American Psycho

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USA 2000 Lionsgate Films
con Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Chloë Sevigny, Reese Witherspoon, Josh Lucas, Samantha Mathis, Justin Theroux, Matt Ross, Cara Seymour
regia di Mary Harron

Patrick Bateman è uno yuppie ventisettenne che vive una vita vuota fatta di apparenze, abiti firmati e locali alla moda, sfogando le proprie frustrazioni ed invidie in una doppia vita di sadico assassino..

Dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, il film che ha lanciato la carriera di Christian Bale, perfetto nel ruolo del levigato uomo di successo, con una passione per la musica pop che nasconde una vena di sadica follia dietro la facciata di yuppie rampante, meticoloso all’inverosimile.
Bateman crede di poter controllare la rabbia sfogandola saltuariamente su esseri che considera inferiori come barboni o prostitute ma quando la sete di sangue sale e non riesce a controllare l’invidia per il successo di un collega, Paul Allen, che uccide, Bateman finisce nel mirino del detective Donald Kimball, che si occupa della sparizione del broker ..sempre che i delirii omicidi di Bateman non siano solo il frutto della sua fantasia malata, ultimo disperato tentativo di fuga da un mondo così superficiale che Bateman e gli altri broker di Wall Street diventano interscambiabili tra di loro.



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La gestazione del film è stata piuttosto complicata: inizialmente la regia doveva essere di Cronenberg, poi sostituito da Mary Harron che abbandona il progetto quando per il ruolo del protagonista si pensa a DiCaprio ma Leonardo, interessato ad altre produzioni, lascia il campo libero a Bale, prima scelta della Harron, anche sceneggiatrice della pellicola.



American Psycho


All’uscita American Psycho ebbe un’accoglienza controversa, visto oggi molta della carica violenta allora scandalosa ha perso mordente, mi sembra ancora valida, invece, la ricostruzione della New York notturna, campo d’azione del serial killer Bateman: vicoli e quartieri desolati, luci blu che restituiscono perfettamente l’atmosfera, se non altro cinematografica, degli anni ’80.
Mary Harron sa costruire bene le atmosfere alienanti facendo riferimento al cinema classico: corridoi vuoti e signorili tra Rosemary’s Baby e Shining, la fuga finale negli atri dei grandi palazzi che ricorda Il tempo si è fermato.
Buoni anche i tocchi di humor nero e l’uso sociologico della musica pop: sinceramente qualcuno oggi ricorda ancora Huey Lewis and The News?



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Pur non essendo un capolavoro, American Psycho è un film interessante, forse l’ultimo capitolo di una cinematografia che indagava il delirio individuale per tentare di sopravvivere a una società che fa sentire perennemente inadeguati: le paure del nuovo millennio sono radicalmente cambiate accelerando l’omologazione e paradossalmente svuotandola del suo valore, oggi i nuovi oggetti del desiderio tecnologico puntano ad appagare solo un piacere estetico materialistico e non sono più status symbol, cioè riprova del raggiungimento di una posizione socioeconomica agiata, ultimo retaggio, ormai deteriorato dall’edonismo reaganiano, del sogno americano che permette(va) di realizzarsi attraverso l’impegno e il lavoro.

La moglie del vescovo

The Bishop’s wife
USA 1947
con Cary Grant, Loretta Young, David Niven, Monty Woolley, James Gleason, Gladys Cooper, Elsa Lanchester
regia di Henry Koster



Cary and the bishop's wife


Il giovane vescovo Henry Brougham è talmente preso dal progetto della nuova cattedrale che deve difendere dalle manie di protagonismo della ricca signora Hamilton, da trascurare la moglie e la figlioletta, a soccorrerlo arriva un aiuto celeste, l’angelo Dudley che rischia però di innamorarsi dell’adorabile Julia, la moglie del vescovo.




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Classico film natalizio con un inedito Cary Grant in vesti angeliche: leggenda vuole che il divo odiasse il ruolo e spesso fosse sul punto di abbandonare le riprese, di certo questo non traspare e Cary Grant resta sempre inarrivabile per fascino e classe anche quando suona l’arpa. La sua eleganza, la vena melanconica e l’estremo interesse per il genere umano mi hanno fatto pensare a Bruno Ganz ne Il cielo sopra Berlino.
Il film ha comunque delle debolezze dovute anche a rimaneggiamenti di sceneggiatura a cui partecipò anche Billy Wilder dopo il cambio di regia che passò da William A. Seiter a Henry Koster, entrambi onesti artigiani e non certo autori di prima grandezza, anche se Koster dimostrerà tutta la sua abilità nella commedia fantasy qualche anno dopo, nel 1950 con Harvey, la storia del coniglio invisibile.




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La moglie del vescovo, che riprende un po’ il tema de La vita è meravigliosa, non ebbe successo al botteghino così si puntò tutto su Cary Grant con una fascetta che diceva “hai sentito di Cary e della moglie del vescovo?” e il film fu rieditato come Cary and the Bishop’s wife.




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La forza della pellicola sta comunque negli attori: davvero adorabile Loretta Young, della sua Julia si potrebbe davvero innamorare anche un angelo, tanto è trasparente e disponibile con gli altri e David Niven conferma il suo talento per la commedia nella scena della sedia che non si stacca; di spessore anche i caratteristi che interpretano il tassista Sylvester e il professor Wutheridge, vecchio amico dei Brougham.




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Il film è l’ultimo lavoro del direttore della fotografia Gregg Toland “il papà” della profondità di campo per cui creò delle innovazioni tecniche per Quarto Potere e anche La moglie del vescovo presenta una ricchezza nella composizione che reca innegabilmente la sua firma.

Il Liberty e la rivoluzione europea delle arti

Liberty

Una parte delle collezioni del Museo delle Arti Decorative di Praga, attualmente chiuso per restauri, è visibile alle Scuderie del Castello di Miramare di Trieste fino a domenica 7 gennaio 2018.
L’esposizione presenta pezzi, quasi tutti di artisti boemi, nei vari settori delle arti applicate, ovviamente sono presenti i manifesti pubblicitari che ebbero proprio nel periodo dell’Art Nouveau il loro periodo d’oro e ovviamente Alfons Mucha, il più celebre cartellonista liberty di origini boeme fa la parte da leone con i celeberrimi poster per le sigarette Job o i quattro pannelli delle arti; del maestro per antonomasia dell’art nouveau è molto più interessante, poiché meno visibile, il dipinto L’epoca romana e l’arrivo degli slavi realizzato per il padiglione della Bosnia Erzegovina per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
Da menzionare manifesti di Klimt e Koloman Moser che pubblicizzano la Secessione Viennese; se Vojtěch Preissig segue la linea floreale imposta da Mucha e l’art Nouveau francese, i manifesti di Alfred Roller seguono la linea geometrica tipica della secessione viennese mostrando da subito le due anime dell’arte nuova che si adegua nel nome alle diverse istanze delle varie nazioni ma significando sempre un ideale di rinnovamento e rivoluzione nell’arte che dev’essere totale la dublice anima, floereale e geometrica, caratterizza anche i mobili esposti dove spicca la chaise longue disergnata da Gustav Siegel.




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Grande spazio è riservato ai gioielli, collane, spille, fibbie e diversi manufatti esposti sono opera di Josef Ladislav Němec; bellissimi anche i pendenti e gli anelli disegnati da Marie Krivankova.
Nei sezione dei vetri grande attenzione è prestata alla produzione della ditta Lotz ma sono esposte opere di altre vetrerie boeme meno note ma che realizzano produzioni altrettanto raffinate.




Liberty


Tra gli oggetti in metallo spicca l’orologio da tavolo di John Havlicek, ed è presente una vasta serie di oggetti per la tavola, dalle alzate alle posate.
Interessante è la sezione dedicata all’arte tessile: tappeti, arazzi e paraventi e all’abbigliamento, settori non sempre contemplati nelle mostre sull’art nouveau; alle Scuderie è possibile ammirare anche scarpe e stivaletti stringati, un corsetto con la sua custodia e l’abito che mi è piaciuto di più è uno dei cinque che sono esposti nella Sala del Trono del Castello, un abito da sera in damasco verde del 1912.

Gothic

Gothic

GB 1986
con Julian Sands, Gabriel Byrne, Natasha Richardson, Miriam Cyr, Timothy Spall
regia di Ken Russell

Il racconto del famoso soggiorno sul lago di Ginevra del 1816 in cui  Lord Byron, Percy Bysshe Shelley, Polidori, Claire Clairmont e Mary Shelley sconfissero la noia de maltempo decidendo di scrivere ognuno la propria storia di fantasmi e da cui nacquero i capolavori della letteratura gotica  Frankenstein, o il moderno Prometeo della Shelley e Il Vampiro di Polidori, viene condensato da Ken Russell in un’unica notte delirante dove l’uso di droghe esalta le pose diaboliche di Byron facendo sì che i cinque protagonisti pensino di aver creato una creatura demoniaca che incarna le loro più recondite paure.
Che la storia sia rivisitata lo esplicita l’introduzione e la chiusa: la prima ci mostra i turisti dell’epoca spiare dall’altra parte del lago Villa Diodati, la residenza estiva dello scandaloso Lord Byron ben contento di alimentare le dicerie più scabrose sulla sua condotta. La chiusa mostra i turisti contemporanei in visita alla villa ormai legata alla famigerata vacanza mentre la voce off racconta come le visioni di Mary Shelley si siano realizzate e nel giro di un lustro i tre protagonisti maschili siano morti, così come i figli di Mary e Percy e la figlia di Claire e Lord Byron.




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La parte iniziale del film è piuttosto “quieta” data le note caratteristiche del regista: colpisce la fedeltà storica ma le corse di Shelley, i comportamenti espliciti di Claire prendono subito le distanze dalle posate miniserie in costume della BBC molto apprezzate ultimamente: Ken Russell chiarisce immediatamente che i protagonisti non sono i pomposi personaggi che siamo abituati a studiare ma dei ventenni che hanno scelto di vivere in un modo molto anticonformista rispetto al loro tempo e forse cinque ventenni annoiati dal maltempo, oggigiorno passerebbero il tempo tra canne e film dell’orrore mentre due secoli fa lo svago era la nascente letteratura gotica e il laudano.
Il film è un crescendo di deliri visionari e barocchi che culmina nell’apparizione di Claire, nuda e coperta di fango con un topo morto in bocca. La mano del regista non è felice come nel decennio precedente, cedendo a un gusto troppo carico e teatrale ma il talento nella composizione dell’immagine è innegabile e la rilettura delle suggestioni che portano Mary Shelley alla creazione del celeberrimo romanzo sono interessanti.




Gothic


Buono il cast: Gabriel Byrne non regala a Lord Byron più che la presenza scenica, mentre Julian Sands, sex symbol dell’epoca, riveste Percey Shelley di sentito entusiasmo; Natasha Richardson, al primo ruolo da protagonista, gestisce bene la figura di Mary e il suo altalenare tra raziocinio e psicosi da droga. Miriam Cyr, attrice scomparsa dagli schermi, disegna una Claire disinibita e praticamente folle, canale delle energie arcane che alimentano la notte delirante; Timothy Spall è decisamente grandioso nel tratteggiare un Polidori succube di Byron, vittima delle paure e dei sensi di colpa che sublima nel sangue, elemento vivificante del suo romanzo il cui protagonista, Lord Ruthven, è il prototipo del vampiro moderno.

Simbolismo Mistico

Rose+Croix

La Collezione Peggy Guggenheim indaga nella mostra Simbolismo Mistico i sei saloni dei rosacrociani che si sono tenuti a Parigi tra il 1892 e il 1897 per volontà dello scrittore e critico d’arte Joséphin Péladan, personaggio sicuramente singolare e non solamente per le sue idee mistiche che venano le istanze simboliste di cattolicesimo e occultismo in una ricerca del bello ideale che fugga la realtà.
Per perseguire questo scopo, Pédalan stila delle regole ferree riguardanti i soggetti delle opere esposte: bandite le scene naturaliste dalle nature morte ai paesaggi, a meno di non essere “paesaggi ideali”. Vietata la pittura storica in favore di soggetti riguardanti leggende, allegorie o sogni.
Sarebbero vietati anche i ritratti ma vige l’eccezione per personaggi ispiratori del movimento rosacrociano, Baudelaire e Wagner e per Pédalan stesso che si vede come un demiurgo e la prima sala della mostra ci mostra proprio i ritratti favoriti del critico, quello di Alexandre Séon che lo rappresenta come il “Sar Medorack”, la guida secondo un termine che dovrebbe ispirarsi al nome di un sovrano babilonese,
Seon-Le-Sâr-Joséphin-Péladanil ritratto di Jean Delville che esalta gli aspetti cattolici del movimento rappresentando Péladan come un Cristo Pantocrate mentre il ritratto di Marcellin Debutin ce lo mostra come un dandy ma il nero imperante richiama la grande ritrattistica nobiliare sottolineando ancora il ruolo aristocratico che il critico si ascrive.
Se l’ego è smisurato, la misoginia non difetta e tra le sue regole sono ben chiare quelle relative al genere femminile: non sono ammesse pittrici (ma pare che alcune riuscirono ad esporre ricorrendo a uno pseudonimo maschile) e anche la figura femminile rappresentata nelle opere oscilla tra la santa, la donna innocente opposta alla diabolica femme fatale di cui dà una meravigliosa rappresentazione L’idolo della perversione ancora di Delville, uno degli “artisti dell’anima” che fanno parte della cerchia più ristretta della confraternita rosacrociana sempre presente ai Salon; alle varie edizioni, però, parteciparono molti artisti meno impregnati dai dettami di Pèladan, soprattutto alla prima edizione che fu un evento di grande richiamo mentre l’interesse andò scemando negli anni seguenti.
IdolodellaperversioneAll’edizione del 1892 partecipa anche Gaetano Previati con l’opera Maternità che non è esposta in mostra, presente è invece L’abime (Salon del 1894) di Georges de Feure, più noto al grande pubblico per la sua produzione cartellonistica squisitamente art nouveau, stile che torna nella decorazione floreale della cornice.
Un artista inatteso è Felix Vallotton presente nel Salon del 1892 con otto xilografie alcune assai lontane dai dettami di Peladan come Il Cervino, paesaggio realistico o Il funerale opera di critica sociale, genere non gradito al Gran Maestro, più congeniali i ritratti di Baudelaire e Wagner.
La prima gloriosa edizione dei Salon de la Rose + Croix aveva l’appoggio del mecenate Antoine de la Rochefoucault che aprì ad artisti meno legati all’ortodossia imposta da Pédalan.
Fin da subito però alcuni grandi simbolisti a cui il critico si ispira sono contrari alla linea rosacrociana, balzano agli occhi le assenze di Gustave Moreau e Odilon Redon a cui suppliscono le opere di seguaci tra cui spicca l’opera di Marcel-Bérronneau, l’Orfeo del 1897 scelto per la locandina della mostra.

In nome di Dio – Il texano

3 Godfathers
USA 1948 MGM
con John Wayne, Pedro Armendáriz, Harry Carey Jr., Ward Bond, Mae Marsh, Mildred Natwick, Jane Darwell
regia di John Ford



Innomedidio


Robert Hightower, William Kearney e Pedro Rocafuerte arrivano nella cittadina di Benvenuto (Welcome) per svaligiare la banca sulle loro tracce si mette lo sceriffo “Dolce Perla” molto più coriaceo di quanto lasci intendere il suo buffo nome che apposta degli uomini a tutti i luoghi di abbeveraggio costringendo oi tre banditi a girovagare fino a quando arrivano a un vecchio pozzo dove trovano una carovana con dentro una donna sola che deve partorire. I tre aiutano la puerpera che muore subito dopo il parto dopo aver affidato il neonato ai tre uomini che prendono molto seriamente la loro responsabilità di padrini rischiando la vita (due la perderanno) per portare in salvo il piccolo Robert William Pedro.



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Il texano può definirsi il western di Natale di John Ford,: gli eventi si svolgono durante l’Avvento e Robert arriva in paese la notte di Natale; l’anteprima ci fu il 23 novembre 1949 e il film uscì nelle sale il 13 gennaio.
La pellicola è il remake del film muto  Marked Men girato nel 1919 dallo stesso Ford.
Si tratta sicuramente di un film minore nella filmografia del grande regista ma la fotografia è davvero impressionante: mancano i rossi pinnacoli del Grand Canyon ma gli spazi immensi del deserto del Mojave e della Valle della Morte sottolineano il simbolismo religioso dell’opera: il sacrificio, anche della vita redime i tre improbabili Re Magi.



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Ad alleggerire il messaggio religioso i soliti tocchi umoristici caratteristici dei film di John Ford, questa volta tutto sembra essere basato sul nome: i tre che si ricordano continuamente di aggiungere il proprio nome al neonato, l’improbabile nome dello sceriffo Perley “Buck” Sweet in originale che in italiano diventa Perla Dolce.
Anche i nomi dei paesi hanno un significato religioso: Welcome, il luogo della rapina vuoledare il benvenuto ai tre delinquenti che non sanno di essere prossimi alla loro redenzione, Nuova Gerusalemme è la meta dove condurre il bambino e trovare una nuova vita, simbolismo pesante visto da qui ma sicuramente significativo per i pionieri puritani della Frontiera che intereressano al regista.
Il film ha ispirato l’anime giapponese Tokyo godfathers.
Il personaggio di William Kearney è interpetato da Harry Carey Jr., figlio di Harry Carey che fu interprete del film del 1919, l’attore morì nel 1947 e John Ford gli ha dedicato In nome di Dio.

The changeling

Canada 1980
con George C. Scott, Trish Van Devere, Melvyn Douglas, Madeleine Sherwood, Jean Marsh
regia di Peter Medak



Thechangeling


Il compositore John Russell decide di trasferirsi da New York a Seattle dopo che la moglie e la figlioletta sono morte davanti ai suoi occhi in un incidente automobilistico.
A Seattle ha un incarico universitario e gli viene assegnata una vecchia casa vittoriana in disuso da anni dove presto l’uomo inizia ad avvertire strane presenze. L’antica magione nasconde un terribile segreto riguardante il senatore Joseph Carmichael che usa tutto il suo potere per intimidire Russell ma il fantasma non ha più intenzione di tacere..



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Solitamente apprezzo i film che Scorsese ha segnalato nella sua lista degli undici film più spaventosi ma The Changeling che pure rientra nell’elenco, mi lascia piuttosto perplessa per quel che concerne la trama.
La sequenza iniziale dell’incidente sulla neve è molto bella anche se ha poco a che fare con il resto del film: posso anche capire che una perdita così dolorosa e recente serva a giustificare la disponibilità del protagonista ad avvertire e seguire le comunicazioni paranormali ma che una persona così provata accetti di andare a vivere in una vecchia casa disabitata da anni, mi lascia francamente perplessa.
Non ho capito poi il finale: perché il piccolo Carmichael non trovi la pace dopo la sepoltura e dopo che la sua storia è stata svelata ma abbia un delirio finale poltergeistiano anche contro coloro che lo hanno aiutato.



The changeling


C’è da dire che il regista Peter Medak è il terzo subentrato nel progetto e notoriamente i cambi di regia lasciano degli strascichi sul lavoro ultimato.
Per il resto il film non si discosta dal modello delle grandi produzioni horror anni ’70 con grandi attori del passato in ruoli inconsueti, il senatore Carmichael è interpretato da Melvyn Douglas, star delle commedie brillanti anni ’30: era lui che riusciva a far ridere la Garbo, severa Ninotchcka dell’omonimo film di Lubitsch.
Una serie di caratteristi dalle facce inquietanti sul modello di Rosemary’s baby, colori acidi ereditati dai film di Dario Argento.



Thechangeling


Nel fatto che il corpo del bambino ucciso nel 1910 sia stato gettato in un pozzo, qualcuno vede una fonte d’ispirazione per The Ring (cfr. Il Mereghetti) ma anche questa mi pare una forzatura.

L’uomo leopardo

The Leopard Man
USA 1943 RKO
con Dennis O’Keefe, Margo, Jean Brooks, James Bell, Isabel Jewell, Margaret Landry, Abner Biberman
regia di Jacques Tourneur




L'uomoleopardo


Per attirare l’attenzione del pubblico la showgirl Kiki Walker entra con un leopardo al guinzaglio mentre si esibisce la sua rivale Clo-Clo, ma l’animale scappa e sbrana una ragazzina; nei giorni seguenti altre due donne, compresa Clo-Clo, muoiono per gli attacchi del leopardo ma Kiki e il suo agente sospettano che il felino non sia colpevole dei due omicidi..




Theleopardman


Tratto dal romanzo Black Alibi di Cornell Woolrich, L’uomo leopardo chiude la trilogia horror nata dalla collaborazione del regista francese Jaques Tourneur e il produttore Val Lewton che ha la sua punta di diamante nel primo film, Il bacio della pantera a cui segue Ho camminato con uno zombi.




Leopardman


L’uomo leopardo è tra i primi film a portare sullo schermo la figura del serial-killer spinto da pulsioni irrefrenabili, sul modello di M – Il mostro di Düsseldorf.
Tourneur innalza le dinamiche horror a una perfezione quasi scientifica: le ombre della notte e i misteri che nascondono vengono sottolineate dal percorso della prima vittima, Teresa Delgado, la ragazzina che trovando l’emporio più vicino chiuso deve uscire dal paese per procurarsi la farina, attraversando il ponte dove si è nascosto il leopardo nero. Teresa ha sempre avuto paura del buio e pur vincendosi non può che bloccarsi paralizzata ogni volta che le ombre o gli anfratti rendono la notte più nera sottolineando il meccanismo base su cui fanno leva gli horror RKO.




L'uomoleopardo


L’identificazione del femminino con gli animali è molto accentuata: Teresa è una preda come l’uccellino in gabbia, Kiki sottolinea con il felino l’aspetto sensuale, Clo-Clo usa le nacchere per produrre un suono ossessivo che ricorda un serpente a sonagli ed è lei infatti a far fuggire il leopardo dal night club. Il legame della ballerina di flamenco con la chiromante introduce invece l’elemento della predestinazione che anticipa il destino di morte che tocca alla ragazza.




Theleopardman


Altro elemento classico delle pellicole prodotte da Val Lewton è il riferimento a tradizioni secolari di paesi lontani che Tourneur fa scontrare con il pragmatismo della metropoli americana, dalla maledizione della donna pantera dell’Est Europa, agli zombie delle Antille per finire con il New Mexico dove, uscito dal limbo della tradizione (la processione che ricorda una vecchia tragedia è solo collaterale alla storia) lo scontro si rivela essere tra ricchezza e povertà: in un posto che “non è un paese per bionde”, Clo-Clo muore perché esce di casa per cercare i cento dollari che le sono caduti nel tragitto, Kiki e Jerry sopiscono il senso di colpa per la pensata del leopardo evitando di lasciare la cittadina durante la festività ed impegnandosi in prima persona per trovare il colpevole e l’happy end finale è sostenuto dalla promessa dei due di rinunciare alla finzione del cinismo.

Il culto del cobra

The Cult of the Cobra
USA 1955 Universal
con Faith Domergue, Richard Long, Marshall Thompson, Kathleen Hughes, William Reynolds, Jack Kelly, Myrna Hansen, David Janssen, Leonard Strong, James Dobson, Walter Coy
regia di Francis D. Lyon



Ilcultodelcobra


Asia, 1945: sei soldati americani trascorrono da turisti l’ultimo giorno di missione e conoscono un incantatore di serpenti disposto a farli partecipare a una cerimonia dei Lamiani che credono nella metamorfosi da uomo a cobra. Durante il rito, Nick scatta una fotografia rivelando la loro presenza: Daru, l’incantatore viene ucciso mentre i sei soldati vengono maledetti. Nick muore la notte stessa mentre altri tre compagni muoiono nel giro di poche settimane nonostante il ritorno negli Usa. Intanto Lisa, una bella e misteriosa ragazza è andata a vivere vicino ai due ex commilitoni e ora coinquilini Paul e Tom..




Cult of the cobra


B movie chiaramente derivato da Il bacio della pantera, le citazioni si fanno sempre più esplicite a partire dalla scena nel bowling deserto che ricorda quella della piscina fino al finale omologo: davanti alla macchina non c’è il corpo dell’animale ma il cadavere della ragazza, ne Il culto del cobra quest’ultima trasformazione è l’unica passabile come effetto speciale mentre è davvero deludente la trasformazione precedente dell’ombra del profilo di Lisa che si trasforma nella sagoma del serpente.




Cult of the cobra


Si tratta di un classico bmovie che può risultare accettabile proprio perché telefonato: tutto avviene esattamente nel momento in cui lo spettatore se lo aspetta, fatta salva l’apparizione della vecchietta dell’Esercito della Salvezza che interrompe la tensione dell’omicidio di Rico. Qualche raffinatezza nel modo di girare e nel montaggio salvano il film dalla totale mediocrità.

Addio giovinezza!

Addiogiovinezza!Italia 1940
con Maria Denis, Clara Calamai, Adriano Rimoldi, Carlo Campanini, Carlo Minello, Bianca Della Corte
regia di Ferdinando Maria Poggioli

Torino 1910: Mario, studente in medicina fa di tutto per conquistare la sartina Dorina, andando ad abitare anche nella stanza affittata dalla povera famiglia della ragazza. Seguono due anni di amore felice fino a quando Mario, salvando una persona che sta annegando nel Po, attira l’attenzione di Elena, una ricca mantenuta che gli si offre. Il ragazzo non sa resistere all’”avventura elegante” e finisce con rompere con Dorina. I due innamorati si rivedranno solo dopo la laurea di Mario per un ultimo addio.

Quarta versione cinematografica -e l’unica sonora- dell’omonima commedia teatrale scritta nel 1911 da  Sandro Camasio e Nino Oxilia.
Il regista Ferdinando Maria Poggioli riscrive la sceneggiatura con Salvator Gotta  e Giacomo De Benedetti (non accreditato in virtù delle leggi razziali) ampliando il tema della maliarda che seduce il giovane rovinando un amore pulito e trasforma la pellicola in una perfetta ricostruzione d’epoca della Torino d’inizio secolo con la vita goliardica degli studenti sempre a caccia di una bella sartina, affidando un tocco comico alla figura di Leone (Carlo Campanini) impacciato studente fuori corso, vittima delle burle de compagni e confidente di Mario.




Addiogiovinezza!


Un film leggero dove colpisce, in cauda venenum, la denuncia sociale: nonostante Dorina si umilii nel supplicare la vamp di lasciarle l’amato, nel finale scopriamo che quello della sartina era comunque un amore a tempo, destinato a finire con la laurea di Mario che se ne torna al paese a fare probabilmente il medico condotto, non certo una grande carriera ma le barriere sociali gli impedirebbero comunque di sposare un’umile sartina che resta solo il ricordo degli anni spensierati di gioventù.




Addio giovinezza


Un’aura di malinconica predestinazione avvolge la commedia fin dall’esordio visto che i due autori morirono giovanissimi nella Prima Guerra Mondiale; Poggioli, classe 1897 ha l’età giusta per venare di malinconia della passata gioventù il suo film ma Addio Giovinezza! aquisisce un ulteriore senso di drammatica predestinazione essendo uscito nelle sale nel dicembre del 1940, nel primo anno della Seconda Guerra Mondiale che cambierà inesorabilmente le sorti e i costumi italiani.