso, Honey si ricorda del professore e si presenta all’accademia nel cuore della notte..




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Howard Hawks gira il remake musicale di un suo film del 1941: Colpo di Fulmine con Gary Cooper e Barbara Stanwyck, che si guadagnò una nomination agli Oscar.
La trama è piuttosto scontata: la ragazza non è così cinica come vuol far credere e finisce per innamorarsi del professore timido ed impacciato che dovrà ricorrere all’astuzia e alla musica per liberarsi del boss e dei suoi scagnozzi.
Come nel film precedente si scorge un rovesciamento della fiaba di Biancaneve e i sette nani: anche qui i professori sono sette e invece di aiutare una dolce fanciulla rischiano di venire gabbati da lei.
Danny Kaye è forse un po’ penalizzato nel ruolo del timidone che lo costringe a tenere a freno la sua verve, infatti il momento migliore è quando interpreta il ballo samoano per convincere la filantropa che li sovvenziona a non tagliare i fondi alla ricerca: la filantropa è una vecchia zitella un po’ innamorata del professore e ovviamente cede (i soldi) alla danza d’accoppiamento, sperando in ben altro.
Nei panni del professor Gerkikoff troviamo il caratterista Felix Bressart, comparso in tre dei film americani di Lubitsch, in particolare era l’agente Buljanoff che si era fatto traviare dalla bella vita parigina in Ninotchka.

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L’interesse del film sta infatti nelle comparsate: al film partecipano le più note stelle del jazz, il clarinettista Benny Goodman fa addirittura parte dei sei professori, mentre gli altri partecipano interpretando sé stessi a partire da Louis Armstrong che nel 1956 parteciperà anche ad Alta Società, il remake musicale di Scandalo a Filadelfia.
L’elenco dei musicisti che suonano in Venere e il professore è impressionante: Tommy Dorsey, Charlie Barnet, Lionel Hampton, Mel Powell, i ballerini Buck and Bubbles che interpretano i lavavetri che fanno conoscere la musica d’improvvisazione agli accademici, doppiati vergognosamente in italiano e chiamati Bingo e Bongo. I gruppi The Page Cavanaugh Trio, The Golden Gate Quartet e Russo and the Samba Kings.

Le mie due mogli

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USA 1940 RKO
con Cary Grant, Irene Dunne, Randolph Scott, Gail Patrick
regia di Garson Kanin

Ellen Arden creduta morta in un naufragio, ricompare dopo sette anni, proprio il giorno in cui il marito Nick fa legalizzare la sua morte e si sposa con Bianca, la nuova compagna. Appena rivista la prima moglie Nick sarebbe pronto a lasciare la nuova sposa ma quando scopre che Ellen ha trascorso sette anni su un’isola deserta con un aitante compagno..

Secondo dei tre film girati dalla coppia Irene Dunne/Cary Grant come sempre perfetta nei tempi comici, alla regia avrebbe dovuto esserci Leo McCarey ma a causa di un incidente viene sostituito da Garson Kanin, che dirige una commedia molto divertente.



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Come nel precedente L’orribile verità, siamo nel sottogenere remarriage, il ricongiungimento di una coppia già sposata, ad allontanare i coniugi in questo caso è stato il destino ma la strada verso la ritrovata felicità coniugale è ostacolata, più che dalla petulante seconda moglie, dalla presenza dell’ingombrante compagno di sventure di Ellen, l’atletico Stephen Burkett, con cui la donna ha trascorso sette anni sull’isola deserta e che non fa mistero di essere innamorato di Ellen.
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Pur non avendo nulla da invidiare all’amico Randolph Scott, Cary Grant è bravissimo nell’incarnare il marito sminuito dalla prestanza fisica del rivale solo con un cappello ben rincagnato in testa.
In Le mie due mogli Cary Grant sfoggia brillantemente tutto il suo repertorio di uomo sorpreso nei look più imbarazzanti: con un assurda vetaglia maculata, con un cappellino da donna in testa fino al travestimento finale da Babbo Natale per riconquistare definitivamente la moglie, perché nella guerra tra i sessi delle commedie anni 30/40 è sempre l’astuzia femminile a prevalere sul maschio costretto a subire, l’unico a portare nel genere la sua nota vena di sadismo verso le donne è Hitchcock nella sua unica incursione nella commedia brilante Il signore e la signora Smith.
Il remake del film ha una storia piuttosto travagliata: avrebbe dovuto essere Something’s Got to Give, il film interrotto dal suicidio della protagonista Marilyn Monroe, venne poi ripreso nel 1963 con Doris Day in sostituzione di Marilyn, iltitolo italiano è Fammi posto tesoro

Frailty – Nessuno è al sicuro

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USA 2001 Lions Gate
con Bill Paxton, Matthew McConaughey, Power Boothe, Luke Askew
regia di Bill Paxton

Una sera, l’agente dell’FBI Wesley Doyle riceve una strana visita: un uomo che dice di chiamarsi Fenton Meiks gli rivela che “la mano di Dio”, il serial killer che Doyle sta cercando da mesi senza successo, è suo fratello Adam che si è appena suicidato.
Fenton gli racconta la storia della sua infanzia: lui e suo fratello cresciuti dal padre che un giorno impazzisce e confida ai figli di essere stato scelto da Dio per la lotta finale contro i demoni. I due ragazzini vengono coinvolti nella spirali di omicidi dal padre, mentre il piccolo Adam accetta senza problemi la follia del genitore, Fenton farà di tutto per opporsi fino al punto di uccidere il padre.
Doyle si lascia convincere dalle parole di Fenton e lo segue nel roseto dove si trovano i cadaveri delle vittime ma andrà in contro ad una amara sorpresa..


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Debutto alla regia nel lungometraggio dell’attore Bill Paxton, Frailty è un originale horror dai risvolti psicologici, girato quasi come una fiaba nera per bambini: gli omicidi sono sempre fuoricampo, soprattutto nella parte iniziale del film, con il procedere del disvelamento della vera identità dei personaggi anche la visione del sangue aumenta pur mantenendo gli aspetti gore ai livelli minimi.
Il punto di vista è quello infantile di Fenton, il più grande dei fratelli Meiks che si trova a dover gestire improvvisamente la lucida pazzia di un padre altrimenti amorevole e comprensivo. Diviso tra il proprio senso di giustizia e l’amore verso il genitore il ragazzino si troverà a dover fare una scelta drammatica tra il padre e la sua ennesima vittima.


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Lo studio psicologico del bambino è ben articolato e rende coinvolgente i due terzi del film che nel sottofinale prende una piega del tutto inaspettata: non solo il racconto del presunto Fenton è totalmente inventato ma probabilmente anche lo schieramento tra buoni e cattivi, pazzi e savi va completamente ribaltato. Finale d’effetto molto riuscito per un film horror che aggiunge una critica alla società contemporanea alla stigmatizzazione dell’inquietante delirio religioso.
Avevo visto questo film in sala quando era uscito nel 2002 e mi è sempre rimasta impressa l’ambiguità di Matthew McConaughey, allora solo considerato solo un sex symbol, il suo lato oscuro è emerso definitivamente in opere molto più recenti come Killer Joe, un plauso quindi a Paxton anche per l’intuizione.

45 anni

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Gran Bretagna 2015
con Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James
regia di Andrew Haigh

Kate e Geoff sono un’anziana coppia senza figli che sta per festeggiare i 45 anni di matrimonio. A cinque giorni dalla cerimonia Geoff riceve una lettera che lo informa che è stato ritrovato il corpo della donna con cui stava prima di conoscere Kate, caduta in un crepaccio nel 1962, durante un’escursione in montagna.

Lo spunto della storia, il corpo riemerso dai ghiacci dopo decenni, mi ha ricordato un episodio della serie tv Alfred Hitchcock presenta, La Bara di ghiaccio, dove una moglie recupera dopo quarant’anni la salma del marito alpinista caduto in un crepaccio e scopre che ha trascorso la vita nel ricordo di un uomo morto con il ritratto di un’altra donna nel medaglione che stringeva nella mano in punto di morte.
Se Hitchcok raccontava la storia con il suo beffarda ironia, il regista Andrew Haigh indaga con delicatezza il rapporto di una coppia apparentemente solida, con quarantacinque anni di storia alle spalle, messa improvvisamente in crisi da un fantasma del passato, per giunta un passato che non riguarda neppure la loro vita di coppia: la morte di Katya risale a un periodo precedente l’incontro di Kate e Geoff.
L’attenzione del regista è incentrata più sulle reazioni di Kate, una donna apparentemente sicura, che ha ben salde le redini del ménage familiare e che improvvisamente scopre che l’uomo che ha accanto da 45 anni le riserva ancora dei misteri: della sua relazione con Katya sa ben poco e nella settimana che precede la celebrazione del loro amore si ritrova improvvisamente un compagno distratto, perso nella rievocazione del passato e della giovinezza perduta, forse il vero spettro che rischia di mettere in crisi la coppia, ponendo domande sulla natura delle scelte compiute.
Vero kammerspiel giallo con il rovesciamento di tutte le certezze, anche la casa da sicuro nido dell’amore di una vita si trasforma in nel ripostiglio dei segreti più reconditi, di un’esistenza intima che forse è scorsa parallela a quella condivisa di Kate.
Tutto il film si regge sull’interpetazione molto contenuta, ma non per questo meno intensa, dei due attori, giustamente premiati come migliori interpreti alla Berlinale 2015.

La La Land

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Mia, aspirante attrice che si mantiene lavorando in una caffetteria all’interno degli Studios, inizia ad incontrare, all’inizio in maniera poco piacevole, Sebastian, un musicista squattrinato con la fissa del jazz. Raccontandosi sogni e progetti Mia e Sebastian s’innamorano ma la prosaicità della vita quotidiana mette alle corde il loro sentimento e realizzare le proprie ambizioni forse vuol dire mettere da parte l’amore..

Confesso di essere entrata in sala con molti pregiudizi verso un film troppo osannato per non temere di restare delusa e invece sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla gradevolezza della storia dolce amara e soprattutto dalla capacità con cui Damien Chazelle sa far rivivere le atmosfere della grande stagione del musical e non mi riferisco tanto alle citazioni più o meno evidenti che sono stati sviscerate ovunque da mesi, a colpirmi è stata l’accuratezza di certi particolari, l’uso del colore ma soprattutto l’anno di produzione del film scritto in numeri romani sotto il titolo: per una che si è rovinata la vista nel cercare di decifrare col fermo immagine certe date davvero minuscole nel corso degli anni, è stato quasi commovente ritrovarsi questo dettaglio sul grande schermo per un film del 2016!
Oltre che un omaggio ad un genere cinematografico, il film è anche un omaggio alla città di Los Angeles la City of stars della canzone principale, candidata agli Oscar e già vincitrice di un Golden Globe. Un atto d’amore così viscerale da rischiare di mettere in crisi la cosiddetta ”sospensione dell’incredulità”: davvero Mia se ne può tornare a piedi da una festa in collina, senza che le accada nulla? Davvero si può amoreggiare su all’Osservatorio senza che si materializzi un delinquente quando si sa che ogni angolo di L.A. è buono per ritrovare un cadavere? Ripeto l’omaggio è talmente sentito che ti dimentichi anche del lato oscuro di Los Angeles e ti lasci trasportare dalla storia di Mia e Sebastian.
Divisa in quattro capitoli che seguono il corso delle stagioni la vicenda mi ha ricordato il nostro Dieci inverni, un altro film d’amore che regala la stessa fascinazione dell’amore “semplice” di La La Land.
Una semplicità apparente perché il mancato lieto fine (scelta giusta, scelta sbagliata o addirittura scelta maliziosa che lascia lo spiraglio per un sequel?) richiama ancora una volta un classico hollywoodiano dai molti remake (il prossimo pare nel 2018) il musical del 1954 che non si trova nell’elenco delle citazioni, E’ nata una stella che nella sua prima versione drammatica del 1932 aveva un titolo che racchiude bene il film di Chazelle: A che prezzo Hollywood?

Zootropolis

ZootropolisZootopia
USA 2016 Walt Disney Animation Studios
regia di Byron Howard e Rich Moore

Judy Hopps fin dall’infanzia è decisa a diventare una poliziotta della megalopoli di Zootropolis e non si lascia blandire dai genitori che vorrebbero che restasse in campagna lontana dai pericoli della grande città né si lascia intimorire dal duro corso di addestramento studiato per animali molto più robusti di lei. Coronato il sogno, Judy si deve scontrare con la realtà: il capo che la relega a semplice ausiliaria del traffico, la sua ingenuità che la fa cadere vittima della volpe Nick Wilde che vive di espedienti. Con Nick, Judy sviluppa un rapporto di amicizia ee è proprio la volpe ad aiutarla a ritrovare i 14 animali, tutti predatori, scomparsi dalla città . Quello che però dovrebbe essere il momento di gloria di Judy si trasforma nel momento più basso della sua esistenza perché anche la coniglietta convinta che nulla è impossibile, si scopre a ragionare secondo pregiudizi..

Metropolis continua il modello di Frozen: far scontrare il sogno fiabesco con gli inconvenienti della realtà per cui il sogno si concretizza solo grazie al lavoro su sé stessi, se in Frozen il meccanismo funzionava perfettamente, in Zootropolis la storia fatica ad ingranare per il bisogno di spiegare, anche troppo dettagliatamente, la realtà della metropoli e la natura di Judy: si arriva alla sequenza dei bradipi stremati come la protagonista, poi dall’introduzione del personaggio di Mr.Big fortunatamente il film si mette a funzionare e non solo per l’omaggio a Il Padrino ma perché iniziano a raccordarsi gli episodi precedenti e la pellicola prende un ritmo rapido che forse toglie un po’ di spazio all’approfondimento della figura del responsabile della macchinazione ai danni della convivenza pacifica tra animali di Zootropolis (molto più significativo il titolo originale Zootopia ma non si perde il vizio di modificarli in peggio).


Zootopia

Se la trama ha qualche cedimento la macchina Disney funziona perfettamente nel gioco citazionista, persino di Breaking Bad, sdoganando il citazionismo seriale e ironizzando su se stessa: la donnola che vende film e cd illegalmente vanta prodotti non ancora usciti al cinema e sul suo banco compare il dvd di Meowana, riferimento a Moana l’ultimo lavoro Disney attualmente in sala con il titolo italiano di Oceania.

Smetto quando voglio – Masterclass

Torna la scalcagnata banda dei ricercatori messa in piedi dal precario Pietro Zinni, stavolta sono al servizio dello Stato, sulla promessa della fedina penale ripulita.

L’ispettore di polizia Paola Coletti si serve di loro per sgominare le nuove “smart drugs” le cui formule non sono ancora illegali perché non note al ministero; dovendo compiere anche un’operazione di contenimento degli spacciatori, la banda si arricchisce di nuovi elementi, altri eminenti (?) cervelli in fuga ma ancora una volta le cose non andranno come previsto..


SmettoQuandoVoglioMasterclass

Smetto quando voglio – Masterclass è la seconda parte di una trilogia che si concluderà l’anno prossimo con Smetto quando voglio – Ad Honorem, episodio finale che è stato girato in contemporanea con la seconda parte.

La notizia, però, non è che finalmente un film italiano riesce ad avere un progetto produttivo degno di un blockbuster americano, la vera notizia è che Smetto quando voglio – Masterclass è uno dei rarissimi casi (del cinema mondiale) in cui il sequel è all’altezza del primo episodio.

Se torna la fotografia acida in stile Instagram, forse cambia un po’ il genere di comicità che nel primo capitolo era più affidata alle battute mentre in Masterclass a far ridere fino alle lacrime sono gag fisiche: la sequenza del treno che avrà un perfetto sviluppo in stile action, si apre con un’inattesa (perché la gag non avviene dove ti aspetti) scena fantozziana.

Il film s’inserisce in questo nascente filone che rilegge “all’italiana” i generi americani, a partire da Lo chiamavano Jeeg Robot. Il film di Sibilia sembra rimasticare molta cinematografia compresi i successi italiani: quando un detenuto critica l’altro per come canta, ammonendolo che rischia che gli tolgano la parte, ho subito pensato a Cesare deve morire dei Taviani; non è fatto di citazioni, Smetto quando voglio – Masterclass ma di allusioni a film o situazioni politiche (il manipolo su mezzi originali del III Reich sullo sfondo del Colosseo quadrato!) che sanno colpire un ventaglio di pubblico molto eterogeneo.

Sempre notevole il cast arricchito dalla presenza di Giampaolo Morelli e Marco Bonini nelle vesti di due sgangheratissimi cervelli in fuga e dalla presenza di Greta Scarano in quella della poliziotta che ha l’intuizione di sfruttare la banda per debellare il mercato delle smart drugs.