Il Castello degli Spettri

IlcastellodeglispettriThe Cat and the Canary
USA 1927 Universal
con Laura La Plante, Creighton Hale, Forrest Stanley, Martha Mattox, Flora Finch, Gertrude Astor, Tully Marshall
regia di Paul Leni

Il vecchio milionario  Cyrus West per vendicarsi dei parenti che invece di curarlo “gli girano intorno come i gatti a un canarino” per farlo impazzire, fa aprire il suo testamento vent’anni dopo la sua morte. Nella vecchia magione si ritrovano i sei eredi, cinque cugini e la vecchia zia Susan.
A ereditare tutto è Annabelle West ma esiste una clausola: la giovane donna dovrà dimostrare la propria sanità mentale altrimenti l’eredità passerà a un secondo erede che avendo trafugato il testamento prima dell’apertura, cerca di far passare per pazza la cugina..

The cat and the canary è il primo film americano di Paul Leni, maestro dell’espressionismo tedesco, scomparso prematuramente nel 1929 a soli 44 anni.
La storia è tratta da una piece teatrale di successo che mischia il mistery con alcuni elementi da commedia, i tocchi comici si ritrovano anche nella pellicola di Leni: la zia Susan invidiosa della mancata eredità che maligna tutto il tempo sulla follia di Annabelle e poi si ritrova a fuggire nella notte sul carro del lattaio per paura dei fantasmi, il cugino Paul, apparentemente il più pauroso e pasticcione che invece risolverà il caso e guadagnerà l’amore della bella ereditiera.



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Il castello degli spettri però passa alla storia del cinema come la pellicola che apre la grande stagione di mostri della Universal: nonostante i tocchi ironici, i personaggi sono caratterizzati con una certa ambiguità che fa pensare che anche i più ingenui come Paul stiano mentendo, il pazzo evaso dal manicomio è uno dei mostri più paurosi mai apparsi sullo schermo e Paul Leni dimostra una grandissima abilità alla regia facendo grande uso di sovrimpressioni, anche un breve piano sequenza iniziale girato in soggettiva, dal punto di vista di colui che sta trafugando il testamento.



Mostrocatcanary


Interessanti le assonanze: il dettaglio dell’occhio di Annabelle durantre la visita del medico fa venire in mente Un chien andalou, il castello sull’Hudson che si trasforma nelle bottiglie di medicine mi ha ricordato la magione di Xanadu e le scatole accatastate di Quarto Potere.

Keith Haring – About Art

Keithharingaboutart

Keith Haring è forse il più noto artista della fine del XX secolo: un writer la cui opera è caratterizzata da “omini” hanno invaso anche il merchandising di oggetti e e magliette, oltre che i muri delle grandi città; è risaputo il suo impegno che ne fa un simbolo della controcultura americana a favore dei diritti gay e razziali, molto meno nota la profonda conoscenza dell’arte di Haring acquisita da autodidatta e in maniera disordinata.
La bellissima mostra milanese indaga questa nuova lettura critica dell’arte di Haring confrontando i dipinti e i graffiti dell’artista con opere della tradizione classica e della storia dell’arte moderna e contemporanea, ne esce l’immagine di un uomo colto in grado di rileggere in maniera originale e contemporanea l’intera storia dell’arte cogliendo quel fil rouge di contenuti e forme che ritornano in maniera più o meno sotterranea nell’arte mondiale.
La mostra parte confrontando l’omino con le braccia alzate di Untitled 1981 con la simbologia umanista che poneva l’uomo al centro dell’universo e tra i referenti di Haring troviamo anche l’Uomo Vitruviano di Leonardo.
Un calco della colonna Traiana è messo a confronto con un lungo graffito su foglia di metallo del 1984. La simbologia e l’arte classica affascinano molto l’artista newyorkese: è impressionante la similitudine tra la Lupa Capitolina e la sua opera del 1982.




Lupacapitolina


L’immaginario fantastico di Haring trae ispirazione dal dio egizio Anubi per i suoi omini con la testa di cane, dalle chimere e dalle meduse del mondo classico, rivisita l’Albero della vita proposto anche da Klimt e presente in moltissime culture: Haring infatti pesca anche nella cultura primitiva in parte ispirato dalle avanguardie d’inizio secolo in parte per la sua curiosità insaziabile che lo porta a confrontarsi con culture diverse da quelle occidentali.
Altro modello fondamentale per l’artista è la pittura di Hieronymus Bosch, il pittore che ha saputo esprimere nella maniera più mirabolante l’immaginario fantastico medievale che affascina molto Haring che però non dimentica di guardare anche ai grandi dell’arte del XX secolo: Picasso è il modello con cui tutti coloro che sperimentano in arte devono confrontarsi e Haring lo fa da par suo.
Matisse non può non affascinare il writer per il suo uso del colore. Lo stile prima informale, trova le sue origini in Dubuffet e Léger, ma Keith Haring non dimentica la lezione della Pop Art anche perché l’amore per il fumetto nasce dalle prime esperienze infantili dato che il padre gli disegnava fumetti e trasmette la passione al figlio che manterrà sempre il tratto schematico e giocoso del cartoon, sia che riproduca un trittico trecentesco nel gesso, sia che trasformi in una performance i suoi disegni nella metropolitana di New York: Haring non snatura mai sé stesso nel confronto con qualsiasi stile o tipo di arte.




Untitled1985


La lettura critica della mostra è innovativa e molto ben articolata ma diventa secondaria rispetto l’energia e la potenza che emanano le opere in grado di parlare a ogni tipo di pubblico.
Bellissima e anche commovente l’opera scelta per la locandina della mostra: un fregio di gusto arabeggiante volutamente non finito che fa pensare alla morte prematura dell’artista avvenuta nel febbraio 1990 a causa dell’AIDS.

Il mulino delle donne di pietra

IlmulinodelledonnedipietraItalia 1960
con Scilla Gabel, Pierre Brice, Herbert A.E. Böhme, Dany Carrel, Wolfgang Preiss, Liana Orfei, Marco Guglielmi
regia di Giorgio Ferroni

Il giovane Hans Von Arnim si reca dal professore  Gregorius Wahl per raccogliere il materiale per lo studio da pubblicare in occasione del macabro centenario del carillon che il nonno di Wahl ha impiantato nel mulino.
Hans viene sedotto da Elfi, la bella figlia di Wahl che vive reclusa perché ogni emozione può esserle fatale e infatti muore tra le braccia di Hans durante un litigio quando lui le confessa di amare Liselotte. Il giovane non sa che il padre e il dottor Bohlem strappano da anni Elfi dalla morte sacrificando fanciulle ignare i cui cadaveri entrano a far parte del carillon..

Un classico della stagione gotica italiana che, pur usando tutto il repertorio classico dell’orrore, cimiteri e porte cigolanti incluse, resta ancora godibile nonostante il ritmo lento per gli standard attuali, grazie alle inquietanti statue del carillon ispirate a personaggi storici dal destino fosco.




Ilmulinodelledonnedipietra


E’ piuttosto inusuale l’ambientazione olandese che fa da sfondo, con la nebbia e le le chiatte sui canali, alla macabra storia che funziona anche grazie alla contrapposizione tra l’atmosfera plumbea del mulino dove si consuma la vita solitaria di Elfi e la vitalità dei giovani d’inizio secolo: Liselotte è una studentessa d’arte, Annelore una modella che finisce a far la statua nel mulino invece che la vedette in un cafè chantant parigino.




Mulinodelledonnedipietra


Ferroni sa fondere con originalità diversi riferimenti, da quelli letterari di Edgar Allan Poe (la necrofilia e la resurrezione) a quelli cinematografici, il più lampante è quello con La Maschera di Cera di Andrè De Toth tanto che confesso di aver fuso i due film, nelcorso degli anni, in un introvabile Mulino delle donne di cera!
L’elemento di forza sta nella fotografia in technicolor che con una semplice variazione di filtro sa costruire l’allucinazione a cui è soggetto Hans dopo esser stato drogato e le statue molto più inquietanti di quelle de La Maschera di Cera.

Vanina Vanini

VaninavaniniItalia 1961
con Sandra Milo, Laurent Terzieff, Paolo Stoppa, Martine Carol
regia di Roberto Rossellini

Il carbonaro romagnolo Pietro Missirilli è a Roma per uccidere un traditore; catturato, fugge da Castel Sant’Angelo e trova rifugio nel palazzo Asdrubale Vanini. S’innamora ricambiato di Vanina, figlia del principe Vanini ma sarà un’amore sofferto per la diversa condizione sociale dei due e soprattutto perché Missirilli antepone la causa patriota al suo amore per Vanina che gelosa, fa arrestare tutti i compagni carbonari di Pietro e in questo modo lo perde per sempre.

Tratto dall’omonimo racconto di Stendhal, il film di Rossellini è stato rimontato dal produttore annullando quasi del tutto la parte della Contessa Vitelleschi, amante di Asdrubale Vanini e primo contatto casuale di Pietro Missirilli a Roma. Se in un certo qual modo Rossellini fa il verso al romanticismo melodrammatico di Senso, anche al suo film è toccato lo stesso beffardo destino di perdere una figura centrale come il Conte Ussoni nel film di Visconti.
La teatralità nel film di Rossellini è più esasperata che nell’opera viscontiana: a tratti sembra di assistere a una ripresa teatrale ma non si conosce più l’opera originale e quindi questo effetto potrebbe esser dovuto allo stravolgimento del nuovo montaggio.



Vaninavanini


Vanina Vanini rientra nella svolta didattica dell’opera rosselliniana: i titoli di testa, con le scritte dorate su fondo rosso sono praticamente identiche a quelle de La presa del potere da parte di Luigi XIV.
L’operazione di rimontaggio intendeva dare più spazio alla procace protagonista, Sandra Milo eliminando il doppiaggio di Andreina Pagnani per restituirle la sua voce: probabilmente l’operazione non è perfetta e a tratti di voce doppiata si alterna quella naturale, forse anche per questo l’attrice venne malignamente soprannominata Canina Canini mentre la sua recitazione è più che dignitosa e misurata.
Ovviamente il nuovo montaggio va a discapito del messaggio anticlericale del film che rischia di risultare soporifero ridotto com’è a solo dramma amoroso.

Senza tetto né legge

SenzatettoneleggeSans toit ni loi
Francia 1985
con Sandrine Bonnaire, Macha Méril, Yolande Moreau, Stéphane Freiss
regia di Agnès Varda

Una mattina d’ inizio inverno in un fosso viene trovato il cadavere di una ragazza, una barbona senza documenti probabilmente morta congelata. La voce off della regista dice di essere rimasta colpita dalla vicenda di questa ragazza che non ha lasciato nulla dietro di sé e di esser riuscita a ricostruire l’ultimo periodo della sua vita dalle parole di chi l’ha incontrata.

Avevo visto Senza tetto né legge all’uscita in sala dopo la vittoria del Leone d’oro a Venezia, a trent’anni di distanza provo lo stesso senso di devastazione di quella prima visione, forse anche peggiore perché la società si è sempre più omologata e basta molto meno per essere considerati (sopratutto se donna) una ribelle “senza tetto né legge” finendo emarginati e vittime di una solitudine sempre più divorante.
Con uno stile scarno e poetico Agnès Varda racconta una storia di duplice lettura: da una parte c’è Mona, segretaria insofferente alle regole che spinge la sua ribellione fino a scegliere la strada e la solitudine. Strafottente e dura, come tutti Mona non può vivere senza i suoi simili, pur tenendoli a distanza e la discesa negli inferi della noncuranza è dovuto ad alcuni rifiuti particolarmente sofferti, quello della docente univeritaria che per qualche giorno la accoglie nella sua macchina mentre è in viaggio per poi abbandonarla senza preavviso e quello del tunisino che promette di prendersi cura di lei per poi cacciarla quando gli altri emigrati che condividono con lui la vecchia casa nella cascina rifiutano la presenza di una donna tra loro.



Sanstoitniloi


Il film racconta anche le reazioni di chi incontra anche solo casualmente questa strana ragazza che pietosamente la regista fa uscire dalle acque di un freddo mare autunnale, come una sirena sperduta tra gli esseri umani.
C’è chi cerca di approfittare di lei, chi la compatisce, chi ne ha paura o le impartisce lezioni di vita ma anche chi la invidia (guarda caso tutte donne) e proietta su di lei le sue fantasie di libertà o d’amore come la cameriera Yolande che la sorprende addormentata con un compagno occasionale nel castello disabitato di cui lo zio è custode e nella sua mente imbevuta di romanzetti i due diventano gli amanti del castello, la coppia perfetta che la ripaga di una relazione con un delinquentello che la sfrutta.
Per la docente universitaria, Mona è quasi un cucciolo abbandonato di cui prendersi cura ma ben presto si stanca, salvo poi pentirsi di averla lasciata sola: sarebbe l’unica disposta ad aiutare veramente Mona ma è anche l’unica che non ha più occasione di incontrarla; perché nel suo vagabondare la ragazza gira in tondo, una falena impazzita che tenta di sfuggire a quel consesso umano che la attrae ma che non sa gestire ed è altamente simbolico che a portarla alla morte sia l’inconsapevolezza di attraversare un paese con una tradizione legata al vino per cui uomini mascherati (tipo i Krampus altoatesini) prendono di mira i passanti, terrorizzando e sfinendo definitivamente Mona già stremata dalla vita sempre più randagia.

I peggiori

I fratelli Massimo e Fabrizio Miele e la sorellina tredicenne Chiara vivono a Napoli da sei anni, da quando la madre è fuggita all’estero lasciando decine di famiglie sul lastrico, compresi i figli che tentano di sbarcare il lunario con l’incubo che gli venga tolta la sorella.
Presi dalla disperazione decidono di rapinare l’albanese per cui lavora come manovale Fabrizio che non viene pagato da mesi. Nella loro goffaggine, i due fratelli scoprono, involontariamente, un traffico di passaporti sequestrati agli extracomunitari e diventano delle star del web: decidono quindi di diventare I Demolitori facendosi pagare per smerdare furbetti e furbastri di ogni risma..



Ipeggiori


Esilarante opera prima di Vincenzo Alfieri, anche protagonista del film assieme al divo televisivo del momento Lino Guanciale, I peggiori rientra nel filone di commedie che definirò spaghetti comics, quello che strizza l’occhio ai blockbuster americani rivisitati nella povertà di mezzi e di situazioni tipicamente italiane, le punte di diamante del genere sono ovviamente Smetto Quando Voglio e Lo chiamavano Jeeg Robot ma trovo che I Peggiori non sia esattamente (solo) un emulo dei film sopra citati, a differenziarlo c’è sicuramente la dimensione del buddy movie, la strana coppia formata da due caratteri agli antipodi: il posato Fabrizio e il superficiale Massimo che debbono prendersi cura della piccola di famiglia, la scafatissima Chiara che, a differenza dei fratelli, non ha avuto problemi ad integrarsi nella realtà napoletana e parla in dialetto, mentre i fratelli maggiori rimpiangono la precedente lussuosa vita romana a cui hanno dovuto rinunciare per lo scandalo provocato dalla fuga della madre.
IPeggioriLa similitudine maggiore con Smetto quando voglio sta nel denunciare la profonda crisi economica che spinge a dover ricorrere al malaffare per sopravvivere, ma i due fratelli sono sicuramente più sfigati della banda dei ricercatori e tutto quello che gli capita dopo il furto all’albanese è dovuto al caso. C’era il rischio che il film cavalcasse i malumori del paese invece la pellicola mette all’erta, seppur con grande leggerezza e nel suo modo tipicamente sgangherato, dalle derive di emulazione del web.
Il merito più grande del film resta la prova recitativa degli attori perfetti nell’adeguarsi ai personaggi sopra le righe e bidimensionali, tipicamente da fumetto soprattutto il personaggio di Eva Perrot forse il primo caso italiano di cattiva, anzi cattivissima, al femminile ottimamente interpretata da Antonella Attili.
Sorprendente la prova di Biagio Izzo che, messe da parte le vesti comiche, si cimenta nel ruolo del commissario con una faccia stropicciata e malinconica, degna di un polar francese.

William Merritt Chase (1849-1916): un pittore tra New York e Venezia

Chiude oggi la mostra monografica che Ca’ Pesaro dedica all’impressionista americano William Merritt Chase (1º novembre 1849 – 25 ottobre 1916) legato alla città di Venezia da alcuni soggiorni sia negli anni giovanili di formazione che in quelli maturi, in cui accompagna gli allievi dei suoi corsi di pittura. L’attività d’insegnante di Chase è stata molto importante e tra i suoi allievi si annoverano tra gli altri, Georgia O’Keeffe ed Edward Hopper.
La mostra prende il via dalle prime esperienze pittoriche dell’artista, poi l’indagine sull’attività artistica di Chase si svolge analizzando le tematiche principali delle sue opere.



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Tra le nature morte del primo soggiorno veneziano, ispirate ai bodegon spagnoli, si segnala A Fishmarket in Venice del 1878 rimaneggiata nel 1889 dal pittore che elimina il pescatore e rinomina il dipinto The Yield of the Waters, della prima versione del quadro si può vedere una piccola riproduzione fotografica nella didascalia introduttiva alla sezione.
Dopo il primo viaggio europeo Chase torna a New York e acquista uno studio al Tenth Street Studio Building, che diventa punto d’incontro per numerosi artisti e nella seconda sezione della mostra possiamo vedere la rappresentazione pittorica del celebre studio in cui colpisce l’enorme cigno appeso alla parete.



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La fine dell’Ottocento segna la scoperta del Giapponismo sulle due coste dell’Atlantico e un pittore alla moda come Chase non si esime dai ritratti in kimono: A Comfortable Corner introduce al tema portante della pittura di Chase: il ritratto femminile. Il pittore sa sottolineare l’importanza che la figura della donna acquisisce nella società ritraendo le sue importanti committenti in pose che nei secoli passati erano riservate a dignitari e condottieri richiamandosi ancora alla pittura olandese e fiamminga come nel notevole ritratto di Lydia Filed Emmet (1892).



ChaseLydiaFieldEmmet


Questo nucleo è quello che più mi ha colpito per l’originalità del punto di vista dell’artista che ottiene buoni risultati anche nelle opere dedicate alla vita domestica della sua famiglia con particolare attenzione ai giochi dei figli e Hide and Seek (Nascondino) del 1888 è l’opera che più mi ha intrigato in questa sezione.
Ci si sposta poi ad indagare la pittura en plein air di William Merritt Chase che risponde alle esigenze della nuova vita moderna newyorkese e alle istanze impressioniste conosciute in Europa dal pittore che trasforma la sua residenza estiva di Shinnecock Hills  nei pressi di Long Island, in una delle prime scuole americane di pittura all’aperto.



TheBigBrassBowl Chase


Nella penultima sezione si torna ad analizzare le nature morte in cui il pittore rivela sempre la sua passione per la scuola fiamminga e tra le opere esposte si fa ricordare The Big Brass Bowl del 1889 dove il vaso d’ottone diventa un motivo per esercitare la perizia pittorica nei gioco di riflessi e di deformazioni.
La mostra si chiude con il tributo a Venezia e Firenze, città in cui Chase torna da pittore affermato (a Fiesole comprerà anche una villa) e l’attenzione della sala converge tutta sul bellissimo Balcone veneziano del 1913.




ChaseAVenetianBalcony

Hanno fatto di me un criminale

They Made Me a Criminal
USA 1939 Warner Bros
con John Garfield, Claude Rains, Ann Sheridan, Gloria Dickson, May Robson, Barbara Pepper
regia di Busby Berkeley



Hannofattodimeuncriminale


Johnny Bradfield campione del mondo dei pesi leggeri festeggia la vittoria con una solenne sbornia in cui rivela che la sua facciata da bravo ragazzo senza vizi e che vive solo per la mamma è falsa. Purtroppo la confidenza viene ascoltata da un giornalista deciso a rivelarla, Johnny sviene tentando di colpirlo e il suo manager da una bottigliata in testa all’uomo per fermarlo e lo uccide. Il manager e Goldie, l’amica di Johnny, scappano lasciando che la colpa ricada sul boxeur ma muoiono carbonizzati in un incidente d’auto.
Creduto morto nell’incidente Johnny diventa un barbone e se ne va all’Ovest, in Arizona trova rifugio in un centro di recupero per giovani a rischio riformatorio, si affeziona ai ragazzi e s’innamora della sorella di uno di loro tanto da decidere di rischiare di essere riconosciuto pur di trovare i soldi per portare avanti il ranch..




Hannofattodimeuncriminale


Busby Berkeley è più noto come coreografo di sfavillanti numeri musicali che come regista e questo film tra il dramma e il noir non dovrebbe proprio rientrare nel suo genere.
Pur diversi limiti, il film presenta delle caratteristiche interessanti: innanzi tutto è la pellicola che fa conoscere John Garfield, il primo dei ribelli morto a soli 39 anni il 21 maggio 1952, famoso protagonista de Il postino suona sempre due volte con Lana Turner.
John Bradfiel è il classico personaggio in cerca di redenzione: ha avuto tutto ma deve scontare la mancanza di fiducia nel prossimo: non esistono amici, dice all’inizio della sfuriata che rivelerà la sua falsa immagine di bravo ragazzo.
Perduta la fama e il denaro, Johnny diventa uno dei tanti barboni che viaggiano sui treni merci e finisce nel ranch Rafferty dove lega facilmente con i ragazzi inducendoli anche a comportarsi in maniera poco leale perché è l’unico modo per farsi strada nel mondo ma ci mette molto di più ad entrare nel cuore della bella Peggy.
La parte più interessante del film è la descrizione del legame di Johnny con i ragazzi (i The Dead End Kids così chiamati dalla pièce di Broadway che avevano interpretato prima di essere chiamati a Hollywood da Sam Goldwyn) sulla costruzione di questo legame è incentrata anche la sequenza più interessante del film, quella del bagno nella cisterna. Mentre tutti sguazzano, un contadino utilizza l’acqua abbassandone il livello dentro la cisterna, per Johnny e gli altri diventa impossibile uscire e il più piccolo rischia anche di affogare: il montaggio alternato, le riprese subacquee e gli schizzi d’acqua sanno creare una certa tensione e rendere palpabile il rischio corso dai protagonisti.



Theymademeacriminal


Anche l’antagonista di Johnny è in cerca di riscatto: Monty Phelan è un ottimo detective ma ha mandato alla sedia elettrica un innocente e quindi ora è relegato in ufficio. Phelan ritiene che il cadavere trovato nell’auto non sia quello del pugile ma i superiori non gli credono e gli affidano il caso solo per toglierselo di torno.
Da buon segugio Phelan riconosce Johnny da una foto e si presenta all’incontro amatoriale che il boxeur è pronto a sostenere per trovare i soldi per salvare il ranch dalla chiusura. Scoperta la presenza del poliziotto, Johnny pensa di scappare ma poi decide di combattere con la destra pur essendo mancino per non farsi riconoscere: sarà l’incitamento di Phelan che lo ha riconosciuto comunque a far sì che Johnny stravinca l’incontro guadagnando i soldi anche per un altro pugile dilettante.




Theymademeacriminal


Con una camminata che ricorda quella famosa di Casablanca, Phelan si avvia verso il treno con il pugile arrestato per l’omicidio del giornalista ma alla fine decide di lasciarlo andare: Johnny si è riscattato e Phelan ha avuto conferma delle proprie abilità investigative che gli fanno intuire che il pugile non è colpevole dell’omicidio.

Pranzo di nozze

The Catered Affair
USA 1956 MGM
con Bette Davis, Ernest Borgnine, Debbie Reynolds, Rod Taylor, Barry Fitzgerald
regia di Richard Brooks




Pranzodinozze


Jane Hurley vuole sposarsi con una cerimonia molto semplice e pochissimi invitati, neppure lo zio della madre che abita a casa loro. Il padre è ben contento di risparmiare i soldi della cerimonia perché finalmente può comprarsi la licenza del taxi, la madre fa buon viso a cattivo gioco ma quando il vicinato insinua che le nozze siano così rapide perché Jane è incinta, Agnes s’indispettisce ed esplode quando conosce i futuri consuoceri: la donna non accetta di passare per più povera di quello effettivamente è ed inizia a programmare una cerimonia lussuosa..



Pranzodinozze


Il film è la trasposizione cinematografica di una fortunata serie televisiva andata in onda nel 1955 e diventa un’interessante indagine sui rapporti familiari, tutto ruota attorno alla figura di Bette Davis: madre imperiosa, moglie infelice che sente arrivare la vecchiaia. Il matrimonio sbrigativo della figlia le ricorda la sua triste cerimonia nuziale di cui non conserva alcun ricordo.
Rendendosi conto di aver trascurato la figlia perché il primogenito è morto in Corea, Agnes trova nei preparativi delle nozze un modo per avvicinarsi alla figlia che accetta l’intromissione materna solo per farla felice.
Le pretese di Agnes però non influenzano solo il menage familiare, anche la migliore amica di Jane viene messa in difficoltà perché non ha i soldi per comprarsi l’abito da damigella.



Pranzodinozze


In equilibrio tra dramma e commedia, Pranzo di Nozze va a scandagliare nei significati sociali della cerimonia nuziale dove ogni tentativo di rompere la tradizione viene guardato con sospetto: se Jane si sposa in sei giorni sicuramente è incinta, il ricevimento dev’essere sfarzoso a testimoniare una serenità economica che alla famiglia Hurley manca completamente.
Happy end con la promessa di un altro imminente matrimonio inaspettato e la scoperta del compagno di una vita per Tom e Agnes.

La canarina assassinata

The Canary Murder Case
USA 1929 Columbia
con Louise Brooks, William Powell, Jean Arthur, Eugene Pallette
regia di Malcolm St. Clair
(versione muta)
Frank Tuttle (versione sonora)



Thecanarymurdercase


La ballerina Margaret O’Dell soprannominata la Canarina per il suo numero più famoso, viene trovata strangolata nella sua camera d’albergo. La donna era una scaltra ricattatrice e diversi suoi spasimanti si aggiravano attorno alla sua stanza d’albergo la notte dell’omicidio, ma chi è l’assassino? Lo scoprirà l’acuto Philo Vance.



Lacanarinaassassinata


The canary murder case è il primo film dedicato al detective Philo Vance interpretato dall’attore William Powell. Il film è famoso per avere come protagonista, nel ruolo della canarina, la bellissima Louise Brooks e la pellicola è tra i motivi del declino dell’attrice.
Del film furono girate due versioni, muta e sonora. Dopo le riprese la Brooks andò in Germania per girare con G. W. Pabst e si rifiutò di tornare in America per registrare il sonoro del film, i suoi dialoghi furono doppiati da ma quando l’attrice tornò in America l’episodio non fu dimenticato e la sua carriera venne stroncata.
CanarymurdercaseA parte la sfolgorante presenza dell’attrice sono ben pochi i motivi per vedere il film che si rivela piuttosto noioso: la gran parte delle riprese sono a telecamera fissa e soprattutto a ripresa frontale, dando un tono molto didascalico al film.
Powell è fascinoso ma il suo Philo Vance non ha nulla a che spartire con la verve de L’uomo ombra: si limita a osservare e raccogliere indizi; c’è anche una noiosa partita a poker che serve al detective per capire la mentalità dei sospettati e agli spettatori tocca sorbirsi una mano di carte per ogni indiziato con le relative reazioni.
Come nell’omonimo romanzo di S.S. Van Dine, a complicare la trama arriva anche la morte per incidente del colpevole che sta andando a confessare così a Vance tocca ingegnarsi per capire da solo la dinamica dell’omicidio e scagionare l’innocente incriminato dalla polizia.
Tutto sommato è meglio ammirare le foto pubblicitarie che recuperare il film.